giovedì 13 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Quattro: Český Krumlov, Praga.

Moneta unica sì o no, euro sì, euro no, blablablablà. 
Avevo sottovalutato il problema del cambio. 
(la verità non ci avevo proprio pensato)
Al confine tra Austria e Repubblica Ceca, niente controlli niente frontiere: il passaggio è segnato dai chioschetti di vendita di Vignette nonché uffici di cambio.
E’ una gran comodità la moneta unica quando si viaggia:  nessun inzallanimiento dovuto alla quantità di spiccioli sfuggiti al controllo,  ordine massimo nel portafoglio, riduzione della sanguisugaggine delle banche se si usa la carta di credito, ma soprattutto niente calcolatrice o convertitore per il raffronto dei prezzi.  
(a mente non son capace)
E poi, almeno in certi paesi,  la strana sensazione di consegnare allo sportello del cambio una banconota e riceverne taaaante , uammamà, e  vederle poi consumarsi così rapidamente da sembrare i soldi del monopoli.

Fatto il primo cambio, accattata e azzeccata la seconda Vignette, si entra in Repubblica Ceca. 
Non è un passaggio “naturale”, come tra Tirolo e Baviera. 
Le case sono  più modeste, meno curate, hanno  forma più tozza e le pareti esterne sono in pietra nuda, con calce viva a disegnarne i blocchi.  
Assembrate, non più sparse. 
E non vale il discorso di trattenere la bellezza che giustifica limiti di velocità da tartarughe. 
Sembra di stare in pianura Padana.

A metà strada tra Salisburgo e Praga c’è una cittadina il cui castello e centro storico sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: Český Krumlov.
E’ molto carina, anche perché spunta nella pianura desolata come un colorato  funghetto.
Spezza la monotonia e la piattezza. 
(Però Bruges...)
E’ un morso di città, ad altissimo tasso di concentrazione turistica. 
Il centro  è diviso in due tronconi dal fiume Moldava. 

La parte più antica è di fatto un’isoletta, con  un borgo molto caratteristico che si sviluppa a spirale. 
Segno dell’ iperturisticità è il modo in cui il fiume che lo circonda è stato piegato alle esigenze delle attività ludico- ricreative:  un sistema  di barriere, di dighe, lo rende adatto persino al rafting addomesticato.

Canoe, gommoni, kajak, pedalò, così tanti che manca solo il semaforo. 
(L’acqua della Moldava ha il colore del fango. Un fiume marrone)

Primo approccio: visivo. 
Secondo approccio: olfattivo/gustativo/tattile/
Subito dopo il ponte di legno che conduce nel borgo, c’è un chiosco che prepara  i trdelnik – impronunciabili -   dei rotoli di pasta attorcigliati e cotti su dei cilindri roventi e passati caldissimi su zucchero condito con mandorle o altro. 
Buonissimi: croccanti e morbidi e  cannellosi.
Gnommosisissimi: un trdelnik abboffa quasi come un piattone di lasagne.





Giro sciolto e sfaccendato: ci sono molti begli edifici, uno dove sulla facciata si alternano finestre vere e  finestre trompe l’oeil;  figuri dipinti fissano con occhio torvo e inquietante  i passanti. 






Domina l’isoletta la chiesa di San Vito. 

Tra Austria e Praga, Český Krumlov

Niente visita degli interni: mi hanno inibita i tremila cartelli di divieto ( no foto, no dog, no shorts, no audio, no food – e questi sono solo i primi di una sfilza di almeno 12) ma soprattutto il  prete e la perpetuona a guardia dell'ingresso (manco sanpietro).
Accanto alla chiesa c’è una scuola di musica: batteria a tutto spiano, altro che Mozart.
Non c’è tempo per visitare il castello – troppe sosta birra. Ma come resistere? Costa meno dell’acqua, e poco più di un euro, calcolatrice alla mano. 

E’ tardi, bisogna ripartire, andare  a  Praga. 


skyline Praga
Lo skyline di Praga si erge in lontananza come una New York in salsa boema. 
Grattacieli. 
E’ strano, dopo tanta campagna. 
[Il profilo degli edifici della città vecchia e del ponte Carlo, così caratteristico, così romantico,  non si vedono mica da tanto lontano. 
La periferia rivela gli anni della dipendenza sovietica e i segni della modernità globalizzata]
Rimpiango il fresco del Tirolo. 
Fa caldo, a Praga. 

Da piazza San Venceslao fino a Mala Strana, oltre il ponte Carlo, non c’è un edificio che sia uguale ad un altro. 



Il fascino dei particolari: portoni, finestre, cuspidi, decorazioni. 




La sagoma  del turista  cartina alla  mano e dito indice ritto è uguale sia che si abbiano gli occhi a mandorla e i tacchetti ( come facciano le orientali a turistizzare agghindate  come per andare ad un gran galà,  quando non sono vestite da manga,  resta per me  un mistero) sia che abbiano i panzoni e gli short e i calzini nei sandali.
La sagoma del turista singolo, non già intruppato,   è immediatamente individuata dai promoter che offrono tour a piedi e motorizzati  e gite in battello, in calesse, in carrozza. 
Dalla individuazione al bloccaggio e alla marcatura trascorrono pochissimi secondi. 
(in cinque minuti quattro assedi)
Due di italiani: propongono un giro gratuito della città vecchia e quartiere ebraico al termine del quale se si è gradito il servizio, si lascia "mancia" alla guida. 
Cediamo al primo degli offerenti italiani. 
Il giro gratuito è promozionale per proporre altri tour a pagamento:  quello enogastronomico, il tour al castello, a Mala Strana, a Terezin. 
(Per un attimo ho pensato ai viaggi ai santuari con annessa vendita di pentole. Si butta l’esca per acchiappare il pescione.)
Il manager, a metà percorso, prende le prenotazioni e i soldi per gli  altri tour. 
Sono curiosa di sapere in che percentuale vengano divisi gli introiti: quanto ai promoter che adescano per strada (al punto convenuto si registrano gli adulti adescati assegnandoli ai promoter) quanto alla guida, quanto dell'offerta libera finale vada alla guida, quanto agli organizzatori. 
Però la guida, un ragazzo calabrese, era davvero bravo, come il secondo cicerone, al quarto mese di lavoro: empatici, preparati, disinvolti. 
Mi hanno commosso l’entusiasmo, la passione e l’impegno di questi giovani connazionali al lavoro all’estero (spero si  divertano anche). 
La mancia per il tour gratuito è obbligo morale.
(e visto il servizio, la si lascia molto volentieri)

7 chilometri   almeno percorsi con i tour guidati e  7 bottiglie grandi di acqua. 
(Fontanelle manco con la bacchetta dei rabdomanti.) 
Altrettanti per le scarpinate libere.
I tour   toccano gli edifici e le aeree più note di Praga ma lasciano alcuni buchi che bisogna assolutamente coprire. 
Come perdersi le case danzanti?


Dalla città vecchia si prosegue a piedi seguendo il fiume: oltre ai bateaux – la crociera sulla Moldava nera eh – una flotta di  canoe,  gommoni e anche  palle dentro le quali si "cammina sull'acqua".

