lunedì 16 giugno 2014

Il castello dei destini incrociati

"Il mondo non esiste - Faust conclude quando il pendolo raggiunge l’altro estremo, non c’è un tutto dato tutto in una volta: c’è un numero finito d’elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardi di miliardi , e di queste solo poche trovano una forma e un senso e s’impongono in mezzo a un pulviscolo senza senso e senza forma, come le settantotto carte del mazzo di tarocchi nei cui accostamenti appaiono sequenze di storie che subito si disfano." 

La citazione è tratta da “La taverna dei destini incrociati”, il secondo dei due  testi che compongono il volume “Il castello dei destini incrociati”
La citazione ben rappresenta, secondo me, il senso ultimo del libro. 
(Il senso ultimo della nostra esistenza.) 

Come in molte altre opere  di Calvino  (il pensiero giunge immediato a “Il sentiero dei nidi di ragno”) , la nota dell’autore è fondamentale,  perché non è solo prefazione o postfazione, ma ha una connotazione  a raggio molto più ampio rispetto al testo  che  vuole  di-spiegare:  è  racconto di un’esperienza, è riflessione personale oltre che metaletteraria.
Erano gli anni dello strettissimo connubio con  l’OuLiPo;   erano tempi di sperimentazioni stilistiche: l’apice della letteratura combinatoria.

Le due parti che compongono il libro [matrici di ogni gioco di scrittura creativa, di cui sono piene ormai anche le  antologie per ragazzi - costruisci una storia combinando almeno 6 dei seguenti 10 elementi], sono  un insieme di storie costruite utilizzando le interpretazioni che la successione di tarocchi  offrono:  nel Castello e nella Taverna dei destini incrociati,   i viandanti  che ivi si ritrovano dopo aver peregrinato nei boschi, hanno perso la parola  e,  scegliendo dal mazzo di carte le figure e i simboli che costituiscono i segmenti della loro storia, la “raccontano”.
Gli astanti – il narratore -  la “decodificano”.
Nel Castello il mazzo di tarocchi su cui si fondano le storie è quello miniato da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano nella metà del 1400, mentre nella Taverna  le “tessere” del mosaico sono costituite dai tarocchi marsigliesi, molto più popolari e diffusi.
Stante la mia ignoranza assoluta riguardo i tarocchi, arcani minori e maggiori e compagnia cantando, posso affermare che poco importa conoscerli ai fini della comprensione del testo: sono “immagini/segno”  la cui combinazione  genera significati diversi che vengono tutti esplicitati nel racconto. 

Nelle intenzioni di Calvino, al Castello e alla Taverna sarebbe dovuto seguire il Motel dei destini incrociati,  le  cui tessere sarebbero dovute essere costituite da strip (destrutturate) di fumetti. 
(il linguaggio figurativo della modernità)
Come le matrici dei segmenti delle storie sono diverse, diverso  è lo stile: 

La taverna  poteva  avere un senso solo se il linguaggio dei due testi riproduceva la differenza degli stili figurativi tra le miniature raffinate del Rinascimento e le rozze incisioni dei tarocchi di Marsiglia. Mi proponevo allora d’abbassare il materiale verbale, giù giù fino al livello di un borbottio da sonnambulo. Ma quando cercavo di riscrivere  secondo questo codice pagine su cui si era agglutinato un involucro di riferimenti letterari, questi facevano resistenza e mi bloccavano.”

Echi letterari. 
Soprattutto l’Ariosto (la lettura dell’Orlando Furioso di Calvino è  del 1970), ma anche Boccaccio (la  storia/cornice  che contiene le storie), e rimandi ad  altre opere  dello stesso Calvino, in particolare al  Le città invisibili,  edita nel 1972.
Calvino non porterà a termine il progetto di completare il ciclo dei destini incrociati con il motel.
Il  mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo di esperimenti si è esaurito. E’ tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro.
Dopo Le città invisibili, una vera punta di diamante, penso proprio che sia impossibile dargli torto. 

Il Castello dei destini incrociati non  aggiunge molto al valore complessivo della produzione letteraria di Calvino.
Tra i due testi che lo compongono  ho preferito di gran lunga la Taverna: nonostante “la resistenza dei riferimenti letterari”, la materia narrata è più “terrestre” e al tempo stesso più suggestiva. 
Ho trovato bella  la Storia dell’indeciso,  di cui riporto un breve passaggio    (galoppa, pensiero, galoppa): 

"...ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia, e così non c'è differenza tra l'atto di scegliere e l'atto di rinunciare."

Interessante  è la confessione di Calvino,    un po’ triste, amarognola e  sconsolata,  sul suo mestiere di scrittore, nella storia “Anch’io cerco di dire la mia”.
I tarocchi della sua storia sono il Re di bastoni,  il Due di Denari e  le coppe, che “non sono altro che calamai prosciugati aspettando che nel buio dell’inchiostro vengano a galla i demoni  le potenze infere i babau gli inni alla notte i fiori del male i cuori della tenebra, oppure vi plani l’angelo melanconico che distilla gli umori dell’anima e travasa stati di grazia e epifanie.
E della sua storia dice: 
Scarta un tarocco, scarta l’altro, mi ritrovo con poche carte in mano.  Il Cavaliere di Spade, l’Eremita, il Bagatto (…).  Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati. E nella carta che segue mi ritrovo nei panni d’un vecchio monaco, segregato da anni nella sua cella, topo di bibioteca che perlustra a lume di lanterna una sapienza dimenticata tra le note a piè di pagina e i rimandi degli indici analitici. Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito a essere: un giocoliere o illusionista che dispone sul suo banco da fiera un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti.

Non è uno dei migliori libri di Italo Calvino: è  interessante, ma non bello.  
Solo per Calvinisti convinti.



giovedì 12 giugno 2014

Una cosa divertente che non farò mai più.

Anche io l’ho fatta, la cosa divertente (?) che non farò mai più.* 
Certo, le nostrane  MSC e Costa devono sembrare proprio le sorelle cenerentole in confronto alla motonavi della Celebrity Cruise, (non so se biasimare o meno  la iperproletarizzazione della grande illusione    -  in fondo il maumau che si fruscia  di essere lo sciàdipersia concretizza lo stesso finto sogno del pensionato middle class americano).

Devo riconoscere una certa affinità di pensiero tra me e Wallace (mi preoccupo?), soprattutto rispetto al carnevale dell’organizzazione tutta. 
L’obiettivo primo delle crociere  è lo spillamento di soldi ai polli,  ma  la riflessione di Wallace si spinge fino a cercare di capire su quale leve agiscano le compagnie per far cadere i polli in trappola: non si può negare che la crociera extra lusso di massa  abbia  l’ambizione di generare nel cliente la sensazione di rimuovere  preoccupazioni e pensieri, pianificando ogni  secondo  della giornata  - e addolcendolo con la coccola – il cioccolattino alla menta sul lenzuolo ben ripiegato ** - la premura e  i sorrisi finti. 
La parola chiave è deresponsabilizzazione.
L’organizzazione della crociera fa  attivare  dei meccanismi di assoluta regressione, fino ad  una dimensione quasi a-logica. 

E’ per il consumatore il ritorno nel grembo materno.
(l’allontanamento dell’idea della morte)  

 “Alla fine della settimana, dopo  che abbiamo avuto ogni tipo di tempo, capisco perché con il mare grosso si dormiva così meravigliosamente: il dondolio del mare grosso ti culla, la spuma delle onde ti fa sshhh dall’oblò, il rumore del motore è il battito del cuore della mamma.”

