venerdì 12 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Porto [ 2 ]

Dopo chilometri e chilometri durante i quali dai finestrini dell'auto si vedono solo campi (la Spagna è gialla), su autopiste quasi deserte, primo incontro con il Portogallo: surreale.
Sosta in una stazione di servizio a boh, poco  dopo il confine.
La pompa, una scatola prefabbricata che funge da punto di ristoro, scaffali semivuoti. [una punta di nostalgia per il trionfo degli autogrill].
Collegata da una tettoia in lamiera, un’altra scatola prefabbricata con pareti a vetrate lerce: un ristorante self service. 
Si può scegliere tra carne, riso in bianco, insalata, pomodori, patatine fritte moscissime, tre tipi di frutta: mela,  pera, arancia.
Un uomo si sente male. Si sdraia a terra. E’ un francese. 
Dopo pochissimo arriva un’ambulanza. 
Strano contrasto tra l’efficienza del servizio di soccorso e il luogo. 
(forse sarebbe bastata l'aria condizionata nel locale per evitargli il malore).

Finalmente Porto.
(e non Oporto come dicono italiani, inglesi, etc etc)

Porto, per fare onore al proprio nome, è prima di tutto quest’ampia insenatura aperta verso il fiume, ma che solo dal fiume si vede (…).  Il pendio è ricoperto di case, le case disegnano vie, e, siccome il suolo è tutto granito su granito, il viaggiatore ha l’impressione di percorrere sentieri di montagna. Ma il fiume arriva fin quassù. (…). 
E il viaggiatore non può dimenticare i colori con cui si dipingono le case: ocra rosso o giallo, o castano scuro.
Porto è uno stile di colore, un’armonia fra il granito e i colori della terra che il granito accetta, a eccezione dell’azzurro se con il bianco trova un equilibrio nell’azulejo.”*

Porto è azulejos. Ce ne sono dappertutto. 
La stazione, le chiese, hanno racconti scritti con   gli azulejos: tante palazzine ne sono rivestite.

E davvero Porto è il fiume: la Ribeira, il quartiere che s’affaccia sul Duero, è incantevole. 

Le case della Ribeira, tinteggiate di ocra rosso o  giallo o castano scuro, hanno un qualcosa che ricorda le abitazioni  belghe, sono  alte e strette, coi portoncini vicini vicini.
Davanti alle case, un muretto. 
Una signora   stende sul muretto dei tappeti ad asciugare. 
(perché penso ai vasci e ai panni stesi al sole tra i vicoli miei?)

Dall’altra parte del fiume c’è Vila Nova de Gaia

Su questa sponda sinistra del fiume sono sotterrati grandi tesori: sono i tesori provenienti da quei
versanti tagliati a terrazze, dai ceppi di vite che in questi giorni di gennaio hanno già perso tutte le foglie e sono neri come radici bruciate. In questo versante di Gaia sfociano i grandi affluenti delle uve schiacciate e del mosto, qui si filtrano, decantano e dormono gli spiriti sottili del vino, caverne dove gli uomini vengono a conservare il sole.
Meno male che non lo conservano tutto.”*

Meno male, perché bere un bicchiere di porto a Porto, seduti di fronte al fiume, è bellissimo. 


La visita di Vila Nova de Gaia, attraversando il ponte Dom Luis, uomini e macchine indifferentemente,  è d’obbligo: ora le imbarcazioni tipiche, i barcos rabelos,  sono veicoli pubblicitari delle distillerie che punteggiano il lungo fiume, ma sono comunque un bel guardare. 
Cave, cantine: visite a pagamento con degustazione inclusa. 


Ci si arrampica fino alla Graham, segnata dal proprietario dell'appartamento come cantina da vedere.
Niente italiano, solo visite guidate in altre lingue, costo minimo 10 euro a capa con degustazione.
Meglio è  passeggiare, inoltrarsi nelle viuzze in salita e guardare Porto da un’altra prospettiva.



A Porto c’è la famosa libreria Lello e Irmao, quella in cui è stata girata qualche scena dei film di Harry Potter. 
Non potevo perdermela. 
Ma non immaginavo che la sua visita si trasformasse in un’esperienza quasi mistica, per folla e calore. 
C’è un vigilante all’entrata che dirotta il potenziale visitatore verso il botteghino dove si acquista il biglietto: tre euro che vengono rimborsate in caso di acquisto. 
Il botteghino è una specie di lumacone rosso che ha come bava una fila lunga lunga di turisti che come me, evidentemente, vogliono assolutamente entrare nella libreria. 
Quasi quasi rinuncio. 
Ma la fila scorre e allora. 
Si entra. 
L’umidità determinata da una esagerazione di corpi sudati  è impressionante. 
Non so più se sono in una libreria o in  una sauna finlandese.
C’è così tanta folla che è un’impresa cercare di guardare gli scaffali: anche della famosa scala, tanto ingombra di persone, è difficile scorgere l’insieme.  
Raggiungo con fatica il reparto di libri italiani: oltre a qualche Pessoa (che ho già), poco altro. 
E il poco altro mi sconcerta. 
Esco senza aver comprato nulla, e con il rammarico di esserci entrata. 


Con il tram elettrico, lo stesso tipo che ha reso famosa Lisbona, si raggiunge il mare, l’oceano. 
Capolinea Passeio Alegre.
Il tram va alla fine del mondo” -  dice ridendo a bocca sdentata larga un anziano che aspetta alla fermata. 
L'estuario del Douro è largo. L'incontro  con il mare è delimitato da barriere artificiali. 
L’acqua è verde, scura. 
Sulle grandi  spiagge ci sono moltissimi portoghesi. Nel mare invece  pochissimi temerari, e solo con mezzo busto immerso: l’acqua è  gelata. 


Piano piano viene giù la nebbia. E’ strano l’effetto nebbia con il caldo. 
Camminando sul pontile che conduce al Farol de Felgueiras sembra di stare in Norvegia, o nella penisola britannica.


Allontanandosi dall’Oceano, e tornando verso il Douro,  il cielo si schiarisce di nuovo.
Ai bordi del Jardim do Passeio Alegre, tante famiglie. 
Tavolini, sdraiette, seggioline,  enormi cascioni frigoriferi da cui esce il corrispettivo portoghese del ruoto ‘o furn  e del puparuolo imbuttunato.  
Uguale al  bosco di Capodimonte a Pasquetta trent’anni fa.

