giovedì 22 maggio 2014

L'isola della sacerdotessa dell'amore

Se avessero messo sul retro della copertina la foto dell’autore, sarebbe stato  ancora più evidente  a quale tipo di libro e di scrittore si va incontro.
Moore, l’ho definito anche altre volte così, è un magnifico autore da cazzeggio. 
[Mi chiedo  perché in Italia le sue pubblicazioni arrivino con grande  ritardo: L’isola della sacerdotessa dell’amore, pur essendo uno dei primi romanzi di Moore, edito nel lontanissimo 1997, ha visto la luce in Italia solo l’anno scorso. 
Ho una mia teoria, ma le strategie delle case editrici sono così imprevedibili, pensando a tutta la carta stampata che sta in giro….]

Moore le spara grosse, proprio grosse assai. 

Moore - L'isola della sacerdotessa dell'amore
Il protagonista del libro, Mister Tucker Case,  “uno sfigato intrappolato nel corpo di un figo”,    porta una peripatetica a fare un giretto  sul jet della Mary Jane Cosmetici per cui lavora come pilota – ehi bel giovinotto, fammi fare un giro sulla tua macchina, andiamo a vedere le stelle –
Fare sesso  mentre si guida un aereo  stando  ubriachi  non è cosa assai prudente, ma Mister Tucker non riesce a sottrarsi all'invito della signurina, ritrovandosi poi con il jet sfracellato e il pisello sguarrato.
Diventato un paria,  senza patente e senza attributo, viene assoldato da un docteur che gestisce un ospedale in un’isola sperduta nel Pacifico. 
Per arrivarci  supera indenne una serie di sciagure, in compagnia di Kimi (un personaggio checazzissimo) e del suo pipistrello parlante con gli occhiali da sole,  Roberto.  
Sull’isola, abitata dalla tribù dello Squalo,  le avventure/sciagure non finiscono.
Quasi come in una spy story, riesce a scoprire i loschi affari del dottore lo stregone  e di sua moglie la sacerdotessa dell’amore, e con l’aiuto provvidenziale del fantasma di un aviatore della Seconda Guerra e del guano del pipistrello Roberto manda a puttane il teatrino della coppia e i loro brutti traffici. 
Eppure  non tutto nel libro è bufala:  mica è invenzione l’esistenza di un certo turpe commercio,  e considerata pure la non celata accusa di  onnipervasività della “cultura a stelle e strisce”, seppur combinata in sincretismi assai particolari,  si potrebbe ritenere  L’isola della sacerdotessa dell’amore quasi un libro di denuncia. 
(quasi)
Addirittura il libro mi ha permesso di scoprire cosa sono i  culti del cargo, di cui non avevo mai sentito parlare. 
(cose da pazzi overamente)
E ho pensato, in ordine:
che l’influenza di Vonnegut su Moore ( meglio la passione di Moore per Vonnegut, il debito nei suoi confronti) è più consistente di quanto possa sembrare (più di una volta si è acceso un led di collegamento con Ghiaccio-nove, e le istanze e i bisogni delle religioni)   
che l’interesse (o la  paura) per il sovrannaturale deve avergli  fatto fare da piccolo taaaaanti brutti brutti sogni (la parodia parossistica è una forma di esorcismo) 
che comunque Moore  funziona meglio quando spara senza voler colpire necessariamente un bersaglio.

E’ un goliardico, non un satirico. 

Ma  è pur sempre un toccasana per l’umore.

lunedì 5 maggio 2014

Arriverà la primavera.

John Fante - Aspetta primavera, Bandini
La speranza di un cambiamento, di una “rinascita”,  è sempre l’ultima a morire. 
Soprattutto quella dei migranti. 
Non si lascia la propria terra se non c’è la speranza di trovarne una migliore.
Svevo Bandini lo aveva fatto. 
Dall’Abruzzo fino in America. 
Lui, ad esempio, era un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva nella notte dei tempi. Tuttavia, ora che aveva ottenuto la naturalizzazione, non si considerava più italiano. No, era un americano; talvolta si faceva vincere dal sentimento, e preferiva urlare orgogliosamente le sue origini; ma per il resto era americano, e quando Maria gli parlava di quel che facevano “le donne americane” o dei vestiti che indossavano, quando accennava alle abitudini di una vicina, “l’americana in fondo alla strada”, andava su tutte le furie. Perché Svevo era molto sensibile alle differenze di classe e di razza, alle sofferenze che sottintendevano e vi si opponeva con tutte le forze.

I suoi figli si sentivano americani, soprattutto Arturo, anche se doveva frequentare una terribile scuola cattolica gestita da suore pietose (o pietose suore). 
Però, in fondo,  i  Bandini non  erano americani.
Non perché italiani o figli di italiani.  
Altri, come Rosa, figlia di un minatore italiano,  stavano alcuni gradini più in alto rispetto ai Bandini, con i loro regali di Natale sotto l’abete e  guanti alle mani e caldi cappotti sulle spalle. 

Poveretta. Sua madre, una poveretta. Quelle parole lo ridussero a una disperazione tale da riempirgli gli occhi di lacrime. 
Ovunque, la stessa storia, sempre sua madre, la poveretta, sempre povertà e povertà, sempre quella parola, dentro di lui e intorno a lui. E all’improvviso, in quell’aula semibuia, s’abbandonò al pianto, singhiozzando per espellere la povertà, piangendo e ansimando, non per quell’espressione, non per lei, per sua madre, ma per Svevo Bandini, per suo padre, per l’aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per gli attrezzi da muratore di suo padre, per i muri costruiti da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti bellissimi.

E’ sempre la povertà che fa la differenza, non l’etnia, o  la razza, o la stirpe, o la provenienza o qualunque altro accidenti. 


Il racconto, pur essendo in terza persona, si muove prevalentemente su due punti di vista, quello del padre, Svevo, e quello del figlio primogenito, Arturo. 
Entrambi aspettano la primavera, la stagione bella, quella in cui i muratori trovano più facilmente lavoro, quella in cui i ragazzini che sognano di diventare campioni di baseball possono lanciarsi sul campo e afferrare una palla. 

Ah, la primavera! Ah, lo schiocco secco della mazza da baseball, il prurito della pallina a contatto con le dita. Inverno, tempo di Natale, stagione dei bambini ricchi: loro avevano stivaletti alti, sciarpe colorate e guanti foderati di pelliccia. Ma a lui non importava granché. Il suo momento era la primavera. Niente stivaletti alti, niente sciarpe eleganti sul campo da gioco! Non si faceva una battuta vincente solo perché s’indossava una cravatta di lusso.”

La posticipazione della felicità. 

Aspettare, aspettare, e nell’attesa rodersi il fegato e campare di rabbia e frustrazione, fino a lasciarsi comprare da un'arrapata vedova americana, fino a rubare l’unico gioiello di famiglia. 
Però, tra un senso di colpa smisurato e l’autocommiserazione  c’è sempre una scusante, un' autogiustificazione, un autoassolvimento,   altrimenti come si potrebbe aspettare la primavera senza farsi divorare dal presente?
(si potrebbe quasi impazzire, eh, Maria, altrimenti) 


Non è il primo libro che leggo sulla  condizione degli immigrati italiani in Ammerica che fanno riferimento ad un’ esperienza personale –   pure Fante ha gustato l’amaro sapore della povertà . 
Mi sovviene ora il purtroppo poco noto  Cristo tra i muratori  di Pietro Di Donato,   dal taglio più “politico”. 
Ma questo romanzo di Fante mi è piaciuto davvero  molto. 
E’ in un certo senso  ”intimista”.
Al realismo dello sfondo su cui si muovono i personaggi,   si accompagna una notevole introspezione caratteriale. 
Molto interessante lo svelamento delle pulsioni interiori che guidano i personaggi nelle dinamiche relazionali: il rapporto tra i coniugi Bandini, tra genitori e figli, tra i tre fratelli, tra i compagni di classe di Arturo, tra Svevo e la signora Hildegarde. 
Rabbia  soprattutto,  ma anche slanci di vendetta e di ripicca e  polle di tenerezza.
Soprattutto, una  grande contraddizione tra il dovere, il potere e il volere fare.
(come è quasi sempre)

Arturo, che è il più grande dei fratelli, ha poi un dolore in più: oltre alla povertà e al senso di colpa per tutti i peccati mortali e veniali che commette, ama Rosa, non ricambiato. 
Il suo  amore ipotetico si modella su quello che ha a portata di occhio: sul rapporto tra suo padre e sua madre. 

