sabato 30 aprile 2016

Open - Andre Agassi

Open parentesi. 
In principio furono degli occhi verdi gatteschi e una montagna di ricciolini castani. 
E fu anche la fine. 
Che vuoi vedere la pallina, c’era il palleggiatore che  occupava tutto l’orizzonte, e così prima ancora di iniziare finì la mia esperienza sportiva come tennista. 
Vabbuò, c’è anche da dire che assai controvoglia mi piegai, adolescente, al campo di terra rossa.  
Preferivo di gran lunga l’acqua clorata della piscina. 
Ma piscina e campi erano  entrambi lontani  da casa:  mammà faceva  chauffeur  per la prole, doveva  accontentarne due su tre, e dopo un paio di anni di strepiti, lacrime, mal di pancia improvvisi e sottrazioni di costumi e di cuffie dalla borsa,  i due ebbero la meglio. 
Closed parentesi. 

Odio il tennis. 
Ma per davvero, mica come dice Agassi – a chi la vuoi dare a bere – nella sua autobiografia. 
(Odio anche guardare le partite: gli spettatori sono il vero spettacolo, le cape oscillanti in un continuo no, no, no, no)
Molto prevenuta  dunque mi sono avvicinata a questa lettura. 
Da La fine, ovvero dal capitolo con cui inizia il libro,  e almeno fino alla metà del libro, sono stata presa nella rete.
Quanta solitudine, quanta inadeguatezza. 
Bisogna sforzarsi di immaginare  le star – a qualunque campo afferiscano,  letteratura  sport o cinemà – nude e fragili e insicure.  
Agassi - Open
La fama del personaggio copre  la persona. 

Ho provato compassione per il bambino Andre privato dei giochi e costretto a palleggiare per ore con il drago, diabolica invenzione di un padre che rovescia nel proprio figlio le proprie ambizioni di successo. 
Ho provato  orrore per il regime carcerario della Bollettieri Accademy e simpatia per l’adolescente Andre finto ribelle, per i suoi innocui moti di protesta. 

Quando si dice un bravo ragazzo. 
Troppo bravo ragazzo. 
Così bravo ragazzo da iniziare la  relazione   con Brooke Shields (solo perché caldamente suggerita) via fax.   
Così bravo ragazzo – ragazzo  per modo di dire, a 29 anni! – da necessitare del sostegno dell’amico sensale per avvicinarsi a Stefanie Graff. 

Poi è cominciata la parabola discendente. 
La parte finale del libro mi ha ammorbato, sia per il quanto è bravo e quanto è altruista e quanto è generoso  -  ma che bella iniziativa la scuola Agassi (e ancora devo capire il senso del racconto della mancia che lascia al posteggiatore il suo rivale Pete Sampras,  anzi, la verità l’ho capito e mi pare proprio un inserto meschino) sia per la cronaca puntuale di tutti gli incontri, set per set, servizio per servizio, punteggio per punteggio. 
Uno sfracello di palline. 

Un libro che è  davvero  autobiografico: inizia bene, si piazza benissimo, ma quando sarebbe il caso di  ritirarsi continua, continua, fino allo spappolamento della colonna vertebrale. 


venerdì 8 aprile 2016

Dall’astrattismo alla critica astrattista. Il critico d'arte e gli altri cinquantanove racconti di Buzzati.

Buzzati, Buzzati.
Che ne so io di Buzzati, dopo aver finito di leggere  i Sessanta racconti e oltre alla vaga reminescenza de Il deserto dei tartari letto nel cenozoico e a non significativi cenni biografici?
Niente.
Sarebbe il caso di studiare, di cercare, di andare oltre la semplice lettura dei racconti , poiché così, a sentimento, quasi tutti mi hanno ispirato collegamenti anche arditi, arditissimi.
[Ma poiché non devo fare esami e non mi devo sottoporre a nessuna valutazione, non devo tenere seminari e manco una lezione, anche stavolta passerò oltre, o cazzeggerò invece di approfondire]

Buzzati - Il critico d'arte
Il filo rosso che lega tutti i racconti, pure nella varietà e nella multiformità, è una vena di inquietudine.
Quasi tutti sono ricoperti di un sottile velo di disfatta, sia che parlino di storie d’amore , sia che raccontino di epidemie che colpiscono le automobili.
Non mi soffermerò su tutti i racconti,  e neanche sui miei preferiti che sono, in ordine di apparizione, "L’assalto al grande convoglio"
 "Sette piani"
 "Il borghese stregato
"Sciopero dei telefoni" - una vera chicca, nel quale vi è anche l’intuizione del potere delle chat "E ciascuno credette di parlare con donne giovani e bellissime, ciascuna si illudeva che dall’altra parte dei fili ci fossero uomini di magnifico aspetto, ricchi, interessanti…"
"Grandezza dell’uomo".

Ma qualche parulella almeno sul racconto Il critico d’arte, non solo perché è un’arguta e ironica riflessione sullo strapotere della critica e sul rapporto tra codice artistico figurativo e sua transcodificazione nel linguaggio, ma anche per altri rimandi.

Il critico d’arte è Paolo Malusardi che alla Biennale, davanti alle opere di Leo Squittinna, ha uno sbandamento: il nome gli ricorda vagamente qualcosa, i suoi quadri non gli dicono invece proprio nulla.
S’incorna e rischia: decide comunque di scrivere un articolo, sperando di rivelarsi scopritore di talenti passati inosservati, e far così schiattare di invidia i colleghi.
(quali nobili intenzioni!)
Cosa dire, però.
Potrei dire che Squittinna è un astrattista. Che i suoi quadri non vogliono rappresentare niente. Che il suo linguaggio è un puro gioco….

Poi l’illuminazione: far nascere dall’astrattismo una critica astrattista, infrangendo tutte le catene del linguaggio.

“"Il pittore" scrisse, padroneggiato da un incalzante raptus”di del dal col affioriccio ganolsi coscienziamo la simileguarsi. Recusia estemesica! Altrinon si memocherebbe il persuo stisse in corisadicone elibuttorro. Ziano che dimannuce lo qualitare rumelettico di sabirespo padronò. E sonfio tezio e stampo egualiterebbero nello Squittina il trilismo scernosti d’ancomacona percussi. Tambron tambron, quilera dovressimo, ghiendola namicadi coi tuffro fulcrosi, quantano, sul gicla d’nogiche i metazioni, gosibarrre, che piò levapo si su predomioranzabelusmetico, rifè comerizzando per rerare la biffetta posca o pisca. Verè chi…

Chiossape, mi sono chiesta, se Fosco Maraini e le sue fànfole….

