sabato 28 aprile 2012

da Errata corrige a ruota libera

"A pagina 53 è presente un refuso.
La frase "Al massimo il bacio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza" è da leggersi "Al massimo il socio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza".
Concretezza che evidentemente è mancata a un redattore distratto dalla sua vita sentimentale.
L'editore"

Il presente comunicato "Errata corrige" è nella copia di un libro per ragazzini.
(un fogliettino 4x3 centimetri)
Prima ho pensato: chissà se il redattore fa ancora il redattore oppure è stato retrocesso allo spolvero delle scrivanie.
Poi ho pensato: ma guarda che grande sfottitore, questo editore.
(se il redattore è ancora al suo posto si è fatto una grande risata, spero)

L'editoria per ragazzi (una parte, ci mancherebbe) si permette certe rilassatezze che non sono sicura passerebbero sotto traccia in libri destinati ad un pubblico adulto.
Soprattutto su molti libri nati come narrativa per le scuole (e le riduzioni e gli adattamenti di grandi classici)  si dovrebbe stendere non un velo, ma una trapunta pietosa.
Come se scrivere per un pubblico giovane e inesperto ammettesse l’arronzatezza, la superficialità, lo squallidume, con l'aggravante dell'avallo dell'insegnante che "consiglia".
(terribili i libricini attrezzati con tanto di schede didattiche - ma che grandiose palle, come se non bastassero le antologie con le schede gli esercizi le scritture creative i quiz le similproveinvalsidistocazz)
Dico almeno storie che si reggano in piedi, anche se i piedi sono piazzati in aria e nelle nuvole.
(Rodari, oh, Piumini, oh)
Le narrative per ragazzi, nella scuola, sono consigliate seguendo le logiche del do ut des.
(che bisogno c’è di un libricino che accocchia una ventina di temini sui problemi dell’adolescenza quando le antologie ne sono già piene?)
I rappresentanti in cambio di adozioni si mettono a disposizione.
(I rappresentanti farmaceutici pure. Un bel convegno di aggiornamento organizzato da tale casa farmaceutica nel mese di giugno in un resort punta ‘o mare sta alla  fornitura gratuita di tale casa editrice dei libri scolastici per figli e nipoti.
Si sa, i professeur sono categoria di pezzenti)
Ah, ma je suis snob, e allora non adotto le narrative per ragazzi.
Mi è capitato di essere corteggiata da un rappresentante (nuovo)
- Ma come mai non adotta la narrativa? Le nostre hanno anche il corredo di schede didattiche.
- Ecco appunto, non ho bisogno del corredo di schede didattiche, parto dal testo direttamente secondo le esigenze  e gli spunti che nascono al  momento.
- Ah, allora si potrebbe considerare una collaborazione con la nostra casa editrice, magari lo potrebbe scrivere lei un libro, o curare una riduzione per ragazzi.
Mmmmhhh, quanto sono lusingata!
Sprigiono fascino intellettuale da tutti i pori e fumo dal naso e dalle orecchie.


Leggo libri per i ragazzini per puro masochismo.
A volte si trovano delle chicche.
A volte si trovano delle cacche.

Mi ha impressionato - cacca -  la  pubblicità della casa editrice, il messaggio autopromozionale all'interno di una storia per ragazzini.
Il giovane protagonista restituisce un libro, il Robinson Crusoe, alla bibliotecaria.
Un amico guarda inorridito e afferma convinto che l'edizione originale è pesante!, ma lui - il furbone - ha letto la bellissima versione ridotta edita da ***.
Uh, *** è la stessa casa editrice. Con tanto di lettere, mica asterischi.
Che coincidenza!
Poco mi importa se è stato un omaggio dell'autore (sono finiti i tempi dell'encomiastica) o una correzione introdotta dagli editor (peggio ancora, ma quali pressioni si devono mai subire?)
E' una cosa che non si fa, ecco.





mercoledì 25 aprile 2012

Ricorrenze

Le coincidenze.
A volte sono davvero sorprendenti.
Negli ultimi 3 giorni ho letto due libri che, in un modo parziale e comunque in modo diverso, hanno a che fare con la lotta partigiana, con la Resistenza.
Niente di voluto o di cercato, davvero è solo il caso che me li ha posti davanti.
Ida, giovane sarda ospitata a Roma dalla sorella e lì bloccata dalla guerra, diventa staffetta, con la paura nel cuore e nei piedi,  perché non c’è altro da fare.
E’ la protagonista del libro dell’esordiente Paola Soriga, Dove finisce Roma.


Francesca Edera De Giovanni  è la prima donna partigiana uccisa dai fascisti, al muro.
E’ una delle  sette “vite inestimabili” di cui racconta Pino Cacucci nel suo ultimo libro, Nessuno può portarti un fiore, ed è la vita che ho trovato più inestimabile.
Come quella di Ida.
Non sono eroine.
Dice Cacucci: “Forse ti farebbe sorridere, quel poco di retorica che accompagna tante lapidi, a te che sei diventata partigiana per voglia di vivere, e non di sacrificio.”
La Memoria è una cosa da vivere, non da ostentare.
(La voglia di vivere non si esprime con le chiacchiere)

Maledetto il popolo che ha bisogno di santi e di eroi (e di retorica e di parate e di celebrazioni).
E poi dorme.

mercoledì 18 aprile 2012

La signora M.

