martedì 6 agosto 2013

Della Provenza e oltre: il Verdon (1)

E’ una delle prime cose che Madame, una collega insegnante di lingua francese,  spiega ai ragazzini: i francesi sono nazionalisti, non usano parole straniere, ad esempio dicono  ordinateur, non computer.
(ma come si fa? persino in Burundi, eccheccazz) 

Effettivamente, fuori da Parigi e dalle grandi città, i francesi parlano quasi esclusivamente francese. 
In provincia però sono molto più gentili e cortesi che a Parigi e nelle grandi città, e dato che non spiaccicano non dico l’italiano, che non è spiaccicato manco dagli italiani, ma neanche un poco di inglese maccheronico,  sono  inclini a parlare con le mani e con i gesti (le orecchie del coniglio, le corna del toro).
E chi non parla francese fa altrettanto, si arrangia come può. 
Pollution de l'air. Levez les pieds.
Questa scritta lampeggiava su un cartellone luminoso sull’autostrada, a Menton, appena varcato il confine.
A me che  ne comprends pas le français,  sembrava volesse dire:
Lavate i  piedi (puzzoni) per non inquinare l’aria. 
Oppure, alzate in alto i piedi (puzzoni) e inquinate l’aria.
A proposito di puzzonerie, ancora non mi capacito sull’assenza del bidet. 
Bidet non è soltanto parola francese.  E’ un  figlio partorito e abbandonato.
(perdona loro che non sanno quello che hanno fatto!!)
Ma ci passo volentieri, sul bideicidio, e pure sul nazionalismo, perché in 10 giorni ho visto meraviglie. 

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola. 
E poiché da scrivere ci sta troppo, e pure troppo da ricordare, sperimenterò il resoconto di viaggio a puntate. 

Prima tappa/puntata:  gole del  Verdon e  Moustiers-Sainte-Marie e dintorni.


(si incazzeranno gli abitanti, dipartimento del Var, ad essere chiamati provenzali?)

Il lago di Sainte Croix e le montagne che ivi si specchiano sono un paradiso per  chi ha occhi e per gli amanti degli sport estremi: arrampicate a mani nude, arrampicate con il culo sulla bicicletta in pendenze al 75%, rafting, lanci e tuffi.
Per i mollicci come me, è un paradiso solo per gli occhi:  il massimo dell’estremo è una sfiancata in pedalò, a cui si deve necessariamente  aggiungere il rischio autoscontro (natantescontro?)
Di mollicci è pieno il fiume. 
Però mi aggrada che tutto sia libero, trovi da parcheggiare e ti fiondi sulla riva o sotto un albero, nessuno stabilimento balneare,  nessuna privatizzazione. 
Però dove mi sono fiondata io manco  nessun chioschetto per il beveraggiamento, mannaggia (è assolutamente necessario attrezzarsi , pena il rischio di tuffarsi e bere nelle fresche ma non proprio chiare acque del lago), solo le baracchelle presso le quali, previa lista da attesa (Comme tu t’appelle? Name, name. E poi, con il megafono: Cristine, Cristiiiine,  Luciò, Luciòòòòò!) è possibile affittare i pedalò le canoe i pneumatici da galleggio le tavole da windsurf e relative pagaie. 
(un’ora per il pedalò 15 euro, no scontrino, no carta di credito) 


A Moustiers-Sainte-Marie invece il parcheggio è un problema,  a meno di non voler conteggiare qualche altro chilometro in salita oltre la visita del paesello, tutto arroccato su una montagna, attraversato da fiumicello e cascatella. 
Graziosissimo, affollatissimo, turisticissimo. 
Occorrono poi polmoni d’acciaio e un clima clemente,  non certo i 35° e il sole a spaccapietre, per giungere alla trecentesca  Chapelle Notre-Dame de Beauvoir e al decantato sublime paesaggio che da li  si gode. 
La chiesetta e la stella dorata che congiunge due versanti della montagna li vedrò  da vicino la prossima volta. 
In autunno, o in  primavera , o quando  deciderò di smettere di fumare. 
[Mai. 
Occasione mezza persa.]

E tutto sommato, non val la pena  fermarsi a Les Salles sur Verdon.  
Di centri turistici spuntati  come funghi negli ultimi anni ce ne sono a bizzeffe in ogni dove.
Bauduen invece…
Mannaggia, solo di sfuggita! 
[occasione persa per intero]

(fine prima puntata)

lunedì 8 luglio 2013

Miss Charity



Miss Charity, la protagonista del romanzo –  ispirata da Beatrix Potter,  personaggio realmente esistito di cui non conoscevo nulla se non i suoi disegnini,  di Potter mi sovvenivano solo Harry  & Compagnia - è nata in un tempo sbagliato, quando era SCONVENIENTE per una ragazza, per dirla con le parole della signora madre, studiare le scienze (studiare in generale, tranne che il francese, il canto, il pianoforte), andare ai balli se non per trovare marito, sposare un uomo che lavora per vivere  e soprattutto  lavorare per vivere. 

La respectability di età vittoriana.


Tuttavia, prima ancora che lo auspicasse Virginia Woolf,  Charity riesce ad avere  una stanza tutta per sé.
Da bambina era la nursey, che condivideva con bestie e bestioline , non solo coniglietti e anatre. 
Zoccole.
Topi e ricci (le  mancavano solo gli scarrafoni) per riempire la solitudine 
“E poi ripenso a voi, Signora Passettini, a voi che avete salvato quella bambina dalla follia, perché con i vostri occhi come chicchi di caffè, i vostri baffi sfrontati e il calore del vostro corpo, eravate semplicemente la vita, la Vita.”
Amici che animerà con gli  acquerelli e che grazie alla doppia  regola delle tre S – “Sterline, scellini, soldi” e “… Studio, Saggezza e Sacrificio. Lo studio e l’applicazione svolti con la saggezza dell’esperienza e che poggiano sul paziente sacrificio del lavoro.”  -  la renderanno, forse, indipendente e  libera. 


Di Marie-Aude Murail avevo già letto due libri deliziosi, immediatamente infilati nella lista letture dei miei ragazzini.
Ha una mano lieve e ironica, la Murail. 
Charity, la voce narrante, è un personaggio intenso e affascinante  e anche il modo in cui racconta, intessendo  il ricordo in prima persona con “stralci liberi” di conversazione, quasi come in un copione teatrale, è vivido e accattivante.
Così:
“Da diversi anni, e forse da quando ero nata, mamma si aspettava di vedermi finire zitella. La notizia del mio matrimonio l’avrebbe certamente sconvolta. Decisi di procedere per tappe, all’ora di cena. 

IO
Sarete sicuramente felici di sapere che ho ricevuto una proposta di matrimonio, oggi.

MAMMA, totalmente incredula
Ma sentiamo!

Per l’effetto della sorpresa, papà aveva appoggiato le posate. 

IO
Forse desiderate conoscere il nome dell’imprudente che aspira alla mia mano?

PAPA’
In effetti.

IO
Si tratta di Mr Marshall King
[…]

IO 
Non è un librario, mamma, è qualcuno che pubblica libri.

MAMMA
E che li vende! E’ qualcuno che si guadagna da vivere vendendo i libri! Albert, dite qualcosa!

PAPA’ 
Credo che facciate confusione tra libraio e editore.

MAMMA
Uno o l’altro, è comunque uno che si guadagna da vivere.