E mi sono chiesta anche quanta laicità vi sia in Buzzati: pensando ai racconti "Il cane che ha visto Dio", "I reziari", "L’uomo che volle guarire", "24 marzo 1958", "Le tentazioni di Sant’Antonio", "Il disco si posò": mi è sembrato molto presente un sentire religioso, ma più che come anelito, come ingombro.

Un altro motivo di inquietudine, tra i tanti senza forma e senza nome che popolano i sessanti racconti.

sabato 2 aprile 2016

Se ti abbraccio non aver paura - Fulvio Ervas

A volte un libro diventa importante non per come dice e neanche per cosa dice, ma perché diventa strumento.
O esempio.
"Se ti abbraccio non aver paura" è uno di questi libri.

Fulvio Ervas racconta l’esperienza vissuta da Franco Antonelli e da suo figlio Andrea.
Un padre e un figlio on the road, in un viaggio che dura molti giorni, senza programmi, alberghi, prenotazioni.
Un coast to coast, dalla Florida, punto di partenza, fino al Pacifico, con tante deviazioni e ancora in Messico, Guatemala, Belize, Costarica, Panama, e Brasile.
Senza meta e senza obiettivo, a tentoni, spinti da imprevisti, costrizioni o meravigliose scoperte.
Così come è la strada della vita che Franco percorre con suo figlio.
Quanti figli desidererebbero un’esperienza così? E quanti padri?

Ma Andrea è autistico.
Il deserto entra ed esce dai miei pensieri. L’associazione tra deserto e autismo è immediata. La scarsità di relazioni, l’apparente monotonia. Il silenzio. L’essenzialità. La vita che si fa strada sgomitando, distante dall’esplosione delle foreste, infilata tra la sabbia, dentro le fessure delle rocce, che non disdegna mimetismi, adattamenti estremi, che accetta di perdere parti di sé pur di resistere.”

Per entrare nel deserto di Andrea ho provato tante volte a imitare i suoi gesti: saltare sul posto, sfregare forte le mani con il suo ritmo, correre da un punto all’altro e tornare subito indietro, guardare sbilenco.

Ho provato emozioni molto forti e mi sono sempre dovuto fermare perché arrivavano lacrime così grandi che non si possono trattenere.

Dell’autismo non si conosceva nulla fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Dell’autismo si conosce pochissimo ancora oggi.
Non si sa perché accade, non si sa che cosa siano l’ecolalia, i gesti scomposti, le ripetizioni, i comportamenti strani.
Dell’autismo non conoscevo nulla se non la versione patinata (e platinata) interpretata da Dustin Hoffman in Rain Man.
Dell’autismo ora so, perché ho avuto N., e altri ragazzini autistici sono nella mia scuola.
E’ difficile, molto difficile entrare in contatto, intuire i bisogni, riuscire a immaginare i sogni.

Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.

Andrea vuole guarire.
Ciao.”

E’ uno dei biglietti che Franco si porta dietro nel viaggio, un biglietto scritto da Andrea sotto la guida della madre.
Io non so quanto di Andrea ci sia in questo messaggio. Quanta consapevolezza del senso delle parole.
Mi chiedevo, guardando il mio N. , quanto c'era di suo in quello che scriveva al computer  e quanto invece era   prodotto di ciò che noi volevamo che lui scrivesse.

Ecco, è tutto bello per lui. È solo una meccanica ripetizione? Oppure significa che ciò che riesce a filtrare e ricomporre lo apprezza talmente da percepire la magnificenza di ogni scheggia dorata che arriva dal mondo? Io voglio illudermi che sia così.”

Io voglio credere che sia stato così il viaggio per Andrea, che sia così la sua vita.
Anche se molto lontanamente, posso comprendere ciò che prova un padre (una madre).
Ci vuole un coraggio enorme a intraprendere un viaggio come quello che hanno fatto insieme Franco e Andrea, contro il parere dei medici, contro la convinzione che le novità “destabilizzino” ancora di più gli autistici.
(mi si stringe il cuore quando vedo l’educatrice premere G.. sulle spalle, sotto il collo, quando la vedo guidarlo come un burattino, mentre G. vorrebbe correre e correre. )

Franco e Andrea hanno fatto un’esperienza bellissima.
Difficile, ma forse non più difficile dell’affrontare la vita quotidiana.

Ho capito che non avrei vissuto con un continuo pianto senza lacrime, con una smorfia o con un ghigno. Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude.”

sabato 26 marzo 2016

Le canzoni dell'aglio - Mo Yan

Tienanmen, il ragazzo con le buste di plastica davanti al carrarmato. 
Mi è capitato di pensare a che fine abbia fatto quel ragazzo. 
Chi era, che fa adesso, se fa ancora qualcosa. 
In rete non ci sono risposte.
(solo domande,  o ipotesi)
E’ un paese lontano, la Cina. 
Al di là della censura, al di là  dell’immagine dei cinesi  che lavorano  come muli   ammassati in fabbriche/case, al di là della constatazione empirica  della rumorosità delle comitive di turisti cinesi, al di là delle nozioncine scolastiche imperocelestecataipiedidiloto, resta la mia sostanziale ignoranza su quel popolo, su quel paese.  
Nonostante la “globalizzazione”, che dà l’illusione della vicinanza, gli Altri sono lontani.
E degli Altri non si sa un cazzo. 

1987. Due anni prima di Tienanmen. 
Una rivolta contadina e la sua repressione. Ne scrive, nel libro “Le canzoni dell’aglio”,  trasfigurando luoghi e attraverso  l’alternanza di piani temporali e dei punti di vista dei personaggi chiave, Mao Yan [Mo Yan chi?] 

1987. 
(e non 1798, come spesso mi è capitato di pensare, riportata al contemporaneo dalle parole compagno e partito comunista]
Poco meno di trent’anni fa, il cieco cantava le canzoni dell’aglio. 
[Omero – dicono – era cieco. Nella sua voce le gesta epiche di un popolo.] 