La signora M. ha un'età indefinita. Non è giovane.
Chi l'ha conosciuta prima di me, più di 15 anni fa, prima che le morisse il marito, dice che era molto più vecchia di adesso.
M. ha i capelli corti corti, neri neri (corvini non è un aggettivo casuale, mai capelli più corvini ho visto in vita mia. Devo ricordarmi di chiederle chi è il suo parrucchiere), e anche gli occhi.
Indossa vistosi orecchini e collane che s'insinuano tra le tettone enormi.
Sta infuocata,  sempre scollacciata, anche quando fa nu friddo da intisicare un baccalà.
M. fa la bidella.
(pardon, collaboratrice scolastica)
E da collaboratrice ad alcuni aspetti del ruolo ci tiene assai, come quando, finito il tempo previsto per gli incontri scuola /famiglia, suona la campanella e caccia tutti fuori, genitori e professori, alluccando come una furia.
La mattina è lei a prendere le telefonate di chi si assenta.
"Maria, un giorno di malattia."
"Ueèèèè, e che è succies? Che tenite, professorè?"
Alla Catarella di Camilleriana memoria, nel ripetere i nomi,  ribattezza tutti.
(nu sturpiamento continuo)
La signora M. racconta  cose che se non mi fossero state confermate come sicurissime da persone affidabilissime, non le avrei credute possibili.
Il suo compagno è un editore, ha una casa editrice pure importante.
Pressorè, 'o sapete  a ***? E' il mio compagno.
Fa murì quando pretende giorni di ferie per andare a fare il  uicchè al mare, sulla barca del mio compagno, o la vacanza a santodomingo a natale o a pasqua, nell'albergo con la sciuit che ha preso il mio compagno, mentre con lo scopettone si aggira tra i corridoi.
Mi chiedo sempre di cosa parleranno mai lei e il suo compagno.
[Parleranno?]

Eppure.
A me la signora M. sta simpatica.
Mi fa pensare che nulla è impossibile, che tutto può essere al di fuori di ogni ragionevole immaginazione.
(invecchiare e tornare giovani e toste, ad esempio)

mercoledì 11 aprile 2012

Paris, la vie dans les cheveux

Cit.  “Allora com'era Parigi? (classica domanda del cazzo  che ti faranno.)”
La  torre Eiffel, il Louvre, l'Arc de Triomphe,  Notre Dame, e tutte le sacramenterie  del fascino turistico di massa di Paris sono belle, sono filose (chilometri di file, scoraggianti e demotivanti, tant’è che le ho saltate tutte, ci son passata dal basso e dal fuori, e comunque è come entrare dentro la cartolina, solo che avrei potuto fare un montaggio e spararmi le pose uguale), ma le note a memento  del  viaggio sono altre.

1) Acqua. 
Non l’acqua che viene dal cielo, che pure non è mancata, ma l’acqua del rubinetto.
Buonissima, fresca, tosta.  Altro che vino. Aprire la fontana e fare  glu glu glu. 
(devo smetterla di rimproverarmi perchè quando sono a casa compro l’acqua in bottiglia, e che cazz, la pago l’acqua dell’acquedotto, non faccio mica la snob, a caricarmi 12 litri alla volta su per le scale. E cosa bevo altrimenti? Coca cola o mandarinetto? L'acqua del rubinetto di casa mia sarà pure potabile, ma è imbevibile)


2) Traffico e metrò. 
Di sopra, il Peripherique,  tangenziale o  circumvallazione che dir si voglia, fa un baffo a quelle di Napoli, che pure sono oibò. 
Un tappeto immobile di vuatùr. Di sotto una ragnatela di binari, sottopassaggi, 14 linee di  metropolitana che si intrecciano si intersecano, si  interscambiano. Chilometri e chilometri a piedi sottoterra (a saperlo e a munirsi di stradario, per alcuni tratti non val proprio la pena fare scale e scale  per prendere la metrò, con la pedicolare si guadagna tempo e salute)



3) Dalì,  il folle.

L’Espace Dalì, a Montemartre,  è il sacrario del pazzo.
Vi sono alcune sculture di un certo interesse, per il resto una considerevole mole di disegni e schizzi, alcuni acquerelli e pitture, quasi tutti dedicate all’amico giornalista Enrique Sabater.
(è di fatto la collezione Sabater in esposizione.
"A Sabater" in ogni dove).
Una delle sale, sul fondo, si allunga in una cripta con abside, con tanto di cancelletto che impedisce l'ingresso e  cazzimpocchierie che ricordano le chiese e i cimiteri.
Al posto del tabernacolo, uno schermo  proietta senza soluzione di continuità le immagini del poco casto divo Dalì. 
Inquietante.
Ma altro è ancora peggio.
Un visitatore, solo. 
Si ferma in uno spazio neutro, tra l’esposizione e la galleria vendite e la rampa che porta all’uscita e all’ormai obbligatorio punto souvenir.
Estrae dal borsello una macchina fotografica e una bambola. Una bambolina di plastica, con gli occhi di vetro fissi e grandi, e i capelli lisci. L’ accarezza, le sistema i capelli e tenendola con una mano comincia a fotografarla. 
Con lo sguardo perso negli occhi della bambolina.
Inquietante bis (ter, quater, e oltre).

4) La  Crème brûlée al Café des 2 Moulins.
Amélie Poulain spezza la crema con il cucchiaino. Ma la crema non ha la crosta sufficientemente croccante, il cucchiaino affonda. Anzi, la verità, al Cafè des 2 Moulins reso famoso dal film "Il favoloso mondo di   Amélie",  di favoloso ci stanno solo la nomea e le foto sulle pareti e le tovagliette autopromozionali.
(quanto sanno vendersi bene, sti francesi).
Meno male che si è in zona Pigalle.



5) Cuisine française au Mouline de la Galette.
Le Mouline de la Galette è stato immortalato da Van Gogh e Utrillo, e le danze e l'animazione dans le moulin da Toulose Lautrec e Renoir.
Sotto il mulino, maintenant, vi è l'omonimo ristorante. Quotato abbastanza. Carestoso abbastanza, charmantillo pure (il fascino della storia).
Prendo un Plate, tipica cucina francese - dice la cameriera: "Pout au feu a l'os à moelle et ses légumes d'hiver" (euro 19).
Ovvero, carne in brodo con 4 patate  e una fetta di cetriolo scaurati.
Vabbè.
Non per fare del bieco nazionalismo. ma la carne in brodo la cucino quando non tengo genio di inciarmare.
Vuoi mettere anche un semplice "ruot 'o furno" o la lasagna primavera o la parmigiana di melanzane?
Tolto il camembert e la baguette, la cucina francese sa di fuffa (o di truffa).