John Fante, che dice  del suo libro " Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più." lo dedica ai genitori: 

Questo libro é dedicato a mia madre, Mary Fante, con amore devozione; e a mio padre, Nick Fante, con amore e ammirazione”.

Ho pensato molto a questa dedica, dopo. 
Sono gli stessi sentimenti verso i genitori  che scuotono l’animo del personaggio  Arturo Bandini.
Ai suoi occhi, la madre, sottomessa e fedele e fragile, merita amore e devozione, e il padre, autoritario e intraprendente, merita amore e ammirazione.  

Sei un uomo in gamba, papà. Stai uccidendo mamma, ma sei magnifico. Tutti e due
lo siamo. Perché un giorno farò anch’io così, e lei si chiamerà Rosa Pinelli.”

Di fronte alle delusioni, ancora una volta, non c’è che da aspettare la primavera. 

A qualcuno potrebbe bastare  la fede.
La signora Bandini, vi ricorre per far fronte al dolore ordinario.  
Anche lei aveva la sua via di fuga, un varco verso l’appagamento: il rosario. Quella fila di grani bianchi, quei minuscoli anelli consunti in una dozzina di punti e tenuti insieme solo grazie a cordoncini di filo bianco, che a loro volta si spezzavano regolarmente, rappresentavano, grano dopo grano, la sua placida fuga dal mondo. Ave Maria, piena di grazia, il Signore é con te. E Maria cominciava a salire. Grano dopo grano, la vita e il mondo sparivano. Ave Maria, Ave Maria. Sogni senza sonno la inghiottivano. Passioni disincarnate la cullavano. Amore senza morte, cantava la melodia della fede. Era lontana; era libera; non era più Maria, americana o italiana, povera o ricca, con o senza lavatrici o aspirapolvere; ormai era giunta nella terra dove si possiede tutto. Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede. Ave Maria e Ave Maria. Ecco la sua ragion d’essere.”


[Nell’obitorio dell’ospedale, la mia amica era prosciugata e tesa come una corda di violino.
Io che sono atea non avevo che abbracci da dirle, nessuna parola per avvolgerla. 
Però, quando l’hanno trascinata nella cappellina e hanno intonato un mantra di preghiere, tono alto e tono basso, sussurro e picco,  anche io, da fuori, ho  avvertito un intorpidimento dei sensi, un blackout della ragione, una culla in cui adagiare la tensione. 
Una sospensione del tempo. ]

Ma il tempo non si ferma. 

Presto arriverà la primavera” disse.
“Certo!”
In quello stesso istante, qualcosa di freddo e minuscolo gli sfiorò il dorso della mano.
Lo guardò sciogliersi, un piccolo fiocco di neve, a forma di stella..."

Arriverà la primavera. Non solo per i Bandini. 

venerdì 2 maggio 2014

Abitare il vento

Nell’impeto accumulatorio, comprai tra i tanti altri usati sul Libraccio, usato come nuovo, anche Abitare il vento di Sebastiano Vassalli.
[Vana è sempre la mia speranza di trovare traccia:  ogni volta che compro un libro usato non posso fare a meno di chiedermi chi l’abbia posseduto, perché lo abbia venduto, e mi piacerebbe trovare un segno, una presenza del passaggio, una sfoglia  di carta velina o un petalo secco, cose così, oh yes.]
Lo tenevo sotto il  pilone dei leggituri, pensando a qualcosa di poetico assai, associando il Vassalli alla uallarite intellettuale.
E neanche  so o  neanche mi ricordo il motivo del  pre-giudizio,  dato che de La Chimera, letto quando ancora non sapevo leggere,  ho  ancora un bellissimo ricordo.
Vabbuò, comunque sto libricino  è passato dal pilone alle mani.
E son rimasta sorpresa.

Protagonista è Antonio Cristiano Rigotti detto Cris,  cavaliere errante amico di tutte e di tante, appassionato di nigmistica, di Salvatore Quasimodo e delle parole in rima (ho fatto il liceo classico prima del sessantotto io – dice lui).

Ha 28 anni, l’errante, gli ultimi passati in carcere  per associazione sovversiva a mano armata, e i prossimi, se ci fossero stati, li avrebbe passati in carcere ugualmente, per sequestro di persona – poveraccio di un Diarrea - a scopo di estorsione per conto di  un’ organizzazione terroristica astratta  e fumosa quanto la sua ideologia politica. 
Astratta e fumosa forse non sono termini giusti, per definire l’ideologia  dell’errante.
Il credo, la sottomissione e la fiducia massima  sono  verso Il Grande Proletario, che
“Nulla disdegna pur di adempire il suo terreno mandato. Un istante: e il Grande Proletario è diritto, eretto, desnudato, sciabolante, eccitante, entrante.
Un’ideologia del cazzo nel senso letterale del termine.  

Ma  anche il Grande Proletario tradisce, e si riduce a un piccolo borghese, traditore  fedigrafo, come se non bastasse  tutto il resto, i carebbinieri  alle calcagna e la terra bruciata attorno.

Questa di abitare il vento ragazzi è l’ispirazione fondamentale-segreta della mia erranza da esteta e tutto il resto son balle, bischero universale e tutto, l’ombra di un ombra di un rutto. E caldamente vorrei dire anzi cantare le lodi dell’erranza, adesso. Perché ragazzi l’erranza è una romanza oppure una pietanza, a scelta. E’ una cosa aguzza e svelta di cuore. E’ un amore ridotto all’osso. E’ un Grande Proletario lanciato verso i presenti-futuri come una sonda, un vettore. E’ un vivere via, dal tempo o dall’ideologia, a scelta.  Così io son diventato errante nel mio dopogalera in fiore il giorno che mi sono detto Cris, ricordati che non c’è gnente al mondo di più rotondo del Grande Proletario, e che il bìschero universale farà la storia ma è brutto oppure la fa male, chiaro? Il giorno che ho capito tutto. “

Povero Cris.
Poveraccia e disgraziata una generazione di ribelli, quella  di cui il cavaliere errante è emblema, quella che ha segnato gli anni di piombo in Italia.
Il romanzo è del 1978.
E’ impressionante la capacità di Vassalli di demitizzare e demistificare comportamenti e meccanismi negli  stessi anni in cui ancora  esercitavano  delle attrattive,  attraverso la creazione di un personaggio detestabile  ma nello stesso tempo   commovente nella sua ingenua baldanzosità, nel suo vuoto pneumatico, nel suo vitalismo prigioniero, utilizzando un linguaggio lontano mille miglia dalla mitopoiesi  degli opuscoli e dei volantini.
Nella nota all’edizione del 2008, Vassalli dice, a proposito del suo personaggio:
La sua follia, che non appartiene soltanto a lui ma che in Italia fu il “male di vivere” della sua generazione, lo porta a (…) ribellarsi contro qualcosa che non si capisce bene cosa sia: forse la società dei consumi, o forse il destino. Non c’è, per i giovani italiani degli anni Settanta, l’esperienza della guerra in Vietnam come per i giovani americani; non c’è il Muro di Berlino che incombe su di loro, come sui coetanei tedeschi. La loro ribellione è una ribellione metafisica, contro il nulla, e però può spingerli ad atti concreti di terrorismo come assaltare un supermercato o sequestrare una persona. Può spingerli a sparare e ad uccidere. (…)
Dietro le ideologie farneticanti degli anni Settanta c’era, in profondità, un’estetica barocca di distruzione e di morte (…)”.