Le canzoni del cieco Zhang Kou raccontano di Tiantang, il Paradiso, dove i contadini coltivano i loro campi ad aglio, e della loro rivolta, quando i magazzini vengono chiusi e ne viene impedita la vendita. 
Ogni capitolo inizia con una strofa delle canzoni dell’aglio tranne l’ultimo, in cui è un seguace del cieco a chiudere la storia

Piantare e vendere l’aglio assicura ricchezza
vestiti nuovi, abitazione nuova, moglie nuova

Nella vecchia società i funzionari si proteggevano e il 
popolo subiva
Nella nuova società dovrebbe regnare la giustizia.”

il mio maestro è morto per aver parlato troppo
io non farò lo stesso errore” 

Nella nuova società cinese la vecchia è tutta presente. 
Strutture feudali che resistono – matrimoni combinati, donne scamazzate  anche nel momento del parto, sopraffazione e violenza, tanta tanta violenza -  anzi forse si moltiplicano, lì dove al privilegio per stirpe si sostituisce il privilegio dato dal rango politico, poichè i funzionari corrotti del partito fanno presto ad ergersi a   nuova e peggiore nobiltà.

E per i contadini – o per gli operai, la storiella del pidocchio di campagna e del pidocchio di città, solo in parte simile a quella dei nostri topini, è emblematica - nulla cambia. 
Pidocchi, una folla che si infila e si moltiplica nelle coperte, da schiacciare e mangiare. 

Tre sono le strade, per la moltitudine di pidocchi: accettare silenziosi qualunque sopruso
 “…non mi lamenterò più, non picchierò più nessuno, non andrò a chiedere giustizia, anche se mi cacassero in testa “  dice Gao Yang,
o andare volontariamente incontro alla morte, come fanno  altri personaggi del  libro, o affidarsi alla sapienza degli intellettuali  [di coloro che fedeli e integerrimi adepti del sistema agiscono per  ripulire il sistema dalla corruzione],  rappresentati nel libro dal giovane funzionario militare in divisa.  

Il burocratismo va combattuto, ma non con l’anarchia

Intanto i Gao Yan continuano a marcire in prigione e i Gao Mao a morire. 
E i funzionari incapaci o corrotti trasferiti da un distretto all’altro. 
Sempre a fare i funzionari. 

Mo Yan ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 2012 “ per il suo realismo allucinatorio che fonde racconti popolari, storia e contemporaneità”, non senza polemiche. 
[Schierato con il regime, ho letto in rete. 
Ma la rete è appunto una rete. Ingabbia . 
Globalizzazione, tzè]

Mo Yan non è mai stato censurato nel suo paese, eppure accusa e denuncia. 
E strazia.
Le canzoni dell’aglio è un libro che addolora. 


domenica 13 marzo 2016

La vera storia del pirata Long John Silver, Larsson Björn


Quindici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum.




Pochi mesi fa ho letto L’Isola del tesoro.
Da adultissima.
Eppure la canzuncella dei pirati la conosco da sempre. La cantava pure il nonno a fine pranzo, su quello della staffa con il liquore dopo  tanti bicchieri di vino.
(il rum no, quello  era buono solo per il babbà)
Potere degli sceneggiati televisivi in bianco e nero.
E potere delle storie di pirati, emblema della vita libera e avventurosa.
(andar per mare senza saper nuotare)

Tra tutte le tipologie piratesche,  la figura del quartiermastro John Silver, che ha avuto i suoi natali nel  “L’isola del tesoro” di Stevenson, è quella più enigmatica.
[Johnny Deep è quella più.  Più più più. Vabbuò]

Silver è ambiguo:  abilissimo cuoco, espertissimo marinaio,  buon compagno,  ma   anche spietato e crudele, tale  che  la sua aurea  diabolica  lo accompagna prima e dopo  il suo manifestarsi.
(un  prototipo  del  dottor Jekyll e del signor Hyde)

Silver ha ispirato la mano di  Larsson – così  immagino, 
cantami  oh Silver  la vita, l’arme il mare  e la morte
- affinchè registrasse il suo diario, un’autobiografia scritta quando ormai il corpo  non seguiva più il guizzo vitale.

I ricordi delle  sue avventure -  più di un gatto con sette vite, sopravvivere al giro di chiglia, a due mesi incatenato come schiavo nella stiva della nave negreria,  agli arrembaggi e agli ammutinamenti, alle tempeste e alle lunghissime bonacce -sono  racchiuse in pagine di puro piacere romanzesco.

Le sue pause -  le riflessioni rivolte a  Defoe/Johnson, il cronista dei pirati,   a Jim il protagonista del libro di Stevenson ,  la letteratura che parla con la letteratura,  – hanno un sapore più  malinconico.

E’ difficile  appendere al chiodo, soprattutto quando si è molto vissuto.
E’ ancora più difficile quando si è molto voluto vivere,  in piena libertà e seguendo solo la propria bandiera - anche a costo della vita degli altri.

Una  vita che non sopravviva alla propria morte, in un modo o nell’altro, sulle pagine di un libro o sulla bocca della gente, non è che una cacatura di mosca. O rugiada che evapora al sole.

E’ solo una questione di stile, lo si può dire in modo prosaico o poetico, la sostanza è la stessa.
Non c’è grande differenza tra  una cacatura di mosca e una goccia di rugiada che evapora al sole.

(Ma secondo me non c’è neanche grande differenza tra una vita che sopravviva alla propria morte e  un’altra. Almeno per chi è morto.)

Bella lettura d’evasione e non solo.

Se c’è una cosa da cui ci si deve tenere lontani, se si vuole restare sani di mente, è proprio la scrittura”.

domenica 28 febbraio 2016

Così in terra, Davide Enia

Fàit
Non è che ci credessi molto, quando me lo raccontava mio padre, che gli ammericani si divertivano a guardare ‘e guagliuncielli di sei e sette anni tirare di boxe, combattere tra loro, in cambio della
cioccolata. 
Fàit
E invece forse andava così. Lo racconta  Davide Enia nel suo romanzo: accadeva anche a Palermo. 

Enia, classe ’74, quasi coevo di quell’altro siciliano che della pesantezza fa cifra formale e contenutistica dei suoi libri – che differenza, marò – racconta una bella saga familiare che si snoda tra la Sicilia, l’Africa e la Germania, e che dura cinquant’anni. 
C’è la Storia - dalle bombe della seconda guerra mondiale a quelle della mafia, dai campi di prigionia alla prigionia del lavoro da immigrato - intrecciata a storie di amicizie profondissime e di odi ciechi, di amori imperituri e silenziosi. 
E poi c’è la boxe. 

Fàit

La boxe mi pare crudele, cattiva, e non mi hanno vaccinato i molteplici Rocky e Adrianaaaaa che hanno costellato la mia giovinezza, né la voce razionale che vuole esaltare la nobile arte, e le caratteristiche richieste ai praticanti: coraggio, forza, intelligenza e velocità. 
[Il fine ultimo è massacrare, còrcare, o non essere massacrato.]