“La Grande Gigantesca menzogna delle crociere è che è possibile mantenere la promessa di soddisfare “il NEONATO Insoddisfatto (…) la parte che in ogni momento e indiscriminatamente VUOLE”

Magnatoria, intrattenimento, escursioni, pulizia invisibile e continua, servitù, accudimento. 
[Su una nave da crociera la Grande Menzogna si esplicita  in misura  maggiore rispetto ad un  Resort a trentamila stelle “all inclusive” situato sulla terraferma?]
Wallace compie il suo viaggio  a bordo  la motonave Zenith, da lui ribattezzata Nadir, nel Marzo del 1995.
(la Zenith, forse per il miliardo di secce che le sono piovute addosso, è stata danneggiata da ben due incendi:  il primo nel 2009  -  rimessa a nuovo è stata  venduta ad un’altra compagnia di navigazione – il secondo  nel 2013  al largo di Venezia. *** 

Il reportage (anzi, un po’ reportage, un po’ saggio, un po’ diario personale) comincia dal ritorno dal viaggio, durante l’attesa dell’aereo che riporta at home:  Wallace fornisce della sua esperienza “volontaria e retribuita”  un resoconto  meticoloso, puntiglioso, corredandolo  di ben più di un centinaio di note che non sono  vere e proprie note esplicative bensì stralci di pensieri in  parentesi (che a loro volta possono aprirsi in ulteriori parentesi).
Qualcuna: 
Nota 129:  (questi piattelli erano fatti, credo, di una sorta di argilla iperfriabile  per ottenere il massimo della frammentazione)
Nota 116:  Dio mi è testimone: non mangerò mai più frutta in vita mia.
Nota 130:  !

L’occhio di Wallace funziona come una sorta  di lente di ingrandimento o di zoom su ogni dettaglio (ai limiti della paranoia), come in questo passo in cui confronta, all’àncora,  la nave da crociera Nadir con un’altra ancora più lussuosa.
La Dreamward  è di un bianco accecante, così bianca che sembra quasi aggressiva e fa sembrare il bianco della Nadir più beige chiaro o crema. Il muso della Dreamward è più allungato e sembra più aerodinamico del nostro, le finiture dono di un pesca fosforescente e anche gli ombrelloni sulle piscine del ponte 11 sono color pesca – i nostri ombrelloni sono arancione chiaro, cosa che mi è sempre sembrata strana, considerato che i colori della Nadir sono il bianco e il blu, e ora mi sembra una cosa improvvisata e misera. La Dreamward ha più piscine di noi sul ponte 11, e in più c’è qualcosa che al di là del vetro sembra un’altra piscina sul ponte 6; e il blu delle loro piscine è proprio quel blu del cloro – le due piccole piscine della Nadir sono di un colore all’acqua di mare e un po’ sbiadito, anche se nelle brochure Celebrity, erano viscidamente proprio di quel blu-cloro elettrico.”
(mi sembra di sentir parlare Forrest Gump. Ed è particolarmente interessante l’uso del possessivo: nostro – è un pronome inclusivo -  e loro.)

L’occhio di Wallace è ipercritico,  ma è anche un occhio “disturbato”. 
Wallace  è feticista verso gli squali (selacofobico, direi),  ha il terrore di essere risucchiato dallo scarico del water, si definisce semi-agorafobico  e caproscopofobico,   e queste ultime sindromi lo costringono ad evitare  gli sbarchi per  le escursioni,  sicchè non scende mai dalla nave ed evita assembramenti, folle, intruppamenti, tranne che nella giornata del 16 marzo, in cui l’autore effettua la  full immersion nelle attività – bisognava pur relazionare sul “divertimento” offerto dalla compagnia - , esperienza dalla quale non si riprende più, passando gli ultimi due giorni della crociera chiuso in cabina.
Wallace  era un ingrippo fatto uomo.

[mi chiedo se, per poter “indagare” il fondo delle cose, sia meglio possedere una grande capacità di distacco e  una freddezza mostruosa o al contrario essere ipersensibili]

Sapendo come è andata a finire, a me non ha fatto  ridere il suo racconto. 
Mi ha fatto un’enorme tenerezza. E tristezza. 

Io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. (…) E’ più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte.” 



*    Nota 1: Il link del resoconto della Crociera ai fiordi norvegesi 

**  Nota 2: mi è venuto in mente un atto di premura ricevuto sulla chiatta da crociera sul Nilo**** che mi fece  cacare sotto dalla paura: entrando nella cabina al buio, due ombre sul letto, abbracciate. 
Marò, e chi è trasuto?? Chi cazz so??????
Il piccolo di camera aveva fatto indossare ai  cuscini  i nostri pigiami, e li aveva teneramente avvinti e posizionati verticalmente sul letto.
Mavvaffàncapa.


**** Nota 2/a : Della crociera sul Nilo, effettuata millanta anni fa su una barca di dimensioni assai modeste, una ventina di cabine, molte vuote (totale degli ospiti di varia nazionalità: 22), ho un ricordo bello, invece. 

lunedì 9 giugno 2014

Giulia 1300 e altri miracoli.

Io: - Ma secondo te, si può definire Giulia 1300 e altri miracoli un "libro dedicato all'amicizia"?
Lui: - Come definizione non è la più calzante, secondo me, anche se può starci.
Io lo definirei più come "libro dedicato a chi ne ha le palle piene, a chi vuole fuggire dai consueti schemi della quotidianeità e cerca - o spera - in un riscatto che possa dare un senso, il più semplice e genuino, alla propria vita".
E ci pensavo a questo scambio di battute. 
Diventa difficile dare un senso, o anche solo "riscattarsi",  rimestando nella stessa pastura di “amicizie” e nello stesso acquario nel quale, come pesci – muti anche – si ci trova a sguazzare. 

Cambiare vita, cambiare aria, cambiare. 
Se dietro tutte le proposte (le mie, anche) “molliamo ogni cosa  e ci apriamo un agriturismo”, fossero seguiti i fatti, non ne resterebbe neanche uno, di casale catapecchia stalletta. 
Diego, la voce narrante dominante, venditore (ex) di auto, uno "sfigato" agli occhi degli altri, così pensa prima di cominciare l'avventura:
“E’ il miraggio di una vita migliore, più sana, con più tempo a disposizione. Più tempo per pensare e scoprire che sei infelice lo stesso, che il lavoro non c’entrava  un cavolo e nemmeno la città: hai traslocato e la prima cosa che hai messo in valigia sono stati i tuoi problemi.”
Eh, di questo ne sono convinta. 
Però capitano i miracoli.

Giulia 1300 e altri miracoli è esso stesso un piccolo miracolo: raramente capita di leggere un’opera prima così godibile, scoppiettante e briosa, leggera ma non vacua.
Diego, Fausto e Claudio, cooprotagonisti, in fondo  sono tutti  degli “sfigati” (per gli  occhi dei paesani sono tutti  semplicemente  “ricchiuni”).
Si ritrovano  nelle campagne del casertano attratti da un annuncio immobiliare: un casale con terreno annesso, luogo ideale dove far sorgere un agriturismo e una nuova prospettiva di vita. 
Lo  acquistano  insieme, tre estranei che sembrano animali di specie diverse. 
Dopo qualche tempo al terzetto si aggiunge Sergio,  che in ruvidezza, capatostaggine e impulsività si magna il mondo sano.
(je l'adore!!)
L’alacre lavoro di ristrutturazione attira i camorristi: è noto  che in certi luoghi anche le pulci per zompare devono avere la “prutezione”.
Ma c’è chi dice no. 
Da questo momento in poi la narrazione ha delle impennate  davvero sorprendenti.
Entrano nel gioco l’autoctono Vito, il ghanese Abu, principe guerriero temporaneamente raccoglitore di pomodori con i suoi due amici Samuel e Alex, ed Elisa,  la scompaginatrice di arredi, di menù e di cuori. 
E naturalmente la Giulia 1300,  grazie alla quale  l’agriturismo vivrà momenti di vera gloria e fama. 
Val la pena di leggerlo, il libro di Bartolomei, è davvero un’oasi dove si può coltivare il sogno di una vita diversa, sorridendo. 
(e dove gli echi della vita reale assumono tutt'altro peso, la strage di Castelvolturno, ad esempio).