Il fiume è il regno dei gabbiani quando comincia a sorgere il sole. 
La  foschia   avvolge il ponte Dom Luis:  il ferro con cui il discepolo di Eiffel lo ha progettato sembra fluttuare come una striscia di tessuto. 
L’unico suono è lo stridìo, il grido dei  gabbiani. 
I gabbiani, ma quanti.
Porto è una città meravigliosa. 
Suadade, suadade. 




* Viaggio in Portogallo - Josè Saramago

mercoledì 10 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: il principio [ 1 ]

In principio è stato un libro,
"Spiegazione degli uccelli" di Antonio Lobo Antunes.

Qualche tempo fa mi hanno parlato di una locanda sull’estuario ad Aveiro – dissi – Potremmo provarla, che ne dici?”

Aveiro.
Aveiro, Aveiro, che nome suadente.
Ma dov’è, com’è?
Una rapida googolata e oooohhh.
Suadente, suadade.
Perché non andare in  vacanza in Portogallo questa estate?
Aveiro come tappa intermedia tra Porto e Lisbona.
Ma poiché semel in anno si fa, ed è  lecito esagerare,  si può fare una  puntatina in Algarve, e poi una all’incrocio tra Atlantico  e Mediterraneo, e poiché si è quasi sul posto, perché non dare una sbirciata anche al trittico andaluso per eccellenza?

In mezzo, e durante,   è stato un altro libro,
"Viaggio in Portogallo" di Josè Saramago, di cui tradisco lo spirito riportando un passo incompleto.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.”

Da ora, la narrazione.


Per arrivare in Portogallo si può andare in aereo  - no, l’aereo no – o usando millanta treni – e tutto il bagagliume? Troppe valige, troppo stress – o con l’auto, attraversando mezza Italia, mezza Francia e mezza Spagna.
Pensando di ottimizzare tempi e fatica, si opta per attraversare solo mezza Spagna e un pochino di Italia, imbarcando auto, bagagli e umani a Civitavecchia e sbarcando a Barcellona.

Partenza ore 22,15
Mmmm no. Partenza  ore 01,00 del giorno dopo.
Un messaggio sul cellullare.
Sorry.
La conferma al check-in.
Ciò   significa, oltre a fare’attesa aggiuntiva da ingannare non si sa come, una volta ammassati macchine uomini bagagli in file compatte,  che le quasi tre ore di ritardo si trascineranno sull’arrivo.
Quanto son furbe le compagnie!
Un ritardo di due ore e tre quarti, solo un quarto d’ora in più e ci si sarebbe potuti appellare al diritto di rimborso del 25% del costo del biglietto.
Un quarto d'ora strategico.
Quanto son furbe le compagnie! Sono sicura che se fossero state 3 ore e passa, senz’altro avrebbero addotto il ritardo al mare grosso, e contro il mare niente si può fare.

Sulla nave si ondeggia.
Cerco di dormire fingendo di essere regredita agli albori della vita, ninnananna ninna oh, questa bimba a chi la do...
Lo spazio è stretto:  dall'oblò che non si apre penetra il chiarore della luna,  non c' è il buio buissimo.
Crociere mai più, ma anche questi trasbordi lunghi…
La nave è una prigione galleggiante: non posso andarmene  se voglio.
(Viaggiare in auto ha un suo perché: decidi tu se e quando e dove fermarti)
Una notte e un giorno intero mi sembrano un’eternità.

Il personale che lavora sulla nave è in parte  italiano, per lo più napoletano, e in parte  honduregno. Gli italiani hanno un contratto minimo di tre mesi. Tre mesi annanz e arete  Civitavecchia e Barcellona, senza mai scendere, se non per un paio d’ore quando va bene.
(e che fai in un paio d’ore?, dice Salvatore, contratto rinnovato di un altro mese)
Per gli honduregni i mesi sono minimo  6.
Si deve pur ammortizzare il costo del lavoro: a loro pagano anche il viaggio per arrivare dall’America.
Eh.

Barcellona, finalmente.
Piove.
Ma non importa,  è solo il punto di partenza.

Poi Burgos, altra sosta “tecnica” verso il Portogallo,   nobilitata dalla volontà di visitare il MEH, il Museo de la Evoluciòn Humana.
I musei scientifici moderni – penso anche a quel che fu "Città della scienza" prima dell’incendio, o all’"Universeum" di Gotemborg -  sono assai attraenti, ma questo di Burgos è bellissimo dentro e fuori, a cominciare dalla struttura architettonica.
Più bello di quello che sembra in rete.
Purtroppo – ma stiamo in  vacanza, mica ci dobbiamo svegliare presto?? – mi devo accontentare della visita veloce: avendo più tempo m’avrebbe fatto assai  piacere  visitare anche gli Yacimientos di Atapuerca  (la dolina di Atapuerca, ad una ventina di chilometri di distanza,  è il luogo in cui sono stati rinvenuti i fossili dell’Homo Antecessor) e il Carex, il centro di archeologia sperimentale che costituiscono, con il  museo cittadino,  una rete.

 http://www.museoevolucionhumana.com/


Davanti al complesso del MEH ci sono la fontana con l’acqua danzante e i giardini.
Poi il ponte sul Rio Arlanzòn che divide la città in due; la statua del Cid.

E la sfilata dei gruppi che partecipano al Festival Internazionale del  Folklore.
Non molti gruppi, una decina forse,  tra cui quelli che rappresentano il Cile, la Macedonia, Ciudad real (che è una città nella Mancha spagnola), il Brasile, il Sudafrica.
(chissà  qual  è il  criterio)
Costumi tradizionali.
Il Sudafrica, nella sua semplicità, è il gruppo  più vivace e coinvolgente: è il ritmo, sono i canti, sono i saltatori e gli urlatori.

Più bello delle sculettanti e sorridenti majorette cilene.


Non ne  capisco il senso.
Forse il senso è far festa, e basta.
I burghesi [si dirà così??] sono  disciplinatissimi:  fanno  ala immobile sul bellissimo paseo del  Espolòn, il  viale alberato  che conduce all’Arco di Santa Maria, la porta del centro storico, la porta che porta alla piazza dove si erge la cattedrale.