Non so fino a che punto sia esatta questa chiave di lettura, ma certo è che
il terrorismo, di qualunque colore e forma, fu ed è  estetica di distruzione e morte.


Cosa cova sotto le ceneri del presente?

giovedì 1 maggio 2014

La febbre del ragno rosso

La febbre del ragno rosso è una  delle tante epidemie destinate, in un tempo "astratto",  a falcidiare l’umanità.
E’ il capitano Mission a “scoprirla”.
Il capitano Mission non è un’invenzione di Burroughs, ma una  figura leggendaria che fondò una comunità anarchica, Libertalia,  in Madagascar, dove erano vietate la violenza, la tortura, e dove si cercava di vivere in armonia con la natura.
Il Madagascar presta ottimamente il fianco alla reinterpretazione della leggenda da parte di Burroughs: è la terra dei lemuri, i primati più vecchi, ma molto più vecchi dell’homo sapiens.

Il loro modo di sentire è fondamentalmente diverso dal nostro, non orientato verso il tempo, la sequenza, la casualità.
Non a caso Mission ha un Lemure Fantasma come daimon.
A Libertalia le cose non vanno per il verso giusto, e Burrough immagina una fine diversa per il capitano Mission, rispetto alla leggenda che lo vuole morto in un naufragio.
Gli fa compiere, prima di morire,  nel ventre di una caverna sull’isola,  una sorta di viaggio iniziatico grazie all’assunzione di un potente allucinogeno, cristalli di indri.
(del resto l’autore era grande esperto di trip)

Il viaggio, annullando tempo e spazio,  consente l’ingresso nel Museo delle Specie Perdute e nel giardino  delle Occasioni Perdute, dove sono contenuti tutti  gli esseri estinti, e i morbi,  le sette piaghe e i Peli, e le menzogne salvifiche del cristianesimo.
Il viaggio nel Museo rivela  la frattura tra un’armonia ancestrale perduta e il mondo che l’ homo sapiens, con il suo pollice opponibile, ha modellato, quella specie di  "animali" che "si è avviata inesorabilmente verso il linguaggio, il tempo, l’uso di strumenti, la guerra, lo sfruttamento e la schiavitù."

L’ingresso è libero per chiunque riesca a entrare. La moneta da pagare è la capacità di sopportare il dolore e la tristezza dello spettacolo dell’estinzione, …




In questo racconto allucinato e allucinante Burroughs adotta la modalità di pensiero “lemure”: saltano continuamente le ragioni della logica, della casualità, e non è un caso – forse – che  vi sia un solo  riferimento esplicito alla filosofia, a quella di Korzybski,  per il quale uno dei  limiti degli esseri umani è legato  alla struttura del linguaggio.
E' un viaggio alla scoperta della fine del tempo, alla scoperta della dissoluzione.

Tuttavia.
L’impressione più marcata, al di là di tutto, è che La febbre del ragno rosso sia un racconto lisergico.
In senso proprio, non  metaforico.
Burroughs quando lo scrisse  sicuramente era strafatto.  
LSD e anfetamina, solo così si spiega l’incubo dei peli  (altro che indri).

lunedì 28 aprile 2014

Il cielo nevica

Un qualche sospetto  mi era sovvenuto, leggendo l'ultimo libro di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, vincitore del premio Brancati,  ed ora  che ho letto il suo primo romanzo ne ho avuto conferma.  
A Capitta non interessa  la storia, intesa come intreccio, viluppo di situazioni,  vasta articolazione di trama.  
Semplificando, ma semplificando assaissimo, a Capitta non  interessa il "romanzo",  ma la “poesia”.  

Capitta, il cielo nevica
Norma e Domenico sono madre e figlio. 
Sono molto legati, quasi complici.
Del padre Domè non sa nulla. La madre con figlio piccinino al seguito dalle montagne del continente si trasferisce a Caprera,  dove acquista la fama di strega.
Raccoglie le erbe e le conchiglie, ha un occhio nella gola e vede, come suo figlio, i vicini di casa trasformarsi in animali.
Norma è gelosa della terra che Domè ha avuto in concessione dal Compendio Garibaldino e che  “alleva” come un figlio.

Auscultò il respiro profondo della terra, recepì dalla pianta dei piedi il concitato tramestio delle materie organiche in disfacimento sotto di lui quando esse si frantumano, per riapparire  sotto la spinta ossessiva della rigenerazione, riformulate in bacche e germogli.

Domenico è geloso delle attenzioni di Centogalli, che s’innamora di sua madre.
Norma è gelosa della puttana di cui si innamora suo figlio.
Il loro legame, che li rende monadi nella comunità isolana, isole nell’isola,  ha qualcosa di morboso, di eccessivo.
Dopo grandi litigi e  grandi spaccature,  e dopo anni di vite separate,   è al nido, alla madre che Domenico  ritorna.

I figli sopravvivono di solito ai genitori.
Ma quando i figli non sono altro che  ombelichi, e non frecce scagliate dall’arco, cosa resta “dopo”, se non un’immensa solitudine, così grande da creare fantasmi e fantasie,  così grande da  evocare addirittura Garibaldi con tanto di divisa e mantello, un Garibaldi con cui dividere i pasti e le corse sull’Ape rimontata?

Quante volte la vita si riduce a una semplice sfilata di carri in fila indiana carichi di facce  e odori, donne, letti, bare culle, prati? Ma fermarsi alla memoria è troppo poco se non ci sono più strade da ricondurti a una ragione originale, se sei così solo da cercare in ogni suono e in ogni fraseggio una prova della tua esistenza. Domenico esiste nella luce gelata dalla tazza all’albero. Solo questo.”

Tuttavia, l’osso del racconto non è la storia di Domenico e di Norma. La loro storia è l’epidermide.
L’osso, lo scheletro del racconto è nello stile, nella “forma”,  nelle metafore e nelle sinestesie  e metonimie ardite, nello slittamento di piani da quello umano a quello vegetale o animale o a quello meccanico e viceversa, nella creazione di immagini evocative come  in questo passo che descrive l’innamoramento del comandante Centogalli :

Il comandante s’era invaghito di quell’essere tellurico in una vampata estiva, durante una notte in cui tardava a prendere sonno sul Cucciolo cullato dalle onde. Il vecchio barcone s’era sentito drizzare le barbe del fasciame ai tanti sospiri amorosi. In punta di chiglia aveva disegnato corolle sull’acqua, s’era ravviato il cordame, gonfiati i propulsori, spruzzato di colonia i cespi d’alga a prua. Al mattino aveva dischiuso il boccaporto e il vecchio Centogalli ne era emerso, stordito dai vapori di Norma, con una luce nuova negli oblò.

O in questo, in cui Norma sente avvicinarsi la morte:

Si sentì invasa di freschezza, si sentì la carne incisa e inumidirsi e aprirsi l’occhio in gola che perlustrò la spiaggia e i coni d’ombra andando a soffermarsi infine sul soffitto del cielo illuminato dalla collana di rune partorite dal cuore. Dalla gola Norma vide la vita incendiata dalla morte, il mare dei defunti popolato di pesci miniati come necrofori di ametista, vide il topo dal crisantemo in bocca voltarsi ad osservarla dalla cima di un promontorio dello stomaco, razzolarle tra le valvole e i detriti, rovistarle le latrine del duodeno.”

Mi piacciono i giochi formalistici, e non posso non riconoscere a Capitta una scrittura originale, di effetto.
Tuttavia,  non posso neanche negare che alla lunga mi sia sembrata  un poco stucchevole.
Gli eccessi  talvolta portano ad una perdita di senso. 