Il Maestro Franco cercò di spiegarmi l’implacabilità del pugilato di Umbertino. Il termine di paragone che usava era il mare, ”che pioggia o sole, vento o bonaccia, il mare se ne fotte, perché il mare non è mai la sua superficie, il mare è ciò che sta sotto e non si vede. Giovane, tuo zio è stato il pugile più forte che avessi mai visto, fino alla comparsa del Paladino. Come fai a prendere a pugni il mare? E’ troppo più grande, troppo più forte. C’è acqua sotto altra acqua. Il mare si basta da solo.

Il giovane a cui il Maestro Franco cerca di spiegare è Davidù, il narratore , il protagonista principale. Suo padre era il Paladino, morto prima della sua nascita.
La metafora che usa il maestro Franco è buona per definire tutti i personaggi del romanzo: sono tutti un mare, quello che c’è sotto non si vede. 
Persino Umbertino, in apparenza una bestiaccia odiosissima, si rivela pieno di tenerezza sorprendente. 

E’ stato proprio bravo, Davide Enia, a costruire un romanzo appassionante e tenero, ricco di ironia
 ( su alcuni passaggi ho proprio riso a bocca larga) nonostante tutte le asperità della lotta, lotta sul ring e lotta per la sopravvivenza.
Mai avrei pensato che un romanzo il cui filo conduttore è il pugilato potesse piacermi così tanto. 

Forse se avessi saputo che c’entrava la boxe non l’avrei proprio comprato . 

Mi chiedo comm’è che l’abbia comprato, invece. Di sicuro l’ho comprato, perché e percome resta un mistero. 

Un altro mistero è il titolo. Davvero non so cosa ci appizzi con la storia, a meno di non voler aggiungerci il come in cielo e pensare allo spirito del Paladino e all’angelo custode Caterino Gerruso. 
L’angelo di Gerruso, l’amico di Davidù. 
Gerruso, Paride. Il personaggio più bello del libro. 
Lui non boxa. Ma è un incassatore straordinario.

giovedì 7 gennaio 2016

Chi ben comincia...

Sonnacchiosi pomeriggi post-mega-prandiali. Inzerrati  in casa come gattoni  pigroni, tra le alternative 
1) guardare la tv
2) leggere un libro
3)sognare di essere al mare
vince la terza. 

La penisola iberica.

Tra il sognare e  il fare c’è  appunto di mezzo il mare.
O l’aria - ma l’aereo no - o mille e più chilometri di terra - ma che stress.
Meglio imbarcarsi, persone  e macchine. 
Gira e rigira tra le compagnie  navali che fanno rotta tra l’Italia e la Spagna, sempre la Grimaldi compare. 
Uhh, ma che cosa invitante il supersconto Buone feste,  20% in meno sulla prenotazione se fatta entro il sei gennaio,  cumulabile con tutte le altre offerte, il passaggio gratis dell’auto, il 2x4 in cabina  e un buono sconto del 10% sulle eventuali prenotazioni successive. 
Evvabbuò, della tredicesima non si è  fatto strage,  si potrebbe pure mettere un sasso  per costruire il ponte del semel in anno la vacanza s’adda fa, meglio approfittare mò che del domani non c’è certezza. 

E così, alla vigilia della Befana, allettata da cotanta convenienza,  procedo al booking on line. 
Doppio triplo controllo dell’inserimento dati,  azz, il passaggio ponte costa più della cabina, e quale cabina? Marò sono cubicoli, ma è sempre meglio che dormire per terra (e poi costa pure di più!) o assettati sulla poltrona (e poi costa pure di più!), e no, la suite è per i ricchi sfondati, ma interna?  No, no!  oltre che cubicolo è anche tomba,  pare che manca proprio l’aria, e faccimm lo sforzo,  scegliamo almeno quella esterna. E i pasti si? No, i  pasti no, poi lievita il prezzo, ci arrangeremo con le marenne,  già stiamo facendo il passo più lungo della coscia, non sono manco rimborsabili sti biglietti. 
Quadruplo quintuplo  controllo dell’inserimento dati, non sia mai si fa un errore…
Si paga. 
Versamento  con paypal, la rotella gira e gira e cazzarola compare la scritta errore durante il pagamento contattare il numero ….
Comm’è?? I soldi manco il tempo di cliccare su prenota e già  sono andati a destinazione!
Il panico. 
Piglia il telefono,   l’attesa - tutti gli operatori sono impegnati – la musica dlin dlin, per oltre mezzora tutti gli operatori sono impegnati e la musica dlin dlin e sticazzi. 
Alla fine rispondono.
Comunico numero della pratica e voilà compare nella posta la mail con i ticket. 

Oggi, finita la mirabolante offerta Buone feste, per fare due o tre calcoli sui soldi risparmiati, e  per vedere quanto sono stata brava  e oculata a prenotare con tanto anticipo, mi piazzo sulla pagina prenotazioni on line della Grimaldi e procedo alla formulazione del preventivo. 
Oculata???
Inculata, piuttosto!
Se invece di farmi abbindolare dalla pubblicità  e dalle strategie di marketing –  lo sparagno non è mai guadagno, diceva la nonna mia -  e avessi aspettato la fine della superofferta buone feste,  oggi   gli stessi biglietti  sarebbero costati  70 euro in meno. 
(un pernottamento in più, oppure una mappata di calamite souvenir, oppure una supermagnata di paella, oppure una megaimbriacatura a base di tinto.)

E’ il mercato, piccola. 

(Adda venì baffone, diceva il nonno mio, anche se, pure in quel caso, marò, non ci voglio pensà)

Come va e come viene, il consumatore è sempre perdente,  il pesce grande magna sempre il pesce piccolo. 

domenica 3 gennaio 2016

Memorie di un'astronauta donna

Chissà se lo ha letto Samantha Cristoforetti. 
(chissà se gli astronauti hanno letto nella loro infanzia  romanzi di fantascienza. forse per gli astronauti adulti i romanzi di fantascienza sono romanzi comici) 

naomi mitchison
Naomi Mitchison è stata una longevissima scrittrice (ha campato 102 anni), e si è cimentata in molti generi letterari. 
Anche nella fantascienza. 
Memorie di un'astronauta donna è un romanzo del 1962.
L'autrice, recita la quarta di copertina, “è stata (…) intensamente impegnata nell’attività politica e nella difesa dei diritti civili.
Memorie di un’astronauta donna – in verità quel donna  avrebbe dovuto già far scattare un campanello d’allarme , sarebbe bastato l’apostrofo, e quel donnafestadelladonnavivaladonna  è una marcatura spropositata –  dice sempre la quarta di copertina, “è una delle opere fondamentali della fantascienza speculativa”. 