Si entra nella sacca di plastica  poi,  con una specie di sifone ad aria, stando il pazziariello umano dentro, la si gonfia.  Quando è  tesa, una sfera perfetta, viene  sigillata e il pazziariello umano è libero di    rotolare fino all’acqua, dove la palla galleggia e l’umano volteggia. 
Bleah, che disgusto stare in un involucro dove chissà chi ha lasciato ogni tipo di schifezza: sudore, bava, sporcizia dei piedi.
(Ma neanche se l'ingegnassi io la palla, perfettamente sterile)  

Le case danzanti, inserite tra edifici neoclassici e liberty, ad angolo di una trafficatissima strada, non mi hanno colpito granché. 
Sono molto fotogeniche.

Molto invece mi ha impressionato il sincronismo nella piazza della città Vecchia allo scoccare dell’ora dell’orologio astronomico: centinaia e centinaia di mani armate di cellulari si sollevano all’unisono. 
Un vero spettacolo, più interessante del movimento delle figure dell’orologio, che passano soltanto davanti alle finestrelle (pensavo facessero capolino come negli orologi a cucù).


Mi ha reso triste il muro di John Lennon.

Il muro, quando in Repubblica Ceca la libertà di espressione era limitata dal regime comunista, era diventato un simbolo di contestazione, più volte i segni e disegni furono rimossi.

Adesso è soprattutto meta turistica, chiunque può inquacchiarci liberamente sopra.  
Anche i proprietari dei locali adiacenti per farsi pubblicità, oltre alle bande di ragazzini armati di bombolette:  la “trasgressione” permessa.
Quello che si sente di sicuro è un nauseante odore di colori acrilici. 


Ciao, bella bellissima Praga.  Si riparte, poco dopo l’alba. 
Destinazione Cracovia. 

martedì 11 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Tre: Salisburgo, Liechtensteinklamm, fortezza di Hohenwerfen.


Salisburgo dista da Reutte poco più di 200 km. 
I primi 100 si percorrono su verdi strade curve, tra   abeti e abeti e laghi e fiumi e anse, ad un’andatura massima di 40 km orari. 
Una lentezza necessaria: la bellezza è tale che non si vorrebbe lasciarla andare via.



Salisburgo è una città natalizia, anche a 40°. 
Lo rivelano i tanti negozi che vendono palle stelle e presepietti. 
Anzi, una città festiva, che oltre ai gadget natalizi  ci sono anche le uova pasquali, che si contendono con le palle natalizie e le palle di Mozart, cioccolattini tondi sul cui involucro spicca il volto del compositore – no, non ne ho assaggiatata neanche una – il primato souveniristico.
Di Salisburgo ricorderò lo spirito musicale: molti musicisti in strada e di strada, molta programmazione di concerti (e mi sono persa anche il carillon della torre, la lentezza dei laghi, eh), molti giapponesi davanti alla casa di  Mozart concentrati a cogliere l’aura, Mozart e musica in tutte le salse, anche sotto forma di pane (pani a forma di note e di strumenti musicali). 
Ricorderò la fiumana di turisti (molti italiani) nella strada dello shopping,  la Getreidegasse.

Ricorderò i molti lucchetti sui ponti. Il ponte Staatsbrücke ne era stracolmo. 
I lucchetti, che sto detestando in modo esponenziale, li ho trovati su ogni ponte, a Cracovia, a Praga, a Maribor, dovunque. 
A Salisburgo soprattutto lucchetti rossi (natalizi?), il pezzo più esposto insieme alle palle di Mozart e alle altre palle nei negozi di souvenir (quando si dice lo spirito del capitalismo…)
Non credo  sia  tutta colpa di Moccia, che al massimo arriva a Ponte Milvio. 
Piuttosto  della globalizzazione della scemità.



Qualcosa di originale invece è la  predilezione “tirolese” per le altezze e il vuoto.

All’uscita del garage  di Glockengasse, sulla parete rocciosa del monte dei Cappuccini, proprio accanto al parcheggio, si fa free climbing.
Una recinzione alta un paio di metri in metallo  separa la parete dalla strada. Tre  ragazzi in pantaloncini e torso nudo si arrampicano come l’uomo ragno sulla roccia,  senza imbragature, senza casco.
(colti il flagrante nonostante i moniti!)


Considerazione a ritroso. 
Una montagna su cui arrampicarsi appena dietro il salotto della città non può prescindere da una “tipica” passiuncella.

ponte sospeso tirolo
Oltre il ponte sospeso “Marienbrücke” che permette di osservare il castello di Neuschwanstein stando su una gola (ahhh, vertigine!), oltre il quieto ponte sulle cime degli alberi del Walderlebniszentrum vicino Fussen,* emblematico è l’Highline 179,** il più lungo ponte sospeso per pedoni in stile tibetano, roba da Guinness dei primati. 


400 metri e passa da percorrere  ad un’altezza di 114 metri, anche in notturna. Come camminare nel cielo. 
(Sono di natura terrestre:  solo la minaccia di un temporalone ha scongiurato  la possibilità che morissi di infarto sospesa nel vuoto)


Passerelle e scalette addossate alla roccia e ponti sospesi costituiscono il percorso nella splendida forra del  Liechtenstein, Liechtensteinklamm, ad un’ottantina di km da Salisburgo. 

Di certo il salisburghese non può dirsi povero di bellezze naturalistiche, ma la forra è davvero spettacolare.
L’accesso alla gola si paga (4 euro), ma vale assolutamente la pena, perché prospettive così, nel cuore della montagna, se  non ci fosse  il percorso  -  fattibile  anche per  bradipi mollaccioni come me – e per vecchiardi con bastone, nonostante certe scalette strette strette e ripide ripide - , le  si potrebbero godere solo  essendo  uccelli, rapaci o free climbisti.
Il rombo dell’acqua è l’unico suono, un suono dalle modulazioni diverse (altro che pioggia nel pineto) fino allo scrosciare della cascata. 
Peccato per le nuvole: sicuramente il sole conferisce ai riverberi dell’acqua luccicanze e brillantezze da incanto. 

A metà strada tra la forra e Salisburgo,  la fortezza di Hohenwerfen
Arroccatissima sulla montagna, si può scegliere tra raggiungerla a piedi (non so se lungo il percorso ci siano defibrillatori, immagino di sì) o servirsi dell’ascensore che è accanto alla biglietteria. 
Una funivia, ma così verticale da meritare l’appellativo di ascensore. 
Anche nella fortezza è possibile visitare le stanze interne solo con la guida ad orari stabiliti, ogni ora esatta.
Guida tedesca, ma audioguide in tante lingue diverse (segui il gruppo ascoltando l’audioguida)



Della fortezza mi ha impressionato un particolare pulpito presente nella cappella: lo sguardo in anticipo sulla spiegazione della voce registrata  aveva già formulato ipotesi fantascientifiche, o post moderne, o vagamente horror sul braccio che spunta dal pulpito brandendo un crocifisso. 
(contro l’invasione di vampiri)


Nella fortezza è possibile assistere  alla dimostrazione del volo dei falconi, coi falconieri in abiti d’epoca: fa un certo effetto vedere  i rapaci, da quelli di piccola stazza a quelli di misura gigantesca, gli ultimi quasi aeroplani   –  è pur sempre uno show ooohhhh! -  poggiarsi docili sulle mani degli addestratori, e poi spiccare voli in verticale.
Aquiloni viventi tra il cristallo azzurro del cielo e la cartavetrosità grigia delle montagne.
A terra sembrano dei tacchini, goffi, quasi ridicoli.
Ci sono creature nate  per volare.