Prosa o poesia, è sempre una  questione di misura.

giovedì 24 aprile 2014

La mia famiglia e altri animali

Gerald Durrell, la mia famiglia e altri animali
Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell'isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell'isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali. Nelle pagine che seguono ho cercato di dare un quadro preciso e tutt'altro che esagerato dei miei familiari; essi sono rappresentati come li vedevo io.
Per spiegare alcuni dei loro tratti più strambi, comunque, mi sento in obbligo di precisare che nel periodo in cui stemmo a Corfù eravamo tutti molto giovani: Larry, il più grande, aveva ventitré anni; Leslie diciannove; Margo diciotto; mentre io ero il più piccolo, avendo appena toccato il tenero e impressionabile traguardo dei dieci anni.” 

Voglio proprio sperare che La mia famiglia e altri animali sia  l’autobiografia romanzata di Gerald Durrell, illustre naturalista,  altrimenti davvero ci sarebbe da chiedersi come si possa sopravvivere  - meglio  una giungla - ad una famiglia scumbinata come quella descritta dall’autore, o come possa una famiglia normale sopravvivere alla passione naturalistica di un ragazzino come Gerry. 
Margo è una fissata dell’estetica e dell’ammore in ispecie quello fou e disperato. 
Leslie un appassionato di armi, caccia e truculenze. 
Larry uno spocchiosissimo e supersaputello intellettualoide.
La madre una svampita debole appassionata di cucina e di giardinaggio. 
Gerry, il protagonista,  che nel lasciare l’Inghilterra per Corfù  si porta dietro solo ciò che ritiene utile ad alleviare la noia del viaggio, ovvero: “quattro libri di storia naturale, un acchiappafarfalle, un cane e un barattolo per marmellata pieno di bruchi tutti in pericolo imminente di trasformarsi in crisalidi”, riempie le case e le ville che abitano a Corfù di bestie e bestiacce, e mica è una bella cosa trovarsi dei serpenti in vasca da bagno affinchè si rianimino, ad esempio, o un gabbiano che mozzica manco una tigre sotto il tavolo, o  branchi di scarrafoni,  pipistrelli e gufi  e gechi addomesticati che svolazzano e si muovono in ogni angolino.

E’ un romanzo venato di quel tipico umorismo inglese che a me fa un po’ lattuginare le ginocchia, un romanzo dove brilla per intensità  la meraviglia per ogni aspetto della fauna e della flora, trattata di certo con maggiore rispetto e poeticità rispetto alla componente umana,  sia familiare che autoctona, a cominciare dal tuttofare Spiro e finendo ai contadini e pastori, ritratti nell’indolenza, nell’ignoranza e nella rozzoneria.

«Incidente?» disse Spiro beffardo. «Io mai ho incidente. No, era di nuovo i meteorismi».
«I meteorismi?» disse mamma un po' perplessa.
«Sì, io prendo sempre i meteorismi a quest'ora» disse Spiro con aria seccata.
«Non dovrebbe vedere un dottore, se ha questo fastidio?» suggerì mamma.
«Un dottore?» ripeté Spiro meravigliato. «Per che fare?».
«Be', i meteorismi possono dare molti disturbi, sa?» precisò mamma.
«Disturbi?».
«Sì, se uno li trascura».
Spiro si accigliò un momento, pensieroso.
«Io dico i meteorismi dell'aeronautica» disse infine.
«I meteorismi dell'aeronautica?».
«Sì. Li porto a casa, a quest'ora».
«Ma lei vuol dire i meteorologi dell'aeronautica!».
«Ma sì, è quello che io dico» proruppe Spiro indignato. “

Ecco. 

Certo che deve essere stato bello  trascorrere un’infanzia così, brada,  una full immersion nella natura senza tuttavia trascurare la cultura, perché  l’inglesino Gerry doveva essere  educato  dai precettori e insegnanti privati, non greci, ovviamente, quelli  potevano  ricoprire  il ruolo di pastori e contadini o tutt’al più domestici o servitori tuttofare  o funzionari doganali con scarse competenze. 
(Poveri greci, trattati con la sufficienza di chi si ritiene comunque al di sopra,  col piglio del colonizzatore verso i  popoli inferiori e incivili.)
Certo che deve essere stato bello cambiare casa solo perché una è troppo piccola per ospitare un esercito di amici, e servirsi dell’aiuto indefesso di chi ti trasporta le valigie e i servizi di cristallo (si buana, va bene buana). 
Però  questi sono solo pensieri a latere, piccoli sbuffi di personale insofferenza. 
Forse dovrei evitarli, dato che nel libro  lo sguardo vuole essere quello di un bambino che delle cose dei grandi non ne capisce un granchè, e neanche delle cose dei piccoli.
Di  altri bambini non c’è traccia.

Gerry  Durrel,  nei 5 anni che trascorse a Corfù, ebbe come  amici  insetti, cani, pesci e uccelli, e la sua vera casa fu il mare, il  cielo e la terra.

Le albe erano pallide e traslucide finché non sorgeva il sole, avvolto in un velo di foschia come il bozzolo di un gigantesco baco da seta, che spruzzava su tutta l'isola una delicata lanugine di polvere d'oro.”

Beato lui. 

martedì 22 aprile 2014

La città e i cani: spine.

Spina.
Quando era obbligatoria la leva, le matricole dette spine si dovevano stare, secondo la legge del “chi è più grande (in grado, o in esperienza)  è masto  e vatte”. 

Vargas Llosa, la città e i cani
Nel romanzo di Vargas  LLosa  i cani sono le spine, i cadetti del primo anno della scuola militare Leoncio Prado.  La città  è Lima, ambito sogno dei consegnati a cui è preclusa la libera uscita (e basta arrivare ultimi all’adunata), ma in modo più ampio la città -   o meglio gli ambienti sociali esterni alla scuola – è/sono l“altrove” da cui provengono e a cui ritornano i cadetti, una  variabile che incide in modo indelebile sul loro destino. 
Essere montanaro, ad esempio,  è già un discrimine, un marchio. 
L’altrove, e l’adolescenza, si perdono nelle ferree regole del collegio e nelle sue infrazioni.
Infrangere le regole  diventa un obbligo per i cadetti,  così come strafottersene delle regole della civile convivenza, per applicare quelle del branco, del machismo e del nonnismo. 

[ho pensato a latere ai fischi durante il giuramento, nel 2009, verso le donne ammesse per la prima volta alla Nunziatella: non perchè donne, ma in quanto il loro ingresso determinò la decisione di punire con rigidità gli atti "goliardici". 
E mi sono sempre chiesta quanto ci sia di "goliardico" nel fare una doccia d'acqua gelata a un poveraccio che dorme in branda, giusto per fare un esempio. 
Quanto sottile è il filo che separa  goliardia e nonnismo?)

Furti, violenze, sopraffazioni,  e soprattutto omertà:  il collegio militare è un vero inferno, soprattutto per chi è fatto di pasta buona.
Essere un grande bastardone  è un vantaggio stratosferico. 
Essere un timido, un riservato, un refrattario alla violenza e al codice omertoso  è uno svantaggio che si può  pagare  con la morte. 
Essere un poeta,  ma abbastanza sfaccimmuso  ed estroverso da piegare a proprio vantaggio la propria abilità può da un lato salvare, dall’altro porre in condizione di farsi troppe domande, e  di sentire, al fine, il peso gigante dell’ingiustizia.
Essere un militare troppo ligio alle regolamento che deve essere anch’esso piegato alle esigenze del prestigio e del decoro e dell’onore anche a svantaggio della giustizia, può causare infiniti danni, e i militari, è cosa nota,  in America Latina (e non solo) hanno fatto  il brutto e anche il cattivo tempo e ben ci tengono, fino a che possono,  a tenere nascosti dentro gli armadi tutti gli scheletri e i cadaveri.