L’astronauta Mary, esperta in comunicazione,  racconta dei suoi viaggi su altri pianeti e del suo lavoro, che consiste nell’avviare la  comunicazione con altri esseri senzienti: marziani, esseri radiali, bruchi e farfalle e altre ventricolate specie, e delle regole che guidano gli scienziati, prima di tutte evitare interferenze.
I terresti sono vegetariani e  aborriscono la violenza;  le femmine guidano le missioni spaziali, si scelgono i  fattori coi quali  ingravidarsi per avere dei figli di cui hanno cura solo un anno. 
Mary di figli ne ha vari, anche  ibridi - una concepita con un marziano - , e innesti. 
Mary è libera di scegliere la sua maternità, quando come e con chi. 

Per l'anno della pubblicazione del libro, forse fantascienza. 

Purtroppo il romanzo è  solo una traduzione in veste fantascientifica delle istanze femministe dell’autrice. 
(e vabbuò, pure quelle legate ai diritti civili in generale, volemosituttibene)

Sulla struttura narrativa pesa come un asteroide l’intento didascalico. 
Non sono l’impegno civile e la difesa dei diritti ad essere un errore, l’errore è pensare una storia rendendola esclusivamente  “veicolo”. 
Il risultato è un romanzo di  una noia mortale, aggravato dal fatto che  il linguaggio e lo stile, altro che piacere della comunicazione, rasentano il livello 0, io tarzan tu jane. 

Certo bisogna contestualizzare, siamo agli inizi degli anni ’60.
Però Solaris (che non ho ancora letto, ma conosco un pochino Lem) è del 1961. 
Naomi Mitchison sta a Stanislaw Lem come  la serie tv Spazio 1999 sta al film  2001: Odissea  nello spazio.

Forse è meglio che la Cristoforetti non lo legga. 

lunedì 28 dicembre 2015

Tableaux vivants

Echi dei tableaux vivants, soprattutto sotto forma di cazzeggio, se ne trovano a bizzeffe  come video e immagini virali sui social.
Ma il   tableau vivant, oltre a prestarsi alla burla, ha un suo perchè artistico. 
Il Quadro Vivente,  la cui nascita si colloca nella seconda metà dell'800,  di fatto è espressione che fonde teatro e fotografia e pittura.
Una libidine soprattutto per le avanguardie. 

Anche Pasolini  [e cosa non ha fatto]  li ha sperimentati  ne "La ricotta", attingendo dai dipinti delle deposizioni dei pittori manieristi Pontormo e Rosso fiorentino, e   caricandoli di tutti i traslati polemici e poetici che gli erano  propri.*

Ho assistito alla performance “La conversione di un Cavallo – 23 tableaux vivants dall’opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio” diretta da Ludovica Rambelli. 
(Che gran peccato non stare davanti davanti. Mannaggia alle cape altrui)

E’ dal 2006 che sulla scena – una scena nuda,  una piazza, un arenile, il presbiterio di una chiesa – con l’ausilio di pochissimi oggetti di uso comune e di molti pezzi di stoffa bianchi, rossi, neri, ocra e un fascio di luce, i corpi degli attori materializzano i quadri del Caravaggio. 

caravaggio tableax vivants


E’ tutto davanti agli occhi del pubblico, nessun trucco, nessun inganno:  con una naturalezza armonica, gli attori raccolgono dal pavimento le stoffe e le drappeggiano sul corpo e in pochi secondi trasformano se stessi in martiri, santi, astanti, carnefici, angeli, sassi o tavolini. Poi con la stessa naturalezza si immobilizzano nella gestualità dei personaggi caravaggeschi. 

caravaggio tableaux vivants

Alcuni secondi di perfetta stasi, poi la composizione si scioglie, i drappi  scivolano di nuovo sul pavimento o vengono ripiegati in altra guisa: si ripete il rito della vestizione per il nuovo tableau.


Penso che nessun tributo possa meglio rendere onore alla pittura  di Caravaggio, e allo stesso tempo esaltare l’azione teatrale, il corpo che crea e rappresenta la vita, senza alcun artificio o impupazzatura o effetti fantasmagorici. 
Immediatezza e verità. 
Suggestivo, altamente suggestivo e notevole.   




* La scena della deposizione ne La ricotta di Pasolini

martedì 27 ottobre 2015

La giornata d'uno scrutatore, Calvino Italo.

Una volta, per un referendum che poi non raggiunse manco il quorum, feci da scrutatrice all’ospedale Cotugno, padiglione malattie infettive.
Cinque o sei elettori votanti, forse sette. In pigiama.
Nessun seggio volante, per fortuna.
[Temevo il contagio.]

Ad Amerigo Ormea , protagonista de “La giornata di uno scrutatore”, non va liscia.
Era iscritto al partito, questo sì, e per quanto non potesse dirsi un “attivista” perché il suo carattere lo portava verso una vita più raccolta, non si tirava indietro quando c’era da fare qualcosa che sentiva utile e adatto a lui. In Federazione lo consideravano elemento utile e di buon senso: ora l’avevano fatto scrutatore
(ma negli anni ‘50 si sceglievano gli scrutatori in base alle simpatie politiche?)

Il suo compito, da svolgere al Cottolengo, è di vigilare affinchè non accadano brogli, o meglio, affinchè i “pazienti” non vengano “sollecitati”, pur se incapaci di intendere e di volere, a votare per la DC.
Si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la legge-truffa, l’avevano battezzata gli altri), per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi…

[la legge fu abrogata l’anno successivo: alla tornata elettorale in cui il personaggio Amerigo fu scrutatore non scattò, perché la coalizione di governo ottenne il 49,8% dei voti. Nonostante le “sollecitazioni”.
Eh, ai politici son sempre piaciute le “correzioni” e i porcellum]]

Un seggio non troppo composito, il suo: il presidente vecchio, timoroso, indeciso ma formalista, la crocerossina in blusa bianca, lo scrutatore smilzo e defilato e gli altri (democristiani tutti, “tesi a smussare i contrasti”) , una compagna “arancione” (socialista, la verità) dura e pura e cacacazza.
E poi lui, Amerigo.
Si sentiva troppo scoraggiato per sperare di prendere qualsiasi iniziativa. La sua battaglia legalitaria contro le irregolarità e i brogli non era ancora cominciata e già tutta quella miseria gli era calata addosso come una valanga. Che facessero presto, con tutte le loro barelle e stampelle, che s’affrettassero a compiere questo plebiscito di tutti i vivi e i moribondi e magari anche i morti: non era con le ragioni formali di cui disponeva uno scrutatore che la valanga poteva essere fermata.