Per  avere un’idea della storia della fortezza (e della vena ironica tirolese, che mi ha davvero sorpreso), si faccia clic sul video:





Dopo una notte di assoluto ristoro in un luogo di Heidiana memoria, si riparte, direzione Praga.







Qui le tappe precedenti:
Uno, Lazise, lago di Garda
Due, Tirolo e Baviera

lunedì 10 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Due: Tirolo, Castello di Neuschwanstein in Baviera

Perché proprio il castello di Neuschwanstein e non qualche altra fortezza, il Tirolo in generale, la Baviera in generale (uh, Monaco! Ci si sarebbe potuti allungare fino a Monaco!),  un parco naturale,  un pizzo di montagna qualunque? 
Sempre colpa di google maps e  delle foto che osservo vivisezionando  tragitti  e itinerari possibili.  
Mi  infatuai, affatai, ‘nnammurai, delle immagini del castello turrito e merlato  che ha ispirato il logo della Walt Disney pictures. 
(Il grillo parlante che alberga dentro di me mi bacchetta ricordandomi che le foto, soprattutto quelle professionali, o quelle ritoccate impupazzate iperfiltrate, abbelliscono fin troppo la realtà. 
E vabbuò, dovrò sforzarmi di ascoltarlo, il maledetto)

Dal lago di Garda con l’autostrada del Brennero si tira fino in Austria. 
Il paesaggio muta, diventa inequivocabilmente montano.
Compaiono  le case coi tetti  spioventi e i balconcini di legno e le chiese con i campanili rossi o bruni dalla punta lunghissima. 
(missili verso il cielo)

Tra un paesiello e l’altro faranno a gara a chi ce l’ha più lungo (il campanile della chiesa, dico).

Il passaggio tra Italia e Austria non è segnato da dogane, controlli, fermi. 
Solo avvisi minacciosi – Vignette!! Attenzione!! -- Vignette!! Ultimo avvertimento!! – e non avrei potuto ignorarli anche ammesso che non avessi saputo del contrassegno da accattare e azzeccare sul vetro della macchina per percorrere le autostrade.

Tre piccole note tirolesi prima del castello.

Breitenwang

1) Nel Tirolo  sono sicuramente molto religiosi. Non è solo per i campanili esagerati. Sulle pareti esterne delle case,  sono  dipinte scene sacre o immagini di madonne e santi, inserite in cornici floreali o geometriche. 
A Reutte e  Breitenwang ci sono tante case dalle facciate dipinte.
Sono belle. 


2) Non solo in Tirolo, ma  anche in Repubblica Ceca e in Polonia, ognuno dorme e si avvolge per sé, anche nei letti matrimoniali.  Innanzitutto niente lenzuola. Talvolta solo il coprimaterasso, e poi piumini. 
Rigorosamente singoli anche sui letti a due piazze.  
(ma quando fa freddo è così bello fare due in uno sotto la capannina calduccia. Poi si dice che è fandonia la freddezza solipsistica di certi europei)


3) Vienna esclusa, in Tirolo e nel Salisburghese un certo tipo di water riscuote un discreto successo. 
Nella tazza c’è un avvallamento,  come un bacile interno, una specie di conca dove staziona l’acqua. 
Fa un po’ schifo, perché tutto quello che viene  deposto resta  ben visibile e presente fino a quando – il più in fretta possibile – non viene azionato lo scarico.
In principio pensavo che fosse un vezzo esclusivo della proprietaria dell’appartamento, o una ributtante espressione di bidè incorporato nel water.  
Siffatti prodotti ceramici si trovano nei ristoranti, nelle stazioni di servizio, fino a Salisburgo. 
Ho scoperto che è una questione legata all’igiene (sic), perché il depositato, appoggiandosi sulla conca dove c’è l’acqua, viene poi tirato via più velocemente dallo scarico, senza  lasciare tracce. 
E vabbuò. 
Vale il discorso per cui il bidè non è necessario. 
(distorsioni)


Il Castello di Neuschwanstein  è in Baviera (il Tirolo tedesco). Venti minuti da Reutte, come tra Italia e Austria il passaggio di frontiera è inesistente. 
(non c’è frontiera o confine, ecco) 
Hohenschwangau, la località dove si comprano i  biglietti per accedere al castello, è solo un piccolo agglomerato  di alberghi ristoranti  negozi di souvenir sorti attorno all’attrazione. 
(Meno male che non si è fatto base qui, nel villaggio per turisti.)
L’accesso agli spazi esterni del castello, ai sentieri,  alle amene terrazze panoramiche è gratuito, mentre la visita delle sale interne è possibile non solo previo pagamento, ma anche solo tramite visita guidata.
(Si entra in gruppi compatti con la guida. Tempi e marcia stabilite. Nessuna dispersione individuale.)
Ore nove, mi metto in fila per i biglietti. Il display indica una visita in italiano alle ore 11. 
Il tempo passa, la fila si muove moooolto lentamente. 
Quando arrivo allo sportello, dopo mezzora, la visita in italiano è slittata alle 14. 
Evidentemente non ci sono italiani desiderosi di visitare il castello. 
(e le audioguide in lingua diversa dall’inglese e dal tedesco? Boh, nessuna indicazione)
Opto per la visita in lingua inglese, contando sulla traduzione collaborativa familiare. 
(una parola la capisci tu e mezza io).

Il percorso breve dalla biglietteria al castello dura 40 minuti a piedi, così almeno c’è scritto sull’opuscolo con il tracciato del tragitto. 
Penso che l’abbiano calcolato come media tra salita e discesa:  si arriva in cima con le cosce a molliccione. 
Fino ad una certa altezza, dove ci sono bar e ristoranti, e anche un defibrillatore, si può scegliere di usufruire del trasporto in calesse, a pagamento (resta poi un’altra ventina di minuti da fare a piedi). 
Ma tutto sommato la passeggiata non è sgradevole: la strada è in notevole pendenza ma gli alberi danno conforto e ombra. 
Si sale, cercando di evitare le carrozzelle coi cavalli (enormi), le cacate (gigantesche anch'esse) con nugoli di mosche, le torme schiamazzanti di giapponesi che corrono con tacchetti e ombrellino o in mise da manga (mi chiedo se sono i manga a imitare i giapponesi o viceversa, tuta di acetato sotto e golfino rosa ricamato e merletti sopra) e le Volkswagen  sfreccianti dei dipendenti dei punti ristoro.