Io tra i gruppi ci vado davanti, di dietro, in mezzo.
(italiani, tzè)

Un’ultima occhiata in giro.
La quinta in poco meno di un’ ora.
A Burgos va di moda tingersi i capelli di fucsia o di viola.
Niente verde, niente blu.
Chissà in Portogallo, domani.

martedì 12 luglio 2016

Kobane calling

Le  tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono capaci di produrre una cultura di comunicazione globale? Un mito e una chimera, una grande illusione. 
Te le devi andare a cercare, le informazioni, e discriminarle con scienza e coscienza. 
Mò, per esempio, mica lo sapevo che la città dove vivo io  è gemellata con Kobane. 

Kobane, Isis, Turchi, Curdi, Siriani, Russi, Americani, Pkk, Terrorismo, Profughi, una macedonia – un macello -  che vai a districare. 
E il Rojava?


Kobane è nel Rojava, a Nord della Siria, sul confine con la Turchia]

Qualcuno – prima di Zerocalcare -  ci era andato a Kobane, ah, sti ragazzi dei centri sociali, che per discriminare le informazioni con scienza e coscienza preferiscono viverle da dentro, farne esperienza diretta.
Epperò poi al  ritorno,  se non stai nel girotondo,  quello che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione  ti restituiscono – vedi i siti web dedicati, facebook, twitter e tutte le altre socialcorbellerie -  non è mica il vero nudo e crudo. 
E’  questione di linguaggio: in genere domina la palla della codificazione ideologica del  linguaggio della “militanza”.

Il grande merito del reportage di Zerocalcare sui suoi viaggi tra Turchia, Siria e Iraq,  nel novembre del 2014 e  nel luglio del 2015,  è duplice secondo me. 
Il primo è che in modo papale papale, semplice semplice, spiega quello che succede in quell’area del medioriente:  cosa è il Rojava, cosa c’è dietro sigle come YPG e YPJ, come si campa con le bombe sulla capa, quanta dipendenza dà il chai, il tè curdo e chi sono i cattivi cattivissimi: oltre all’Isis, il governo turco.
(E se non ti fidi puoi sempre avviare ricerche incrociate, e cercare altre informazioni, per discriminare con scienza e coscienza, oppure – ma mi fido dopo aver cercato  – fare medesima esperienza e verificare di persona)
Il secondo è nella leggerezza (che non è superficialità),  nell’abiura del “linguaggio militante” che rende la realtà delle cose distante e “astratta”. 
(come dire, è un piccolo dramma pure non riuscire a cacare tutti i giorni, eh)

Naturalmente il mezzo, il fumetto, aiuta e consente, ed ha una cassa di risonanza più  estesa ed eterogenea rispetto ad un seriosissimo resoconto, reportage, saggio, articolo, etc etc. 
(quasi quasi lo faccio leggere a qualche ragazzino di terza)

E poi - ma questo prescinde dallo specifico di Kobane calling -   adoro la “nudità” di Zerocalcare. 
Gli scambi con il mammut (l’alter ego/il coro greco/il grillo parlante/la voce del dissidio interiore) sono  esilaranti.

Mammut:    - Mò tu mi guardi negli occhi. 
                     - E  mi dici che davvero ti trasferiresti qua.
Zerocalcare: - Bè, caro amico mammut.
                     - Ci sono momenti in cui vorrei essere un poeta.
                     - E saper toccare le corde del cuore con parole antiche e nuove.
                    - Ma dovrò invece cercare di articolare una risposta col povero lessico che 
                      la vita mi ha lasciato in dote…
                    - COL CAZZO.


sabato 14 maggio 2016

In Blade Runner gli androidi sognano pecore elettriche?

Ho visto cose che voi umani…

Ho rivisto il film:  nella memoria non rimanevano che brandelli. 
[Il primo dopo vari anni. In sei round, vabbuò. Merito della lettura è.]

Brandelli che non coincidevano affatto con il disegno del libro di Philip K. Dick a cui è liberamente ispirato Blade runner
Non è solo per le differenze nell’ambientazione, nei personaggi, nella struttura narrativa. 
Sono due “oggetti” diversi,  con prospettive e visioni dell’uomo  secondo me abbastanza  differenti.
L’unico sottotesto comune è una  domanda. 

Cosa è l’umano? 

In Blade runner l’umano ha a che fare con il Tempo. 
Il passato  rende all’umano la sua identità  – non a caso i ricordi impiantati sono l’ultima frontiera degli androidi Nexus 6 – , l’esperienza da trasmettere è ciò che costituirà il passato di quel che verrà, in una traiettoria tesa all’infinito.



 “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. […] E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Le parole pronunciate da   Roy prima che il suo tempo finisca, sono  la rivendicazione  del diritto alla vita e alla prosecuzione della vita. 
Gli androidi ribelli vogliono tempo. 
Vogliono vivere più a lungo, senza scadenza. 
Vogliono emanciparsi dalla loro condizione di prodotto,  ovvero di oggetto, ovvero di  schiavo.  
Roy uccide suo padre,  il costruttore, che lo ha imprigionato in una scadenza. 
Roy è l’angelo ribelle, è Lucifero.
(anche l'iconografia del personaggio rimanda all'angelo ribelle, il biondo portatore di luce)

Il simbolo della libertà è il tempo.  
Immortalità.
La ricerca della pietra filosofale,  l’aldilà dei paradisi, il desiderio a tutti i costi di avere figli. 
L’uomo ha sempre rigettato, in un modo o nell’altro,  l’idea di essere a termine, di avere una scadenza.
Avere una scadenza è la schiavitù dell’uomo. 
Uomo o  cloni dell’uomo.

Non è così nel libro di Dick.
Umano è ciò che è in grado di provare empatia verso l’altro. 
I cacciatori di taglie individuano i soggetti da “ritirare”  attraverso un test che misura la capacità di empatia. 
Anche i modelli Nexus 6, i più avanzati, nonostante tendano ad assimilarsi agli uomini, ne difettano. 
Ma gli uomini?  Tra edifici che si decompongono  e automobili volanti, ne sono rimasti volontariamente pochissimi. 
(altro che babele di lingue e di razze del film di Ridley Scott)
Alcuni non possono emigrare verso le  colonie extraterrestri: sono i cervelli di gallina, marchiati dagli effetti della guerra mondiale del 1992 che ha ridotto il mondo in palta e lo ha ricoperto  di polvere. 
John Isidore è uno di loro.
(Il mio personaggio preferito. Nel film non c’è.  E’ stato  inserito  invece il genetista giocattolaio, con funzione meramente strumentale)
Isidore è l’unico inquilino di  un enorme condominio abbandonato. 
Lavora come conducente di furgone  per la Clinica per animali Van Ness
Gli animali veri, viventi, sono pochissimi: chi non può permetterseli, si accontenta di quelli artificiali. 
Prendersi cura di un animale  è segno di empatia. 
[Mi sono venuti in mente i Furby e i  Tamagotchi ]