La vera valanga per Amerigo è però il contatto- contagio con gli abitanti del Cottolengo, che scuote l’intero apparato delle sue certezze e convinzioni.

Costretto per un giorno della sua vita a tenere conto di quanta è estesa quella che vien detta la miseria della natura(…) sentiva aprirsi sotto ai suoi piedi la vanità del tutto.”

E la valanga precipita sui concetti astratti di giustizia, libertà, bellezza, Dio e annessi e connessi, sulla sua condizione concreta e reale (una storia sentimentale complicata, fuggevole; un figlio, forse) e sulla quaestio massima: cosa è l’uomo, cosa è l’umano.
Ad Amerigo tocca anche il seggio volante, che lo porta nel cuore nascosto del Cottolengo, tra i ragazzi pesce e le monache morenti.
E’ soprattutto un padre che schiaccia le mandorle al figlio idiota, che fa scattare la consapevolezza di un legame tra il suo mondo e quello ora disvelato.
Il “genere di amore come una reciproca e continua sfida o corrida o safari , non gli pareva più in contrasto con la presenza di quelle ombre ospedaliere: erano lacci dello stesso nodo o garbuglio in cui sono legate tra loro - dolorosamente , spesso (o sempre) – le persone.”

Una breve, fulminea rivelazione: “l’umano arriva dove arriva l’amore, non ha confini se non quelli che gli diamo.

Sarebbe potuto essere un secco racconto “neorealista” sulla condizione degli “espulsi” dalla società perché “diversi”, o un incazzato racconto di denuncia sulla questione del malcostume politico e sociale.

Ma Calvino è sempre ‘a mostro, e questo libro non è solo un racconto “neorealista” e un pamphlet , ma un terremoto: un coacervo di domande senza risposta, un dirompere di dubbi, di incertezze.
(anche la breve fulminea rivelazione non “sistematizza” il mondo)
E mi è piaciuto assai.

sabato 17 ottobre 2015

Respiro, Winton Tim.

Oltre al gioco del camminare ad occhi chiusi che facevo da bambina, ce n'è un altro che faccio ancora.
Trattenere il respiro. Tanto, più a lungo che potevo, fino a diventare quasi blu. 
[una forma di controllo e di dominio sul corpo]
Ora solo quando sono in macchina e mi rompo le scatole in modo esponenziale. 
Dura pochissimo, chè nei polmoni neri di fumo la quantità di ossigeno che riesco a trattenere è davvero un soffio.   


"Arriva con Jodie.  Non c’è nulla che possano fare. 
La madre ha tagliato la corda, l’ha lavato e l’ha sistemato sul letto. 
“Non credevo che mi avrebbe fatto quest’effetto.
Che cosa? 
E’ il mio primo suicidio, mormora.
Già, non era un bello spettacolo. Però, non si tratta di suicidio.
Cristo, Bruce, hanno dovuto sfondare la porta e tirarlo giù. Il ragazzo si è impiccato. ”

E’ il primo capitolo del libro Respiro di Tim Winton.
Non è un giallo, non è un poliziesco,  ma il perché dell’asserzione di Bruce  - non si tratta di suicidio - lo si capisce solo alla fine. 

Dal ritrovamento del cadavere, Bruce comincia un’immersione nel passato, fin nell’occhio del ciclone dell’adolescenza, quando  l’incontro con un ragazzo di poco più grande,  Loonie,  e poi con Sando e Eva, cambiano il suo modo di “pensare” la vita.  
Giocare a chi trattiene di più il respiro sott’acqua. 

Cavalcare l’onda: il surf, ma non solo.
Era così strano, vedere degli uomini che facevano qualcosa di bello. Qualcosa di insensato ed elegante, che non avrebbe attratto l’attenzione o l’interesse di nessuno. A Sawyer, un paesino di tagliaboschi, operai e contadini, con solo un macellaio e un impiegato di banca. La gente era abituata a fare cose solide e pratiche, usando soprattutto le mani.

Fare qualcosa di straordinario,  sfidare la paura, il dolore, le leggi della gravità. 
Sfidare la morte  per avere il potere assoluto sulla e della vita.


… quando sei giovane hai la sensazione che la vita ti renda impotente, trascinandoti sempre indietro verso la stessa sequela di respiri, in un’eterna capitolazione alla routine biologica, e che il desiderio umano di assumere il controllo sia legato alla capacità di affermare il proprio potere  sul proprio corpo almeno quanto sulle altre persone.”

Non solo l’onda ha un punto di rottura. 


A margine.
Tim Winton,  scrittore australiano pluripremiato in patria e anche all'estero, è davvero poco letto in Italia .
[L'Australia è lontana. Invece l'Ammmerica sta dietro l'angolo.]  



domenica 11 ottobre 2015

L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento.

Mi hanno regalato questo libro in estate.
Durante le ferie estive non lo avrei letto manco se mi avessero pagato.
(staccarelaspinafarfintadiessereunidraulico)
Ora che sono tornata ad annegare nel caos e nell'incertezza del dopo riforma, ho deciso di.
Tanto, quando si sta nell'acqua, aggiungendone un bicchiere non è che cambi molto.
 (però se avessi saputo delle parole di stima dell'autore verso Renzi, una bella nota a piè di pagina, l'avrei proprio suffunnato).

Recalcati  comincia con una pacca sulla spalla alla categoria scamazzata e confusa degli insegnanti, “messi al margine della società, umiliati economicamente e professionalmente e, nello stesso tempo, convocati paradossalmente a esercitare sempre piú la funzione di supplenti di un discorso educativo che sembra non aver piú sostegno né nelle famiglie né nelle istituzioni.

Continua individuando le cause dello “smarrimento della scuola” nella sua attuale connotazione neoliberista,  che elogia il “… primato del fare, e sopprime, o relega in un angolo stretto, ogni forma di sapere non legato con evidenza al dominio pragmatico di una produttività concepita in termini solo economicistici (per esempio, la filosofia o la storia dell’arte alle superiori). Garantire l’efficienza della performance cognitiva è divenuta un’esigenza prioritaria che risucchia le nicchie necessarie del tempo morto, della pausa, della deviazione, dello sbandamento, del fallimento, della crisi.

E fin qua, siamo d’accordo.
Molto d’accordo.