I giapponesi sono statisticamente l'80% dei visitatori (ma si accontentano dell’esterno).
Il castello di Neuschwanstein, il castello del cigno, il memoriale delle saghe germaniche e del medioevo. 
E’ il sogno di un re pazzo, Ludovico II di Baviera, amante di Wagner e della mitologia,  costruito dalla seconda metà dell’800. 
Ludovico II  era davvero fuori di testa: la sua camera da letto è un’angusta stanza, claustrofobicissima, con un catafalco, un sarcofago al posto del letto (a una piazza:  se fossi stata un re mi sarei fatta fare un letto a tre piazze e l’avrei fatto posizionare davanti ad  una finestra gigante, il panorama ai miei piedi). 
Né aria né luce, scuro buio, come la micro cappella annessa. 
Però la stanza che riproduce una grotta,  ha una veranda dove la magnificenza del paesaggio  rianima sorprendentemente.
Belle sono le cucine,  dove sono conservati anche un sacco di strumenti da lavoro, padelle pentole, stampini.
Dopo la visita ci si può fermare al ristorante (prezzi esorbitanti), o a vedere la riproduzione virtuale di quello che sarebbe dovuto essere il castello, perché di fatto non è finito (Ludovico II venne internato prima che potesse dar fondo a tutti i denari reali).
Alla fine, senza manco bisogno della traduzione cooperativa, ho capito che le cose che ha detto la guida (un giovanottino, proprio) - faceva gli occhi di pazzo, l’unico tocco teatrale alla sua narrazione monocorde e sintetica - sono  meno di quelle che si possono leggere su Wikipedia o sul sito del castello. 
Se qualcuno mi chiedesse se è proprio indispensabile vedere una volta nella vita il castello di Walt Disney (Ludovico II si sta contorcendo nella tomba) direi di no. 
La visita dell’interno non vale la spesa del biglietto. 
E’  sincopata e riguarda pochissime stanze. (Valgono gli spazi esterni, e Marienbrücke, il ponte sospeso: senza spese, file, biglietti, prenotazioni, incombenze…)
Quella delle stanze forse  è  meglio farla virtualmente.

http://www.neuschwanstein.de/ital/castello/visita.htm






Di ritorno dal castello, passeggiata a  Fussen.

Di notevole, oltre ai particolari edifici e alla bella piazza, i negozi che vendono abiti tradizionali. 
Non solo negozietti (almeno 4), ma anche un grande store, un similOviesse, con una larghissima scelta di modelli e colori per donna, uomo e bambino. 
Non credo che li indossino solo gli addetti ai servizi turistici, o che siano venduti come souvenir: troppi e troppa varietà. 
Quanto vorrei avere il coraggio di comprarne uno e di indossarlo per andare a passeggio! 
Ma l’imbarazzo della scelta - sono tutti deliziosi, non riesco a decidere quale - mi  solleva dall’impasse. Non so scegliere dunque niente.





E ora verso Est, verso il Salisburghese. 


Qui, a Lazise, la tappa precedente.

domenica 9 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Uno: Lazise, lago di Garda.

In principio sarebbe dovuto essere solo Auschwitz. 
Ma non andiamo anche a Praga? Stiamo lì, in pratica. E  Budapest?  E Vienna? Che ci vuole, una piccola deviazione.”
Quando si prende la mano, capita di esagerare. 
(Senza contare le manie.  Dall’innocua passiuncella per google maps, alla compulsiva consultazione di tutti i siti di prenotazione e di condivisione delle esperienze di viaggio)

7 confini nazionali varcati (vabbuò, considerando anche San Marino, per esagerata coerenza),  23 giorni, quasi 5000 chilometri macinati con l’auto, almeno 50 con i  piedi. 
Dalla montagna al mare, da una capitale all’altra, passando per ameni paesielli,  ricche cittadelle, affollati castelli, mostruosi  ingorghi stradali.
Semel in anno licet insanire,  dimenticare  il quotidiano [Renzi chi?],  ma come vuless insanire per il resto della vita.
Ma non sono colà dove si puote quel che si vuole, e dunque, rimembro, mentre affondo nell’ inferno. 
(e pensare che ho dormito anche sotto il piumoncino, sigh)

La prima sosta ha il sapore dolce dell'acqua di lago. 
Lago di Garda. 
Prima mi era nota solo Gardaland.
(che cosa non si fa per….)

Possibile che anche  stavolta sia solo un nome sulla cartina e un letto per dormire? Certo che no. 
(per le file e lo sbatocchiamento non se ne parla neanche, già dato una volta e basta per l’eternità)
Una mezza giornata impone una scelta tra i tanti paesi che si distendono sulla costa.
Lazise. 
Lazise, darsena. Lago di Garda

(ora so di Gardaland e Lazise. Urca e che progresso)


Considerata il primo comune libero d’Italia, per le larghe concessioni elargite dall’imperatore Ottone II,  è una cittadina molto carina, ordinata, edifici tenuti bene, una bellissima darsena. 


Il lungolago, alberato e fresco,  è punteggiato da piccole anse dove fanno il bagno animali di varia specie: cuccioli ed esemplari adulti di uomo, cigni, papere, cani. 
(i cigni sembrano farla da padroni, almeno fino a quando la spiaggetta ghiaiosa non s’affolla. Un esemplare di umano con guanti raccoglie le cacate)


Tanti in bicicletta, alcuni corrono.
(penso all’anello di cemento della nuova strada che delimita il luogo dove vivo: tanti corridori, tra grigia mura alte e tubi di scappamento. C’è chi può e chi s’arrangia)



Alla vista l’acqua del lago è pulita, niente melmosità, fanghiglia, schifezze galleggianti. 
(ah, ad avere costume e asciugamano a portata di mano!)
Gli altri sensi restano all’asciutto, ma lo sguardo si riempie di colori:  è un bellissimo paesaggio (chiamali fessi,   i George Clooney e i Brad Pitt).
Garda sarebbe dovuta essere solo una sosta tecnica per arrivare al Castello di Neuschwanstein, prima tappa del viaggio.

E invece la vacanza è cominciata già.

Dopo in Baviera, attraversando il Tirolo.




















lunedì 6 luglio 2015

La tigre bianca - Aravind Adiga

Ci sono un cuofano di posti che  vorrei  visitare camminandoci dentro coi piedi e non con gli occhi come uso fare su google street view.
[L’America latina tutta dal Messico alla Patagonia.]
Ci sono anche dei posti  che non mi attizzano per nulla:  l’India occupa il fondo della mia personale classifica, dopo l’Asia centrale e gli USA.
Non so delineare un perché.

I libri in genere funzionano da catalizzatori di desiderio verso i luoghi che sono descritti, a meno che non si racconti dell’inferno di Dante.
Ecco, l’India raccontata da Aravind Adiga è   un inferno.
Anzi una  giungla.
Nella giungla, qual è l’animale più raro… la creatura che appare in un unico esemplare per ogni generazione?
Ci pensai su e dissi:
-       - La tigre bianca.
-       - Ecco cosa sei tu, in questa giungla.

Tu è il narratore, un “imprenditore” divenuto tale dopo l’omicidio del proprio padrone, a cui faceva da autista.
E’ in una  serie di mail   indirizzate al primo ministro cinese,  futuro ospite del paese, che  il narratore  Ashok Sharma, ex Balram Halwai alias Munna , racconta di sé e di tutto ciò che al ministro non verrà mai mostrato.

Se è possibile riconoscere  l’intento denuncia di tutti gli sgorbi, le corruzioni, le ingiustizie della società indiana, ,  dove solo teoricamente il sistema delle caste è  finito,  soppiantato dal più semplice  ricchi v/s poveri di carattere globale, dall’altro  non scatta la molla di empatia per i ragni umani, i sudras (e poi si evince che all’interno della casta resiste un sistema di sottocaste molto articolato, gabbie nella gabbia), connotati come sono da meschinità, zozzeria, propensione  - pur nel servilismo di facciata  – alla fottitura del prossimo.