Tornando alla questione iniziale, se può essere considerato un libro sull’amicizia, mi viene da dire che sì, lo è. 
Perché non è l’agriturismo in sé a porsi come motore del cambiamento. 
E’ il condividere un progetto “buono e bello”, trasformare l’idea in fatti, in cosa, è mettere dietro le spalle i vuoti e riempirli di bellezza.
Da soli, da soli è impossibile.
(i pensieri vecchi non si scollano)
E’ aprirsi a persone che immaginavamo anni luce lontane da noi e osare sfaldare la crosta di abitudini, di pre-giudizi, è mettersi a nudo dalle menzogne anche quando vengono solo usate a scopo di difesa.
Io, se in questo momento mi guardo attorno devo dire che i miei unici amici sono un negro e un camorrista!”. Beve malinconicamente un’altra sorsata. “Esclusi i presenti, certo”.
“Certo” dice Sergio.
“Certo certo” confermo. 
“Che poi c’è da ridere… un negro, un camorrista, due sfigati e un comunista del cazzo! Ma che è? Una barzelletta?”. 
Non è una barzelletta. 
E’ una cosa bella, invece. 

giovedì 5 giugno 2014

Lisario o il piacere infinito delle donne

A me Antonella Cilento sta antipatica. 
L’ho incrociata tre o quattro  volte, ma non la conosco di pirsona pirsonalmente.
(ci hanno pure presentate, ma insomma) 
Un’antipatia a pelle, istintiva, anche se non del tutto  irrazionale.
(ho le mie ragioni)
Non per masochismo  ho cominciato a leggere il suo libro candidato al premio Strega:  una persona a me cara me lo ha prestato chiedendomi un parere “spassionato”. 
(esticazzi) 
L’ho cominciato con le peggiori intenzioni, fremendo di piacere – un piacere infinito - al pensiero di farlo una munnezza. 
E mannaggia ‘a morte.
Nessun capolavoro, questo no. 
Ci hanno già pensato Ariosto e Cervantes, autori letti da Lisario, ragazzetta muta ma segretamente abilissima nella lettura e nella scrittura -  scrive lettere all’amichetta del cuore, ovvero alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria - , e sicuramente studiati a fondo dall’autrice.
La Cilento, che da anni ha una  scuola di scrittura creativa, prende elementi  del  romanzo – storico, di cappa e spada, avventuroso,  surreale, biografico  – e ne fa una pastiche di non sgradevole lettura.
Belisaria o Lisario
Titolo e quarta di copertina sono fuorvianti, però.
Ambientato nella Napoli della metà del 1600, in piena età barocca, tra un Masaniello, una pestilenza e l’ambiente dei pittori ruotanti attorno a Ribera, il libro della Cilento ha come personaggio centrale – ma è sghembo, come il suo nome - Lisario, ovvero Belisaria. 
Figlia unica del comandante della guarnigione spagnola alloggiata nel castello di Baia, Lisario, come la Bella Addormentata, quando le cose non le garbano, s’addorme. 
Va in catalessi. 
(per giorni e mesi, eh)
Non è certo un bacio – mi pare troppa poca cosa, la verità – a svegliare la fanciulla, ma  sono ben  altre manovre. 
E’ il medicastro  Avicente Iguelmano che la risveglia, e come premio se la ritrova in moglie. 
Avicente si intrippa.
Ma si intrippa proprio malamente.  
Vuole scoprire a tutti i costi – se non si è capace di fare il chirurgo, che si faccia il ricercatore – i meccanismi del piacere femminile. 
Dunque, a questo arrivava la menzogna: la donna non solo fingeva quando aveva l’uomo in corpo, ma anche per l’uomo che guardava. Non c’era passione, non c’era presenza, in breve non c’era nessun desiderio da soddisfare. (…) Una trama di bugie che rendeva le donne vischiose come la sugna gli ricoprì l’intendere e il volere, le odiò tutte e e tutte le desiderò morte, per l’umiliazione che il loro esistere continuava ad infliggergli.

Lisario diventa così il primo oggetto della sua recherche, ma a  Belisaria “ – eccolo, dunque, il nome, scivoloso come un serpente alato, obliquo come il sator, ovvero rotas, palindromo del carro in fuga del desiderio – “ * ,  protofemminista sui generis, non piace  essere oggetto d’indagine scientifica, e invece che attraverso la  catalessi  –  colpo di fortuna – si sottrae alle frustrazioni e al disappunto grazie all’incontro con  un pittore, Jacques Israel Colmar – gli artisti realmente esistiti, Ribera, Giovanni Do, il maestro delle candele,  interagiscono con i personaggi di invenzione come Colmar  - , giunto a Napoli per sfuggire alle insidie di un altro pittore (Michel de Sweerts!!! Ma come?? Proprio lui lui???Possibile??? )  e alle sue stesse pulsioni omosessuali. 

Josè de Ribera**
Ah, l’amour, la passione, i desideri,  le ossessioni!

Ma quando l’Amato c’è, Signora, nascemi il Sole dai piedi, posso saltare il Mare, succhiare gli alberi dai prati e generare popoli di uccelli: così accade? Oh, come sembrano superflui ora i miei Libri, e anche lo ScriverTi mi sembra vano poiché Tutta ti prego mentre Amo!
Intanto, però, mi chiedo: sarà esagerazione?
(un tantinello, né)

L’indagine sul piacere femminile a questo punto lascia il passo ad altre faccende, riassumibili in ricerca e fuga, fino al disvelamento finale, olè, un colpo di scena che rimescola ancora i generi (sessuali, e non romanzeschi).

E’ un romanzo di buona forma, e fornisce sia  notarelle storiche (il malgoverno spagnolo, corruzione e miseria) che di folklore e costume (l’origine del culto delle capuzzelle dei morti*** o del sostantivo zoccola)  ma di poca sostanza.
Una  lettura di evasione, da cui ho tratto un malsano piacere. 
(e di certo non infinito)



* Del Sator e del quadrato magico non sapevo cippa, ma qualcuno si sarà appicciato le cervella a  furia di ragionarci sopra:


** Maddalena Ventura con il marito e il figlio - Josè de Ribera detto lo Spagnoletto


domenica 1 giugno 2014

La festa del Caprone

Che l’America Latina nel corso del ‘900 sia stata funestata da dittature e dittatori di ogni sorta è cosa risaputa.
Rafael Leónidas Trujillo Molina a Santo Domingo,  ad esempio.
(Quanto si sa?)
Per più di 30 anni, dal 1930 al 1061,  la sua figura ha dominato metà di Hispaniola.
Benefattore e padre della patria.
(tiranno e genocida, prima ancora che venisse coniato il termine,  di decine di migliaia di haitiani)
La pagina italiana di Wikipedia a lui dedicata mi ha impressionata: spicca la  mappata di onorificenze.
(patacche o medaglie, ma insomma)
Per il resto, poche notiziole,  tra cui “La Repubblica Dominicana venne comunque modernizzata con strade, ponti, acquedotti, scuole e con lo sviluppo di una rete sanitaria, prima del tutto inesistente. Trujillo cercò anche di combattere l'analfabetismo e di aiutare le molte famiglie povere del paese con una serie di sussidi statali.
E' il  "comunque"  che  mi irrita.