Considera poi la vocazione della scuola nel tempo,   utilizzando idee e concetti  di derivazione psicoanalitica, e   delinea, in base alle caratteristiche della trasmissione del sapere, tre modelli:  Scuola-Edipo, Scuola-Narciso , Scuola-Telemaco.
........
[Mi chiedo se Freud e Lacan  abbiano mai  pensato che si possa  psicanalizzare la qualunque. Mi aspetto in un futuro non lontano persino una disamina in chiave psicoanalitica  del brod’è purp e della parmigiana di melanzane.]

Arriva infine a individuare quella che dovrebbe essere la vera missione della scuola.
L'erotica dell'insegnamento.
Rendere il sapere un oggetto in grado di muovere il desiderio, un oggetto erotizzato capace di funzionare come causa del desiderio, in grado di spostare, attirare verso, mettere in movimento l’allievo

Ohh, e cribbio, eccerto, e ci mancherebbe!

Aspetto con ansia che Recalcati mi fornisca suggerimenti, consigli, appigli, su come rendere erotica la mia ora di lezione – le mie tante ore di lezione -, ammesso che non abbia la presunzione di considerare già le mie prestazioni didattiche altamente erotiche.
Affatanti, anzi.
[Ho sempre cercato di affatare i ragazzi . Son piccolini, posso solo affascinarli, poi con il  tempo, forse…  mi dico]

 “Il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper “tacere l’amore”. 
Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro.”

Saper tacere l’amore, scoprirò più avanti nella lettura - perchè all'inizio ho pensato e checazz, senza passione come si fa? io non ci riesco a fare le cose se non sono mossa da passione, la passione è contagiosa, i ragazzini l'avvertono, ed è secondo me l'unico modo per rendere erotica l'ora di lezione - significa non prevaricare con il proprio pensiero e le proprie passioni i pensieri divergenti.
E anche qui ci siamo. Mi pare di essere l’insegnante perfetta.
[E perchè non sono salva dalle frustrazioni?]

Ma se da un lato l’analisi degli aspetti negativi della scuola “smarrita” sono  condivisibili - palesi  e ovvi, almeno per chi nella scuola lavora -, dall’altro non esiste in realtà nessuna  ricetta, nessun metodo, nessun appiglio, nessuna proposta che possa far ritrovare un senso alla Scuola.
L'erotica dell'insegnamento  non può farsi cifra di un cambiamento globale: la capacità di rendere erotico il sapere non la si matura con i corsi di formazione, con le riforme, con le teorie blabla.
La capacità di rendere erotico il sapere c’è o non c’è.
Non è contrattabile, non è estendibile.

 “Sono i maestri che non scordiamo, quelli che hanno lasciato un’impronta indelebile dentro di noi. E’ l’etimo del verbo insegnare: lasciare un’impronta, un segno, nell’allievo.”

Si dovrebbe postillare  che non scordiamo neanche  quelli che hanno lasciato un’impronta in negativo [io lo so perché detesto la matematica.
Magari il “fascino erotico” del metodo di insegnamento delle mie prof.  di matematica ha fatto breccia in senso positivo nella testa e nel cuore di qualche altro allievo]
Inoltre,   non tutti i discenti hanno lo stesso rapporto con “l’erotismo”.
C’è chi soffre del vuoto, c’è chi si sfasteria appena comincia la sfida  - o il cocco ammunnato e 'bbuon o niente oggetto del desiderio.

Il rapporto tra insegnante e allievi è sempre uno a uno,  in entrambe le direzioni, anche quando sembra uno a molti.
E poi,   capita che  si inneschino  dei meccanismi  assolutamente non  configurabili  come paradigmatici per risolvere il dramma della scuola smarrita.
E' lo stesso Recalcati a darne testimonianza.
L’ultima parte del saggio è dedicata al ricordo di Giulia, professoressa di lettere dell’istituto di agraria frequentato dall’autore.

In quegli anni sei stata, Giulia, il mio amore segreto, il pane, la scodella del caffellatte, la sciarpa, le scarpe, i quaderni di appunti, i miei libri, i miei dischi, le prime infatuazioni letterarie, l’interlocutrice silenziosa che accompagnava i miei pensieri, la voce che dolcemente mi invadeva, il volto e lo sguardo che mi riempivano.

E’ il ricordo dolcissimo e struggente di un’infatuazione, di un amore adolescenziale, non dell’amore verso il sapere.
(anche a me piacevano  la voce e le parole del  professore  di italiano del liceo artistico , barba e capello scompigliato – ragazzi, la rivoluzione! –  , e può anche darsi che la sua presenza mi abbia spinto a  scegliere la facoltà di  lettere e non quella più ovvia di architettura.
Salvo poi  subire un piccolo trauma quando volli incontrarlo qualche anno dopo la maturità, nel rendermi conto che aveva confuso, lui il professore, il mio interesse intellettuale con qualcosa di altro.
Rattuso. )

Giunta alla fine del libro  chiedo: e dunque Recalcati?
Come la mettiamo con la scuola smarrita?
Che facciamo?


Scettica e perplessa (assai perplessa) resto.

domenica 23 agosto 2015

Il Genio dell'abbandono

Vincenzo Gemito era chiamato “lo scultore pazzo”.
Febbrile, nervoso, teso alla ricerca di una verità che sottende la pelle, bramoso di cogliere il guizzo, l’essenza.
Consapevole della forza della materia che lui, solo lui riusciva a torcere (non a caso il marmo, non caldo e vibrante come il bronzo, non era il suo materiale prediletto).
Una delle figure di artista in cui è labilissimo il confine tra genialità e follia.

Era stato abbandonato alla nascita e affidato alla ruota dell’Annunziata.
Un esposto, Vincenzo Genito, diventato Gemito per un errore di trascrizione.
(il Gemito: il lamento, il pianto, l’insoddisfazione, ‘a rraggia)

Viciè, e chi se ne fotte del sangue delle origini? Cazzate. E vedi il caso tuo. Non hai avuto padre e madre naturali, ma una forza del fato. Per te c’è stato un genio, il genio dell’abbandono, Viciè. Perché se non ti abbandonavano tu forse non saresti mai diventato Gemito, il grande sculture Vincenzo Gemito!

Non è pura verità però, perché appena abbandonato fu subito adottato; allattato e cresciuto amorevolmente da Giuseppina Baratta, che stava andando al brefotrofio a vendere il latte che suo figlio, nato e morto quasi subito, non avrebbe potuto sucare.
Amato più di un figlio naturale da Giuseppina e dal suo primo e anche dal secondo marito, Mastro Ciccio.