Tra lo smog da cui si è salvi stando solo nel guscio  delle auto con aria condizionata  e  il supertraffico delle grandi città, o le strade accidentate e la merda di vacca sparsa ovunque nei villaggi, tra le sputazzate di paam che rigano di rosso la qualunque e mani tese a elemosinare rupie,  ora  metto tre spazi vuoti tra gli Usa e l’India.
Nella mia classifica personale l’india come luogo visitabile è scivolato sotto il livello 0.
Di certo leggere un libro non è un buon motivo per alimentare un’idiosincrasia o un pregiudizio, ma tant’è.


[chissà quanti lettori di  Gomorra  hanno  cancellato Napoli  e  luoghi viciniori dalla  lista personale dei luoghi visitabili]

martedì 30 giugno 2015

L'arte della cucina sovietica

Tutti i ricordi alimentari felici si somigliano fra loro, ogni ricordo alimentare infelice è  infelice a suo modo.

I miei ricordi infelici sono legati alla sbobba dell’asilo, i tubetti galleggianti nella brodazza di lenticchie e la pasta collosa al sugo puzzolente.
Meglio della cotognata – che non ho mai assaggiato - di cui mi raccontava mia madre, o dei piccioni – solo il pensiero mi fa impressione - che erano il pranzo della festa  nei ricordi di mio padre bambino.
Per il resto, solo felicità che si perpetua (la dieta è una brutta parola). 
Quanta diversità  per chi ha vissuto in luoghi e in tempi  dove il cibo   mancava del tutto o quasi, e  il ricordo di una “bontà quasi crudele, segnata dal sapore sinteticoesotico di ananasso” è  un cioccolattino ripieno Ottobre rosso.

Anya Von Bremzen
Anya von Brezmen, nata a Mosca, emigrata con la madre negli USA all’età di  dieci anni,  è una giornalista che si occupa di viaggi e gastronomia.
Il legame con la Rodina, la terra natale, non si è mai sfilacciato, grazie ai tanti esuli in America e ai rapporti mai sospesi, seppur distanti, con i parenti  rimasti in patria, ma soprattutto per la presenza di sua madre, Larisa Frumkin, detentrice dell’arte culinaria e della memoria storica familiare, anello che lega  quattro generazioni, dalla  fine dell’impero zarista alla Putinland.

L’arte della cucina sovietica  non è un libro di gastronomia: il cibo fa da "discreto" conduttore attraverso cui sono raccontati novanta anni  di Storia.
( in appendice vi sono dieci ricette, ognuna rappresentativa di un decennio.
Sperimenterò  l’insalata Olivier, ovvero l’insalata russa che con la mia ha in comune solo  carote,  patate e maionese)

Gli aneddoti familiari - libri, passeggiate,  lavori perduti e fortune improvvise -  kommunalka, file per procurarsi il cibo,  nostalgia, spaesamenti  e  “schizofrenie” disegnati  sulla ragnatela della Storia sono tenuti insieme  con tenerezza, lucidità e  ironia dosati in un equilibrio straordinario.
Una ricchezza che si può paragonare alla  kulebjaka, una pasta lievitata ripiena di funghi, due tipi di pesce o carne e almeno altri 10 ingredienti.

Attraverso la microstoria familiare, si descrive la nascita e il dissolvimento dell’URSS, e si capiscono molte più cose rispetto a quanto passa o abbia passato  il convento dell’informazione occidentale standardizzata.
Ad esempio l’amore  per Stalin
… la reazione di mamma alla morte di Stalin mi mostrò in tutta la sua evidenza la forza della venerazione per il Grande leader. La sua subdola doppiezza. Da una parte il vozd’ era una divinità immune dalle affezioni comuni dell’umana esistenza. Una forza storica, trascendente, misteriosa, che viveva in qualche modo al di fuori e al di sopra del regno infelice di cui era l’artefice. Dall’altra era una figura paterna per tutti: un pater familias gentile e confortevolmente domestico dell’intera nazione sovietica, un uomo che abbracciava i bambini attirandosi qualificativi propagandistici come prostoj (semplice), blizkij (vicino) e rodnoj, espressione affettuosa riservata ai  parenti più stretti , che ha la stessa etimologia di un termine ricco di altrettante risonanze interiori: Rodina.”

RodinaUrodina. Una “terra madre”  che fa rima con “brutta strega

o il disprezzo  che avvolge la personalità di Gorbačëv, considerato il peggiore leader russo di tutti i tempi.
 Non immaginavo che fosse    così poco amato dai sovietici e ex sovietici.


Un libro molto più che interessante. Bello. Davvero bello. 

mercoledì 10 giugno 2015

Sunset Park

Non avevo mai letto niente di Auster. 
E dire che lo vidi parlare –  senza capire  cippa,  immagino dovesse avere anche senso dell’humor, date  le risate a bocca larga della mia amica che comprende l’inglese,  mentre io dovevo aspettare la traduzione, in  differita sintetica, stanti i dieci minuti di parlata dello scrittore e i tre della traduttrice.
Sunset Park,  Premio Napoli per la letteratura straniera 2011 (nel periodo in cui  - maledizione, le cose belle durano poco - il premio Napoli ha significato qualcosa, partecipazione popolare e  non salotto per iniziati)
E’ da allora che stazionava nella libreria. 
Sono contenta di averlo letto.  

I personaggi hanno spessore, sono “rotondi”, rotondissimi. 
[Ognuno  di loro mi ha detto qualcosa.  In ognuno di loro ho trovato un mio  frammento]
Ho  apprezzato il modo in cui Auster li ha legati a doppio filo, attraverso la Casa in Sunset Park  che diventa nodo e snodo. 
Era una casa abbandonata, una catapecchia.
Bing Nathan, il “guerriero dell’indignazione, il campione del malcontento, il detrattore militante della vita contemporanea”, il riparatore di oggetti tecnologicamente obsoleti,  decide di occuparla. 
Squatter. 
Non è da solo. 
Nella casa vivono abusivamente Hellen e Alice,  e in un primo tempo anche Millis, la compagna di Bing. 
Lì troverà asilo  il protagonista del romanzo, Miles Heller, dopo un’assenza da New York durata sette anni.  
Nella casa abusivamente abitata gli occupanti cercano di ritrovare una barra e una direzione per le loro vite irrisolte. 
E’ lì’ che cominciano a fare veramente i conti con se stessi. 
E’ lì che cominciano a coltivare desideri, sogni.
E’ lì che pianificano l’idea del futuro. 
Non è un caso che il romanzo inizi con altre case, quelle nelle quali Miles lavorava come addetto allo sgombero. 
Miles fotografava i resti della desolazione, i segni del fallimento, prima che la squadra di sgombero di cui faceva parte cancellasse ogni traccia delle vite trascorse tra le mura abbandonate.
 “Per non avere progetti, cioè non nutrire desideri o speranze, accontentarti del tuo destino, di quello che il mondo ti dà da un’alba a un’altra – per vivere così devi volere molto poco, il meno che sia umanamente possibile.
Così aveva vissuto Miles nei sette anni della sua fuga  dal mondo e da se stesso.  
Il meno che sia umanamente possibile è un desiderio incancellabile, è nel non essere soli. 
E’ nell’abbraccio. 