Ebbe un brivido

MAMMA
Sento che sto per svenire. Chiamate Gladys. "


La Murail riesce perfettamente nell’intento di reinterpretare  una certa letteratura   “al femminile”, come è esplicitato nell’aletta di copertina -  “Un omaggio a Jane Austen, un romanzo per ragazze di ogni età” -  attraverso  la  figura forte e fragile di Charity,  capace di travestirsi da uomo ed entrare in una fumeria di oppio ma anche di sospiranti svenimenti,  e attraverso tanti altri  interessanti personaggi (Tabitha la folle, Ulrich e Mr Ashely, il cuginato) agenti su un  tessuto sociale e culturale di notevole concretezza, pur se abitato da pindarismi – far convergere nella vita di Charity  sia Bernard Shaw che Oscar Wilde, ad esempio.


“Noi abbiamo, in quanto editori per la gioventù, una missione sacra, Miss Tiddler. Perché i nostri libri devono sì sedurre i nostri piccoli lettori, ma per meglio preparare i loro animi al Bello, al Buono,  al Bene.”
Nonostante non siano categorie universali,  ma dettate dalla cultura e dalla società, mi sembra che anche il libro della Murail  risponda alla regola delle tre B.

Tuttavia. 
Non mi piacciono i “libri per ragazze”,  ne  scoraggio la lettura in ogni modo. 
Non  credo di inserire Miss Charity  nella lista di libri consigliati ai miei alunni, come ho fatto per  Oh, boy e Mio fratello Simple, perché  non immagino nessuno dei miei ragazzini leggerlo con piacere.
(Già lo vedo,  Pasquale il lettore, a sbuffonchiare e borbottare)

Ma le contraddizioni sono la linfa dell’animo umano, e  non posso negare  che alla ragazza della mia età che sono io,  sia  piaciuto parecchio.
(lo suggerirò in via informale solo alle femmine)

sabato 6 luglio 2013

I hate shopping

Detesto lo shopping. 
Lo detesto in tempi di pace ma soprattutto in tempi di guerra, in tempi di saldi.
Che poi, tra le miliardate di offerte promozionali, di sconti straordinari e generici o abituali e ad personam, il saldo che è?
Allodole, allodole. 
Tranne per i  negozi  a cui non posso accostare né prima né dopo – una magliettina  passa da euro 260 a euro 210,  da briscole a bruscoline, sticazzi che differenza! – ho sempre l’impressione di veder spuntare i rimasugli dal cascione.

Detesto lo shopping. 
Misurare, provare, indossare: depressione. 
Sono impietosi, i camerini, con le luci sparate e gli specchi che  rivelano ogni grammo di cellulite, che esplorano l’intera grafia venosa, che evidenziano in triplice prospettiva il peso della gravità. 
E magari  pure ti capita il culo di adocchiare, tra tanti capi demodè o difettati,  un vestitino caruccio, uh, che delizia. 
Lo è soltanto appeso alla gruccetta però,  dato che la prova camerino dimostra che non è tutto oro quello che luccica. 
Insomma, meglio dir così che immaginare quanto sarebbe bello esser secca secca, un’esperienza possibile tanto quanto essere maschio. 

Detesto lo shopping. 
Adoro il mio rassicurante armadio di paperino. 

venerdì 28 giugno 2013

Calvino e Ponge: i maestri, le cose, le parole

"Chi arrivava a interessarsi a un libro diventava automaticamente schiavo della lettura. Un libro ti rimandava ad un altro libro, un autore a un altro autore, perchè, al contrario di quel che si suol dire, i libri non risolvevano i problemi ma ne creavano, di modo che la curiosità del lettore restasse sempre insoddisfatta. "

Signora in rosso su fondo grigio  -  Miguel Delibes


E così andò a finire che da Calvino, mon amour, approdai a Ponge. 

Scriveva Calvino nelle “Lezioni americane” : 

“Ponge per me è un maestro senza eguali perché i brevi testi de Le parti pris des choses e delle altre raccolte che proseguono in quella direzione, parlino essi della crevette o del galet o del savon, rappresentano il miglior esempio d’una battaglia col linguaggio per farlo diventare il linguaggio delle cose, che parte dalle cose e torna a noi carico di tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose. Intenzione dichiarata di Francis Ponge è stata quella di comporre attraverso i suoi brevi testi e le loro elaborate varianti un nuovo De rerum natura; io credo che possiamo riconoscere in lui il Lucrezio del nostro tempo, che ricostruisce la fisicità del mondo attraverso l’impalpabile pulviscolo delle parole.”


Chi cacchio l’aveva mai sentito nominare,  Ponge.
[pongo la plastina,  pingu il pinguino di plastilina, s-ponge-bob la spugnettina, un florilegio di associazioni mentali indebite]
Persino santawikipedia, del maestro, del Lucrezio dei nostri tempi, riporta poche scarne notizie.
Eppure Calvino con Ponge ci aveva  proprio la fissa, tale da  parlarne  anche in Perché leggere i classici.

Dovevo verificare, dovevo sapere, dovevo scoprire. 
Ho verificato, ho sperimentato, ho scoperto.
Ho letto Il partito preso delle cose. 
(veramente mi è venuto il prenillo di rileggerne qualche passo, e dunque)
Scrivevo, la prima volta, che Ponge effettivamente ricostruisce la fisicità del mondo attraverso le parole.
Ne descrive la  materialità, la fisicità  in una prospettiva che esclude il dato sentimentale, affettivo, filosofico, concettuale, per concentrarsi sulla "essenza" delle cose,  inducendo l’osservatore, ovvero il  lettore-soggetto pensante, a restare sospeso e messo a parte di fronte alla "evidenza" ontologica degli oggetti descritti. 
Le descrizioni danno a forme note - acqua, candela, una giovane madre,  pane, ma anche  pietre e “ciottoli”, materia inorganica per eccellenza -  una sorta di "vitalismo" anomalo, surreale, forme vitali inserite nel grande circuito del divenire universale. 
Ponge  tenta di fondare una  sorta di "neo-naturalismo materialista" che invita a "riproporzionare" l'umanità, e il poemetto "Appunti per una conchiglia" ne è il manifesto (ed uno dei segmenti più riusciti). 
Il titolo originario del libro è "Parti pris des choses, compte tenu des mots". 
Non si può fare a meno di "descrivere" senza tener conto del linguaggio, delle parole. 

Pensiero a latere numero uno. 
Azz, i maestri (Calvino incluso).
Stima e rispetto, ma anche distacco: non esistono vestiti che vadano bene per tutte le stagioni. 

Pensiero a latere numero due.
A volte le parole non bastano, non servono, non possono dire.
Diventano pura e vuota retorica. 
Sarebbe meglio dosare le parole  con il contagocce, preferire  l’ascolto e lo sguardo silenzioso. 

E comunque. 
Riporto alcune "descrizioni" tratte dal libro  di Ponge, caso mai la curiosità…




La candela 
La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.
La sua foglia d’ora si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite bella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.

Gli alberi si disfano 
all’interno di una sfera 
di nebbia 
Nella nebbia che circonda gli alberi, le foglie sono loro sottratte e queste, sconcertate da una lenta ossidazione, e mortificate dal ritirarsi della linfa a vantaggio di fiori e frutti, fin dalle grandi calure di agosto già erano meno attaccate ad essi.  Nella scorza si scavano canaletti verticali attraverso cui l’umidità del suolo è portata a disinteressarsi alle parti vive del tronco. I fiori sono dispersi, i frutti vengono deposti. Dalla più tenera età, rassegnare qualità vive e parte dei loro corpi è diventato per gli alberi un esercizio familiare.