Ma anche il desiderio di possedere un animale è un falso desiderio, perché in realtà, tranne per Isidore,  che non  vede la differenza tra quelli  veri e quelli artificiali,  rappresenta solo uno  status symbol.
E’ una grande truffa anche il mercerianesimo, la “religione” di Mercer, che attraverso 
una scatola si mette in contatto con tutti i seguaci - in una catena che abbraccia tutta l'umanità - affinchè  condividano  gioia e   sofferenza, soprattutto sofferenza. 
(sulla valenza simbolica della scatola empatica, su Mercer, sulla voce unica che viene trasmessa da radio e tv,  sul rapporto tra il cacciatore di androidi e sua moglie Iran ci sarebbe da scrivere un papiellone)

Sognano gli androidi le pecore elettriche? Sognano ciò che sognano gli uomini, possedere un animale, che sia un cavallo, una capra, un ragno?
Desiderano gli androidi entrare in empatia con gli altri?

Nel libro il problema non sono gli androidi. 
Sono gli uomini. 
Sono loro che si avvicinano alle macchine,  a  “oggetti”,  a cose. 
Palta.

Il futuro immaginato da Dick è molto più claustrofobico e inquietante di quello consegnato alla memoria collettiva dal film di Ridley Scott.

Diversi, diversamente bellissimi. 

sabato 30 aprile 2016

Open - Andre Agassi

Open parentesi. 
In principio furono degli occhi verdi gatteschi e una montagna di ricciolini castani. 
E fu anche la fine. 
Che vuoi vedere la pallina, c’era il palleggiatore che  occupava tutto l’orizzonte, e così prima ancora di iniziare finì la mia esperienza sportiva come tennista. 
Vabbuò, c’è anche da dire che assai controvoglia mi piegai, adolescente, al campo di terra rossa.  
Preferivo di gran lunga l’acqua clorata della piscina. 
Ma piscina e campi erano  entrambi lontani  da casa:  mammà faceva  chauffeur  per la prole, doveva  accontentarne due su tre, e dopo un paio di anni di strepiti, lacrime, mal di pancia improvvisi e sottrazioni di costumi e di cuffie dalla borsa,  i due ebbero la meglio. 
Closed parentesi. 

Odio il tennis. 
Ma per davvero, mica come dice Agassi – a chi la vuoi dare a bere – nella sua autobiografia. 
(Odio anche guardare le partite: gli spettatori sono il vero spettacolo, le cape oscillanti in un continuo no, no, no, no)
Molto prevenuta  dunque mi sono avvicinata a questa lettura. 
Da La fine, ovvero dal capitolo con cui inizia il libro,  e almeno fino alla metà del libro, sono stata presa nella rete.
Quanta solitudine, quanta inadeguatezza. 
Bisogna sforzarsi di immaginare  le star – a qualunque campo afferiscano,  letteratura  sport o cinemà – nude e fragili e insicure.  
Agassi - Open
La fama del personaggio copre  la persona. 

Ho provato compassione per il bambino Andre privato dei giochi e costretto a palleggiare per ore con il drago, diabolica invenzione di un padre che rovescia nel proprio figlio le proprie ambizioni di successo. 
Ho provato  orrore per il regime carcerario della Bollettieri Accademy e simpatia per l’adolescente Andre finto ribelle, per i suoi innocui moti di protesta. 

Quando si dice un bravo ragazzo. 
Troppo bravo ragazzo. 
Così bravo ragazzo da iniziare la  relazione   con Brooke Shields (solo perché caldamente suggerita) via fax.   
Così bravo ragazzo – ragazzo  per modo di dire, a 29 anni! – da necessitare del sostegno dell’amico sensale per avvicinarsi a Stefanie Graff. 

Poi è cominciata la parabola discendente. 
La parte finale del libro mi ha ammorbato, sia per il quanto è bravo e quanto è altruista e quanto è generoso  -  ma che bella iniziativa la scuola Agassi (e ancora devo capire il senso del racconto della mancia che lascia al posteggiatore il suo rivale Pete Sampras,  anzi, la verità l’ho capito e mi pare proprio un inserto meschino) sia per la cronaca puntuale di tutti gli incontri, set per set, servizio per servizio, punteggio per punteggio. 
Uno sfracello di palline. 

Un libro che è  davvero  autobiografico: inizia bene, si piazza benissimo, ma quando sarebbe il caso di  ritirarsi continua, continua, fino allo spappolamento della colonna vertebrale. 


venerdì 8 aprile 2016

Dall’astrattismo alla critica astrattista. Il critico d'arte e gli altri cinquantanove racconti di Buzzati.

Buzzati, Buzzati.
Che ne so io di Buzzati, dopo aver finito di leggere  i Sessanta racconti e oltre alla vaga reminescenza de Il deserto dei tartari letto nel cenozoico e a non significativi cenni biografici?
Niente.
Sarebbe il caso di studiare, di cercare, di andare oltre la semplice lettura dei racconti , poiché così, a sentimento, quasi tutti mi hanno ispirato collegamenti anche arditi, arditissimi.
[Ma poiché non devo fare esami e non mi devo sottoporre a nessuna valutazione, non devo tenere seminari e manco una lezione, anche stavolta passerò oltre, o cazzeggerò invece di approfondire]

Buzzati - Il critico d'arte
Il filo rosso che lega tutti i racconti, pure nella varietà e nella multiformità, è una vena di inquietudine.
Quasi tutti sono ricoperti di un sottile velo di disfatta, sia che parlino di storie d’amore , sia che raccontino di epidemie che colpiscono le automobili.
Non mi soffermerò su tutti i racconti,  e neanche sui miei preferiti che sono, in ordine di apparizione, "L’assalto al grande convoglio"
 "Sette piani"
 "Il borghese stregato
"Sciopero dei telefoni" - una vera chicca, nel quale vi è anche l’intuizione del potere delle chat "E ciascuno credette di parlare con donne giovani e bellissime, ciascuna si illudeva che dall’altra parte dei fili ci fossero uomini di magnifico aspetto, ricchi, interessanti…"
"Grandezza dell’uomo".