[E’ nel ritrovare suo figlio, per Morris Heller , il personaggio che ho amato di più, straordinario,  l’uomo delle lattine.
E’ Pilar, per Miles. 
E’ nello sguardo del pubblico, per  Mary Lee Swann.
E’ in un  figlio che non è mai nato, per Hellen]

Il corpo umano non può esistere senza altri corpi umani. Il corpo umano ha bisogno di essere toccato  - Non solo i corpi umani piccoli, ma anche quelli grandi. 
Il corpo umano ha la pelle. “

Ma basta un attimo perché tutto precipiti o muti direzione:  un incontro casuale,  uno spintone, un pugno.
Vite irrisolte nella perdita.

...e si chiede se valga la pena sperare in un futuro quando non c’è futuro e d’ora in poi, si dice, non spererà più in niente e vivrà solo per questo, questo momento, questo momento che passa, l’adesso che è qui e poi non è qui, l’adesso che se ne è andato per sempre.” 

[e ora altri, Mr. Auster. Vediamo quanto dura il feeling]

mercoledì 3 giugno 2015

Il libro (e la Legge) della giungla

Il libro della giungla  che è radicato nella mia memoria è quello di  Walt Disney.

[mio fratello era terrorizzato dal serpente  Kaa. sognava la nonna con gli occhi arrotolati  e con la sssssshhhseppola come Kaa]

Il libro di Kipling  è completamente diverso.

[Il serpente Kaa è un personaggio buono]

Innanzitutto  è  costituito da una raccolta di racconti -  favole “esotiche” - ,  e Mowgli compare solo nei primi tre.
Le storie degli animali della giungla e non solo - la foca sulle banchise polari e la mangusta nella villetta borghese-    svolgono  il loro bravo compito  morale, come in tutte le favole.
La morale è che bisogna rispettare La Legge della Giungla, ovvero dei Sistemi Sociali consolidati, rigidamente incanalati nelle gerarchie.
(e chi sgarra paga)
Il  racconto “Al Servizio di Sua Maestà”  si conclude così:
- Obbediscono, come obbediscono gli uomini. I muli, i cavalli, gli elefanti, i buoi obbediscono al loro conducente, il conducente obbedisce al sergente, il sergente al tenente, il tenente al capitano, il capitano al maggiore, il maggiore al colonnello, il colonnello al comandante di brigata che comanda tre reggimenti, e il comandante di brigata al generale che obbedisce al vicerè, che è il servitore dell’Imperatrice. Ecco come è stato possibile. 
-  Fosse così anche nell’Afganistan! – disse il capo. – là obbediamo soltanto alla nostra volontà.-
-  Ed è appunto per questo, - disse l’ufficiale indigeno arricciandosi i baffi, - che il vostro Emiro, al quale non obbedite, deve venire qui a prendere gli ordini dal nostro Vicerè.

Ritornando ai racconti  di Mowgli,  le scimmie sono considerate “paria” dagli altri abitanti della foresta proprio perché non hanno un capo, non  accettano le regole condivise, e questo si traduce in una assenza di “memoria”, che le porta a compiere azioni riprovevoli.
L’orso Baloo, che ha il compito di insegnare al piccolo cucciolo di uomo la Legge della giungla,  è proprio il tipico maestro sentimentale ma  ruvido, in linea coi principi educativi dell’ Ottocento.
Ecco perché  gli insegno queste cose, ed ecco perché lo picchio, molto delicatamente del resto, quando le dimentica. (…) Meglio che sia coperto dalla testa ai piedi di lividi fatti da me che gli voglio bene, piuttosto che gli capiti del male per ignoranza”.

Mazz ‘è panelle fann ‘e figli bell.

Quanta differenza  tra le pagine del libro e  le scene del film di Walt Disney.
Adoravo  (adesso adoro ancora di più) l’insegnamento  canticchiato da Baloo - basta il minimo indispensabile -  e    non voglio leggerlo come l’apoteosi dell’ottimismo vacuo,  com'era probabilmente nelle intenzioni di W.D. ma, arrogandomi del diritto della libera interpretazione,  come una frecciata anarcoide, uno strale contro il consumismo e  la frenesia del possesso.

domenica 31 maggio 2015

Leggere Lolita a Teheran

Ho una mentalità troppo accademica: ho scritto un numero tale di saggi e articoli che non sono più capace di trasformare le mie esperienze in racconti senza mettermi a pontificare. Eppure è  proprio di questo  che ho voglia – di raccontare, di reinventare me stessa insieme a tutti gli altri.

Tra le dichiarazioni di intenti  e le aspirazioni, e la riuscita di tali intenti e desideri,  c’è di mezzo il mare. 
O un pesante velo.
Non credo affatto che Nafisi sia riuscita a liberarsi dalla mentalità accademica. 
Il velo che le è stato imposto dai fondamentalisti islamici è poca cosa rispetto a quello  che è riuscita a porre tra il corpo nudo di un popolo ferito dalla violenza del fanatismo religioso e dalle guerre  e “il racconto e la reinvenzione” di se stessa e degli altri. 

Sono sempre stata sensibile verso il tema dei diritti negati e affascinata dal potere della letteratura,   eppure non è scattata alcuna empatia verso il racconto della Nafisi. 
La mancanza di empatia, per me, era il peccato originale del regime, quello da cui scaturivano tutti gli altri.”
Un regime caratterizzato da empatia è un assurdo concettuale. 
Invece la mancanza di empatia  è per me  il peccato originale di un romanzo. 
Solo adesso, quando  cerco di rimettere insieme i frammenti di quei giorni, mi accorgo di quanto poco parlassimo delle nostre vite private – di amore, di matrimonio, dell’avere o non avere bambini. Era come se la situazione politica avesse divorato tutto. Tutto, tranne la letteratura.
Persino i due figli della scrittrice, nati durante la sospensione dall’insegnamento, sono  invisibili. 

Non riesco proprio a considerare come emblematica la voce di chi, in un paese straziato dalla povertà, dalle rovine della guerra, dai soprusi e dalle aberrazioni  degli integralisti, si ritrova a chiacchierare così: 
Dovete immaginare una sera d’estate. Siamo a una festa, seduti all’aperto, in un giardino profumato. Su una grande terrazza con vista sulla piscina, il nostro squisito anfitrione ha sistemato alcuni tavolini precariamente illuminati da candele. In un angolo, contro il muro, ha sparso su un tappeto persiano un po’ di cuscini colorati. Vino e vodka sono di fabbricazione  clandestina. Ai tavoli si ride, si chiacchiera, si raccontano storie, più o meno come succede in qualsiasi parte del mondo quando si ritrovano insieme persone colte, argute, sofisticate.” 

Mi piacerebbe molto leggere la stessa storia dal punto di vista di una delle figurine  che pendono dalle sue labbra, da una delle   alunne assunte nel beato regno del salotto di casa Nafisi, le sette prescelte tra i tanti alunni e uditori e specializzandi e laureati,  che sotto la sua illuminata guida scoprono nella letteratura “epifanie della verità”, trasformando il romanzo  di Nabokov, la sua Lolita,  in una assonanza con le donne sotto il regime  teocratico iraniano.
(per tacere della Austin, di Joyce, di James eccetera eccetera)



domenica 17 maggio 2015

Morte a Venice

Dovrei leggere Mann per capire se c'è  debito. 
Intanto ho scoperto un'altra Venezia, al di là dell'oceano.