Il romanzo di Vargas LLosa,  molto interessante anche dal punto di vista  stilistico, perché  si susseguono voci narranti diverse anche nella forma del discorso diretto libero, conferendo alla storia una poliedricità di prospettive, è da un lato una denuncia spietata della “mentalità militare” e della scuola che lui stesso fu costretto a frequentare su obbligo del padre, e dall’altro una dolente rappresentazione dell’adolescenza strappata,  un romanzo di formazione  dove solo i più forti, o i più furbi, o quelli che  riescono  a scendere  a compromessi,  possono sopravvivere uscendone quasi indenni. 

E passata la bufera, conquistato l'agognato diploma, meglio dimenticare, innamorate comprese.

"Come poteva avere una fiducia cieca nelle autorità, dopo ciò che era successo? Forse la cosa migliore sarebbe stata quella di comportarsi come facevano tutti. Senza dubbio, il capitano Garrido aveva ragione: i regolamenti devono essere interpretati razionalmente, bisogna pensare soprattutto alla propria sicurezza, al proprio avvenire."

domenica 30 marzo 2014

Body Art


Pensavo di esserne fuori, e invece ancora mi capita di farmi fare fessa dal titolo (e talvolta ancora dalla copertina). 
Body art. Mi ero prefigurata dipinti o tatuaggi su ogni centimetro quadrato di pelle, uomini uccello e donne foresta, organi interni esposti ed esplosi sulla superfice dell’epidermide, ma anche percing, stiracchiature, cavicchi infilati in ogni dove,  contorsioni capaci di piegare e flettere pure le ossa sfidando le leggi di natura. 
Il pensiero non era completamente fuori luogo, dato che fortemente  mi erano  rimasti  impressi Moonman e i writers,  in Underworld, e  De Lillo ne parlava molto prima che la street art diventasse  fashion. 


Invece no. 
Ci sono un uomo e una donna (e un ectoplasma, più varie comparse). 
Lauren è un’artista (?) che usa il corpo per fare delle performance, Ray è uno scrittore  morituro. 
Gesti lenti, lentissimi, nella loro ultima mattina insieme. 
DeLillo Don - Body Art
“Perché mai la morte di una persona amata non dovrebbe portarti a una oscena rovina? Non sai amare le persone che ami fino a quando non scompaiono all’improvviso. “
Lauren  rielabora il lutto costringendo il corpo e la voce [e prima ancora la mente che produce il fantomatico omino, Mr. Tuttle], a riempire la casa di cloni di sé e  del suo uomo scomparso, attraverso la registrazione, la ripetizione e iterazione delle frasi pronunciate  l’ultima mattina – pulisco io - , delle loro frasi banali, e portando fuori, in una performance camaleontica, il suo dolore. 
“- Forse l’idea è quella di considerare il tempo in modo diverso – dice lei dopo un po’. – Fermarlo, o prolungarlo, o spalancarlo. Fare una natura morta che sia viva, non dipinta.

Tentativo vano.

La performance di  Hartke comincia con una vecchissima donna giapponese al centro di un palcoscenico vuoti, che si produce nei gesti stilizzati del teatro No, e finisce settantacinque minuti dopo con un uomo nudo, emaciato e afasico, che tenta disperatamente di dirci qualcosa.

Ecco, a me questo libro  è sembrato un uomo,  neanche nudo, forse  emaciato e “in un certo senso”  afasico,  che tenta disperatamente di dire qualcosa, ma  ha ben poco da dire, e annaspa impietosamente. 

mercoledì 26 marzo 2014

I fratelli Singer e i fratelli Ashkenazi

Chissà se il rabbino Pinchas Mendl Zinge aveva “pre-visto” il destino per i suoi figli: il primogenito Israel Joshua  zapperà la terra, rimuoverà le zolle, getterà i semi, ma quando le piantine spunteranno sarà suo fratello  Isaac Bashevis  a raccoglierne i frutti, e il premio Nobel, e  Isaac  sarà pure il primo a comparire quando si digiterà  la stringa “Singer scrittore” in  un motore di ricerca nel web.  
Che strana storia curiosa, questa dei fratelli Singer (chissà quanto del carattere dei fratelli Ashkenazi corrisponde al carattere dei due Singer)
Entrambi scrivono di saghe familiari, famiglie ebree  sfilacciate dai moti della Storia.
I fratelli Ashkenazi (1936) e La famiglia Karnowski (1943) sono di Israel.  
La famiglia Moskat (1950), è di Isaac, il premio Nobel per la letteratura, che lo ha ricevuto con questa motivazione: 

per la sua veemente arte narrativa che, radicata nella tradizione culturale ebraico-polacca, fa rivivere la condizione umana universale"

Queste stesse parole  calzano a pennello anche al romanzo di Israel, I fratelli Ashkenazi, anticipatore di un modus narrandi e  per certi versi davvero profetico riguardo la   nube oscurissima che si stava per abbattere sul mondo ebraico.
(destini)

Il romanzo comincia con un esodo: colonne di  tedeschi che si trasferiscono ad est, in Polonia, perché la Germania non poteva più soddisfare tante bocche. 
E la Polonia, territorio frantumato, conteso, diviso, prosciugato, su cui tutto ciò che si costruisce sembra destinato a non durare, è lo scenario dove si svolge prevalentemente il racconto, che si snoda nell’arco di una sessantina d’anni, tra la seconda metà del 1800 e il primo ventennio del secolo nuovo. 
E' un  momento di passaggio, di transizione, di trasformazione, di mutamento (un esodo in senso lato) che  coinvolge non solo la comunità di ebrei chassidici di Lodz, la città di Abraham Hirsh Ashkenazi e dei suoi figli, ma tutta l’Europa: l’industrializzazione, i movimenti operai, i rigurgiti nazionalistici, i denti digrignati dei militari, la folle vuota  frenesia delle classi nobiliari, tutto segna il tracollo del mondo tradizionale sostituito da un vortice di incertezze, di instabilità, di caos. 
E’ del 1936, il romanzo. 
L’odio per gli ebrei è già tutto lì – il pogrom di Leopoli che anticipa quello ancora più tragico degli anni a venire – ma ancora più feroce è  l’arroganza dei potenti,  di qualunque religione e nazionalità.

Anche Max Ashkenazi era stato un potente.
(e arrogante) 
In modo diverso da suo padre, pio ebreo (lo studio del Talmud e la santificazione delle feste prima di tutto), in modo diverso da suo fratello, guadente e fortunato e generoso fin nel midollo. 
Max, ovvero Simcha Meyer, “un gran bugiardo, compra a poco e vende a molto”,  una mente votata al  guadagno, un purissimo capitalista, senza scrupoli di ordine  morale,  aveva totalmente rinnegato la cultura dei padri per abbracciare l’etica del profitto, ma alla fine viene travolto anche lui dall’onda cieca del destino.  
 “Polvere eri e in polvere sei tornato, e tutto ciò ch’è in te è polvere” 
La parabola di Simcha e degli Ashkenazi è la parabola di un mondo intero.

Tuttavia, più che le vicende della famiglia Ashkenazi, a me hanno fatto palpitare le vicissitudini dei sognatori puri di cuore, di Tevyeh e di sua figlia Bashke, e di Nissan sopra tutti,  una vita votata alla emancipazione dal sopruso. 
Dopo anni di prigionia, di lotta clandestina, di sonni perduti, di affanni, Nissan sembra vedere la realizzazione del suo sogno, ed è infine scacciato dalla Duma dai bolscevichi, come un cane…
Pure della sua lotta, completamente diversa da quella di Max/Simcha, resta cenere, polvere e cenere. 

C’è un senso profondo di amarezza in tutto il romanzo, che nonostante la mole corre veloce, perchè appassiona ed emoziona. 
Una bella lettura davvero, che oltre tutto mi  ha  permesso di conoscere molte cose sulla cultura ebraica (eh, manco sapevo che i cudilli che pendono ai lati del viso si chiamano cernecchi, ad esempio), sulla sua “eterogeneità”.