6) Chateau –rouge 
L’appartamento preso in affitto, molto piccolino e charmant, è in una bella zona tranquilla, vicino alla funicolare di Montmartre, equidistante da tre fermate di tre linee diverse della metrò. 
Madame la proprietaria, ne cita solo due. 
E Chateau- rouge? Domando.
Ah, no no. – risponde.
Ecco. 
Non  si parla francese,  in quella fermata. 
(Africa)
Una babele di lingue e di colori del sud del mondo,  una folla esageratissima, mura scrostate e sudore.


Eppure Chateau-rouge non è nelle banlieu,  è 18° arrondissement, Montmartre, stessa latitudine della metrò di Abbasses, qualche centinaio di metri.
Mi chiedo com’è questa storia dell’integrazione (o della dis-integrazione)



7) Rue Paulet.
Ovvero, la strada delle capère.
In ogni città vi sono zone o vie “specializzate” e dedicate a ( san Gregorio Armeno, la strada dei pastori e dei presepi, ‘a sape tutto ‘o munno)
Anche Pigalle, la zona dei sexy shop. 
Ma di rue Paulet, non ne avevo mai sentito dire. 
E’ una delle strade a ridosso di Chateau-Rouge. 
Qui vi sono solo negozi , anzi, bugigattoli, di acconciature afro. Uno dietro l’altro, una fitta sequenza, quant’è lunga la strada, di  vetrate vista sull’interno. Tutte donne di colore, le acconciatrici e le clienti ( qualche asiatica che fa il manicure).
Treccine e rasta e e à toutes les heures, festivi compresi. 

Ecco. Fosse anche solo per quest’ultima nota,  Parigi val bene una testa.


domenica 1 aprile 2012

Socialcavoli

Mi affeziono ai contenitori.
Conservo per anni, quando mi piacciono, scatole vuote.
Non sposto, una volta fissati idealmente, i mobili dalle pareti e i vasi sulle mensole.
Devo riconoscere lo spazio in cui mi muovo, come quando ero piccola e giocavo (che gioco scemo) ad essere cieca, e ad occhi chiusi mi muovevo evitando spigoli e pilastrini.

La nuova grafica di blogger mi ha spiazzato.
In blogger mi sento (mi sentivo) a casa.
Ciò però non ha mai frenato la curiosità di vedere anche altro.
Assomiglia adesso, con il nuovo look, a wordpress,  se non fosse per il particolare affatto irrilevante che quello parla english.
Tanto per guardarmi attorno, tra i socialcavoli più diffusi, fittai stanza anche lì.
Ci saranno cumuli di ragnatele e polvere.
(ho più case virtuali di pirlusca, tanto che di molte mi sono scurdata pure dove ho messo le chiavi)

L'ultima sperimentazione in fatti di socialcavoli è stataTumblr.
Mi ha turbato  il suo benvenuto.
“Sei fantastico!” al clicca sulla verifica mail.
Mi ha inquietato la prima domanda, fatta da un tumblrBot (arghh, matrix è vivo e lotta con noi!) che mi ha chiesto se sono un robot o un dinosauro.
Avrei voluto rispondere: ahemm.
Non avevo capito la domanda, la verità.
(Sono un dinosauro)
Mi  ha stravolto il primo messaggio: tumblr mi ha salutato scrivendo “Con amore”.
Non sono abituata a tante coccole.
(e comunque. Non mi piace.)

Sì, sono un dinosauro. 
E anche idiosincrasiaca.
Vorrei poter fare dietro front , mannaggia a me che ho cliccato sul link dell'upgrade quando è comparsa la scritta: Blogger is getting a new look in April. Upgrade Now.


giovedì 22 marzo 2012

Marie, Blanche, Jane.

"Ti porto un libro. E' un libro speciale."
Me lo porta, R., il libro. Mai sentito l'autore, mai sentito il titolo.
R. è la donna che vorrei essere tra trent'anni. (come lei)
Non mi lascio mai condizionare dai giudizi altrui, ma lei è come vorrei essere io tra trent'anni, e un pò mi fido.
Lo leggo, "Il libro di Blanche e Marie" di Per Olov Enquist. 
Cosa ci ha trovato di tanto speciale, mi chiedo.
E' un libro non lineare, faticoso.
Attraverso stralci delle pagine del Libro delle domande, invenzione letteraria scritta da una donna che  immagina sia stata assistente di Madame Curie,   ridotta a  torso su un carretto, e attraverso segmenti di ricostruzione storica e iconografica,  intervallati da ricordi personali,  ripetizioni, frasi ellittiche -  Arri! -   Enquist  racconta di  madame  Curie, l’ unica scienziata a ricevere due premi Nobel, donna  algida e infuocata, come il radio estratto dalla pechblenda, e di suo marito, monsieur Curie, e dello scandalo derivato dalla relazione della scienziata con Paul Langevin.  
E di Blanche, e di Jane, e delle suffragette.
Racconta dell'amore, dell'inestricabile legame che ha con la morte, così come il radio, che uccide chi lo maneggia. 
Embè, mi sono detta, capirai (non ci voleva mica Enquist). 
E dunque?
Dunque ho pensato che nel libro gli uomini ci sono ma sono moribondi, o vili, o morti, o timorosi. 
E' un libro di donne.
(se R. fosse nata nell'800, sarebbe stata una suffragetta, di quelle che, per protestare,   si fanno sbattere in prigione  per uscirne in fin di vita, rianimate dalle compagne e poi di nuovo in strada, di nuovo - le autorità giudiziarie non volevano avere le  morte sulle spalle).


Di madame Curie, la storia  ha fissato  l’immagine rigorosa  e algida della scienziata. 


Di Blanche Wittman,  la storia  ha fissato l’immagine del suo corpo abbandonato,   oggetto degli esperimenti  sul trattamento dell’isteria fatti dal dottor Carchot.
 Di Jane Avril la storia  ha fissato  il suo corpo snodato  nei  20 ritratti di Toulouse Lautrec.