Ai vecchi tempi Venice, in California, aveva molto da offrire a chi si compiaceva di tristezze. C'era nebbia quasi ogni sera e c'era il brontolìo delle macchine petrolifere lungo la riva, e lo sciabordìo dell'acqua scura nei canali e il sibilo della sabbia contro le finestre quando il vento s'alzava e cantava negli spiazzi aperti o nelle passeggiate deserte.
Erano i giorni in cui il molo di Venice si sgretolava nel mare, e al mutare della marea si intravvedeva fra le onde lo scheletro di un immenso dinosauro — le montagne russe del vecchio luna-park — languire nell'oceano.

E’ in quest’atmosfera decadente che l’amico della Morte, Compare Sconforto, fa collezione di Solitari.
L’amico della Morte ha un alito gelido e alticcio, puzza di sudore e di notte si ferma davanti alle porte e lascia mucchietti di alghe. 
E’ un giovane scrittore che campicchia vendendo racconti di  mistero e fantascienza ai giornali, il primo a sentire il suo alito. 
Il primo ad avere la premonizione della sua pericolosità.

Il romanzo è  un giallo atipico, farcito di omaggi  diretti e indiretti al mondo del cinema, della musica, della letteratura,  costruito con  un ritmo hard boiled  ma puntinato di struggente melanconia. 
Bella l’ambientazione,  le suggestioni sollevate dalla descrizione degli spazi;  affascinanti  i personaggi  strambi e surreali che popolano il romanzo:  l’investigatore filosofo che vive attorniato da una giungla, la diva sepolta nella villa sul mare con il suo cast personale incorporato,  e soprattutto gli abitanti del palazzo di  Los Angeles, un microcosmo di umanità fuori dalle regole e dai giochi: il cieco, Sam,  l’elefantiaca cantante lirica Fanny.
Se molto mi sono piaciuti lo stile e la caratterizzazione dei personaggi, qualche perplessità  mi ha lasciato l’articolazione della trama: vero è che si è fuori dai canoni ordinari del genere, e che il movente non è un movente reale ma una “tesi”, tuttavia questa tesi  mi pare contrastare troppo  con il respiro intero del libro.
L’immaginazione e la paura possono essere   salvezza  e condanna;  lasciarsi andare , arrendersi, arruginire come i dinosauri del luna park è sempre una condanna.
Un Bradbury insolito, una strana lettura che  analogia ardita e irriverente mi ha richiamato alla mente questo, che è impossibile da incorporare (ma anche impossibile da dimenticare, una volta visto) : 

https://youtu.be/oDVNJDSNt7E

giovedì 23 aprile 2015

#ioleggoperchè...

Je m’accuse. 
Sono un messaggero.
In tempo utilissimo, appena l’iniziativa prese  il via, feci  richiesta di diventare messaggero di #ioleggoperchè. 
Ero mossa da un nobilissimo intento, cuccarmi i 24 libri della collana – pure se in edizione economica,  pensavo,  non potranno mai fare più schifo di quelli della storica collana millelire, e fa niente per i  libri che ho  letto o che possiedo già,  i doppioni  li porterò alla biblioteca scolastica.  
Che delusione quando dopo pochi giorni il pacco di libri fu ridotto a 12 titoli, e che  massima scazzatura quando a distanza di pochissimo ci fu  data comunicazione che avremmo ricevuto  sì 12 libri, ma riferiti a solo due titoli della collana, sei e sei copie, a discrezione della libreria presso la quale era previsto il ritiro. 

Ecchemarina, se mi capitano sei  copie di Acciaio di Avallone  o sei  di Oceano mare di Baricco che cavolo me ne faccio?
Davvero  va a finire ch’ aggia fa il messaggero, e lasciare i libri  in mano a chi,  boh,  li prende e li lancia nella munnezza, o mi butta le jastemmie  che regalo per regalo sarebbe stato meglio un buono caffè o un biglietto della lotteria , o si fa rincorrere manco gli volessi dare una busta esplosiva, o si piglia il libro mi dice grazie e poi se lo va a vendere per 50 centesimi al banchetto dei libri usati. 

Nonostante  legga davvero e pure tanto e   faccia molto più che messaggero nella quotidianità,   penso che  l’iniziativa di #ioleggoperchè - evento straordinario e unatantum -   sia  autoreferenziale assai. 
Lettore chiama lettore, passo. 
Lettore risponde a lettore, pronto.
Dubito fortemente che tanto burdello possa convertire i refrattari per natura o per cultura ad aprire e sciropparsi immantinente un libro, specie se donato ad capocchiam.
Vero è che l’entusiasmo è contagioso, e  può pure darsi che spargendo  centomila semi si ottengano una decina di piantine, però…

Je m’accuse e je m’acquitte. 
Il libraio, introducendomi nello stanzino deposito in cambio di un abbraccio,  mi ha fatto scegliere i due blocchi da sei copie: ho preso libri che potrei far  leggere ai miei alunni, Il cacciatore di aquiloni e Come un romanzo,  e li ho portati nella biblioteca scolastica, la cui dotazione, ad eccezione delle sparute copie che mendico ai rappresentanti , è stabile da anni.  
Non ci sono fondi, non ci sono soldi da  sprecare  (o investire?) per l’acquisto di libri per la biblioteca scolastica, libri ADATTI  a coltivare possibili futuri lettori. 

Poi si dice e si strombazza. 
Eh. 

venerdì 20 marzo 2015

Altai

Ai Wu Ming sto costruendo un altare. 
Anzi,   li sto raffigurando in un dipinto (facce di anonymous), da porre sull’architrave della casa dove abitano gli scrittori che ho letto. 
Sono sull’architrave a ricordarmi che esiste un modo altro di pensare la scrittura e la letteratura, e il copyright, e la visibilità e l’apparenza e l’apparire e  e  e  e.
(Lodabile, ne ho già detto a proposito di Manituana, qui)
Un modello, un esempio. 

Come donna Gracia,  Grazia Nasi alias Gracia Miquez alias Beatriz de Luna, la donna che aveva riscattato dalla schiavitù molti ebrei, e  a molti ancora aveva dato rifugio e protezione durante le persecuzioni e gli esili della metà del 1500. 
Il suo ritratto campeggiava  nella casa del nipote, Yossef Nasi, alias  Giuseppe Nasi  alias João Miquez.
Yossef   aveva un sogno molto più grande di quello che animava la zia sionista antelitteram: costruire uno regno dove potessero convivere in pace e armonia tutti i perseguitati per motivi religiosi, un luogo dove potesse trovare spazio il tempo degli ebrei, quello dei cristiani e quello dei musulmani, senza attriti e senza coperture, così come veniva scandito dal grande orologio inventato dallo scienziato Takiyuddin
Una terra in cui Yossef Nasi sarebbe stato re per concessione del sultano, in cambio del sostegno finanziario nella guerra contro la Serenissima. 
Il regno di Cipro. 
Cipro, roccaforte veneziana nel  mare su cui si affacciava l’impero Ottomano. 

Yossef Nasi era per i veneziani il nemico: l’ebreo che si era finto cristiano nelle peregrinazioni in Europa e che era al fine stato accolto a Costantinopoli dall’imperatore dei musulmani, il  sultano;  nulla di più diabolico e spregevole. 
Così, prima di conoscerlo, lo considerava  Emanuele de Zante alias Manuel Cardoso, il protagonista della vicenda, un ebreo  trapiantato a Venezia e posto al servizio del Consigliere Nordio come spia, agente della sicurezza  spinto alla ricerca dei nemici della Repubblica. 
Altai Wu Ming
La copertina è tratta dal sito dei WuMing
 Emanuele de Zante, un ebreo rinnegato, il perfetto capro espiatorio. 