Ma qualche parulella almeno sul racconto Il critico d’arte, non solo perché è un’arguta e ironica riflessione sullo strapotere della critica e sul rapporto tra codice artistico figurativo e sua transcodificazione nel linguaggio, ma anche per altri rimandi.

Il critico d’arte è Paolo Malusardi che alla Biennale, davanti alle opere di Leo Squittinna, ha uno sbandamento: il nome gli ricorda vagamente qualcosa, i suoi quadri non gli dicono invece proprio nulla.
S’incorna e rischia: decide comunque di scrivere un articolo, sperando di rivelarsi scopritore di talenti passati inosservati, e far così schiattare di invidia i colleghi.
(quali nobili intenzioni!)
Cosa dire, però.
Potrei dire che Squittinna è un astrattista. Che i suoi quadri non vogliono rappresentare niente. Che il suo linguaggio è un puro gioco….

Poi l’illuminazione: far nascere dall’astrattismo una critica astrattista, infrangendo tutte le catene del linguaggio.

“"Il pittore" scrisse, padroneggiato da un incalzante raptus”di del dal col affioriccio ganolsi coscienziamo la simileguarsi. Recusia estemesica! Altrinon si memocherebbe il persuo stisse in corisadicone elibuttorro. Ziano che dimannuce lo qualitare rumelettico di sabirespo padronò. E sonfio tezio e stampo egualiterebbero nello Squittina il trilismo scernosti d’ancomacona percussi. Tambron tambron, quilera dovressimo, ghiendola namicadi coi tuffro fulcrosi, quantano, sul gicla d’nogiche i metazioni, gosibarrre, che piò levapo si su predomioranzabelusmetico, rifè comerizzando per rerare la biffetta posca o pisca. Verè chi…

Chiossape, mi sono chiesta, se Fosco Maraini e le sue fànfole….

E mi sono chiesta anche quanta laicità vi sia in Buzzati: pensando ai racconti "Il cane che ha visto Dio", "I reziari", "L’uomo che volle guarire", "24 marzo 1958", "Le tentazioni di Sant’Antonio", "Il disco si posò": mi è sembrato molto presente un sentire religioso, ma più che come anelito, come ingombro.

Un altro motivo di inquietudine, tra i tanti senza forma e senza nome che popolano i sessanti racconti.

sabato 2 aprile 2016

Se ti abbraccio non aver paura - Fulvio Ervas

A volte un libro diventa importante non per come dice e neanche per cosa dice, ma perché diventa strumento.
O esempio.
"Se ti abbraccio non aver paura" è uno di questi libri.

Fulvio Ervas racconta l’esperienza vissuta da Franco Antonelli e da suo figlio Andrea.
Un padre e un figlio on the road, in un viaggio che dura molti giorni, senza programmi, alberghi, prenotazioni.
Un coast to coast, dalla Florida, punto di partenza, fino al Pacifico, con tante deviazioni e ancora in Messico, Guatemala, Belize, Costarica, Panama, e Brasile.
Senza meta e senza obiettivo, a tentoni, spinti da imprevisti, costrizioni o meravigliose scoperte.
Così come è la strada della vita che Franco percorre con suo figlio.
Quanti figli desidererebbero un’esperienza così? E quanti padri?

Ma Andrea è autistico.
Il deserto entra ed esce dai miei pensieri. L’associazione tra deserto e autismo è immediata. La scarsità di relazioni, l’apparente monotonia. Il silenzio. L’essenzialità. La vita che si fa strada sgomitando, distante dall’esplosione delle foreste, infilata tra la sabbia, dentro le fessure delle rocce, che non disdegna mimetismi, adattamenti estremi, che accetta di perdere parti di sé pur di resistere.”

Per entrare nel deserto di Andrea ho provato tante volte a imitare i suoi gesti: saltare sul posto, sfregare forte le mani con il suo ritmo, correre da un punto all’altro e tornare subito indietro, guardare sbilenco.

Ho provato emozioni molto forti e mi sono sempre dovuto fermare perché arrivavano lacrime così grandi che non si possono trattenere.

Dell’autismo non si conosceva nulla fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Dell’autismo si conosce pochissimo ancora oggi.
Non si sa perché accade, non si sa che cosa siano l’ecolalia, i gesti scomposti, le ripetizioni, i comportamenti strani.
Dell’autismo non conoscevo nulla se non la versione patinata (e platinata) interpretata da Dustin Hoffman in Rain Man.
Dell’autismo ora so, perché ho avuto N., e altri ragazzini autistici sono nella mia scuola.
E’ difficile, molto difficile entrare in contatto, intuire i bisogni, riuscire a immaginare i sogni.

Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.

Andrea vuole guarire.
Ciao.”

E’ uno dei biglietti che Franco si porta dietro nel viaggio, un biglietto scritto da Andrea sotto la guida della madre.
Io non so quanto di Andrea ci sia in questo messaggio. Quanta consapevolezza del senso delle parole.
Mi chiedevo, guardando il mio N. , quanto c'era di suo in quello che scriveva al computer  e quanto invece era   prodotto di ciò che noi volevamo che lui scrivesse.

Ecco, è tutto bello per lui. È solo una meccanica ripetizione? Oppure significa che ciò che riesce a filtrare e ricomporre lo apprezza talmente da percepire la magnificenza di ogni scheggia dorata che arriva dal mondo? Io voglio illudermi che sia così.”

Io voglio credere che sia stato così il viaggio per Andrea, che sia così la sua vita.
Anche se molto lontanamente, posso comprendere ciò che prova un padre (una madre).
Ci vuole un coraggio enorme a intraprendere un viaggio come quello che hanno fatto insieme Franco e Andrea, contro il parere dei medici, contro la convinzione che le novità “destabilizzino” ancora di più gli autistici.
(mi si stringe il cuore quando vedo l’educatrice premere G.. sulle spalle, sotto il collo, quando la vedo guidarlo come un burattino, mentre G. vorrebbe correre e correre. )

Franco e Andrea hanno fatto un’esperienza bellissima.
Difficile, ma forse non più difficile dell’affrontare la vita quotidiana.