Per Olov Enquist,  ne “Il libro di Blanche e Marie”,  racconta un’altra storia. 
Ora non mi importa  quanto ci sia di vero e quanto ci sia di falso, nel romanzo.
E’ un libro femminista, in fondo.
(Ecco cosa ha di speciale, il libro, per R. 
Non l'amore.)
E’ un libro sulla storia dell'emancipazione  della donna e sulla liberazione (dal corpo, dal ruolo).
Affatto indolore. 
“Il breve attimo in cui tutto possibile, Quello è l'attimo dell'amore, scrive Jane, come rimpiango di non poter afferrare quell'attimo in cui tutto è possibile, e fermarmi lì.”

L’asse dell’osservazione si è spostato.

Il genio della chimica e della fisica, fasciato da vestiti neri,  Madame Curie,  era l’amante  di un suo ex allievo, bruciata dalla passione e dalla vergogna (perchè devo vergognarmi di amare?)  



Blanche Wittman  metteva in scena, attrice, nelle sedute pubbliche sull’isteria,  il suo dominio su Charcot.



Jane Avril  era  diventata, dopo la Danza dei folli, alla  Salpêtrière, la farfalla caduta dal cielo, la Libera stella del Cancan, del Moulin Rouge.

Solo per un attimo:
 “come un sogno notturno, il breve attimo del risveglio quando il mistero permane e sembra reale e poi di colpo svanisce”

Sono  la scienziata  e non la donna Marie Curie, Charcot e non Blanche, Toulouse Lautrec e non Jane  ad "essere"  nella storia.

[La storia,  la vita, sono ingiuste]


domenica 18 marzo 2012

Libri di cuore

"Per un giorno intero, nella biblioteca della casa di campagna dei nonni, avevo indugiato nella scelta di un libro (...) Scorrendo con lo sguardo tutte quelle coste mi ero imbattuto in titoli che per ragioni misteriose mi avrebbero ossessionato tutta la vita (titoli orrendi come E adesso, pover'uomo?, Che ve ne sembra dell'America?, Com'era verde la mia vallata), titoli strani, titoli che mi intimorivano ed altri che mi affascinavano, titoli e titoli che sommandosi mi si sottraevano in un glutine impenetrabile intorno al quale l'animo mio si aggirava irresoluto."

Michele Mari - Tu, sanguinosa infanzia

Mi mancano i fondamentali (i prerequisiti) per amare questo libro di Mari che sviscera un' infanzia sanguinolenta e piagata dall'irresoluzione tra montagne di libri, gigantesche biblioteche paterne e nonnesche (puzzle verdini e battaglia all'ultimo sangue tra 8 scrittori )
Il nonno mi insegnò a pazziare a carte.
Asso pigliatutto, poi scopa e infine, gradino avanzato che immetteva direttamente nel mondo  adulto e maschio, la mariaccia e il pizzico.
La nonna avrebbe voluto insegnarmi le iaculatorie, i rosari perpetui di maggio e vespertini di ogni sera: la ricordo sgranare le palline mentre si affaccendava a fare la qualunque - 'o  diavulone, mi chiamava.
(centomila volte meglio il pizzico)
Nella casa natale di libri ce ne erano pochi. Oggetti di arredamento, per lo più.
E c'erano - ci sono ancora - le enciclopedie a fascicoli che papà si ostinava a comprare dall'edicolante, e poi li faceva rilegare, manco fossero tomi antichi: enciclopedia del cane, dell'automobile, del taglio e del cucito, della parapsicologia (?!?), degli animali, e poi i Quindici, comprati apposta per educare la prole (mi ricordo il sì, sì, li vogliamo, ma c'erano i venditori dei Quindici che andavano di casa in casa, come quelli  dell'Avon e della Tapware?), così come  la piccola Garzanti blu, con i vocabolari inglese e francese inclusi.
(Le ricerchine pre era internet, altro che stampa la pagina di wikipedia e porta a scuola, e l'enciclopedia medica, certi capitoli e certe pagine  consumati dalla lettura fatta di nascosto)
Quali Stevenson e Salgari dell'infanzia.
Il primo libro che mi fu regalato, però lo ricordo.
A me il libro, agli altri i giocattoli (rabbia e frustrazione, ohhhhh, infanzia sanguinosa pure la mia)

"Cuore" di Edmondo De Amicis

Formato gigante, era  ingombrantissimo,  aveva la copertina di cartonato rigida ed era riccamente illustrato con  disegni orripilanti.
Già quelli me lo rendevano repellente. 
Erano disegni dalla grafica fumettistica, pochi colori, il rosso e il nero, i nasi enormi con dei riccioloni smisurati  al posto delle narici.
Il libro non esiste materialmente più (e neanche le due Barbie, la Skipper e soprattutto il Ken, vanto assoluto tra le amichette - il maschio lo tenevo solo io)
Chissà.
Forse adesso mi piacerebbero quei disegni, forse adesso potrei addirittura trovarli belli e originali.
Di quella edizione non c'è traccia nel web (quando serve  non serve a un cacchio).

E lo so, la  memoria è ingannevole e fallace sopra ogni cosa.




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venerdì 9 marzo 2012

Zuppa d'occhi


A volte si va in  luoghi  squallidi e orripilanti solo  perché  celano  un ricordo, un’emozione, un sentimento, un tesoro nascosto.
Come quando si entra dentro il dedalo di strade germinate tra ininterrotte serie di palazzine anomime , dentro la pizzeria dal portoncino in alluminio anodizzato,  dentro la saletta con il tetto in lamiera ondulata, senza finestre, posizionata dietro il forno a legna.
E' lì - ogni volta al pensiero si accompagna l'ipersalivazione - che si magna la più roboante zuppa di cozze  mentalmente  concepibile prima di vederla dal vero (dal vivo).
Uno sperlungone fondo di metallo, in cui oltre al trionfo di cozze e vongole e maruzze e pomodorini (appena appena scottati, gnamm) si ergono una matronesca ranfa di purpo e lo scampo e il gamberone. 
E di sotto, annegati nel sughetto che potrebbe ben condire un chilo di vermicelli, dadi di pane fritto. 
Tutto abbondantemente spolverato da una  vampata di peperoncino (che non smorza il sapore di mare) per smaltire la quale occorre minimo un litrazzo di vino.