Il pane
La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

Il ciclo delle stagioni
Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno, gli alberi all’improvviso si lusingano dell’essere ingannati. Non ce la fanno più: lasciano andare le parole, un flusso, un vomito di verde. Cercano di raggiungere un infogliamento completo di parole. Tanto peggio! Tutto si metterà in ordine come potrà! Ma, in realtà, si mette in ordine! Nessuna libertà nell’infogliarsi… Lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi, lanciano gambi per appendervi ancora parole; i nostri tronchi, pensano, ci stanno per assumersi tutto. Cercando di nascondersi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dire tutto, poter ricoprire il mondo interno con parole variegate: non dicono altro che “gli alberi”: neanche capaci di trattenere gli uccelli che se ne volano via, mentre essi si rallegravano di aver prodotto fiori così strani. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi, e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a se stesse, simmetricamente sospese! Tenta, ancora una foglia! – La stessa! Ancora un’altra! La stessa! Niente insomma che possa fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi di alberi”. Una nuova stanchezza, un nuovo capovolgimento morale. “Lasciamo che tutto ingiallisca, e cada. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’AUTUNNO”.

Il pezzo di carne
Ogni pezzo di carne è una specie di fabbrica, mulini e frantoi per il sangue.
Tubature, altiforni, vasche vi coabitano con i magli, con i cuscini di grasso.
Il vapore vi sorge, bollente. Fuochi cupi o chiari avvampano.
Ruscelli a cielo aperto trascinano scorie con il fiele.
E tutto ciò si raffredda lentamente verso la notte, verso la morte.
Avvengono subito, se non la ruggine, per lo meno altre reazioni chimiche, che emanano odori pestilenziali.

venerdì 14 giugno 2013

Gli esami non finiscono mai...

Il leitmotiv ricorrente nei corridoi, nelle aule, nel giardino e nella sala professori è “ma che la facciamo a fare questa presa in giro, è meglio che lo tolgano di mezzo, come alle elementari”.
Non è solo questione di abboffamiento da scartoffie, o di marcata  indisponibilità o incapacità a far da prestigiatori coi numerielli, ora che i giudizi sono stati sostituiti esclusivamente dai voti - non è cosa bella ammettere all’esame con una media e licenziare con una più bassa, non ammettere chi ti ha fatto schiattare in cuorpo tre anni? meglio levarsele da torno,  dopo  che abbiamo ammesso non  possiamo bocciare all’esame, che figura facciamo.

La presa di coscienza di un dato di fatto.
(una strunzata, ma che non si sappia in giro.)

Non avrebbero dovuto toglierlo neanche alle elementari: l’esame è (era) un  rito di passaggio.

Poi  capita, che tra tanti rodimenti di fegato,  Vincenzo, l’allampanato, il riluttante, lo strafottente, il ritardatario perenne al mattino perché il bar ha fatto tardi a cacciare la pizzetta , Vincenzo che nei compiti in classe al massimo  scriveva cinque righe striminzite e sgrammaticate, pressoreeeeeè, mi sfàsterio, ammesso all’esame – lui e tanti altri, come dice un collega, per santa intercessione della madonna del carmine –  sta lì seduto concentrato per tre ore di seguito, e scrive e scrive, tanto che  non credi a tuoi occhi.
Lo leggi, il compito di Vincenzo, che dentro le parole ci mette le paure e i ricordi, le ingenuità della sua età, e l’impegno e lo sforzo di utilizzare una lingua così diversa da quella parlata, e ti commuovi, e il sette/dieci che scrivi a caratteri quasi cubitali sulla facciata (maledetti indicatori!) vale più di un 10 e lode, e non puoi fare a meno di lasciare l’aula delle correzioni e andare in quella d’esame,  nella pausa tra le prove di lingue straniere, e abbracciarlo, bravo Vincenzo, e speri che faccia il bis, il ter, il quater, che non dimentichi gli elogi così plateali, così fuori luogo.

Che me ne fotte, del fuori luogo.

Nonostante gli esami, oggi sono stata felice. 

domenica 9 giugno 2013

Contr-azioni

Stamattina ho visto un video.
Questo.



Due minuti, una misura ideale per la mia capacità di applicazione e di attenzione. 
Non mi interessano le questioni di lana caprina, quanti Ammmericani e quanto Novecento, e quante arraffazzonature.
(sul Novecento è indiscutibile che in pochissimi anni ci sono stati cambiamenti che hanno modificato radicalmente la faccia del pianeta e  il modo di vivere dei suoi abitanti. 
Internet dove mancano pure le fogne e i cessi, insomma). 

In quale periodo storico ti sarebbe piaciuto vivere, mi ha chiesto una volta.
Adesso. In questo periodo. 
Dubito che sarei potuta essere Cleopatra, o una zarina, o Vittoria Colonna, in un altro periodo storico. 
Sarei stata una serva della gleba, una schiava, una contadina, un’operaia delle filande, marò. 
Meglio mò.  
Anzi, mi sarebbe piaciuto essere una nativa digitale, sarei voluta nascere un ventennio e più dopo, che figata, sarei ancora una pulzelletta.

Ho pensato a quanti mattoni ci sono dietro ognuna delle nostre più fesse abitudini, alzarsi dal letto (il letto), scendere o salire le scale, lavarsi i denti con lo spazzolino, prendere l’autobus, andare a fare la spesa – comprare l’ananas  e il mango anche in Scandinavia – telefonare per avvisare che si è in ritardo, e anche ammesso che si  voglia andare a vivere nel faro, chi non si  porterebbe  l’impermeabile con cappuccio in tela cerata per ripararsi dal vento, la tachipirina per il mal di capa?
E puta caso si voglia   rinunciare alle medicine chimiche,   le pasticchette omeopatiche,  se non le avesse preparate qualcun altro, in quanti sarebbero  capaci di prepararsele  da soli?
(all’eliminazione del dolore non rinuncio manco morta)

Non potremo mai più tornare indietro.
(la decrescita felice di sti cazzi, è proprio un’utopia di quelle con la U)

Mi ha attraversato una stranissima  duplice ossimorica sensazione: onnipotenza e impotenza. 
Onnipotente e impotente come chi si trova in cima alla scala che altri, piegando le schiena e facendo da gradino, uno sull’altro, hanno preparato affinchè potesse salirvici sopra, a guardare le stelle in avanti e il baratro alle spalle, o anche  le stelle alle spalle e il baratro in avanti.
Non mi sono guadagnata niente di quello che ho. 
Né lo spazzolino, né l’impermeabile, né la tachipirina per il mal di capa.
Se da un lato posso dominare con uno sguardo il passato - dominarlo - il futuro non  riesco  a immaginarlo, anzi, non posso che immaginarlo catastrofico.
E comunque,  qualunque cosa io faccia non potrà cambiare di un decimo di micron una beata minchia. 
Sentirmi un granello di sabbia già sarebbe qualcosa. 
E invece, dominatrice del passato,  manco quello.