Ho capito che non avrei vissuto con un continuo pianto senza lacrime, con una smorfia o con un ghigno. Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude.”

sabato 26 marzo 2016

Le canzoni dell'aglio - Mo Yan

Tienanmen, il ragazzo con le buste di plastica davanti al carrarmato. 
Mi è capitato di pensare a che fine abbia fatto quel ragazzo. 
Chi era, che fa adesso, se fa ancora qualcosa. 
In rete non ci sono risposte.
(solo domande,  o ipotesi)
E’ un paese lontano, la Cina. 
Al di là della censura, al di là  dell’immagine dei cinesi  che lavorano  come muli   ammassati in fabbriche/case, al di là della constatazione empirica  della rumorosità delle comitive di turisti cinesi, al di là delle nozioncine scolastiche imperocelestecataipiedidiloto, resta la mia sostanziale ignoranza su quel popolo, su quel paese.  
Nonostante la “globalizzazione”, che dà l’illusione della vicinanza, gli Altri sono lontani.
E degli Altri non si sa un cazzo. 

1987. Due anni prima di Tienanmen. 
Una rivolta contadina e la sua repressione. Ne scrive, nel libro “Le canzoni dell’aglio”,  trasfigurando luoghi e attraverso  l’alternanza di piani temporali e dei punti di vista dei personaggi chiave, Mao Yan [Mo Yan chi?] 

1987. 
(e non 1798, come spesso mi è capitato di pensare, riportata al contemporaneo dalle parole compagno e partito comunista]
Poco meno di trent’anni fa, il cieco cantava le canzoni dell’aglio. 
[Omero – dicono – era cieco. Nella sua voce le gesta epiche di un popolo.] 

Le canzoni del cieco Zhang Kou raccontano di Tiantang, il Paradiso, dove i contadini coltivano i loro campi ad aglio, e della loro rivolta, quando i magazzini vengono chiusi e ne viene impedita la vendita. 
Ogni capitolo inizia con una strofa delle canzoni dell’aglio tranne l’ultimo, in cui è un seguace del cieco a chiudere la storia

Piantare e vendere l’aglio assicura ricchezza
vestiti nuovi, abitazione nuova, moglie nuova

Nella vecchia società i funzionari si proteggevano e il 
popolo subiva
Nella nuova società dovrebbe regnare la giustizia.”

il mio maestro è morto per aver parlato troppo
io non farò lo stesso errore” 

Nella nuova società cinese la vecchia è tutta presente. 
Strutture feudali che resistono – matrimoni combinati, donne scamazzate  anche nel momento del parto, sopraffazione e violenza, tanta tanta violenza -  anzi forse si moltiplicano, lì dove al privilegio per stirpe si sostituisce il privilegio dato dal rango politico, poichè i funzionari corrotti del partito fanno presto ad ergersi a   nuova e peggiore nobiltà.

E per i contadini – o per gli operai, la storiella del pidocchio di campagna e del pidocchio di città, solo in parte simile a quella dei nostri topini, è emblematica - nulla cambia. 
Pidocchi, una folla che si infila e si moltiplica nelle coperte, da schiacciare e mangiare. 

Tre sono le strade, per la moltitudine di pidocchi: accettare silenziosi qualunque sopruso
 “…non mi lamenterò più, non picchierò più nessuno, non andrò a chiedere giustizia, anche se mi cacassero in testa “  dice Gao Yang,
o andare volontariamente incontro alla morte, come fanno  altri personaggi del  libro, o affidarsi alla sapienza degli intellettuali  [di coloro che fedeli e integerrimi adepti del sistema agiscono per  ripulire il sistema dalla corruzione],  rappresentati nel libro dal giovane funzionario militare in divisa.  

Il burocratismo va combattuto, ma non con l’anarchia

Intanto i Gao Yan continuano a marcire in prigione e i Gao Mao a morire. 
E i funzionari incapaci o corrotti trasferiti da un distretto all’altro. 
Sempre a fare i funzionari. 

Mo Yan ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 2012 “ per il suo realismo allucinatorio che fonde racconti popolari, storia e contemporaneità”, non senza polemiche. 
[Schierato con il regime, ho letto in rete. 
Ma la rete è appunto una rete. Ingabbia . 
Globalizzazione, tzè]

Mo Yan non è mai stato censurato nel suo paese, eppure accusa e denuncia. 
E strazia.
Le canzoni dell’aglio è un libro che addolora. 


domenica 13 marzo 2016

La vera storia del pirata Long John Silver, Larsson Björn


Quindici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum.




Pochi mesi fa ho letto L’Isola del tesoro.
Da adultissima.
Eppure la canzuncella dei pirati la conosco da sempre. La cantava pure il nonno a fine pranzo, su quello della staffa con il liquore dopo  tanti bicchieri di vino.
(il rum no, quello  era buono solo per il babbà)
Potere degli sceneggiati televisivi in bianco e nero.
E potere delle storie di pirati, emblema della vita libera e avventurosa.
(andar per mare senza saper nuotare)

Tra tutte le tipologie piratesche,  la figura del quartiermastro John Silver, che ha avuto i suoi natali nel  “L’isola del tesoro” di Stevenson, è quella più enigmatica.
[Johnny Deep è quella più.  Più più più. Vabbuò]

Silver è ambiguo:  abilissimo cuoco, espertissimo marinaio,  buon compagno,  ma   anche spietato e crudele, tale  che  la sua aurea  diabolica  lo accompagna prima e dopo  il suo manifestarsi.
(un  prototipo  del  dottor Jekyll e del signor Hyde)

Silver ha ispirato la mano di  Larsson – così  immagino, 
cantami  oh Silver  la vita, l’arme il mare  e la morte
- affinchè registrasse il suo diario, un’autobiografia scritta quando ormai il corpo  non seguiva più il guizzo vitale.

I ricordi delle  sue avventure -  più di un gatto con sette vite, sopravvivere al giro di chiglia, a due mesi incatenato come schiavo nella stiva della nave negreria,  agli arrembaggi e agli ammutinamenti, alle tempeste e alle lunghissime bonacce -sono  racchiuse in pagine di puro piacere romanzesco.

Le sue pause -  le riflessioni rivolte a  Defoe/Johnson, il cronista dei pirati,   a Jim il protagonista del libro di Stevenson ,  la letteratura che parla con la letteratura,  – hanno un sapore più  malinconico.

E’ difficile  appendere al chiodo, soprattutto quando si è molto vissuto.
E’ ancora più difficile quando si è molto voluto vivere,  in piena libertà e seguendo solo la propria bandiera - anche a costo della vita degli altri.

Una  vita che non sopravviva alla propria morte, in un modo o nell’altro, sulle pagine di un libro o sulla bocca della gente, non è che una cacatura di mosca. O rugiada che evapora al sole.