Di norma,  si è soliti dividere  la zuppa  (nei ristorantini fifì ne caverebbero una decina di porzioni ), soprattutto per far accomodare nello stomaco anche qualche altro sfizietto (fritturina all’italiana, pizza cotta nel forno a legna divisa in tranci).
Conscia del terribile dramma derivante dalla divisione del gambero e dello scampo,  e forte del fatto che nella saletta,   oltre me e la mia amica,  non c’è anima viva, oso proporre una magnata da sfondamento:  una spasella a capocchia, e vaffancapa  che non fa elegante - leccarsi tutte e cinque le dita poi.
[Quanto sono belle le amiche complici]

Nel mezzo dello strafogamento, spunta una faccia conosciuta .
“Uèèè, ciao, son mille anni che non ci vediamo, che fai qui?”
 “Sono con un’amica,  mangiamo qualcosa insieme “
(e meno male che non stavo con l’amante)
“ Sto facendo fare le pizze, poi le porto a casa  - e mentre strabuzza gli occhi aggiunge -  azz,  una zuppa di cozze intera per una?!??”
Ho mal digerito per  tutta la notte.
(Le cozze e il peperoncino e lo stomaco mio non c’entrano niente.
Valgono più gli occhi che le scoppettate, diceva la nonna mia)

lunedì 5 marzo 2012

...appocundria di chi è sazio e dice che è diuno...


Il “poeta” è giunto con mezz’ora di ritardo.
Si è  subito lamentato dell’attacco di panico, delle gocce non prese, del pranzo a casa di un amico - portatemi  in ospedale è giunta l’ora – mangia che ti passa.
Si informa.
C’è un medico in sala?  C’è. Bene, nell'eventualità.

L’ipocondriaco, lo chiamavo,  nel  leggere le sue cose.
(non mi sono mai piaciute, ça va sans dire).
La prima  volta che l’ho visto,  il "poeta" ha parlato pochissimo.
Parlava per lui una specie di Morticia Addams, tutta vestita in nero, ‘a sora da morte, che  con voce cavernosa e lenta salmodiava  passi del libro come una  litania funebre.
(sotto la pelle siamo tutti scheletri, avremmo potuto rispondere in coro)
Stavolta ero curiosa di vedere se era da solo o accompagnato.
(avrei voluto studiare a fondo la sua vestale, fare congetture sul ruolo, sull'influenza, sui rapporti, sezionare a segmenti la voce e antropologizzarne la forma del cranio e delle sopracciglia)
Era accompagnato anche stavolta, ma  da un amico che è rimasto nelle retrovie.
Ha dunque parlato.
In piedi, appoggiato al muro (che si aggiunga un senso di  precarietà alla scena,  la sedia è cosa troppo stabile, troppo costringente e “normalizzata” per sostenere il dramma) 
Ha detto non detto si è inzamato contraddetto ha pronunciato frasi poetiche sanguigne purulente discinte scarne fumose evanescenti.
Evanescenti.
Ho il sospetto che atterrerà tutti quelli che gli stanno vicino.
Ho il sospetto che sia tutta una presa per il culo, il panico, il cuore che esplode, l’appocundria.

Devo smettere di andare alle presentazioni degli autori.
Vedo quello che non dovrei  vedere, sento quello che non vorrei sentire.
(La finzione, l'inganno, la maschera.)

I poeti che brutte creature 
ogni volta che parlano 
è una truffa. 
(Francesco De Gregori)


giovedì 1 marzo 2012

Alcune delle cose che dovrei pur fare prima di morire

E' il titolo della versione scritta della partecipazione di Georges Perec ad una trasmissione radiofonica del 1981 *
Inevitabile, per me, fare confronti sulle sue e sulle mie priorità.
Sicchè, la trascrivo per intero, la nota, apponendo a latere delle cose che avrebbe pur dovuto fare lui, quelle  che dovrei pur fare io.


Ci sono innanzitutto cose facilissime da fare, cose  che potrei fare fin da oggi, per esempio
1 Fare una passeggiata sui bateaux-mouches   (spegnere il fuoco sotto i peperoni prima che si appiccino e mandino a fuoco la casa, già da subito)

Poi cose appena più importanti, cose che implicano decisioni, cose per le quali mi dico che, se le facessi, forse mi faciliterebbero la vita, per esempio
2  Decidermi a gettare un certo numero di cose che conservo senza sapere perchè le conservo  (idem)
oppure
3  Ordinare una volta per tutte la mia biblioteca  (ah ah! già fatto!)
4   Acquistare diversi elettrodomestici  (un grande armadio al posto del piccolo)
o ancora
5  Smettere di fumare
    (prima di esservi costretto....)  (ahemm....)

Poi cose legate a desideri più profondi di cambiamento, per esempio
6  Vestirmi in modo del tutto diverso (coi tacchi a precipizio e collane e orecchini a mò di madonna     dell'arco)
7  Vivere un albergo (a Parigi) (eh, chiamati fesso, pure io, potendo)
8  Vivere in campagna  (in una casa/faro. sul mare.)
9  Andare a vivere per un lungo periodo un una grande città straniera (Londra) (in una città straniera non grande: Dublino)

Poi cose che sono legate a sogni di tempo o di spazio. Ce ne sono abbastanza
10  Passare per l'intersezione fra l'equatore e la linea di cambiamento di data (mai pensato. però stare con una gamba di qua e una di là rispetto al meridiano di Greenwich sì)
11  Andare oltre il circolo polare (no no, troppo freddo)
12  Vivere un'esperienza "fuori dal tempo"
      (come Siffre) (andare in una grotta senza soffocare per la  claustrofobia)
13  Fare un viaggio in sottomarino (no no, troppo tutto chiuso e sotto)
14  Fare un lungo viaggio su una nave (fare il viaggio con la transiberiana)
15  Fare un ascensione o in mongolfiera o in digiribile (in mongolfiera. Ma nel 1981 non si faceva ancora il bungee jumping?E no, perchè son sicura che l'avresti dovuto fare, altrimenti)
16  Andare alle isole Kerguélen (o a Tristan da Cunha) (ma anche l'Australia)
17  Andare dal Marocco a Timbuctù a dorso di cammello in 52 giorni (con una 4X4, stesso tempo e stesso percorso)