["Comunque Musulini facette tante  cose bbone, tenevamo ‘e porte aperte e nun traseva nisciuno” –   Ometto di  riportare la mia risposta]

A quale prezzo, "comunque".

Ho provato a consultare Wiki in spagnolo: tutt’altre informazioni.
Di parte, mi son detta.
Ma anche la pagina inglese di Wikipedia sul Caprone non nasconde atrocità e orrori.
Vabbuò.
Gli italiani son brava gente, le cose brutte tendono a rimuoverle.
(Santo Domingo è solo spiagge, palme e bei culi.
E neanche il romanzo La breve  favolosa vita di Oscar Wao, "comunque" gran bel libro,  dà appieno idea di cosa fu la dittatura di Trujillo)

Vargas LLosa - la festa del Caprone
La festa del Caprone è il romanzo di Mario Vargas LLosa che racconta, in una fisarmonica temporale che copre una sessantina di anni, l’era del Trujillismo.
L’ orrore, un orrore.
La componente “romanzesca” è data dalla figura di Uranita Cabral, figlia del senatore Augustin,  che a distanza di quasi 30 anni dalla morte del Caprone torna a Santo Domingo dopo esserne scappata, quattordicenne,  con la complicità di una suora del collegio in cui studiava.
Per il resto,  domina la Storia, e le molteplici voci dei protagonisti si intrecciano offrendo di un medesimo fatto una visione pluriprospettica.

Si entra  nella capocchia di un dittatore, poveraccio,  che pensa  di avere sulle spalle il “merito” di aver trasformato un paese (persino nella toponomastica), e  si sente sempre minacciato dai traditori, dai complottisti,  costretto a  occhi e  orecchie sempre aperte per cogliere il minimo sentore della caduta di tono della fedeltà e dell’asservimento, che si  rammarica (ma senza mai mostrarlo in pubblico)  perché la moglie Prestante Dama e figli sono  una zoza e di tutta la roba – roba mia – che ne sarà dopo - neanche i padri della patria sono  immortali - , e si dispera (ma senza mai mostrarlo pubblicamente e senza consentire che altri possano fare illazioni) perché a 70 anni la prostata  è fuori controllo (il dittatore si piscia sotto)  e “L’uccello che aveva rotto tante fichette non si rizzava più”.

E’ per questo, per l’inciampo del Caprone, che Uranita fugge.
Per scampare all’ira del dio morituro, e per punire suo padre (il suo paese) ,  venduto all’adulazione del tiranno.
Che munnezza di  uomo, altro che decorazioni e patacche.

Leggendo La festa del Caprone si penetra nella paura e nel coraggio della disperazione dei sette uomini che fecero parte del commando che la notte del  30 maggio 1961 uccise (e assafà!) la bestia; si vivono  i loro ricordi  ( le incertezze, gli  anni di rancori tenuti nascosti,  i drammi morali : “Io ucciderò Trujillo. Ci sarà perdono per la mia anima?”, dice  Salvador Estrella Sadhalà* detto il Turco, uno dei personaggi di maggiore spessore del libro, al nunzio apostolico a cui chiede conforto), li si segue nella prigione dove furono torturati,   si piange la loro morte.

Ci si  immerge nel viscidume dei calcolatori, degli enigmatici manovratori  freddi di sangue e di coscienza, che con un colpo alla botte e uno al cerchio tirano l’acqua al proprio mulino e sopravvivono alle loro  infamie, rivestendosi dei panni dei giusti;  si affonda  nella codardia che frega all’ultimo istante e trascina nel baratro ogni cosa.
(eh, Joaquín Antonio Balaguer , l’anonimo diventato  presidente dominicano per tre mandati, e José René Román "Pupo", che avrebbe potuto e invece)
Per non dire delle torture, e di Abbes  Garcìa, che si riciclò come seviziatore per Papa Doc Duvalier, nell'altra metà di Hispaniola.
(ma come si può, come si può)

La festa del Caprone fa compiere  un passo nel  comprendere come sia stato possibile (come è possibile) che “tanti milioni di persone, martellate dalla propaganda, dalla mancanza di informazioni, abbrutite dall’indottrinamento, dall’isolamento, spogliate del libero arbitrio, della volontà e perfino della curiosità con la pratica del servilismo e dell’ossequio, abbiano potuto divinizzare Trujillo.
(O altri suoi simili. I dittatori  hanno la stessa faccia)
E come sia stato possibile (come sia possibile) che abbiano potuto “Non soltanto temerlo, ma amarlo, come i figli possono arrivare ad amare i padri autoritari, a convincersi che frustrate e castighi sono per loro il bene”.

E mi dico, meno male che c’è chi dice no.


Comunque, e a qualunque costo.  



giovedì 22 maggio 2014

L'isola della sacerdotessa dell'amore

Se avessero messo sul retro della copertina la foto dell’autore, sarebbe stato  ancora più evidente  a quale tipo di libro e di scrittore si va incontro.
Moore, l’ho definito anche altre volte così, è un magnifico autore da cazzeggio. 
[Mi chiedo  perché in Italia le sue pubblicazioni arrivino con grande  ritardo: L’isola della sacerdotessa dell’amore, pur essendo uno dei primi romanzi di Moore, edito nel lontanissimo 1997, ha visto la luce in Italia solo l’anno scorso. 
Ho una mia teoria, ma le strategie delle case editrici sono così imprevedibili, pensando a tutta la carta stampata che sta in giro….]

Moore le spara grosse, proprio grosse assai. 

Moore - L'isola della sacerdotessa dell'amore
Il protagonista del libro, Mister Tucker Case,  “uno sfigato intrappolato nel corpo di un figo”,    porta una peripatetica a fare un giretto  sul jet della Mary Jane Cosmetici per cui lavora come pilota – ehi bel giovinotto, fammi fare un giro sulla tua macchina, andiamo a vedere le stelle –
Fare sesso  mentre si guida un aereo  stando  ubriachi  non è cosa assai prudente, ma Mister Tucker non riesce a sottrarsi all'invito della signurina, ritrovandosi poi con il jet sfracellato e il pisello sguarrato.
Diventato un paria,  senza patente e senza attributo, viene assoldato da un docteur che gestisce un ospedale in un’isola sperduta nel Pacifico. 
Per arrivarci  supera indenne una serie di sciagure, in compagnia di Kimi (un personaggio checazzissimo) e del suo pipistrello parlante con gli occhiali da sole,  Roberto.  
Sull’isola, abitata dalla tribù dello Squalo,  le avventure/sciagure non finiscono.
Quasi come in una spy story, riesce a scoprire i loschi affari del dottore lo stregone  e di sua moglie la sacerdotessa dell’amore, e con l’aiuto provvidenziale del fantasma di un aviatore della Seconda Guerra e del guano del pipistrello Roberto manda a puttane il teatrino della coppia e i loro brutti traffici. 
Eppure  non tutto nel libro è bufala:  mica è invenzione l’esistenza di un certo turpe commercio,  e considerata pure la non celata accusa di  onnipervasività della “cultura a stelle e strisce”, seppur combinata in sincretismi assai particolari,  si potrebbe ritenere  L’isola della sacerdotessa dell’amore quasi un libro di denuncia. 
(quasi)
Addirittura il libro mi ha permesso di scoprire cosa sono i  culti del cargo, di cui non avevo mai sentito parlare. 
(cose da pazzi overamente)
E ho pensato, in ordine:
che l’influenza di Vonnegut su Moore ( meglio la passione di Moore per Vonnegut, il debito nei suoi confronti) è più consistente di quanto possa sembrare (più di una volta si è acceso un led di collegamento con Ghiaccio-nove, e le istanze e i bisogni delle religioni)   
che l’interesse (o la  paura) per il sovrannaturale deve avergli  fatto fare da piccolo taaaaanti brutti brutti sogni (la parodia parossistica è una forma di esorcismo) 
che comunque Moore  funziona meglio quando spara senza voler colpire necessariamente un bersaglio.