E’ solo una questione di stile, lo si può dire in modo prosaico o poetico, la sostanza è la stessa.
Non c’è grande differenza tra  una cacatura di mosca e una goccia di rugiada che evapora al sole.

(Ma secondo me non c’è neanche grande differenza tra una vita che sopravviva alla propria morte e  un’altra. Almeno per chi è morto.)

Bella lettura d’evasione e non solo.

Se c’è una cosa da cui ci si deve tenere lontani, se si vuole restare sani di mente, è proprio la scrittura”.

domenica 28 febbraio 2016

Così in terra, Davide Enia

Fàit
Non è che ci credessi molto, quando me lo raccontava mio padre, che gli ammericani si divertivano a guardare ‘e guagliuncielli di sei e sette anni tirare di boxe, combattere tra loro, in cambio della
cioccolata. 
Fàit
E invece forse andava così. Lo racconta  Davide Enia nel suo romanzo: accadeva anche a Palermo. 

Enia, classe ’74, quasi coevo di quell’altro siciliano che della pesantezza fa cifra formale e contenutistica dei suoi libri – che differenza, marò – racconta una bella saga familiare che si snoda tra la Sicilia, l’Africa e la Germania, e che dura cinquant’anni. 
C’è la Storia - dalle bombe della seconda guerra mondiale a quelle della mafia, dai campi di prigionia alla prigionia del lavoro da immigrato - intrecciata a storie di amicizie profondissime e di odi ciechi, di amori imperituri e silenziosi. 
E poi c’è la boxe. 

Fàit

La boxe mi pare crudele, cattiva, e non mi hanno vaccinato i molteplici Rocky e Adrianaaaaa che hanno costellato la mia giovinezza, né la voce razionale che vuole esaltare la nobile arte, e le caratteristiche richieste ai praticanti: coraggio, forza, intelligenza e velocità. 
[Il fine ultimo è massacrare, còrcare, o non essere massacrato.]

Il Maestro Franco cercò di spiegarmi l’implacabilità del pugilato di Umbertino. Il termine di paragone che usava era il mare, ”che pioggia o sole, vento o bonaccia, il mare se ne fotte, perché il mare non è mai la sua superficie, il mare è ciò che sta sotto e non si vede. Giovane, tuo zio è stato il pugile più forte che avessi mai visto, fino alla comparsa del Paladino. Come fai a prendere a pugni il mare? E’ troppo più grande, troppo più forte. C’è acqua sotto altra acqua. Il mare si basta da solo.

Il giovane a cui il Maestro Franco cerca di spiegare è Davidù, il narratore , il protagonista principale. Suo padre era il Paladino, morto prima della sua nascita.
La metafora che usa il maestro Franco è buona per definire tutti i personaggi del romanzo: sono tutti un mare, quello che c’è sotto non si vede. 
Persino Umbertino, in apparenza una bestiaccia odiosissima, si rivela pieno di tenerezza sorprendente. 

E’ stato proprio bravo, Davide Enia, a costruire un romanzo appassionante e tenero, ricco di ironia
 ( su alcuni passaggi ho proprio riso a bocca larga) nonostante tutte le asperità della lotta, lotta sul ring e lotta per la sopravvivenza.
Mai avrei pensato che un romanzo il cui filo conduttore è il pugilato potesse piacermi così tanto. 

Forse se avessi saputo che c’entrava la boxe non l’avrei proprio comprato . 

Mi chiedo comm’è che l’abbia comprato, invece. Di sicuro l’ho comprato, perché e percome resta un mistero. 

Un altro mistero è il titolo. Davvero non so cosa ci appizzi con la storia, a meno di non voler aggiungerci il come in cielo e pensare allo spirito del Paladino e all’angelo custode Caterino Gerruso. 
L’angelo di Gerruso, l’amico di Davidù. 
Gerruso, Paride. Il personaggio più bello del libro. 
Lui non boxa. Ma è un incassatore straordinario.

giovedì 7 gennaio 2016

Chi ben comincia...

Sonnacchiosi pomeriggi post-mega-prandiali. Inzerrati  in casa come gattoni  pigroni, tra le alternative 
1) guardare la tv
2) leggere un libro
3)sognare di essere al mare
vince la terza. 

La penisola iberica.

Tra il sognare e  il fare c’è  appunto di mezzo il mare.
O l’aria - ma l’aereo no - o mille e più chilometri di terra - ma che stress.
Meglio imbarcarsi, persone  e macchine. 
Gira e rigira tra le compagnie  navali che fanno rotta tra l’Italia e la Spagna, sempre la Grimaldi compare. 
Uhh, ma che cosa invitante il supersconto Buone feste,  20% in meno sulla prenotazione se fatta entro il sei gennaio,  cumulabile con tutte le altre offerte, il passaggio gratis dell’auto, il 2x4 in cabina  e un buono sconto del 10% sulle eventuali prenotazioni successive. 
Evvabbuò, della tredicesima non si è  fatto strage,  si potrebbe pure mettere un sasso  per costruire il ponte del semel in anno la vacanza s’adda fa, meglio approfittare mò che del domani non c’è certezza. 

E così, alla vigilia della Befana, allettata da cotanta convenienza,  procedo al booking on line. 
Doppio triplo controllo dell’inserimento dati,  azz, il passaggio ponte costa più della cabina, e quale cabina? Marò sono cubicoli, ma è sempre meglio che dormire per terra (e poi costa pure di più!) o assettati sulla poltrona (e poi costa pure di più!), e no, la suite è per i ricchi sfondati, ma interna?  No, no!  oltre che cubicolo è anche tomba,  pare che manca proprio l’aria, e faccimm lo sforzo,  scegliamo almeno quella esterna. E i pasti si? No, i  pasti no, poi lievita il prezzo, ci arrangeremo con le marenne,  già stiamo facendo il passo più lungo della coscia, non sono manco rimborsabili sti biglietti. 
Quadruplo quintuplo  controllo dell’inserimento dati, non sia mai si fa un errore…
Si paga. 
Versamento  con paypal, la rotella gira e gira e cazzarola compare la scritta errore durante il pagamento contattare il numero ….
Comm’è?? I soldi manco il tempo di cliccare su prenota e già  sono andati a destinazione!
Il panico. 
Piglia il telefono,   l’attesa - tutti gli operatori sono impegnati – la musica dlin dlin, per oltre mezzora tutti gli operatori sono impegnati e la musica dlin dlin e sticazzi. 
Alla fine rispondono.
Comunico numero della pratica e voilà compare nella posta la mail con i ticket. 