Poi, fra tutte le cose che ancora non conosco, ce ne sono alcune che, avendo tempo, vorrei scoprire bene:
18  Mi piacerebbe andare nelle Ardenne (e nei paesi baschi)
19  Mi piacerebbe andare a Bayreuth, ma anche a Praga e a Vienna (Bayreuth non conoscevo, ora anche, insieme a Praga e a Vienna)
20  Mi piacerebbe andare al Prado (al museo delle cere)
21  Mi piacerebbe bere del rum trovato in fondo al mare (come il capitano Haddock nel Tesoro di Rackham il Rosso) (mangiare con le bacchette in un ristorante cinese in Cina)
22  Mi piacerebbe avere il tempo di leggere Henry James (tra gli altri) (mi piacerebbe avere più tempo per leggere, a prescindere)
23  Mi piacerebbe viaggiare sui canali (azionare una diga o una chiusa)

Ci sono poi tante cose che mi piacerebbe imparare, ma so che non lo farò, perchè mi ci vorrebbe troppo tempo, o perchè so che ci riuscirei soltanto in modo molto imperfetto, per esempio
24  Trovare la soluzione al cubo di Rubik (fare l'hula hop per almeno 5 minuti di seguito)
25  Imparare a suonare la batteria (il pianoforte, o anche la chitarra, che pur mi sono passati davanti agli occhi e alle mani)
26  Imparare l'italiano (imparare qualsiasi altra lingua oltre l'italiano)
27  Imparare il mestiere di tipografo (imparare il linguaggio htlm)
28  Dipingere (fare i mosaici)

Poi cose legate al mio lavoro di scrittore. Ce ne sono molte. Si tratta, per la maggior parte, di progetti vaghi; alcuni sono del tutto possibili, dipendono da me, per esempio
29  Scrivere per bambini molto piccoli   (e relativamente al mio lavoro: prendere almeno 5 giorni di finta malattia)
30  Scrivere un romanzo di fantascienza (e relativamente al mio lavoro: non fare un cacchio quando non ne ho voglia)

altri dipendono dalle richieste che mi potrebbero essere fatte:
31  Scrivere il soggetto di un film d'avventure, nel quale si vedrebbero, per esempio, 5000 chirghisi scorazzare nella steppa (anche 5000 cavalli e cavalieri, oltre ai 5000 chirghisi appiedati)
32  Scrivere un vero romanzo a puntate (un fotoromanzo a puntate)
33  Collaborare con un disegnatore di fumetti (sì, sì, io passo le matite e le tempero)
34  Scrivere canzoni (per Anna Prucnal, per esempio) (per chiunque, basta che mi paghino)

C'è ancora una cosa che mi piacerebbe fare, ma non so devo metterla, è
35  Piantare un albero (e guardarlo crescere) (mi basterebbe riuscire a far sopravvivere il basilico in inverno)

Ci sono infine cose che è ormai impossibile progettare ma che ancora non molto tempo fa sarebbero state possibili, per esempio
36  Ubriacarmi con Malcom Lowry (svoltare al  bivio anzichè percorrere la strada dritta)
37  Fare la conoscenza di Vladimir Nabokov (dire delle cose a)

ecc. ecc.
Ce ne sono sicuramente molte altre
Mi fermo volutamente a 37 (vabbè)


* Sono nato - Georges Perec  

giovedì 23 febbraio 2012

Mare magnum

Quanto resta da vivere navigando in questo mare?
Sei mesi, un anno.
Oltre, se si seguono le regole.
Assioma: il mare magnum è superficie.
Regola: galleggiare tenendo sempre la testa fuori dall'acqua, non perchè si corra il rischio di annegare, si sa nuotare, ma non è questo che  salva. Oltre la superficie c'è il vuoto. Oltre la superficie si precipita.
Assioma: il mare magnum è superficie di cocci vetrosi.
Regola: coprire bene ogni interstizio epiteliale con la muta della menzogna.
Assioma: la superficie del mare magnum è ondivaga.
Regola: nuotare da onda a onda, tenere il largo è l'unico obiettivo della sopravvivenza.
Cavalcando una sola onda, si finisce spiaggiati.
(game over)

sabato 18 febbraio 2012

Carnevali


"Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti, esaltandosi dalle loro stesse grida. Erano maschere contadine. Erano tutte bianche: in capo avevano dei berretti di maglia o delle calze bianche che pendevano da un lato e dei pennacchi bianchi; il viso era infarinato; erano vestiti di camicie bianche e anche le scarpe erano coperte di bianco. Portavano in  mano delle pelli di pecora secche e arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo tutti quelli che non si scansavano in tempo. Sembravano demoni scatenati; pieni di entusiasmo feroce, per quel solo momento di follia e di impunità, tanto più folle e imprevedibile in quell’aria virtuosa. Mi ricordai della notte di san Giovanni a Roma, quando i giovani vanno in giro picchiando con delle grosse teste d’aglio: ma quella è una notte di felicità collettiva e fallica, di baldoria dinanzi agli enormi piatti di lumache, con i fuochi, i canti, le danze e gli amori nel tepore benigno del cielo estivo. I battitori di Gagliano erano invece soli, e solitari in una sforzata e cupa follia; si compensavano degli stenti e della schiavitù con un simulacro di libertà, pieno di eccesso e di ferocia vera. I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scuotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore."