E comunque, pensando anche ai destini delle donne di questo romanzo, protagoniste e comparse – e nonostante la crisi e le incertezze dell’oggi, il domani buio - alla domanda dove  e  quando saresti voluta nascere, se avessi potuto scegliere? continuo a rispondere ancora più convinta “Qui, e ora. Nel mio tempo e nella mia Terra”. 

mercoledì 19 marzo 2014

Tempo di imparare

La storia è una sorta di pretesto, in questo libro sono più interessata allo stile, alle parole”.
Questa non è una frase tratta  dal libro, ma una frase che l’autrice pronuncia in un’ intervista a proposito del romanzo:*
Nulla vi è di più vero. 
Peccato che  la storia  tratti un tema delicato assai, il rapporto tra una madre e suo figlio disabile. 
(Va di moda la disabilità? Mi viene da dire occorre rispetto)
La Parrella de Lo spazio bianco non mi era dispiaciuta. 
Vi era un’attesa, un limbo, un frullo di pensieri che “ragionevolmente”  potevano definire il sentire di una madre abbandonata dal compagno e visceralmente sola a sostenere  il legame con il figlio, nato prematuro,   chiuso in un’incubatrice. 
Il sentire di quest’altra  madre, della madre di Arturo (e Ariel, il suo compagno che avevo in principio immaginato come una figlia maggiore, è solo una quinta, anche se  si deduce che non è assente affatto)  è autocompiaciuto e lezioso. 

Non ci credo che tutti soffrono, anche se lo so. Che il dolore è endogeno e non serve un Handicap per soffrire. Mi riesce difficile pensarlo perché invece io scavo di zappa un solco in questa terra arsa, scavo io, di zappa e di unghe, laccate unghie per tenere lontano il pensiero della morte (che fa giri sulla dentro la mia testa, si avviluppa, si decompone per poi riassestarsi in nuove forme. Loo fermo ancora, l’onda si placa un poco). E su questo fondale che rimane in cui non credo al dolore altrui pur ammettendolo, io scavo un solco profondo, un canyon lungo quanto tutto l’altopiano. Di là forse piove, e foreste si intrecciano a serpeggianti fiumi, di qua solo deserto e caldo, ma che sia chiaro.

Peccato che la Parrella non sia Michele Mari, né Gadda, né i millanta altri autori che fanno del linguaggio cesello, gioco  e soprattutto  significato, senso. 

(E’ Stefano Bartezzaghi a regalare la pagina più bella del libro, l’albero delle parole)




lunedì 17 marzo 2014

Il testamento Disney

Si legge  sulla quarta di copertina: "Paolo Zanotti è scomparso molto prima del suo tempo naturale. Fra i tanti inediti, brilla di una luce potente e gentile – com’era gentile e potente la prosa e la persona del suo autore – questo indescrivibile romanzo d’amore e di formazione, fra le poche vertiginose opere di fantasia che la letteratura dei nostri decenni abbia prodotto." 


La questione dei romanzi pubblicati postumi  mi lascia sempre un poco  interdetta. 
(penso allo scarabocchio di Queneau ripescato tra le carte e trasformato in libricino, Hazard e Fissile, tanto per dire).
Non è  il caso de “Il testamento Disney”, che ha una forma compiuta e organica, anche se non riesco a fare a meno di pensare che forse l’autore avrebbe potuto modificarlo ancora. 
E renderlo magari più ambizioso di quello che è. 
Zanotti era un saggista, sul romanzo e sul romanzesco ne sapeva abbastanza. 
E tanto ne sapeva su Calvino,  sicuramente uno  dei suoi riferimenti Primi.

Protagonista della storia è Paperoga,  alias Simone. 
E’ vicino alla trentennificazione, così come i suoi  amici Eta Beta, Gastone, Paperetta e  Pluto.  
(i trenta anni sono la soglia del cataclima)
Sono tutti  squattrinati, scumbinati, sognatori, e isolati. 
(disadattati)
Costituiscono un gruppo, un Club,  anzi, forse sarebbe meglio dire una setta, che vive lo spazio e il tempo  secondo dei  parametri totalmente surreali e bizzarri, e conserva i pensieri  - nulla di soggettivo, asseriscono - sul Quaderno del futuro montaggio. 
Pensieri così: 

Dal Quaderno per il futuro montaggio:

Serialità. E’ stato un attimo, come un’illuminazione. Paperoga, inesorabilmente lagnoso, ha chiesto: “Perché non riusciamo ad andarcene da Genova?” “Perché la location costerebbe troppo”. ha risposto pronto Eta Beta. A questo punto come non capire che il Club è un serial? E’ l’unico modo per spiegare tutto. Domanda: perché Zenobia è scomparsa? Risposta: perché l’attrice che l’interpreta era scappata con Kabir Bedi. D.: Perché Paperoga non ingrassa mai? R.: per contratto. D.: come fa Eta Beta a non dormire? R.: lo fa quando non lo riprendono. E così via: Paperetta l’hanno fatta andare a Milano perché l’attrice era incinta: Pluto lo recita un uomo perché con un cane era troppo difficile. Eureka!

Vivono in una stunt-town, in una città controfigura della Genova che è lo sfondo reale in cui si ambienta il romanzo. 
Il club attribuisce i nomi dei personaggio Disney a chiunque gli si pari dinanzi: una stunt-town popolata di qui quo qua, di basettoni, di gambadilegno, di papere e topastri.
L’ignoto – il mondo esterno -  ridotto e ricondotto al vocabolario dei miti d’infanzia. 
[e che piacere ritrovare Gualtiero, il raffreddore personale, comparso solo una volta in una indimenticabile storia di Paperino!]
I membri del Club Disney vivono in  un’isola che non c’è - la loro stunt-town - , e in fondo sono tutti dei peter pan, che traccheggiano per non affrontare la realtà.

“Qual è la realtà? Cos’è la realtà?” 
Eta Beta, il guru del gruppo, aspetta il gangarone, Pflip, e si accontenta di Pluto. 
Sarebbe molto più facile orientarsi nel mondo se ci fosse il gangarone,  che è capace di prevedere i pericoli e di accorgersi delle menzogne con il semplice fiuto.
Si potrebbe allora senza fatica districarsi nel mare untuoso delle leggende metropolitane, delle notizie riportate dai giornali , degli eldorado sommersi, delle apparizioni di Anna. 
Si potrebbe crescere senza fatica e senza inganno. 
Si potrebbe cogliere la vera natura di Ciccio.
Si potrebbe capire che fine ha fatto Anna. 
Anna è l’oggetto della ricerca  di Paperoga,  una Zazà amata di un amore adolescenziale, sparita nel nulla, ricomparsa nelle vesti di una zingara che ruba un bambino al supermercato . 
(ancora sulle leggende metropolitane)

Ma chi è veramente Anna? 
Non so ancora se sia veramente successo, né come sia potuto succedere, ma forse Anna è stata solo la prima di noi a passare dall’altra parte, a trovare la porta, a interrompere il proprio invecchiamento, a scegliere il mondo seriale dei fumetti dove niente si consuma: la candela la casa la bottiglia di latte. E probabilmente non manca nemmeno molto al momento in cui me la troverò davanti che mi fissa con occhi grandi e stellati da eroina di cartone giapponese. E, forse, sarà anche il momenti in cui mi chiederà di scegliere – io che mi ero sempre illuso di camminare sul confine – tra il mondo degli uomini e il suo.
Il club l’ha nomata Zenobia. 
Zenobia appare poche volte nei fumetti Disney: regina di uno staterello africano, trattiene un ambiguo rapporto sentimentale con Pippo. 
Perché Zenobia, mi sono chiesta. E mi sono chiesta se Zenobia fosse davvero l’amore perduto, o nascondesse altro.