E’ un goliardico, non un satirico. 

Ma  è pur sempre un toccasana per l’umore.

lunedì 5 maggio 2014

Arriverà la primavera.

John Fante - Aspetta primavera, Bandini
La speranza di un cambiamento, di una “rinascita”,  è sempre l’ultima a morire. 
Soprattutto quella dei migranti. 
Non si lascia la propria terra se non c’è la speranza di trovarne una migliore.
Svevo Bandini lo aveva fatto. 
Dall’Abruzzo fino in America. 
Lui, ad esempio, era un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva nella notte dei tempi. Tuttavia, ora che aveva ottenuto la naturalizzazione, non si considerava più italiano. No, era un americano; talvolta si faceva vincere dal sentimento, e preferiva urlare orgogliosamente le sue origini; ma per il resto era americano, e quando Maria gli parlava di quel che facevano “le donne americane” o dei vestiti che indossavano, quando accennava alle abitudini di una vicina, “l’americana in fondo alla strada”, andava su tutte le furie. Perché Svevo era molto sensibile alle differenze di classe e di razza, alle sofferenze che sottintendevano e vi si opponeva con tutte le forze.

I suoi figli si sentivano americani, soprattutto Arturo, anche se doveva frequentare una terribile scuola cattolica gestita da suore pietose (o pietose suore). 
Però, in fondo,  i  Bandini non  erano americani.
Non perché italiani o figli di italiani.  
Altri, come Rosa, figlia di un minatore italiano,  stavano alcuni gradini più in alto rispetto ai Bandini, con i loro regali di Natale sotto l’abete e  guanti alle mani e caldi cappotti sulle spalle. 

Poveretta. Sua madre, una poveretta. Quelle parole lo ridussero a una disperazione tale da riempirgli gli occhi di lacrime. 
Ovunque, la stessa storia, sempre sua madre, la poveretta, sempre povertà e povertà, sempre quella parola, dentro di lui e intorno a lui. E all’improvviso, in quell’aula semibuia, s’abbandonò al pianto, singhiozzando per espellere la povertà, piangendo e ansimando, non per quell’espressione, non per lei, per sua madre, ma per Svevo Bandini, per suo padre, per l’aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per gli attrezzi da muratore di suo padre, per i muri costruiti da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti bellissimi.

E’ sempre la povertà che fa la differenza, non l’etnia, o  la razza, o la stirpe, o la provenienza o qualunque altro accidenti. 


Il racconto, pur essendo in terza persona, si muove prevalentemente su due punti di vista, quello del padre, Svevo, e quello del figlio primogenito, Arturo. 
Entrambi aspettano la primavera, la stagione bella, quella in cui i muratori trovano più facilmente lavoro, quella in cui i ragazzini che sognano di diventare campioni di baseball possono lanciarsi sul campo e afferrare una palla. 

Ah, la primavera! Ah, lo schiocco secco della mazza da baseball, il prurito della pallina a contatto con le dita. Inverno, tempo di Natale, stagione dei bambini ricchi: loro avevano stivaletti alti, sciarpe colorate e guanti foderati di pelliccia. Ma a lui non importava granché. Il suo momento era la primavera. Niente stivaletti alti, niente sciarpe eleganti sul campo da gioco! Non si faceva una battuta vincente solo perché s’indossava una cravatta di lusso.”

La posticipazione della felicità. 

Aspettare, aspettare, e nell’attesa rodersi il fegato e campare di rabbia e frustrazione, fino a lasciarsi comprare da un'arrapata vedova americana, fino a rubare l’unico gioiello di famiglia. 
Però, tra un senso di colpa smisurato e l’autocommiserazione  c’è sempre una scusante, un' autogiustificazione, un autoassolvimento,   altrimenti come si potrebbe aspettare la primavera senza farsi divorare dal presente?
(si potrebbe quasi impazzire, eh, Maria, altrimenti) 


Non è il primo libro che leggo sulla  condizione degli immigrati italiani in Ammerica che fanno riferimento ad un’ esperienza personale –   pure Fante ha gustato l’amaro sapore della povertà . 
Mi sovviene ora il purtroppo poco noto  Cristo tra i muratori  di Pietro Di Donato,   dal taglio più “politico”. 
Ma questo romanzo di Fante mi è piaciuto davvero  molto. 
E’ in un certo senso  ”intimista”.
Al realismo dello sfondo su cui si muovono i personaggi,   si accompagna una notevole introspezione caratteriale. 
Molto interessante lo svelamento delle pulsioni interiori che guidano i personaggi nelle dinamiche relazionali: il rapporto tra i coniugi Bandini, tra genitori e figli, tra i tre fratelli, tra i compagni di classe di Arturo, tra Svevo e la signora Hildegarde. 
Rabbia  soprattutto,  ma anche slanci di vendetta e di ripicca e  polle di tenerezza.
Soprattutto, una  grande contraddizione tra il dovere, il potere e il volere fare.
(come è quasi sempre)

Arturo, che è il più grande dei fratelli, ha poi un dolore in più: oltre alla povertà e al senso di colpa per tutti i peccati mortali e veniali che commette, ama Rosa, non ricambiato. 
Il suo  amore ipotetico si modella su quello che ha a portata di occhio: sul rapporto tra suo padre e sua madre. 

John Fante, che dice  del suo libro " Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più." lo dedica ai genitori: 

Questo libro é dedicato a mia madre, Mary Fante, con amore devozione; e a mio padre, Nick Fante, con amore e ammirazione”.

Ho pensato molto a questa dedica, dopo. 
Sono gli stessi sentimenti verso i genitori  che scuotono l’animo del personaggio  Arturo Bandini.
Ai suoi occhi, la madre, sottomessa e fedele e fragile, merita amore e devozione, e il padre, autoritario e intraprendente, merita amore e ammirazione.  

Sei un uomo in gamba, papà. Stai uccidendo mamma, ma sei magnifico. Tutti e due
lo siamo. Perché un giorno farò anch’io così, e lei si chiamerà Rosa Pinelli.”

Di fronte alle delusioni, ancora una volta, non c’è che da aspettare la primavera. 