Carlo Levi  - Cristo si è fermato ad Eboli 



Non mi ricordo dei carnevali bambini, anche se esistono le prove (fotografie: damina, fatina, cenerentola).
Mi ricordo però dei veglioni  anni più in là (sopra tutti, la melanzana, con tanto di turzo verde in capa)
E della fuggente visione dal finestrino della macchina, verso Calvi risorta (forse, o Capua?)  di  bambini vestiti di bianco, come i fantasmi di Gagliano.

Mi ricordo che, prima delle ordinanze “civilizzatrici” dei sindaci e dei vigili urbani,  era un’impresa sfuggire al lancio di uova e farina (il coprifuoco diurno di Carnevale, e i pulmann arancioni coi finestrini a macchie gialle).
Anche adesso lo è, all’entrata e uscita dalle  scuole di periferia, senza farina, fa meno danno dell’uovo marcio e della bomboletta di schiuma.
(pare che il divertimento sia tutto nel colpire chi non dà nessun segno di voler partecipare al gioco)

Penso a Bachtin (un gioco da poveri), e al pomposone carnevale di Venezia (un gioco da ricchi).

E  una scena.
Ero poco più che ragazzina. 
Uscendo dall’ascensore, mi trovai davanti la famiglia nonmiricordopiùilcognome interamente abbardata.
Abitavano al pianterreno. Nulla oltre il buongiorno e il buonasera.
Le figlie: damina fatina damina.
La madre e il padre: hawaiani.
Ricordo i gonnellini di paglia che danzavano oltre i cappotti aperti,  le cosce nude, pelose quelle del padre, un ometto piccolo e calvo dall’aspetto mite e dimesso, glabre quelle della madre, una femminona con fluente chioma tinto bionda.
E le collane e le cavigliere e le coroncine di fiori di carta colorata fatte artigianalmente in casa.
Ricordo le punte di ammirazione e invidia: mia madre al massimo avrebbe acconsentito ad una parrucca, mio padre neanche ad un tocco di borotalco sulle guance severe.

Del carnevale, mi piace il mettersi in gioco e il gioco del travestimento.
(mi voglio vestire da Cleopatra, o da caffettiera, o da albero, o da vichingo)



domenica 12 febbraio 2012

Parfum


Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi.” 

Patrick Süskind - Il Profumo


Di questo magari è convinta la signora del quinto piano, che si rovescia addosso un ettolitro di profumo prima di uscire di casa e trasforma la cabina dell’ascensore in una camera a gas, ragion per cui mi tocca fare la corsa in totale apnea.
(e ti accorgi del suo arrivo anche se è distante un chilometro, prima l’olezzo, poi l’ondeggiare del culo e dei capelli)

Non so perché mentre leggevo il libro di Süskind mi passavano per la mente le pubblicità dei parfum.
(J’adoooooore)
Il profumo nella pubblicità si lega alle immagini della sensualità (belle femmine e belli masculi).
Al che, una goccia di eaudecapadembrell,  farà cadere ai propri piedi tutti gli uomini (e per soprannumero pure le femmine) che passano davanti.
(di sicuro ne è convinta la signora del quinto piano)

Che la sollecitazione olfattiva rimandi d’istinto alla dimensione della sessualità  (il dominio penetrativo) lo sanno bene i pubblicitari, e anche il suddetto signor Patrick Süskind  ,  che appoggiandosi su questo morboso assioma ha costruito il suo libro da un miliardo di copie e traduzioni multilingue.
Libro che, ad onor del vero, ha avuto almeno il pregio di farmi pensare all’olfatto, a questo senso che, soprattutto nei tempi invernali di acuto raffreddamento, esercito poco e niente.
(e al quale rinuncerei, se dovessi scegliere di perderne uno. Vistauditogustotatto mi sono troppo preziosi)


Ci sto pensando, se tra i cinque sensi,  il senso che  l’animale/uomo esercita  meno è proprio quello dell’olfatto.
Dovrebbe essere  quello più istintivo  (l’odore che fa riconoscere i neonati/cuccioli alla madre e viceversa, l’odore che fa scintilla di attrazione sessuale)
Ma quanto d’istinto ci resta, se siamo immersi, sin dalla nascita (uh, quintalate di borotalco)  in una nebbia di odori artificialmente prodotti?  
Una puzza è sempre per tutti una puzza? Un profumo è sempre per tutti un profumo?
Quanto conta il condizionamento culturale, e quanto la sensibilità  individuale,  nell’avvertire l’odore come  fieto o aroma delizioso?
Mah.
Vabbuò, ci ripenso quando mi passa il raffreddore.

domenica 5 febbraio 2012

Neve in haiku.

Affossi, neve.
Limiti i movimenti
e i passi lenti.

Forse tutto dipende dalla prima volta.
La neve è fredda, bagnata, non mi piace.
(la prima volta sulla neve non la dimenticherò mai.
L'abbardatura non era sicuramente a tenuta, nei doposci, quei cosi pelosi fuori e di plastica dentro,  c'erano pozze di acqua,  ciac ciac ad ogni passo.
Anche il culo bagnato.
Un purpo dentro lo scafandro)
Va bene, l'effetto total white ha una sua fascinazione scenica et estetica.
Anche i fiocchetti leggeri che vengono giù come piumette.
Ma l'immobilità e il silenzio ovattato mi fanno pensare alla morte.
(ho un animo  giapponese).


Dura soltanto
un'ora, morbida e bianca.
Rivo diventa.