mercoledì 29 maggio 2013

Chiacchiere da bar

Ho un debito, con Stefano Benni. 
Mi ha garantito la sopravvivenza in molte ore di sostituzione. 
Ero al mare, non troppi anni fa, quando lessi il suo primo libro di racconti, Bar sport 2000
So benissimo che i benniani (bennisti?) della prima ora ritengono insuperabile il primo Bar sport,  quello della Luisona, che non so chi sia, ma è diventata mitica anche solo come significante. 
Errata corrige.
Proprio mò, in contemporanea alla scribacchiazione del tributo al Benni d’annata (che ancora rosico per Le beatrici, insomma, un tanto a parola, mi è sembrata una raccolta fatta per batter cassa), per curiosità e sempre grazie a santaWikipedia ho scoperto che la Luisona non è, come immaginavo, la proprietaria tettona del bar, bensì la decana delle paste da vetrina. 
(mi si è spoetizzata l’immaginazione)
Vabbuò.
Insomma,  ho cominciato dal mezzo,  e in quel mezzo del Bar sport 2000 c’è un racconto, Sigismondo e Vittorina, grazie al quale dal settembre successivo ho amabilmente intrattenuto platee di mucchette e vitellini coriacei e resistenti all’attenzione, certo, facendo le vocine e lanciandomi persino nel canto di pensiero stupendo (forse l’istupidimento da esso derivato ha potuto più delle parole, mah, mistero), creando la giusta suspense per sparare i sette finali diversi, 
anche se censurando talvolta quello dello stupro, per evitare inconsulte ovazioni.

Da quell’estate in cui ho scoperto Stefano Benni, non sono più riuscita a non associarlo all’utilizzazione didattica. 
Naturalmente ne ho sempre tratto anche personale godimento, sensazione di rilassatezza, sorrisino e  anche qualche oooh  di fresca meraviglia (forse non tanto con Achille piè veloce), e tuttavia  ad ogni libro acquistato  il primo pensiero  è sempre vediamo se trovo qualcosa che mi possa servire per

Ne “Il Bar sotto il Mare” ce ne sono un montone, di spunti per.
Da settembre  farò man bassa. 
A me già ha intrigato  la copertina, un improbabile ammescafrancesco di personaggi,  e sono loro - visibili e invisibili -  che raccontano, “perché chiunque entra nel bar sotto il mare deve raccontare una storia”.
Compresa la pulce del cane. 
(compresi voi, cari mucchette e vitellini, facciamo che dobbiamo inventarne una con un mangiatore di fuoco, un clown innamorato, una donna cannone)
L’eterogeneità dei personaggi si riflette nella varietà delle storie: Benni utilizza  le strutture narratologiche dei generi letterari più disparati, dalla fantascienza al mistero, dal giallo al romanzone d’ammore (quello russo poi, gote infiammate e cuori in palpitazione), dall’epistola al mito e alla fiaba, tutti trattati con la cifra bulimicamente ironica e agrodolce che gli è propria.
Ce n’è qualcuno un poco così cosi, ma alcuni mi sono piaciuti proprio tanto: il cattivissimo La chitarra magica, il saporitissimo Il più grande cuoco del mondo, e poi la splendida sfida di insulti, rutti e vino e salsicce  tra i sompazziani doc Achille e Ettore per il possesso di una bicicletta, e la chicca, il Verme Disicio, che qui riporto.

“Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”. Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico. Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba del solo verbo “elìcere". Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d’uso e i pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno. Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocòpio; succhia la “e” finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell’Ottocento ne esistevano, milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta. Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio. Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.” 


domenica 5 maggio 2013

...che ne è del resto?

In principio fu una domanda.

“Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto? “
Sparata a bruciapelo, che ne pensi? 
E che ne pensavo. 
Spreco, niente -  risposi.
In realtà pensavo che la domanda fosse una strunzata . 
Si vive di fatto, non in potenza. 
Il resto sono solo pensieri. 
(non sono filosofa e certe volte ne farei volentieri a meno, dei pensieri.)

La domanda è una delle millanta che sono racchiuse nel libro “Treno di notte per Lisbona”. 
In genere non leggo mai un libro poco prima di averne letto commenti, giudizi, recensioni. 
Temo i condizionamenti. 
Vabbuò che mi basta poco per scordarmeli. 
Dopo una settimana già si  è definita una tabula rasa e quello che resta è la vaga sensazione che  mi piacerebbe o non mi piacerebbe leggere il tale libro. 
(dopo 15 giorni scompare anche quella)

Del libro da cui  aveva tratto la domanda mi  ha detto peste e corna, e poi  mi ha passato il pdf. 
“non devi mica ciucciartelo tutto, magari solo qualche paginetta per farti un' idea.
capace pure che ti piace, eh!, e che quello privo di zenzibbbilità narrativa so' io.”
Bel regalo, grazie, infinitamente grata.
Fossi capace di abbandonare un libro, mi resta sempre lo scrupolo di coscienza.
(ah, non sempre è facile esercitare i proprio diritti, Monsieur Pennac)
E allora, dopo averlo letto, * servendomi  da pagina 90  della lettura veloce (leggi un rigo e ne salti nove, senza perderti assolutamente niente), e avendolo trovato di una pretestuosità  abnorme, mi chiedo:
Sarò mai stata condizionata dal suo giudizio? Avrò fatto  bene a compensare la sua valutazione con un'abboffata di commenti entusiastici e mielosissimi? In che modo riusciamo a discernere  il buono dal cattivo,  in maniera  istintiva o perché non siamo altro che  sostenitori di miscugli di pregiudizi preconfezionati  a cui aderiamo per convenzione, per simpatia, per imposizione? Esiste il libero arbitrio? E il giudizio incondizionato?

Vabbuò.  E’ meglio se me ne vado a fare una passeggiata. 
No, una ruzzliata.  
No, una telefonata a quell’amica  che mi introna la capa di chiacchiere e mi libera dalle mie. 




* il commento qui.
http://poostiiilleee.blogspot.it/search/label/Treno%20di%20notte%20per%20Lisbona

mercoledì 1 maggio 2013

Rughe e altri accidenti


“… e dissi faticosamente: Avevamo sognato di invecchiare insieme. Qualcosa lo irritò; mi gettò addosso il suo pesante sguardo di miope con palese arroganza: Scordatelo, disse. Le donne come Ana non hanno il diritto di invecchiare. “

Miguel Delibes - Signora in rosso su fondo grigio.


Ana è la  Signora in rosso su fondo grigio.
Una donna sottile e slanciata, una caterva di figli e non un filino di ciccia o una smagliatura, bella e tosta, a 48 anni, come una ragazzina.
La malattia le avrebbe lasciato segni: paralisi del volto, ma sempre meglio di un chilo in più.
Ma un imprevisto, dopo l’intervento chirurgico, le risparmia il sacrificio di invecchiare.