A qualcuno potrebbe bastare  la fede.
La signora Bandini, vi ricorre per far fronte al dolore ordinario.  
Anche lei aveva la sua via di fuga, un varco verso l’appagamento: il rosario. Quella fila di grani bianchi, quei minuscoli anelli consunti in una dozzina di punti e tenuti insieme solo grazie a cordoncini di filo bianco, che a loro volta si spezzavano regolarmente, rappresentavano, grano dopo grano, la sua placida fuga dal mondo. Ave Maria, piena di grazia, il Signore é con te. E Maria cominciava a salire. Grano dopo grano, la vita e il mondo sparivano. Ave Maria, Ave Maria. Sogni senza sonno la inghiottivano. Passioni disincarnate la cullavano. Amore senza morte, cantava la melodia della fede. Era lontana; era libera; non era più Maria, americana o italiana, povera o ricca, con o senza lavatrici o aspirapolvere; ormai era giunta nella terra dove si possiede tutto. Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede. Ave Maria e Ave Maria. Ecco la sua ragion d’essere.”


[Nell’obitorio dell’ospedale, la mia amica era prosciugata e tesa come una corda di violino.
Io che sono atea non avevo che abbracci da dirle, nessuna parola per avvolgerla. 
Però, quando l’hanno trascinata nella cappellina e hanno intonato un mantra di preghiere, tono alto e tono basso, sussurro e picco,  anche io, da fuori, ho  avvertito un intorpidimento dei sensi, un blackout della ragione, una culla in cui adagiare la tensione. 
Una sospensione del tempo. ]

Ma il tempo non si ferma. 

Presto arriverà la primavera” disse.
“Certo!”
In quello stesso istante, qualcosa di freddo e minuscolo gli sfiorò il dorso della mano.
Lo guardò sciogliersi, un piccolo fiocco di neve, a forma di stella..."

Arriverà la primavera. Non solo per i Bandini. 

venerdì 2 maggio 2014

Abitare il vento

Nell’impeto accumulatorio, comprai tra i tanti altri usati sul Libraccio, usato come nuovo, anche Abitare il vento di Sebastiano Vassalli.
[Vana è sempre la mia speranza di trovare traccia:  ogni volta che compro un libro usato non posso fare a meno di chiedermi chi l’abbia posseduto, perché lo abbia venduto, e mi piacerebbe trovare un segno, una presenza del passaggio, una sfoglia  di carta velina o un petalo secco, cose così, oh yes.]
Lo tenevo sotto il  pilone dei leggituri, pensando a qualcosa di poetico assai, associando il Vassalli alla uallarite intellettuale.
E neanche  so o  neanche mi ricordo il motivo del  pre-giudizio,  dato che de La Chimera, letto quando ancora non sapevo leggere,  ho  ancora un bellissimo ricordo.
Vabbuò, comunque sto libricino  è passato dal pilone alle mani.
E son rimasta sorpresa.

Protagonista è Antonio Cristiano Rigotti detto Cris,  cavaliere errante amico di tutte e di tante, appassionato di nigmistica, di Salvatore Quasimodo e delle parole in rima (ho fatto il liceo classico prima del sessantotto io – dice lui).

Ha 28 anni, l’errante, gli ultimi passati in carcere  per associazione sovversiva a mano armata, e i prossimi, se ci fossero stati, li avrebbe passati in carcere ugualmente, per sequestro di persona – poveraccio di un Diarrea - a scopo di estorsione per conto di  un’ organizzazione terroristica astratta  e fumosa quanto la sua ideologia politica. 
Astratta e fumosa forse non sono termini giusti, per definire l’ideologia  dell’errante.
Il credo, la sottomissione e la fiducia massima  sono  verso Il Grande Proletario, che
“Nulla disdegna pur di adempire il suo terreno mandato. Un istante: e il Grande Proletario è diritto, eretto, desnudato, sciabolante, eccitante, entrante.
Un’ideologia del cazzo nel senso letterale del termine.  

Ma  anche il Grande Proletario tradisce, e si riduce a un piccolo borghese, traditore  fedigrafo, come se non bastasse  tutto il resto, i carebbinieri  alle calcagna e la terra bruciata attorno.

Questa di abitare il vento ragazzi è l’ispirazione fondamentale-segreta della mia erranza da esteta e tutto il resto son balle, bischero universale e tutto, l’ombra di un ombra di un rutto. E caldamente vorrei dire anzi cantare le lodi dell’erranza, adesso. Perché ragazzi l’erranza è una romanza oppure una pietanza, a scelta. E’ una cosa aguzza e svelta di cuore. E’ un amore ridotto all’osso. E’ un Grande Proletario lanciato verso i presenti-futuri come una sonda, un vettore. E’ un vivere via, dal tempo o dall’ideologia, a scelta.  Così io son diventato errante nel mio dopogalera in fiore il giorno che mi sono detto Cris, ricordati che non c’è gnente al mondo di più rotondo del Grande Proletario, e che il bìschero universale farà la storia ma è brutto oppure la fa male, chiaro? Il giorno che ho capito tutto. “

Povero Cris.
Poveraccia e disgraziata una generazione di ribelli, quella  di cui il cavaliere errante è emblema, quella che ha segnato gli anni di piombo in Italia.
Il romanzo è del 1978.
E’ impressionante la capacità di Vassalli di demitizzare e demistificare comportamenti e meccanismi negli  stessi anni in cui ancora  esercitavano  delle attrattive,  attraverso la creazione di un personaggio detestabile  ma nello stesso tempo   commovente nella sua ingenua baldanzosità, nel suo vuoto pneumatico, nel suo vitalismo prigioniero, utilizzando un linguaggio lontano mille miglia dalla mitopoiesi  degli opuscoli e dei volantini.
Nella nota all’edizione del 2008, Vassalli dice, a proposito del suo personaggio:
La sua follia, che non appartiene soltanto a lui ma che in Italia fu il “male di vivere” della sua generazione, lo porta a (…) ribellarsi contro qualcosa che non si capisce bene cosa sia: forse la società dei consumi, o forse il destino. Non c’è, per i giovani italiani degli anni Settanta, l’esperienza della guerra in Vietnam come per i giovani americani; non c’è il Muro di Berlino che incombe su di loro, come sui coetanei tedeschi. La loro ribellione è una ribellione metafisica, contro il nulla, e però può spingerli ad atti concreti di terrorismo come assaltare un supermercato o sequestrare una persona. Può spingerli a sparare e ad uccidere. (…)
Dietro le ideologie farneticanti degli anni Settanta c’era, in profondità, un’estetica barocca di distruzione e di morte (…)”.

Non so fino a che punto sia esatta questa chiave di lettura, ma certo è che
il terrorismo, di qualunque colore e forma, fu ed è  estetica di distruzione e morte.


Cosa cova sotto le ceneri del presente?

giovedì 1 maggio 2014

La febbre del ragno rosso

La febbre del ragno rosso è una  delle tante epidemie destinate, in un tempo "astratto",  a falcidiare l’umanità.
E’ il capitano Mission a “scoprirla”.
Il capitano Mission non è un’invenzione di Burroughs, ma una  figura leggendaria che fondò una comunità anarchica, Libertalia,  in Madagascar, dove erano vietate la violenza, la tortura, e dove si cercava di vivere in armonia con la natura.
Il Madagascar presta ottimamente il fianco alla reinterpretazione della leggenda da parte di Burroughs: è la terra dei lemuri, i primati più vecchi, ma molto più vecchi dell’homo sapiens.