E mi è tornata in mente  una de Le città invisibili di Calvino: 

… è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città , ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”

E’ dal giardino misura-del-mondo, dal club, dallo straripamento del fantastico che conteneva la sua eterna giovinezza  che Paperoga si allontana, finendo sotto i ponti,  nella enorme discarica e nel cimitero di Staglieno, dentro gli incubi cattivi e dentro la realtà che  è ancora  più cattiva. 
Ma se in Bambini Bonsai, il primo romanzo di Zanotti, il fantastico e  il romanzesco, i bambini che  “s’inventano dei riti attraverso gli sconvolgimenti” – come dice l’autore in un’intervista* - , sono al servizio di un’elegia dolce e malinconica del potere dell’immaginazione e del mondo dell’infanzia destinato a finire, in questo romanzo postumo il fantasioso suona di artificio, il gioco intellettualistico è fin troppo scoperto, il virtuosismo dell’invenzione  fine a se stesso. 

Bella letteratura  che spiazza, ma non  sedimenta né scalda.

(e neanche fa volare via sulle ali della leggerezza, della briosità, del sogno incantato)






mercoledì 5 marzo 2014

La fine non è nota.

Da altri luoghi si soffia sul fuoco che non ha avuto manco il tempo di diventare  cenere  assopita.
Chi era Goeffrey Holiday Hall, l'autore del libro "La fine è nota", la cui identità mi ha intrippato il cervello?


C’è chi dice di sapere chi si nasconde dietro lo pseudonimo di G. H. H.
G. dice che è lui, non c’è alcuno pseudonimo.
(ma chi sia stato, dove abbia abitato, che lavoro abbia fatto per vivere, etc etc, comunque resta un mistero)
L.  sostiene che “è scritto sotto pseudonimo da mia zia Mariuccia di cui solo io conosco il nome” (ma L. è uno sfuttitore).
Altri dicono che sia Faulkner (Faulkner? Forse per Jessie la Matta, e le colpe dei padri che ricadono sui figli, e la gente delle montagne, ma mi pare più probabile l’ipotesi che sia zia Mariuccia)
D. sostiene che sia Nabokov, la cui confessione autografa sarebbe apposta su copia della  prima edizione  in possesso di un libraio inglese.
(urgono esame grafologico, ed esame del palloncino  al suddetto Nabokov al fine di verificare il livello etilico)

V. invece rimanda palla a questo sito:


Insomma, il ragionamento fila ma fino ad un certo punto.
La foto è autentica, ma davvero è la foto di qualcuno che vuole a tutti i costi mantenere l'anonimato?
Ah, bei tempi quelli in cui il nome e non la faccia ti connotava!
(aspè, fammi vedere la foto e ti dico se 'o saccio)
Oppure è un tiziolaqualunque, appiccicato lì, che lo sapesse o meno, cosa importa, magari un immigrato  proveniente dall'est Europa, che non spiaccicava manco una K di inglese, che non avrebbe potuto rivendicare il proprio diritto all'immagine manco se l'avesse voluto, altri tempi, quelli. 
Risalire al fotografo, Gene Moore, per carpire informazioni, pure mi pare una cosa complicata assai.
(I morti non parlano. E anche se non fosse morto, insomma)
E la nota biografica potrebbe essere benissimo un insieme di notiziole fuorvianti e menzognere. 

Dunque, altro che pezzi del mosaico. Si è sempre al punto di partenza. 
Boh. 
E l'intrippo continua. 




martedì 4 marzo 2014

La fine è nota. (ma non sempre)

La fine è nota è un romanzo del 1949. 
Il suo autore, tale Geoffrey Holiday Hall, non esiste. 
E’ lo pseudonimo di un ignoto. 
Dunque è come se non esistesse, perché non si sa nulla di  chi si celi dietro questo nome.
E' una faccenda strana che mi intriga assaissimo perché è a tema con il libro. 

Il protagonista, il signor Paulton, tornando a casa trova un cadavere sfracellato sotto casa sua. 
E’ morto cadendo dalla sua finestra, mentre in casa era la moglie, la bella e giovane Margo, che riferisce al tenente Wilson di averlo fatto accomodare in quanto desiderava parlare con il coniuge: una richiesta urgente di aiuto. 
Paulton non conosce l’uomo, identificato poi come Roy Kearney. 
Un disertore, e come tale finito in carcere per 5 anni. 
E prima?
Diventa per lui un tarlo, un rovello: cosa gli avrebbe voluto chiedere? Che tipo di aiuto, perché?
Chi era Roy Kearney?  
Per Paulton diventa un’ ossessione cercare di ricostruire il suo passato, comporre i pezzi della sua esistenza per capire il motivo della sua fine, per comprendere  il principio della sua fine.

Chi sei, infine? L’uomo insignificante visto da Margo, il vagabondo senza pace di Jessie Dermond o il disperato animale in gabbia di Holtsinger? Qual è il tuo vero essere?

Paulton e Kearney non hanno nulla in comune, tranne…. E cazz, non si può dire.

Ritmo serrato, belle caratterizzazioni dei personaggi (Cervello sopra tutti), e una corsa avviluppante a scoprire i perché. 
E’ solo alle ultime pagine che si scioglie il busillis.  
Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la sua fine è nota”. 
Oppure, basterebbe dare peso a cose che sembrano insignificanti. 
Niente è davvero insignificante. 
Nessuno lo è. 
[Come è difficile intuire la vera natura delle persone che ci circondano.] 

Sciascia nella postfazione all’edizione del 1989, definisce la vera identità di G. Holiday Hall “un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere”.[Chi sei, G. Holiday Hall?]
Potrebbe anche esservi una donna,  dietro questo pseudonimo. 
In questo caso, potrebbe aver voluto togliersi dei sassolini dalle scarpe. 
Oppure  potrebbe essere Alfred Hitchoch in pirsona pirsonalmente, a cui non so perché, il libro, costruito in modo “cinematografico”, mi ha rimandato.
La  fine nota è il suo romanzo,  e mannaggia la miseria, quanto sarebbe divertente conoscere il principio  e la sua fine. 
Se fossi uno storico della letteratura, un critico, un intellettuale, me ne farei un’ossessione.






e poichè le ossessioni sono cose serie, continuo qui: la fine non è nota

venerdì 28 febbraio 2014

Scritti corsari.

Ho commesso di sicuro un errore, a leggere Scritti corsari come se fosse un romanzo.
Avrei dovuto spiluccare qualche pagina ogni tanto -  gli scritti sono composti prevalentemente da articoli pubblicati su giornali e riviste  tra il 1973 e il 1975, qualcuno è inedito  -   per ricordare quanta preveggenza aveva già avuto nel delineare il  mostro culturale di cui siamo prigionieri , l’edonismo permissivista, attraverso il quale il capitalismo più spinto recluta masse di schiavi/consumatori, attraverso cui modella comportamenti sociali sempre più omologati e omologanti, attraverso cui cancella la creatività e la diversità .
Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza.

Il Pasolini critico verso il consumismo lo conoscevo  e lo apprezzavo già.
[E le tirate contro  la televisione! Chissà cosa penserebbe ora dell’internet, della RETE,  che pretende di  costituirsi come  base rappresentativa del  popolo intero  - basta fare clic/mipiace e ha deciso la base. E la mia nonna, se fosse ancora viva, ma anche i miei genitori, di quelli che si fa, li si butta o clicco io per loro? E se io non voglio stare nella rete?
E le tirate contro  la Chiesa! Chissà che direbbe del papa argentino, che  a me pare la scopa nuova, ma sempre scopa, mica martello]   

Un innamoramento, la lettura dei primi articoli.
Però,  quando un’idea- concetto-illuminazione viene ripetuta centomila volte, alla lunga si dice pure  uffàààà - anche perché va bene l’analisi, e poi? Cosa si può fare? 
Il mondo contadino prenazionale e preindustriale  che  Pasolini rimpiangeva non può esistere più, con tutta la buona volontà è proprio impossibile che  possa ritornare.
Un piccolo elemento di disturbo nella lettura consecutiva degli Scritti corsari è l’impianto polemico di molti articoli scritti in risposta a critiche o asserzioni di altri intellettuali (di cui, eccezione fatta per Eco, Calvino, Moravia, non ho mai sentito parlare). 
Mi sarebbe piaciuto poter leggere interamente ciò contro cui reagisce il Pasolini. 
Così invece è un dialogo senza controcanto, da cui tuttavia si evince una “severità” di giudizio, una sorta di intransigenza oserei dire ossessiva . 