Quando ero piccola, le mamme avevano l’aspetto di mamme.
Forse prima c’era un discrimine nell’abbigliamento, nelle pose, negli atteggiamenti, tra mamme e figlie:  capitava rarissimamente di pensare che  potessero essere sorelle, eppure spesso la differenza reale di età non era tanto marcata.
La signora V. abitava nel mio palazzo.
Lei era diversa dalle altre mamme: i capelli platinati lunghissimi, lisci lisci e fluenti, i tacchi  altissimi, il trucco da bambulella.
Sembrava la fidanzata di suo figlio.
L’ho rivista dopo molti anni tre volte,  anche se non è andata ad abitare lontano, solo qualche palazzo più un là: la prima volta mi venne un pànteco, quando si girò.
Di dietro era sempre la stessa,  una ragazzina sculettante.
Ma il viso infilato nella tenda dorata dei capelli rivelava una ragnatela di rughe e di macchie e il trucco si spargeva in modo grottesco negli avvallamenti cutanei, formando grumi.
La rividi dopo non molto tempo, forse un paio di anni. Aveva le stampelle, e scarpette da ginnastica.
Pensai ad un incidente.
L’ultima volta l'ho vista un mesetto fa. Lei aveva sempre i capelli biondissimi,  un vestitino rosa e le scarpe con il tacco.
Il marito stava tentando di spostarla dalla sedia a rotelle al sedile dell’auto, tenendola in braccio, con fatica, mentre lei agitava le mani nervosamente, le gambe inerti come stecchette di una marionetta.
Ricordo di aver provato una grandissima pena,  forse più che per lei o per suo marito, per me  stessa e per i miei pensieri molesti.

Il diritto di invecchiare dovrebbe essere concesso a tutti.
Bisognerebbe però anche godere del diritto di imparare il piacere di invecchiare.
E’ più difficile adesso, in un tempo che ci vuole tutti  belli giovani e pimpanti, anche ad 80 anni.




domenica 21 aprile 2013

Neanche una bugia


Clelia Marchi,  in un italiano sgrammaticato e approssimativo, che cede spesso il passo al dialetto, alla lingua parlata e pensata, lascia una traccia di sé, della sua vita, della sua storia e della storia collettiva e contadina su 15 chili di carte ignorate e su un lenzuolo che  è in mostra nell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. 
Il libro è la trascrizione tipografica delle righe scritte sul lenzuolo, numerate così come lo sono sul tessuto.

Quando la pausa dalla fatica contadina e un discreto benessere economico erano giunti  a pacificare un’esistenza di stenti, alla vigilia dei 50 anni di matrimonio, un incidente le aveva portato via il marito.
Gnanca na busia
Da quel momento, nelle notti insonni, aveva cominciato a scrivere.
“Quasi mi viene l’idea di dire: sarà stata la mia tristezza che m’à dato là forza di scrivere tante cose senza essere stanca anche che scrivo male! Un qual cosa c’è che mi aiuta stare sul sentiero…”
Sono memorie stropicciate e semplici, testimonianza di un tempo  in cui i bambini per scaldare i piedi gelati li mettevano  nella cacca appena sfornata dalle mucche nella stalla, un tempo in cui si veniva  bastonati dai padroni delle terre per aver preso un grappolo d’uva dalla pianta.
[lavorare la terra come bestie e non poter godere neanche di un frutto]

E’ un  tessuto fitto di pianto antico sulla fatica e sul dolore del vivere, e qui e là affiora il  rimbrotto  -  [sento la voce della nonna mia] -  per la leggerezza dei nostri tempi: 

“Tornando in dietro un passo ma cose questo andamento di vita, vogliono divertirsi niente figli sarebbe comoda la vita; ma volere abbordire per me: è come uccidere una persona, ma se tu ai un bambino di .2. anni… che ti dicono di ucciderlo diventeresti matta!!! per me cè lò stesso valore: è sempre un essere umano che sta fiorendo, perchè strapparlo così: è sempre tuo figlio come quello di .2. anni: non fatelo mamme, direte ma sai che i figli sono sacrifici!!”

Io lo capisco il bisogno della siora Clelia. 
E’ un bisogno, mi verrebbe da dire,  istintivo.
[come riempire  quindici chili di carte, o scrivere su un muro  “Pinco Pallino è stato qui”]
Scrive la siora Clelia: 
“chi legge questo libro penso che non sia da scordare come buttare un paio di scarpe vecchie ne bidone delle mondizzie, chi leggeranno queste scritte si possono rendere conto come era la vita di certe persone;”
E la sua, naturalmente, e quella di suo marito Anteo.

Non tutti i diari vengono pubblicati, non tutte le iscrizioni sui muri vengono staccate e messe nei musei e negli archivi. 
Una vita sul lenzuolo sì, e a pieno diritto, per la sua stessa originale natura. 
Sulla carta stampata non fa però lo stesso effetto. 


http://youtu.be/TKuu_IrOd6Q



martedì 16 aprile 2013

Dominicanis


Pensavo agli “esotismi”. 
Qualche mese fa  su Google maps  ho girato in lungo e in largo attorno a Timbuctù, che città straordinaria, nel mio immaginario.
Il lontano, il mille e una notte, arrivare fino a Timbuctù, come andare sulla luna stando sulla terra.
La guerra l’ha riportata  dove di fatto è. 
Nel nulla.
Un agglomerato di catapecchie e polvere e miseria, e qualche straordinaria moschea o casa di fango che resiste alla sabbia del deserto. 
(e  che deserto, mica le dune morbide su cui ondeggiano i cammelli)


Il nome Santo Domingo l’ho sempre associato al mare con le palme - i Caraibi dalle acquecristalline e le spiagge bianchissime dei depliant delle agenzie di viaggio - e ai racconti della figlia della signora Giuseppina che lì ha passato il viaggio di nozze – il primo , e forse il solo che farà mai, viaggio in aereo della sua vita, ore di terrore purissimo.
Santo Domingo non è un atollo caraibico ma la capitale della Repubblica Domenicana, mezza isola di Hispaniola.
L’isola di Hispaniola è divisa tra Repubblica Domenicana  (palme e mare, dicono le immagini, digitando  su un qualunque motore di ricerca) e Haiti (miseria e povertà, dicono le immagini, digitando su un qualunque motore di ricerca).
Le palme e il mare  s’impongono  sulle conoscenze oggettive.
Colpa di Trujillo?
Ecco, anche Trujllo. Mica il nome risuona come, che so, Pinochet. 

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz, fa luce  su cosa fu la dittatura di Trujillo e su quali sono i codici culturali nella Repubblica Domenicana, in modo non convenzionale,  attraverso il racconto di vite (e leggende)  stra-ordinarie, e con un linguaggio agile, brioso, colorito e venato da parole ed espressioni  spagnolo-domenicane e gergo da nerd.
(i glossari in appendice sono  insufficienti, mannaggia)
 El Jefe domina sullo sfondo, assieme al Fukù, alle superstizioni, alla preghiera  e alla voglia di ribellione e di vita.
Il libro non narra solo della vita di Oscar,  che davvero è breve e favolosa, ma anche di quella di sua madre Beli (vita più lunga ma non meno favolosa), di sua sorella Lola,  della testardaggine e dell’amorevolezza dell’abuela, delle sciagure di tutta la famiglia Cabral.
Sono storie saldamente ancorate alla realtà, eppure in qualche modo trascendenti nella leggenda.
“Guardate la bambina, la bella muchachita: la figlia di Lola. Scura e veloce come il lampo: una jurona, come dice la sua bisnonna, La Inca. Avrebbe potuto essere  mia figlia, se fossi stato più intelligente, se fossi stato… Non per questo è meno preziosa. Si arrampica sugli alberi, strofina il sedere contro gli stipiti delle porte, si esercita con le malapalabras quando crede che nessuno l’ascolti. Parla spagnolo e inglese.
Non è Capita Marvel né Billy Baston: è il fulmine. 
Una bambina felice, per quanto possibile. Felice!
Ma al collo porta tre azabaches: quello che Oscar portava da piccolo, quello che Lola portava da piccola, quello che La Inca regalò a Beli quando le offrì Asilo. La potente magia degli anziani. Tre barriere contro l’occhio. Sostenute da un piedistallo di preghiera alto diecimila metri.”