Ieri ha fatto spruzzatina. Proprio un velo, al mattino presto, copriva tetti e auto parcheggiate e cigli della strada.
Ma lo sfizio di fare palla di neve raccogliendola dagli angoli del lunotto di una auto in sosta e lanciarla contro i vetri di una finestra, me lo sono tolto.
Non si sono scassati i vetri.
Manco questo.
La neve proprio non mi piace.


giovedì 26 gennaio 2012

Aria di periferia


Con la metro ci vuole poco ad arrivare al centro dalla periferia.
(ultima stazione Scampia)
Ahh, lo sanno bene i residenti del quartiere bene del Vomero,  le baby gang  (come zoccole) vomitate dai sotterranei  binari, impazzano al sabato sera.
E poi dalla metro collinare ci vuole un attimo per montare sulla funicolare di Chiaia e trovarsi nel salotto buono,  tutto un passeggio di distinte e imperlate signore.
(le cure fanno sembrare tutti più belli)
Per alcuni è più facile. Tutto più facile.
Opportunità, occasioni, ma non è soltanto una questione di moneta.
E’ l’aria.
Ho pensato allo stridente contrasto tra la magmatica folla che gremiva la saletta della libreria Feltrinelli a Chiaia e il vuoto semipneumatico  di un magnifico salone affrescato di un palazzo antico di un paese di periferia.
Entrambe sono state location per l’incontro con uno scrittore.
Lo stesso scrittore.
Famoso.
A distanza di qualche mese, vabbuò, ma poco conta.  Anzi,  lo scrittore nel frattempo è diventato ancora più famoso.

Ho pensato a quanto conti, e costi, ancora una volta, vivere in periferia.
In certe periferie soprattutto.
E’ come se i semi gettati inaridissero al semplice contatto con l’aria.
Aria putrefatta e immobile, che pesa e schiaccia tutto ciò che si muove.
Le rare occasioni vengono perdute e sciupate nella generale indifferenza.

martedì 17 gennaio 2012

Oh, Finnegan's , Finnegans wake.

"Finnegans wake" di  James Joyce. 

Un commento:

Altro che lettura.
Questo è un viaggio, un percorso iniziatico verso gli abissi profondi della conoscenza.
Oltre il reale, oltre il sogno, oltre l’immaginazione, oltre le regole sintattiche la costruzione logica e analogica, oltre.
Finnegans wake è il superamento di tutte le barriere del conosciuto e del conoscibile, approccio epidermico (si può possedere e contenere l’infinito?) al baratro dell’assoluto.
Nulla vi è di più vero dell’intima coscienza, quella che non si può palesare tra i paletti fissati dalle norme linguistiche della comunicazione, quelli fissati dalle convenzioni culturali (i tabù), quella che mette a nudo l’Essenza stessa dell’uomo.
Non è certo una lettura facile. Occorre abbandonarsi alle suggestioni, al flusso di coscienza che viene portato alle estreme conseguenze tracciando, come campanelli, triangoli, percussioni ritmate e lente, un formidabile formichio di sensazioni.
Abbandonarsi ai richiami, spogliarsi delle armi della logica e della ratio, giungere nudi, con i palmi e gli occhi e le orecchie aperte sul mantra del sogno di morte e rinascita di Finnegan, sul divenire, sul mito dell’eterno ritorno che fa dell' esperienza della vita umana un atto di simbiosi con il tempo e lo spazio universale.
Una porta che conduce al dentro e al fuori, una porta che sfonda il concetto stesso di limite.  
Leggere Finnegans Wake è avvicinarsi all’onnipotenza.

E' un finto commento.
Non l’ho letto, il libro.
[Neanche lo farò mai]
Ho solo accocchiato due parole ispirate, aria, aria fritta. 
E' che ne leggo tante, di chiacchiere a vacante, e allora, così, per gioco, non per amore, ho guazzabbugliato pure moi.
Perchè “nell’era della divina apparenza della ferita profonda sul sole della coscienza”, si è tentati, a volte, di  ammoccarsi (e dire) qualunque stronzaggine e blablablablà.
                                                                                                                                                                                   



sabato 7 gennaio 2012

Il Grande della Mancha

[del perchè, malgrado la magnificenza dell'opera, l'hidalgo non mi riesce simpatico]



Chi è Don Chisciotte?
E Cervantes, chi voleva che fosse?
Chi pensavo fosse,  Don Chisciotte?

“Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !"


E invece.
Ce l’ho con Guccini, sì.
[incazzata a morte]
Perché ero innamorata di questo pensiero, dell’immagine dei quei due idealisti che insieme cantano e se  ne fregano dell’apparenza delle cose,  si lasciano trascinare dalla baldanzosa e ardente seppur utopica passione in barba alle scamazzate, alle burle, alle sconfitte.

E invece il Don Chisciotte di Cervantes non è così.
La sua utopia non ha niente a che fare con la giustizia, fuori dalle dichiarazioni di intenti del cavaliere errante raddrizzatore di torti e difensore di donzelle e orfani.
Il suo chiodo fisso non è  il valore della cavalleria  (un valore demodè, fuori dal tempo e in ultima istanza reazionario, e dove c’è reazione non c’è rivoluzione),  ma è il sogno d’amore, il faro Dulcineo che illumina la bolla chiusa della sua immaginazione e in nome del quale la realtà intera si trasfigura e addirittura, per l’opera malefica di  maghi e alchimisti, viene incantata.
E’ così relativo il valore della cavalleria errante che alla fine  l’hidalgo piega il sogno d’amore nella palla arcadico-pastorale – sarà Chisciottigi - poco prima che la ferale malattia non  riassorba la follia, e lasci spazio e tempo al rinsavimento,  per  dare a dio quel che è di dio, con la cristiana confessione, e agli uomini quello che è degli uomini, con il pratico testamento.

La molla, oltre alla saturazione da letteratura – non leggere troppo, ti fa male!!! – è il sogno d’amore.
Il condottiero senza macchia e senza paura è un Buono, senza dubbio.
[Un fesso]
Un cuore puro, ma anche un vinto, uno sconfitto, un perdente.
[e mi fa tristezza, non tenerezza]
Uno che viene preso per il culo di continuo e non se ne rende conto.
E per cosa?
Per amore, solo per amore.
Amore per  qualcosa che non esiste.  
L’ideale.
[Come le suore di clausura che si vanno a chiudere nell’eremo per farsi spose di Cristo e salvare il mondo con la preghiera]

Sono una sporca realista.
Eppure i sogni, oh, i sogni, i desideri, l’immaginazione oh.
Guardare la luna nel pozzo.
Ma  prenderla non potrò mai. 
[acqua sporca, non luna  tra le  mani]

Se si deve sputare in faccia all’ingiustizia la si deve guardare dentro gli occhi e prendere bene la mira.