Il loro modo di sentire è fondamentalmente diverso dal nostro, non orientato verso il tempo, la sequenza, la casualità.
Non a caso Mission ha un Lemure Fantasma come daimon.
A Libertalia le cose non vanno per il verso giusto, e Burrough immagina una fine diversa per il capitano Mission, rispetto alla leggenda che lo vuole morto in un naufragio.
Gli fa compiere, prima di morire,  nel ventre di una caverna sull’isola,  una sorta di viaggio iniziatico grazie all’assunzione di un potente allucinogeno, cristalli di indri.
(del resto l’autore era grande esperto di trip)

Il viaggio, annullando tempo e spazio,  consente l’ingresso nel Museo delle Specie Perdute e nel giardino  delle Occasioni Perdute, dove sono contenuti tutti  gli esseri estinti, e i morbi,  le sette piaghe e i Peli, e le menzogne salvifiche del cristianesimo.
Il viaggio nel Museo rivela  la frattura tra un’armonia ancestrale perduta e il mondo che l’ homo sapiens, con il suo pollice opponibile, ha modellato, quella specie di  "animali" che "si è avviata inesorabilmente verso il linguaggio, il tempo, l’uso di strumenti, la guerra, lo sfruttamento e la schiavitù."

L’ingresso è libero per chiunque riesca a entrare. La moneta da pagare è la capacità di sopportare il dolore e la tristezza dello spettacolo dell’estinzione, …




In questo racconto allucinato e allucinante Burroughs adotta la modalità di pensiero “lemure”: saltano continuamente le ragioni della logica, della casualità, e non è un caso – forse – che  vi sia un solo  riferimento esplicito alla filosofia, a quella di Korzybski,  per il quale uno dei  limiti degli esseri umani è legato  alla struttura del linguaggio.
E' un viaggio alla scoperta della fine del tempo, alla scoperta della dissoluzione.

Tuttavia.
L’impressione più marcata, al di là di tutto, è che La febbre del ragno rosso sia un racconto lisergico.
In senso proprio, non  metaforico.
Burroughs quando lo scrisse  sicuramente era strafatto.  
LSD e anfetamina, solo così si spiega l’incubo dei peli  (altro che indri).

lunedì 28 aprile 2014

Il cielo nevica

Un qualche sospetto  mi era sovvenuto, leggendo l'ultimo libro di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, vincitore del premio Brancati,  ed ora  che ho letto il suo primo romanzo ne ho avuto conferma.  
A Capitta non interessa  la storia, intesa come intreccio, viluppo di situazioni,  vasta articolazione di trama.  
Semplificando, ma semplificando assaissimo, a Capitta non  interessa il "romanzo",  ma la “poesia”.  

Capitta, il cielo nevica
Norma e Domenico sono madre e figlio. 
Sono molto legati, quasi complici.
Del padre Domè non sa nulla. La madre con figlio piccinino al seguito dalle montagne del continente si trasferisce a Caprera,  dove acquista la fama di strega.
Raccoglie le erbe e le conchiglie, ha un occhio nella gola e vede, come suo figlio, i vicini di casa trasformarsi in animali.
Norma è gelosa della terra che Domè ha avuto in concessione dal Compendio Garibaldino e che  “alleva” come un figlio.

Auscultò il respiro profondo della terra, recepì dalla pianta dei piedi il concitato tramestio delle materie organiche in disfacimento sotto di lui quando esse si frantumano, per riapparire  sotto la spinta ossessiva della rigenerazione, riformulate in bacche e germogli.

Domenico è geloso delle attenzioni di Centogalli, che s’innamora di sua madre.
Norma è gelosa della puttana di cui si innamora suo figlio.
Il loro legame, che li rende monadi nella comunità isolana, isole nell’isola,  ha qualcosa di morboso, di eccessivo.
Dopo grandi litigi e  grandi spaccature,  e dopo anni di vite separate,   è al nido, alla madre che Domenico  ritorna.

I figli sopravvivono di solito ai genitori.
Ma quando i figli non sono altro che  ombelichi, e non frecce scagliate dall’arco, cosa resta “dopo”, se non un’immensa solitudine, così grande da creare fantasmi e fantasie,  così grande da  evocare addirittura Garibaldi con tanto di divisa e mantello, un Garibaldi con cui dividere i pasti e le corse sull’Ape rimontata?

Quante volte la vita si riduce a una semplice sfilata di carri in fila indiana carichi di facce  e odori, donne, letti, bare culle, prati? Ma fermarsi alla memoria è troppo poco se non ci sono più strade da ricondurti a una ragione originale, se sei così solo da cercare in ogni suono e in ogni fraseggio una prova della tua esistenza. Domenico esiste nella luce gelata dalla tazza all’albero. Solo questo.”

Tuttavia, l’osso del racconto non è la storia di Domenico e di Norma. La loro storia è l’epidermide.
L’osso, lo scheletro del racconto è nello stile, nella “forma”,  nelle metafore e nelle sinestesie  e metonimie ardite, nello slittamento di piani da quello umano a quello vegetale o animale o a quello meccanico e viceversa, nella creazione di immagini evocative come  in questo passo che descrive l’innamoramento del comandante Centogalli :

Il comandante s’era invaghito di quell’essere tellurico in una vampata estiva, durante una notte in cui tardava a prendere sonno sul Cucciolo cullato dalle onde. Il vecchio barcone s’era sentito drizzare le barbe del fasciame ai tanti sospiri amorosi. In punta di chiglia aveva disegnato corolle sull’acqua, s’era ravviato il cordame, gonfiati i propulsori, spruzzato di colonia i cespi d’alga a prua. Al mattino aveva dischiuso il boccaporto e il vecchio Centogalli ne era emerso, stordito dai vapori di Norma, con una luce nuova negli oblò.

O in questo, in cui Norma sente avvicinarsi la morte:

Si sentì invasa di freschezza, si sentì la carne incisa e inumidirsi e aprirsi l’occhio in gola che perlustrò la spiaggia e i coni d’ombra andando a soffermarsi infine sul soffitto del cielo illuminato dalla collana di rune partorite dal cuore. Dalla gola Norma vide la vita incendiata dalla morte, il mare dei defunti popolato di pesci miniati come necrofori di ametista, vide il topo dal crisantemo in bocca voltarsi ad osservarla dalla cima di un promontorio dello stomaco, razzolarle tra le valvole e i detriti, rovistarle le latrine del duodeno.”

Mi piacciono i giochi formalistici, e non posso non riconoscere a Capitta una scrittura originale, di effetto.
Tuttavia,  non posso neanche negare che alla lunga mi sia sembrata  un poco stucchevole.
Gli eccessi  talvolta portano ad una perdita di senso. 

Prosa o poesia, è sempre una  questione di misura.

giovedì 24 aprile 2014

La mia famiglia e altri animali

Gerald Durrell, la mia famiglia e altri animali
Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell'isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell'isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali. Nelle pagine che seguono ho cercato di dare un quadro preciso e tutt'altro che esagerato dei miei familiari; essi sono rappresentati come li vedevo io.
Per spiegare alcuni dei loro tratti più strambi, comunque, mi sento in obbligo di precisare che nel periodo in cui stemmo a Corfù eravamo tutti molto giovani: Larry, il più grande, aveva ventitré anni; Leslie diciannove; Margo diciotto; mentre io ero il più piccolo, avendo appena toccato il tenero e impressionabile traguardo dei dieci anni.” 