Wao, come Lola e il suo ex fidanzato,  le voci che raccontano la storia,  sono  nati negli USA, ma come lo zappatore non si scorda la mamma, un dominicano anche di seconda  o di terza generazione  non dimentica di essere tale, e difficilmente riesce a staccare il cordone con un paese che più che un’area geografica è un modo di sentire, di essere. 
 (il corpo, l’ammore)
“Ogni estate, Santo Domingo mette la retromarcia alla macchina della Diaspora, strappandole il maggior numero di figli espulsi.”

Il fatto che Oscar sia un domenicano sui generis,  un super nerd  fissato con la fantascienza, che  non cucca, non  ha il fisicaccio mostruoso,  poco importa. 
(anzi sì,  importa a lui, povero tenero Oscar)
Ha la stessa inestirpabile voglia di vivere e di amare di sua madre,  dei suoi avi. 
E si trascina dietro la stessa maledizione, amare per vivere, fino alle estreme conseguenze. 

“Salve, Cane di Dio, mi salutò quando arrivai a Demarest. 
Ci misi una settimana a capire cosa cazzo volesse dire. 
Dio. Domini. Cane. Canis.
Salve, Dominicanis.”

E dunque. 
Il libro è bello e mò la Repubblica Domenicana, la vorrei visitare al di là delle palme e del mare e degli esseri umani che sono i più bonazzi del mondo,  anche  per  qualcuna delle cose che Oscar vede e fa: 
“”… dopo essersi abituato al clima torrido, alla sorpresa di svegliarsi al canto del gallo (…) , dopo essere stato in una cinquantina di locali dove, visto che non sapeva ballare né la salsa, né il merengue, né la bachata, era rimasto a bere President (…), dopo essersi più o meno abituato al surreale turbinio della vita nella Capital – le guaguas, gli sbirri, la povertà sconvolgente, i  Dunkin’ donuts, i mendicanti, gli haitiani che vendevano noccioline tostate agli incroci, la povertà sconvolgente, turisti stronzi  che occupavano tutte le spiagge, (…) le passeggiate pomeridiane sul Conde, la povertà sconvolgente, il groviglio di stradine e baracche di zinco arrugginite dei barrios populares, le folle di negri fra cui ogni giorno doveva aprirsi un varco e che lo investiva se rimaneva fermo, i sorveglianti pelle e ossa con i fucili sgangherati  davanti ai negozi, la musica, le battute sconce che sentiva per strada, la povertà sconvolgente, rimanere schiacciato nell’angolo di un concho sotto il peso di altri quattro clienti, la musica, le nuove gallerie scavate nella terra ricca di bauxite, i cartelli che vietavano l’accesso nelle suddette gallerie ai carri trainati da asini….. “

domenica 7 aprile 2013

Al Fusaro


La casina Vanvitelliana sta sul  lago del Fusaro.  
E’ una bomboniera, e le foto vabbuò, rendono l’idea ma mica tanto.
Entrarci è stato bello. 
Naturalmente, di ciò che c’era in origine all’interno non ci sta quasi niente più, fatta eccezione per  il camino,  per un grande tavolo tondo e per un affresco sul soffitto di una sala al primo piano. 
Manco il pavimento è più l’originale: le maioliche dipinte sono state sostituite con  piastrelle che ne imitano i colori e i disegni (i frammenti rimasti sono in una vetrina).
Manco il lago Fusaro, of course,  è come in origine. 
Immaginare la struttura come un casino di caccia, un punto fermo da dove sparare alle folaghe,  in mezzo al verde e al verde, e all’azzurro e all’azzurro,  l’è dura.
Però che profumo  di salsedine, sulla terrazza.
Però, se si esclude parte dello sguardo, restano le strisce del mare e del cielo, in fondo. 
(mi sento un Borbone in vacanza, in un guizzo)

A tenere aperta e visitabile la casina ci pensano dei volontari, pensionati del luogo.
Il signor Giuseppe  - ha il cartellino con il nome appuntato alla giacca – ci pedina. 
Non lo fa – voglio sperare – perché abbiamo l’aspetto dei vandali  o dei distruttori di reliquie. 
Lo fa – sono sicura – perché vuole parlare. 
Giuseppe è un bell’anziano. Fisico asciutto, capelli bianchi curatissimi, sguardo azzurro tagliente, la ragnatela di rughe che non sfigura la fisionomia. 
(Paul Newman.  Deve aver arruvutato parecchio, in un passato neanche troppo lontano,  il signor Giuseppe)
“La conoscete la storia della casina?”
Vabbuò, sì, ma  facciamo finta di no. 
“Io la conosco perché l’ho vista costruire.”
[Azz, highlander è vivo e lotta con noi!]
Ci dice due parole su Vanvitelli e sui Borboni,  sulla  fortuna della casina come location per film e telefilm. 
“I ragazzini di qua la chiamano la casa di Pinocchio. Questa è la casa della fata di Pinocchio dello sceneggiato  che fecero in tv.” 
[Non è vero. La notizia, falsa,  è falsamente riportata anche su Wikipedia.  La casa della fata Lollobrigida non è la casina Vanvitelliana. L'avrebbero dovuta truccare troppo.  La casina, dico]
Poi mette la quinta. 
“Negli anni ’70 qua era tutto chiuso, c’era il guardiano e non faceva entrare nessuno. Allora abbiamo sfondato i cancelli e abbiamo aperto la casa. Il guardiano diceva che doveva guardare, e faceva come se fosse robba sua. 
A casa  ho 3 fucili e il porto d’armi, qua siamo tutti cacciatori, ma io non vado più a caccia, a che serve uccidere un uccello e poi la moglie a casa manco lo vuole cucinare? Cammino e mi sto accorto a non schiacciare le formiche,  se penso a   quanto lavorano le formiche.
Quando ero giovane mi chiamavano scansafatiche. Non volevo zappare la terra. A 15 anni ho aperto un negozio di barbiere,  entravano e dicevano dove sta il masto? Sono io il masto.  
E poi ho fatto il portalettere, 20 anni, a Fuorigrotta. 
Nessun lavoro faticoso, eppure, non ci sono riuscito a non invecchiare.
Un lampo è stato, mi sono svegliato e mi sono fatto vecchio. Perciò dico che l’ho vista costruire la casina. Il tempo è un lampo. 
Non sono riuscito a non invecchiare, anche se ho fatto di tutto per evitarlo.”

La casina Vanvitelliana è una bomboniera, e vale la pena farci una passeggiata. 
Il signor Giuseppe è stato oggi il valore aggiunto. 

Il tempo. Il tempo è un lampo. 

lunedì 1 aprile 2013

Olezzo di pesce (d'aprile)


Mi guarda e mi dice:
- Oggi sto inzallanuto, non riesco a capire, ma come funziona?
- Cosa? 
- Vai su Google.  Ci sta questa cosa sotto, ma che è? Google olezzo. Non mi funziona, come si fa?
Apro la scheda dal mio portatile (due neocentauri, stravaccati sul divano ognuno  con il pc al posto delle gambe)
Vado su Google, clicco su Prova Olezzo Beta.