Quello che però mi ha maggiormente toccato, è stato scoprire, oltre al “Io so. Ma non ho le prove” da cui ha preso spunto Saviano per il suo “Io so e ho le prove”,   che Pasolini era antiabortista. 
Dall’innamoramento sono passata al disincanto. 
Vero che la sua posizione è legata ad una più complessa e articolata riflessione sulla sessualità in generale, sul rapporto tra sessualità e potere,  sul  finto permissivismo che mentre da un lato  fa in modo che   “l’amore eterosessuale –talmente consentito da diventare coatto – è divenuto una sorta di “erotomania sociale” (e basta guardare le undicenni che posano su feisbuc per rendersi conto dell’orrore) , dall’altro  si irrigidisce verso le “minoranze sessuali”. (basta pensare a  Putin e alla Russia, insomma). 

Però è anche vero, ritornando alla questione dell’aborto, che la riflessione di Pasolini  si concretizza in queste parole: 

L’aborto è una colpa”  (ripetuto più volte)

L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe   più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli.

Ecco, qui davvero sono io a  scandalizzarmi. 
Chiaro, un miliardo di volte meglio prevenire, come lo stesso Pasolini precisa, e ci mancherebbe, l’informazione sulla contraccezione è prioritaria e fondamentale,  come la considerazione delle pratiche acoitali, tuttavia.
Nel Pasolini pensiero è completamente assente  - come nota la sua amica Laura Betti – la donna.
Assente il corpo della donna, assente il dramma della donna.
Assente la riflessione sui motivi per cui le donne ricorrono  all’aborto. 
Perché,  nonostante tutti i blateramenti, l’aborto è una cosa che riguarda le donne,  contenitori vivi e pulsanti, non caccavelle. 

La mia opinione, nel caso specifico, è che considero l’”aborto” una colpa. Ma non moralmente, questo non può essere nemmeno discusso. Moralmente non condanno nessuna donna che ricorra all’aborto, e nessun uomo che sia d’accordo su questo. Ne faccio e ne ho fatto una questione non morale ma giuridica.

E dunque, mi chiedo?

Davvero  abortire in ospedale, sotto controllo medico, è solo un modo per godere di una sessualità libera? 
L’aborto è sempre un momento difficile, difficilissimo per le donne. (sono quasi sempre sole, altro che coppia, altro che sticazzi)
E’ una scelta estrema e mai presa alla leggera, per nessuna è come eliminare un ascesso dentale o ripulire un’unghia incarnita. 
L’aborto non è un’invenzione della modernità. 
Le mammane coi ferri da calza e cucchiai  sono figure tipiche della società contadina preindustriale.
(quella di cui aveva tanta nostalgia)
E le donne di aborto morivano. 
Che continuino a morire di cucchiaio, allora. 
No no no, non mi convincono affatto le motivazioni di Pasolini, eh.
E meno male che dà ragione a Moravia, il quale “ha detto che il fondo dei miei argomenti è paolino: cioè in me, come in San Paolo, c’è l’inconscia pretesa della castità da parte della donna.
Sarebbe stato meglio per me non fare questa scoperta. 
Meglio forse che mi concentri su un’altra piccola scoperta, quella dello scrittore Giovanni Comisso e del suo libro “I due compagni”, di cui Pasolini scrive un magnifico invito alla lettura.



giovedì 20 febbraio 2014

Barbari(e)

Non si può fare a meno di  associare Aspettando i barbari al libro di Buzzati, Il deserto dei tartari
Si richiamano i paesaggi, la fortezza, il ruolo dei protagonisti. 
Entrambi i libri sono ambientati in un luogo  di confine:  una cittadella fortificata all’estremo margine dell’Impero, anche all’estremo margine dell’ecumene, che tra la città e le montagne dove vivono i barbari c’è un deserto,  e  la fortezza Bastiani, simile avamposto. 
Il magistrato protagonista del libro di Coetzee   e il sottotenente Drogo sono  entrambi tesi ad aspettare qualcosa:  il processo,  il nemico, la giustizia, un senso
… come uno che ha perso la strada tanto tempo fa, ma continua per una via che forse non lo porterà da nessuna parte.
Per  scovare altre similitudini dovrei rileggere Buzzati, i cui echi giungono dal pleistocene. 

Tuttavia. 
Nel corso della lettura l’asse delle somiglianze si è alquanto spostato. 
Un romanzo politico, più che  esistenzialista, questo di Cootzee, a partire dal legame  tra la donna barbara e il magistrato.
Non un vero   svelamento dell’intimità del protagonista,  quanto piuttosto un  “episodio” che ha  un  traslato  “antropologico”:

E poi, se devo dire la verità, il piacere che ho trovato in lei, quello di cui ancora rimane traccia sensibile nel palmo della mia mano, non arriva in profondità. Il cuore non ha un sussulto, il sangue non mi pulsa con più violenza nelle vene, se la sua mano mi sfiora. Non sto con lei per il rapimento dei sensi che mi promette o mi produce, ma per ragioni diverse che continuano a sfuggirmi, come sempre. “ 

Anzi, non riesce neanche a guardarla, a fissare i suoi tratti nella memoria. 
Con  grande fatica, una volta  riesce  a evidenziarne la bruttezza. 
E’ davvero così priva di fisionomia? Con uno sforzo mi concentro su di lei. Vedo una figura con un cappuccio e un pesante cappotto sformato che si regge in piedi, a malapena, curva in avanti, con le gambe storte, appoggiata a dei bastoni. Che brutta, mi dico. La mia bocca articola la parola brutta. Sono sorpreso io stesso, ma non resisto: è brutta, brutta." 

E’ l’atto della lavanda dei piedi,  in cui il più grande si fa servo dei servi, ciò che cerca di compiere con insuccesso il magistrato sulla donna barbara, a cui unge e massaggia i piedi e le gambe martoriate dagli aguzzini.
La lava e la riempie di tenerezze, ma non riesce ad amarla.
(quanta fatica a vedere davvero il diverso da noi, ad entrarci in sintonia, nonostante la pietà, la compassione, la richiesta muta di perdonare l’odio)

Se ne Il Deserto dei tartari perno di ogni cosa  è l’attesa,   in Aspettando i barbari non c’è nulla da attendere. 
E’ tutto qui ed  ora. 
Il magistrato prima che giungesse la Terza Divisione a mettere i puntini sulle i e gli aghi incandescenti negli occhi del nemico, si dilettava  negli scavi archeologici: sotto la sabbia,  da chissà quanto tempo, le vestigia di civiltà passate e sepolte e dimenticate. 
Quanto spreco nel voler difendere i confini dell’Impero!
Chi sono i barbari di cui aver paura, i barbari da combattere a tutti i costi, da respingere sempre più lontano, oltre gli spazi ecumenici? 
Chi sono i barbari? Sono davvero gli uomini che armati di frecce e archi minano le fondamenta della civiltà e dell’Impero che di essa si fa portavoce?
E’ dai barbari che ci si deve difendere? 
O la barbarie è la civiltà stessa, che vive di sospetti, di pregiudizio, di inganno, di ingiustizie, di sopraffazioni?
E lentamente, dalla fortezza Bastiani  sono arrivata ad  un'altra fortezza.
Abu Ghraib.

Fernando Botero


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