Oggi, finita la mirabolante offerta Buone feste, per fare due o tre calcoli sui soldi risparmiati, e  per vedere quanto sono stata brava  e oculata a prenotare con tanto anticipo, mi piazzo sulla pagina prenotazioni on line della Grimaldi e procedo alla formulazione del preventivo. 
Oculata???
Inculata, piuttosto!
Se invece di farmi abbindolare dalla pubblicità  e dalle strategie di marketing –  lo sparagno non è mai guadagno, diceva la nonna mia -  e avessi aspettato la fine della superofferta buone feste,  oggi   gli stessi biglietti  sarebbero costati  70 euro in meno. 
(un pernottamento in più, oppure una mappata di calamite souvenir, oppure una supermagnata di paella, oppure una megaimbriacatura a base di tinto.)

E’ il mercato, piccola. 

(Adda venì baffone, diceva il nonno mio, anche se, pure in quel caso, marò, non ci voglio pensà)

Come va e come viene, il consumatore è sempre perdente,  il pesce grande magna sempre il pesce piccolo. 

domenica 3 gennaio 2016

Memorie di un'astronauta donna

Chissà se lo ha letto Samantha Cristoforetti. 
(chissà se gli astronauti hanno letto nella loro infanzia  romanzi di fantascienza. forse per gli astronauti adulti i romanzi di fantascienza sono romanzi comici) 

naomi mitchison
Naomi Mitchison è stata una longevissima scrittrice (ha campato 102 anni), e si è cimentata in molti generi letterari. 
Anche nella fantascienza. 
Memorie di un'astronauta donna è un romanzo del 1962.
L'autrice, recita la quarta di copertina, “è stata (…) intensamente impegnata nell’attività politica e nella difesa dei diritti civili.
Memorie di un’astronauta donna – in verità quel donna  avrebbe dovuto già far scattare un campanello d’allarme , sarebbe bastato l’apostrofo, e quel donnafestadelladonnavivaladonna  è una marcatura spropositata –  dice sempre la quarta di copertina, “è una delle opere fondamentali della fantascienza speculativa”. 

L’astronauta Mary, esperta in comunicazione,  racconta dei suoi viaggi su altri pianeti e del suo lavoro, che consiste nell’avviare la  comunicazione con altri esseri senzienti: marziani, esseri radiali, bruchi e farfalle e altre ventricolate specie, e delle regole che guidano gli scienziati, prima di tutte evitare interferenze.
I terresti sono vegetariani e  aborriscono la violenza;  le femmine guidano le missioni spaziali, si scelgono i  fattori coi quali  ingravidarsi per avere dei figli di cui hanno cura solo un anno. 
Mary di figli ne ha vari, anche  ibridi - una concepita con un marziano - , e innesti. 
Mary è libera di scegliere la sua maternità, quando come e con chi. 

Per l'anno della pubblicazione del libro, forse fantascienza. 

Purtroppo il romanzo è  solo una traduzione in veste fantascientifica delle istanze femministe dell’autrice. 
(e vabbuò, pure quelle legate ai diritti civili in generale, volemosituttibene)

Sulla struttura narrativa pesa come un asteroide l’intento didascalico. 
Non sono l’impegno civile e la difesa dei diritti ad essere un errore, l’errore è pensare una storia rendendola esclusivamente  “veicolo”. 
Il risultato è un romanzo di  una noia mortale, aggravato dal fatto che  il linguaggio e lo stile, altro che piacere della comunicazione, rasentano il livello 0, io tarzan tu jane. 

Certo bisogna contestualizzare, siamo agli inizi degli anni ’60.
Però Solaris (che non ho ancora letto, ma conosco un pochino Lem) è del 1961. 
Naomi Mitchison sta a Stanislaw Lem come  la serie tv Spazio 1999 sta al film  2001: Odissea  nello spazio.

Forse è meglio che la Cristoforetti non lo legga. 

lunedì 28 dicembre 2015

Tableaux vivants

Echi dei tableaux vivants, soprattutto sotto forma di cazzeggio, se ne trovano a bizzeffe  come video e immagini virali sui social.
Ma il   tableau vivant, oltre a prestarsi alla burla, ha un suo perchè artistico. 
Il Quadro Vivente,  la cui nascita si colloca nella seconda metà dell'800,  di fatto è espressione che fonde teatro e fotografia e pittura.
Una libidine soprattutto per le avanguardie. 

Anche Pasolini  [e cosa non ha fatto]  li ha sperimentati  ne "La ricotta", attingendo dai dipinti delle deposizioni dei pittori manieristi Pontormo e Rosso fiorentino, e   caricandoli di tutti i traslati polemici e poetici che gli erano  propri.*

Ho assistito alla performance “La conversione di un Cavallo – 23 tableaux vivants dall’opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio” diretta da Ludovica Rambelli. 
(Che gran peccato non stare davanti davanti. Mannaggia alle cape altrui)

E’ dal 2006 che sulla scena – una scena nuda,  una piazza, un arenile, il presbiterio di una chiesa – con l’ausilio di pochissimi oggetti di uso comune e di molti pezzi di stoffa bianchi, rossi, neri, ocra e un fascio di luce, i corpi degli attori materializzano i quadri del Caravaggio. 

caravaggio tableax vivants


E’ tutto davanti agli occhi del pubblico, nessun trucco, nessun inganno:  con una naturalezza armonica, gli attori raccolgono dal pavimento le stoffe e le drappeggiano sul corpo e in pochi secondi trasformano se stessi in martiri, santi, astanti, carnefici, angeli, sassi o tavolini. Poi con la stessa naturalezza si immobilizzano nella gestualità dei personaggi caravaggeschi. 

caravaggio tableaux vivants

Alcuni secondi di perfetta stasi, poi la composizione si scioglie, i drappi  scivolano di nuovo sul pavimento o vengono ripiegati in altra guisa: si ripete il rito della vestizione per il nuovo tableau.


Penso che nessun tributo possa meglio rendere onore alla pittura  di Caravaggio, e allo stesso tempo esaltare l’azione teatrale, il corpo che crea e rappresenta la vita, senza alcun artificio o impupazzatura o effetti fantasmagorici. 
Immediatezza e verità. 
Suggestivo, altamente suggestivo e notevole.   




* La scena della deposizione ne La ricotta di Pasolini