Strade parigine al mattino. 
Clicco. 
Vruuuumm, dall’immagine si levano ombre di fumo.
Riclicco.
Rocce lunari.
Vrummmm, dall’immagine si levano ombre di fumo.
Uammamà, che divertente, ma quante varianti di olezzo avranno mai pensato,  che pariantoni, e quanto tempo ci hanno messo a creare sta pagina di supercazzeggio?
Infinite varianti!!

- Ma a te funziona? Io non sento nessun odore. Ma che roba è, la pubblicità di un profumo? Ma è una presa per il culo?
Non posso contenermi.  Si può morire per asfissia da risata?
Solo dopo che gli faccio cliccare sul serve aiuto, e solo dopo che è arrivato  all’ultima riga delle indicazioni, realizza, e si assesta sul vaffan. 
(forse diretto a me, che sto ancora scompisciandomi)


E io che pensavo che ormai il pesce d'aprile fosse solo ad appannaggio dei cioccolattieri che ne fanno di ogni forma e dimensione.



Nemesi, o della vendetta, o del rimorso.

Dice il vocabolario che la Nemesi è una punizione del destino riferita a un evento o situazione che si è svolta precedentemente.
Vendetta, ripristino dell'armonia, compensazione.
Hai avuto tanto bene? E' giusto che mò te lo sconti.
(marò, io pure tengo la mia nemesi)

E però a volte si esagera.
Prendiamo un giovanotto che pure non è che sia stato chissà quanto baciato dalla ciorta.
Una madre morta nel darlo al mondo, un padre non proprio per la quale, insomma, un mezzo fetente, mai visto nè conosciuto, epperò due nonni che pur nelle difficoltà fanno la famiglia.
Mazza e panelle, tenerezze e bambagia dalla nonna, disciplina ferrea dal nonno.
Una famiglia di certo non proprio ortodossa nel panorama della buona borghesia ebrea di Newark.
(le colpe dei padri ricadranno sui figli)

Come in "Pastorale Americana", dove il protagonista è lo Svedese ma è Zuckerman a ricostruire la sua storia, in questo romanzo di Roth  il protagonista è Eugene Cantor, detto Bucky, ma è Arnold Mesnikoff che fa in modo che la vicenda di Mr. Cantor prenda forma, in incontri avvenuti molti anni dopo, nel ‘71.
Arnold era uno dei ragazzi  del campo estivo di Newark dove nel 1944 l’epidemia di polio falciò più vittime tra i bambini che la guerra mondiale tra i soldati;  il campo in cui Mr. Cantor faceva l'animatore.
Arnie era un timido, un giocatore mediocre, uno di quelli contagiati dalla polio.

Si narrava che il primo lanciatore di giavellotto fosse stato Eracle, il grande guerriero e uccisore di mostri che, ci raccontò Mr. Cantor, era il gigantesco figlio del dio supremo dei greci, Zeus, nonché l’uomo più forte della terra.
Così era visto dai ragazzini l’istruttore che insegnava a lanciare il giavellotto e a praticare ogni tipo di sport.
Le tre D: determinazione, dedizione e disciplina, e praticamente non vi servirà altro.
Così diceva, Mr. Cantor /Ercole, capace di sopportare tutte le fatiche del mondo: un semidio.
Invece esiste un nemico che colpisce e atterra più della guerra, più della polio, più di ogni altra sciagura e disgrazia: il senso di colpa.
Non esiste fardello più pesante da sostenere che quello della propria coscienza.
Manco Ercole sarebbe riuscito a sostenerlo.
(lo so, lo so. Il mio mal di testa ne sa qualcosa)

Mr. Cantor  era stato sopraffatto dal senso di colpa, annichilito dal sentimento di vergogna per il suo fallimento, che non era più soltanto quello di non essersi potuto arruolare per la fortissima miopia, o di essere stato cresciuto dai nonni perché orfano di madre e figlio di un delinquente.
Bucky aveva fatto qualcosa che riteneva ingiusto, eppure lo aveva fatto ugualmente.
Aveva commesso, lasciando Newark per raggiungere la fidanzata in un campo estivo alle Pocono Mountains, aria salubre e fresca - il morbo lontano - un terribile errore: aveva pensato a se stesso, al suo benessere.
[sticazzi, ma senza manco pensarci mezza volta ci sarei andata]
Un semidio che si allontana, come il dio dei cieli, dai destini dei suoi figli: la bestemmia verso il dio che aveva creato la polio si ritorce su se stesso, sulla freccia avvelenata che aveva sentito di essere.
L'untore.
Bucky Cantor era ossessionato dal senso di colpa, tanto da aggiungere, alla “punizione” inflittagli nel corpo dalla malattia, la punizione auto-inflitta nell’animo, condannando se stesso all’espiazione attraverso l’allontanamento da sé degli altri e la rinuncia ad ogni ipotetica felicità.

Deve trovare una necessità a quanto è accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare una ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio o in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore. (…) In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé.

Nessuno è più irrecuperabile di un bravo ragazzo che si è rovinato.

E’ quello che pensa Arnie.
E' la voce di Arnie, la cosa che forse meno ho apprezzato nel romanzo, che pure è un gran bel romanzo. 
(non lo so perchè. Forse il tono didascalico)
Arnie, che dalla malattia e dall'aumento della sensibilità verso i diversamente abili, trae invece la sua fortuna, diventando architetto specializzato nell'abbattimento delle barriere architettoniche. 
Arnie che nonostante i segni della malattia, ha una sposa e due figli dolcissimi. 
Arnie che non fa di un evento tragico il marchio per la sua autodistruzione.
Ehh, la ciorta, la ciorta.
Mi rimbombano nella capocchia le parole della nonna "aiutati che dio ti aiuta", eccerto, se non mi aiuto da sola hai voglia di aspettare. 

Mr. Cantor sembra sconfitto due volte, eppure vi è una specie di tragica grandezza nella sua autoflagellazione, nella sua autoesclusione dalla vita.
“Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita?"

E’ inutile farsi domande a cui non esiste risposta, domande che generano solo altre infinite domande. 
Ad esempio  su qual è cosa giusta.
Questo è il problema. 
Magari riuscissimo a sapere qual è veramente la cosa giusta da fare, senza dover provare rimorsi o rimpianti. 


giovedì 21 marzo 2013

Ho visto Nicola.