Voglio proprio sperare che La mia famiglia e altri animali sia  l’autobiografia romanzata di Gerald Durrell, illustre naturalista,  altrimenti davvero ci sarebbe da chiedersi come si possa sopravvivere  - meglio  una giungla - ad una famiglia scumbinata come quella descritta dall’autore, o come possa una famiglia normale sopravvivere alla passione naturalistica di un ragazzino come Gerry. 
Margo è una fissata dell’estetica e dell’ammore in ispecie quello fou e disperato. 
Leslie un appassionato di armi, caccia e truculenze. 
Larry uno spocchiosissimo e supersaputello intellettualoide.
La madre una svampita debole appassionata di cucina e di giardinaggio. 
Gerry, il protagonista,  che nel lasciare l’Inghilterra per Corfù  si porta dietro solo ciò che ritiene utile ad alleviare la noia del viaggio, ovvero: “quattro libri di storia naturale, un acchiappafarfalle, un cane e un barattolo per marmellata pieno di bruchi tutti in pericolo imminente di trasformarsi in crisalidi”, riempie le case e le ville che abitano a Corfù di bestie e bestiacce, e mica è una bella cosa trovarsi dei serpenti in vasca da bagno affinchè si rianimino, ad esempio, o un gabbiano che mozzica manco una tigre sotto il tavolo, o  branchi di scarrafoni,  pipistrelli e gufi  e gechi addomesticati che svolazzano e si muovono in ogni angolino.

E’ un romanzo venato di quel tipico umorismo inglese che a me fa un po’ lattuginare le ginocchia, un romanzo dove brilla per intensità  la meraviglia per ogni aspetto della fauna e della flora, trattata di certo con maggiore rispetto e poeticità rispetto alla componente umana,  sia familiare che autoctona, a cominciare dal tuttofare Spiro e finendo ai contadini e pastori, ritratti nell’indolenza, nell’ignoranza e nella rozzoneria.

«Incidente?» disse Spiro beffardo. «Io mai ho incidente. No, era di nuovo i meteorismi».
«I meteorismi?» disse mamma un po' perplessa.
«Sì, io prendo sempre i meteorismi a quest'ora» disse Spiro con aria seccata.
«Non dovrebbe vedere un dottore, se ha questo fastidio?» suggerì mamma.
«Un dottore?» ripeté Spiro meravigliato. «Per che fare?».
«Be', i meteorismi possono dare molti disturbi, sa?» precisò mamma.
«Disturbi?».
«Sì, se uno li trascura».
Spiro si accigliò un momento, pensieroso.
«Io dico i meteorismi dell'aeronautica» disse infine.
«I meteorismi dell'aeronautica?».
«Sì. Li porto a casa, a quest'ora».
«Ma lei vuol dire i meteorologi dell'aeronautica!».
«Ma sì, è quello che io dico» proruppe Spiro indignato. “

Ecco. 

Certo che deve essere stato bello  trascorrere un’infanzia così, brada,  una full immersion nella natura senza tuttavia trascurare la cultura, perché  l’inglesino Gerry doveva essere  educato  dai precettori e insegnanti privati, non greci, ovviamente, quelli  potevano  ricoprire  il ruolo di pastori e contadini o tutt’al più domestici o servitori tuttofare  o funzionari doganali con scarse competenze. 
(Poveri greci, trattati con la sufficienza di chi si ritiene comunque al di sopra,  col piglio del colonizzatore verso i  popoli inferiori e incivili.)
Certo che deve essere stato bello cambiare casa solo perché una è troppo piccola per ospitare un esercito di amici, e servirsi dell’aiuto indefesso di chi ti trasporta le valigie e i servizi di cristallo (si buana, va bene buana). 
Però  questi sono solo pensieri a latere, piccoli sbuffi di personale insofferenza. 
Forse dovrei evitarli, dato che nel libro  lo sguardo vuole essere quello di un bambino che delle cose dei grandi non ne capisce un granchè, e neanche delle cose dei piccoli.
Di  altri bambini non c’è traccia.

Gerry  Durrel,  nei 5 anni che trascorse a Corfù, ebbe come  amici  insetti, cani, pesci e uccelli, e la sua vera casa fu il mare, il  cielo e la terra.

Le albe erano pallide e traslucide finché non sorgeva il sole, avvolto in un velo di foschia come il bozzolo di un gigantesco baco da seta, che spruzzava su tutta l'isola una delicata lanugine di polvere d'oro.”

Beato lui. 

martedì 22 aprile 2014

La città e i cani: spine.

Spina.
Quando era obbligatoria la leva, le matricole dette spine si dovevano stare, secondo la legge del “chi è più grande (in grado, o in esperienza)  è masto  e vatte”. 

Vargas Llosa, la città e i cani
Nel romanzo di Vargas  LLosa  i cani sono le spine, i cadetti del primo anno della scuola militare Leoncio Prado.  La città  è Lima, ambito sogno dei consegnati a cui è preclusa la libera uscita (e basta arrivare ultimi all’adunata), ma in modo più ampio la città -   o meglio gli ambienti sociali esterni alla scuola – è/sono l“altrove” da cui provengono e a cui ritornano i cadetti, una  variabile che incide in modo indelebile sul loro destino. 
Essere montanaro, ad esempio,  è già un discrimine, un marchio. 
L’altrove, e l’adolescenza, si perdono nelle ferree regole del collegio e nelle sue infrazioni.
Infrangere le regole  diventa un obbligo per i cadetti,  così come strafottersene delle regole della civile convivenza, per applicare quelle del branco, del machismo e del nonnismo. 

[ho pensato a latere ai fischi durante il giuramento, nel 2009, verso le donne ammesse per la prima volta alla Nunziatella: non perchè donne, ma in quanto il loro ingresso determinò la decisione di punire con rigidità gli atti "goliardici". 
E mi sono sempre chiesta quanto ci sia di "goliardico" nel fare una doccia d'acqua gelata a un poveraccio che dorme in branda, giusto per fare un esempio. 
Quanto sottile è il filo che separa  goliardia e nonnismo?)

Furti, violenze, sopraffazioni,  e soprattutto omertà:  il collegio militare è un vero inferno, soprattutto per chi è fatto di pasta buona.
Essere un grande bastardone  è un vantaggio stratosferico. 
Essere un timido, un riservato, un refrattario alla violenza e al codice omertoso  è uno svantaggio che si può  pagare  con la morte. 
Essere un poeta,  ma abbastanza sfaccimmuso  ed estroverso da piegare a proprio vantaggio la propria abilità può da un lato salvare, dall’altro porre in condizione di farsi troppe domande, e  di sentire, al fine, il peso gigante dell’ingiustizia.
Essere un militare troppo ligio alle regolamento che deve essere anch’esso piegato alle esigenze del prestigio e del decoro e dell’onore anche a svantaggio della giustizia, può causare infiniti danni, e i militari, è cosa nota,  in America Latina (e non solo) hanno fatto  il brutto e anche il cattivo tempo e ben ci tengono, fino a che possono,  a tenere nascosti dentro gli armadi tutti gli scheletri e i cadaveri.

Il romanzo di Vargas LLosa,  molto interessante anche dal punto di vista  stilistico, perché  si susseguono voci narranti diverse anche nella forma del discorso diretto libero, conferendo alla storia una poliedricità di prospettive, è da un lato una denuncia spietata della “mentalità militare” e della scuola che lui stesso fu costretto a frequentare su obbligo del padre, e dall’altro una dolente rappresentazione dell’adolescenza strappata,  un romanzo di formazione  dove solo i più forti, o i più furbi, o quelli che  riescono  a scendere  a compromessi,  possono sopravvivere uscendone quasi indenni. 

E passata la bufera, conquistato l'agognato diploma, meglio dimenticare, innamorate comprese.

"Come poteva avere una fiducia cieca nelle autorità, dopo ciò che era successo? Forse la cosa migliore sarebbe stata quella di comportarsi come facevano tutti. Senza dubbio, il capitano Garrido aveva ragione: i regolamenti devono essere interpretati razionalmente, bisogna pensare soprattutto alla propria sicurezza, al proprio avvenire."