La vicenda  raccontata in “Altai” copre pochi anni, dall’incendio dell’Arsenale  di  Venezia nel 1569 all’epilogo della battaglia di Lepanto, Lega Santa contro Impero Ottomano, nel 1571.  
Lo sfondo storico è documentatissimo  - sono bravi, sono bravi i Wu Ming –  ;  la prospettiva con cui viene letta la storia potrebbe essere  considerata faziosa -  le vicende legate alla battaglia di Lepanto viste con gli occhi degli ebrei - ma questa è faziosità di superficie, il senso è da tutt’altra parte, e comunque,  ben venga una sana faziosità, cazzarola, che l’oggettività non esiste manco nei saggi palla, perché pure in quelli l’occhio del ricercatore allinea fatti e documenti privilegiando una certa prospettiva. 

C’è un’anima inquieta   in tutto il romanzo. 
Non è più quella del protagonista di Q, il senza nome dai mille nomi, che assume un ruolo chiave, seppur  da personaggio secondario, in questo  Altai, un “ non seguito” del capolavoro di Luther Blissett. 
Non è più l’esaltazione della disobbedienza a tutti i costi che si esprimeva  nell’adesione a tutti i movimenti di rivolta verso qualunque forma di potere del senza nome dai mille nomi - Gustav Metzger,  Gert dal Pozzo, Hans Grüeb, Ludwig Schaliedecker, Tiziano l’anabattista - fino all’ultima identità che assume prendendo il largo su una barca,  Ismail il viaggiatore. 

Ismail è diventato Ismail al Mokahawi. 
E’ vecchio. 
Dei suoi sogni non restano che briciole, e una comunità di Mokha  che lo accoglie come un padre, avendola salvata senza che il sangue di nessuno venisse versato. 
Arriva tardi, ancora una volta, tardi per incontrare Gracia, tardi per comprendere quale sarebbe dovuto essere  il suo ruolo. 

Perché se è vero che sulla terra migliaia sono i cani, servi dei padroni, è anche vero che il cielo pullula di Altai. 

E’ un falco molto robusto, fedele, facile da addestrare. Non occorre far nulla,  con un altai, e un buon falconiere fa il meno possibile.  E’ la natura del falco che lo spinge in volo e gli fa conficcare gli artigli sulla preda. Se vuoi che lo faccia per te, devi solo mostrargli qual è il suo vantaggio.

Un irreparabile senso di sconfitta.

... di fronte a un deserto, un fiume ha due scelte: gettarsi con foga tra le sabbie, determinato ad attraversarle e irrigarle, con il rischio di seccarsi e spegnersi per sempre, oppure evaporare e diventare nuvola, per volare sopra il deserto e, piovendo sulle montagne, tornare fiume.
Ismail  
Ripensò alle parole della storia. Era un parabola sufi, l'aveva udita molte volte, in molte diverse varianti e conosceva il finale: al tempo del disgelo la neve si scioglieva e il fiume tornava ad essere se stesso. Quella era stata la sua vita, per molti anni. Lasciarsi portare dal vento oltre le sabbie e ricominciare a ogni pioggia. Ora non temeva più di trasformarsi in palude, e dare acqua al deserto gli sembrava altrettanto nobile che correre tra gli argini e irrigare la pianura.

Un irreparabile senso di sconfitta o piuttosto la consapevolezza che occorre comprendere quando è il momento di fermarsi, e che  ai sogni  di trasformare il mondo  in senso epico sia meglio…
Sia meglio cosa?  

Ma Altai non è solo ripiegamento. 
E’ anche occasione di riflessione su molti  temi,  ma soprattutto sulla  traccia che credo sia il fondo morale del libro:  il senso dell’identità. 
Non a caso i personaggi più interessanti sono quelli che hanno sperimentato più “identità”, come il protagonista, Grazia e Yussef Nasi, e Ismail.

Identità come limite e costrizione. 

(vallo a spiegare ai nazionalisti, agli omologatori, a chi vorrebbe una sola nera bandiera  su terre e terre, eccetera eccetara)

sabato 7 marzo 2015

Emmanuelle, o della inesistenza della Letteratura erotica

Da qualche parte, non mi ricordo dove, ho letto che in letteratura si può osare fare una differenza tra erotismo e  pornografia, riservando a quest'ultima la pura descrizione "meccanica" della sessualità, deprivata di pensieri sensazioni emozioni, di tutto ciò che non concerne la sfera fisica, insomma. 
Fatto sta che se per la filmografia esiste una distinzione, mai mi è capitato di incocciare nell'etichetta romanzo o racconto "di genere  pornografico". 

Ho letto  uno dei "capisaldi" della "letteratura erotica", Emmanuelle.
(il perchè è meglio che lo tenga segreto)

Se esistesse la categoria romanzo irritante (oltre a ridicolo), l’affibbierei a sto libro, altro che romanzo erotico.
Mi hanno irritato il contesto, la Bangkok degli europei postcolonizzatori - ambasciatori, codazzi e studiosi stracciafacenti , dotati di ville piscine club boys e autisti - e l’ esotismo da quattro soldi.
Mi ha perplesso l’oscillare di Emmanuelle tra perbenismo e disinibizione.
(per non dire dei suoi pensieri e delle sue emozioni)
Mi hanno irritato le amichette di Emmanuelle, vabbuò che è un romanzo erotico (che poi, la verità proprio….) , ma erotico vuol dire inverosimile?
In particolare mi hanno fatto proprio scacare i dialoghi, tutti, ma soprattutto quelli tra Marie-Anne la tredicenne (una perla di inverosimiglianza) ed Emmanuelle, e a mò di esempio riporto uno scambio di  battute tra Emmanuelle e la bambinella, allorquando la tredicenne impone (eh, che s’adda suppurtà) alla sua più matura amica (diciannove anni, sull’orlo dell’infradiciamento) di conoscere
Mario, che sarà il suo insegnante di “morale dell’erotismo”.

(E.)“Com’è il tuo bell’uomo?”
(MA)“Tipico marchese fiorentino. Garantito che non ne hai mai incontrato uno così. Snello, alto, naso aquilino, occhi neri, intensi e profondi, colorito scuro, viso ossuto…”
(E)“Ma pensa un po’!” (…)
(E) “Ha i capelli grigi! Ma è un vecchio!”
(MA) “Naturalmente. Ha proprio l’età che fa per te, esattamente il doppio della tua, trentotto anni. E’ per questo che dico che devi sbrigarti: l’anno prossimo sarai troppo vecchia.”

Mi ha sguallariata, ma proprio sguallariata, la tirata pippica di Mario per educare Emmanuelle all’etica, anzi, all’estetica dell’erotismo – libido scesa al di sotto delle unghie dei piedi, già dopo tre minuti di lezioncina.

Se quest’ è l’erotismo, preferisco di gran lunga la pornografia.
Del libro salvo solo le descrizioni pure e nude, ma a questo punto cento volte meglio Youporn.
(anche se, bisogna riconoscerlo, a quei  tempi  Youporn ancora non esisteva)

Forse ha   ragione Boris Vian, quando afferma che "non c'è una letteratura erotica".
Dietro questa etichetta  di certo non c'è Letteratura