Mi è capitato di imbattermi - potenza di feisbuc che prima ti faceva arrivare in bacheca le foto di pinchi pallini commentate da un tuo contatto  amico di amici di amici -  in alcune immagini, fotografie di dipinti, di oli su tela.
Mi è  venuta curiosità, ho sbirciato, sono entrata nella  pagina del proprietario.
(meditare, riflettere, solo quello che non si mette sul web non si trova, per il resto…)

Lui, il proprietario,  è Nicola Piscopo. E’ un artista.
Giovane (giovanissimo).
Ha una mano che mi piace assai.
Una testa che mi piace ancora di più. Pariante.
(non lo conosco, non l’ho mai visto, potrei cambiare immantinente opinione)
E’ l’opposto dell’artista così come è consegnato all’immaginario collettivo.
Al mio immaginario, pardon.
Presuntuoso, pretenzioso, snob, distante, distratto, egocentrico, iosoepercepiscotuttievoicomunimortalinoncapiteunamazzadellaprofonditàdelmiosentireartistico.
(ho ancora memoria di certe opere d’arte viste al PAN)
E' il contrario, dico.

pomodori secchi

Delle cose che fa Nicola mi piace l’ironia, il giocare con i luoghi comuni, il rendere materico (la sua pittura è espressionistica,  carnosa, anche quando dipinge i filamenti) certe espressioni figurate;  trovo che sia esplosiva la prolificità delle associazioni mentali che trae da parole comuni, e la sua capacità di condensarle in immagini.
Penso ai dipinti Altrimenti… ma non solo.
(un poco egocentrico, vabbuò, Nicola lo è,  in Altrimenti…i profili sono sempre i suoi, ma è meglio pariarsi addosso che pariare addosso ad altri, non  mi sarebbe piaciuto impersonare il fallimento, ad esempio)


Giocare con i significati e i significanti senza che questi assumano la dimensione dell’incomprensibile, che bella cosa.


Magari i critici puzza al naso chiossape quante ne avranno da ridire, il carattere fumettistico, e  blablabla.
Chisenefotte.
Il mio è lo sguardo di un passante, a cui pare che Nicola di  creatività ne abbia da vendere.
E a cui pare che abbia anche una bella mano: fluida fluida, esuberante, incontinente, irriverente.
E anche una forte carica comunicativa.
Questione di impressioni, ma a me sembra proprio che sia un buon artista.
Un artista buono.

La morte bianca - Nicola Piscopo






martedì 19 marzo 2013

La signora nel furgone


“La signora nel furgone” è un racconto che si legge in poco tempo,  e viene da chiedersi se sia una storia vera o una pura invenzione letteraria. 
Il narratore/autore, mister Bennett, racconta  della fantomatica Miss Shepherd:  un donnone di un metro  e ottanta, piedi giganti, cappellino immancabile  e sottana  cucita con gli stracci per la polvere arancioni.
Miss Shepherd  ha scelto come sua casa un furgone giallo, il colore del papa.  
Un personaggio memorabile e non così improbabile come può sembrare ad un primo impatto.
In fondo ce ne sono tanti di stravaganti e non allineati,  che passano sotto i nostri occhi ogni giorno. 

[Ho pensato al terzetto. 
E’ da un po’ che  non lo vedo più.
Un uomo e due donne:  capelli grigi e unti,  abiti sciupati  e demodè, magro e allampanato lui, più piantate le altre; camminavano vicini vicini, come a volersi sostenere con la forza del pensiero, poiché  le braccia erano tenute rigide lungo i fianchi. 
Si dirigevano verso la fermata dell’autobus e prendevano quello per la zona ospedaliera. 
Mai una parola tra di loro, un gesto. 
Un trio di silenti robottini.
Chissà che fine hanno fatto. Spariti insieme, così come erano comparsi, da un giorno all’altro, insieme]

E’ la  storia ad essere  paradossale: è possibile ospitare per oltre 15 anni nel proprio giardino un furgone abitato da una  raccattastracci e raccattabriciole -  accettare una porcilaia nel proprio orticello -, senza sapere niente, senza voler sapere niente dell’ ingombrante vicino?
E’ questo che fa il narratore,  ripercorrendo episodi della convivenza condominiale non proprio involontaria. 
Giustifica la tolleranza del furgone e della signora Shepherd , comparsa nelle strade di   Gloucester  Crescent  dal ’69, come frutto del “ Contrasto tra il tenore di vita del nuovi arrivati scoprivano di potersi permettere  e le loro idee progressiste : in poche parole avevano dei sensi di colpa sconosciuti agli yuppie di adesso  (che “non vedono il problema”)”.

Quanto vera com-passione, mi chiedo.  Ci sono voluti 15 anni, e la morte, a spingere il signor Bennett  a scoprire qualcosa di più sulla donna del furgone. 
A cercare di conoscerla davvero. 

Sostenere che l’uomo sia un animale sociale mi pare a volte  una grande menzogna. 

venerdì 15 marzo 2013

Blatte e fulmini


Ci sono incontri fulminanti, talvolta.
Boris Vian, ad esempio, e  La schiuma dei giorni.
La meraviglia del surreale che dice più del reale.
(un libro pieno di musica, disse de L'Écume des jours  una mia amica, e nonostante la cupezza finale, c’è una voglia irresistibile di vitalità, un vitalismo sfrenato  e dolce, melanconico talvolta)

Il Mar delle Blatte e altre storie è una raccolta di racconti visionari e surreali scritti da Landolfi.
(Il realismo magico, eco scolastico rimbombante)
Mi sarebbero dovuti piacere assai.
Invece c’è qualcosa di cattivo, in questi racconti di Landolfi.
(non tutti i fulmini fulminano)
Una sorta di inettitudine e di banalità che esige nella vendetta, anzi, nel desiderio di vendetta , il proprio riscatto.
Questa è la sensazione che ha dominato la lettura, unita alla convinzione che  in queste storie  imperi  una affatto sottile misoginia, declinata in tutte le forme del  simbolico e del visionario.
(per non parlare del  fastidioso prurito, e l’orrore che uno scaraffone di stramacchia si potesse essere infilato sotto la maglietta, friccicando sulla pelle con le zampe pelose)
Non mi riferisco solamente al primo racconto, Il Mar delle Blatte, di gran lunga il più notevole (per il secondo,  quello sulle nozioni di astronomia sideronebulare,  ho da fare le ripetizioni).
Penso anche al sogno dell’impiegato, dove  la moglie del capoufficio,  “di un’imponente venustà  eppur vivace, senza dire della sua notevole cultura”,  che era tenuta per donna inaccessibile, viene ritrovata come entraneuse   in un bordello, a chiamare pupo e cocco o bel bruno gli impiegati ivi giunti a trascorrere allegramente la serata.
O al racconto del lupo mannaro, dove  uno dei licantropi raccoglie la luna, un grosso oggetto rotondo simile ad una vescica di strutto, appiccicosa e molliccia ( e non lo so perché,  ma ho pensato alla luna come al femminino, ho associato quella  luna vescicolare all’utero, boh) e cerca di sopprimerlo infilandolo nel camino.
[stai fresco a voler uccidere la luna]
Nel  primo racconto,  Roberto, figlio sfaccendato dell’avvocato Coracaglina , si trasforma nell’Alto Variago, e per carpire l’amore di Lucrezia non esita ad attraversare il mare delle blatte, capitanando in guisa di pirata un veliero, per  giungere all’isola su un mare azzurro sotto un cielo azzurro,  passando prima per il rapimento, la sfida di seduzione  da svolgersi sotto gli occhi dell’equipaggio e del signor padre  e infine, persa la sfida (eheh),  lo schiacciamento sotto i piedi del rivale in amore. 
Il  desiderio di rivalsa  si concretizza in una visione cupissima, dove il debole  Roberto riesce a imporsi chiamando a raccolta le ombre degli inferi, punendo la donna che gli si è negata con l’umiliazione - attaccare i serpenti ai capezzoli che spruzzano fiotti di latte, marò!  -  rendendo l’antagonista in amore  un vermiciattolo azzurro.
Insomma,  c’è del morboso, e un morboso fine a se stesso, involuto, e assolutamente  privo di ironia.
Molto meglio le due zittelle.
Anzi, molto meglio la scimia.