Il libro della Marasca racconta della vita di Gemito in medias res, dalla fuga dal manicomio.
Flash back ricostruiscono la storia della famiglia adottiva, l’ infanzia di Vicienzo, l’apprendistato nelle botteghe di maestri che insistevano a fargli fare il disegno delle “recchie”, la maturazione artistica (il vero, il vero, rincorso nei pescatorielli e nei lazzari, Gemito lazzaro tra i lazzari, un soldo per una posa immobile dentro alla grotta/laboratorio) i rapporti con gli altri artisti e con i mecenati, la passione turbinosa verso Mathilde Duffaud, l’esperienza parigina.
Sono pagine bellissime, dinamiche e vitali, sul cui sfondo c’è una Napoli vivace e vaiassa, miserabile e creativa, densa e fonda e luccicante.
Come la lingua che usa la Marasco, corposa, plastica, espressionistica come un bronzo o un disegno di Gemito, annegata nel dialetto e nel popolare ma mai sciatta.

Wanda Marasca  Gemito
La seconda parte del romanzo, in cui si racconta l’autoreclusione dell’artista nella stanza laboratorio di via Tasso (diciassette anni di segregazione) - il suo diario, allucinato, atturncinato, scumbinato, e il discorso diretto libero che molto più di frequente incide nella storia – è più pesante e faticosa.
Riflette comunque la condizione mentale dell’artista il cui ego ipertrofico si arrocca sullo scoglio.
(Manco della morte della madre se ne addona. E cerca a tutti i costi di resuscitare Nannina, perché lui doveva, lui come Dio, fare il miracolo della vita)
Eppure Gemito non fu mai solo o abbandonato.
Gli facevano visita amici artisti e intellettuali, pure Scarfoglio e Donna Matilde che “ pare n’ommo. Tiene grandi zizze ma pare ommo”.
La moglie Nannina e la madre quando erano vive, Mastro Ciccio e la figlia Peppinella (che teneva i segni della mano paterna, il bitorzolo sulla fronte e sul naso, sbattuta sul muro quando era neonata perché chiagneva), ne avevano sempre avuto cura premurosa.
L’ingresso in casa della Duchessa Elena D’Aosta , la richiesta di una commessa “reale” che cancellasse l’onta di Capodimonte - le mazzate d’è guardie e il trionfo in oro e argento mai portato a compimento - lo liberò dalla autoreclusione.
Gemito continuò a cercare, inquieto, a Parigi e nei vicoli e ovunque, il vero che sta oltre la cortina della pelle e dello sguardo, fino alla morte.
Un funerale ciclopico, quello di Gemito.

Non fu mai solo e mai venne abbandonato.
Eppure le tante persone che lo circondavano erano per lui fantasmi, ombre, pantomime.
L’unico vero ingombro, la sola vera presenza, pur se inafferrabile, era quello del genio.
Questo genio dell’abbandono, oltre che a Napule gli era andato dietro pure a Parigi, pure dint’’o manicomio? Era prestigio o dannazione? Questo genio che cazzo vuleva ‘a isso?
Se lo figurò come un Dio travestito da zengara o ommo d’’o puorto. Portandolo a Napoli, lasciandolo sulla ruota, lo aveva consegnato a una materia alchemica che parteva dall’argilla e ferneva all’oro.

Ah, l’artista.
Che bel romanzo, che passione e quanta vibrazione.
Che bello pensare che un lazzaro ignorante potesse parlare a tu per tu con i re e con gli intellettuali.
Gemito aveva l’Arte nelle mani e il Genio nella mente.

(Meglio non essere artisti, ci sta da essere assai infelici, più di quanto è concesso alle vite semplici. E anche quella infelicità è troppa)

venerdì 21 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Sette: Slovenia e Croazia

La tappa finale del viaggio prevede qualche giorno in Croazia, da trascorrere schìati al sole.
"Senza mare non pare estate."
Ma si può attraversare la Slovenia da nord a sud, attraversamento certificato dall’ennesima Vignette, senza farci manco una piccola sosta? 
Certo che no. 

[Penso all'ex Yugoslavia.
La Slovenia fu la prima  a tirarsene fuori, con una guerricciola durata meno di un mese. 
Cazzi amari, invece per la Croazia  e le altre ex repubbliche socialiste.  (per non parlare del Kosovo).
Solo questione etnica?
No di sicuro.
Però, quello che salta proprio all’occhio in Slovenia, è  la profusione di bandiere dell’Unione Europea. 
(Slavo a chi??)]

lungofiume Maribor
Maribor è la seconda più grande  città della nazione, dopo Lubiana, la capitale. 
La parte vecchia e la nuova sono divise dal fiume Drava.
La città vecchia si gira in un'oretta: di notevole ha l'andamento slow.
La vite più antica del mondo, la maggiore “attrazione turistica” della città,  non è  poi così sconvolgente – vabbuò, magari per un botanico o per un enologo, ma a me della vite interessa esclusivamente il prodotto finale e non vado manco per il sottile .
I cigni sono i padroni del lungofiume.
(tu ti sposti, loro manco per il collo)
Maribor capitale europea della cultura
Dappertutto manifesti locandine targhe che rimembrano il 2012, anno in cui è stata capitale europea della cultura. 
Capitale europea della cultura??? 
Vabbuò, ci sta un bel teatro, ma c’è anche tanto sfracello, come una casa in  ristrutturazione, o come quando c’è da ricostruire dopo un terremoto o un millennio di abbandono. 
Ci sarebbe tanto da chiedersi riguardo le candidature e la scelta delle città destinate ad entrare nell’elenco delle capitali europee  della cultura.
(per non dire delle capitali italiane della cultura)
E anche del valore – in tutti i sensi -  che ha questo riconoscimento.

Passato confine tra Italia e Austria, tra Austria e Germania, tra Austria e Repubblica Ceca, tra Repubblica Ceca e Polonia, tra Austria e Slovenia, nessun controllo, libera circolazione.
Confine Slovenia/ Croazia. 
Una lunga teoria di auto.
La Frontiera.
La Frontiera si presenta come un casello autostradale doppio, solo che invece di ritirare il biglietto si mostrano i documenti:  primo casello  controllo sloveno in uscita, secondo casello a 10 metri di distanza  controllo croato in entrata. 
Cosa può  mai cambiare in 10 metri? 
Non si fidano i croati del controllo degli sloveni?
La Croazia non è nell'area Schengen. 
Realizzo quanto sarebbe bello un mondo tutto senza alcun  confine diffidenza muro. 

Al mare, Porec/Parenzo Istria, ultimo sprazzo spruzzo del viaggio, causa previsioni del tempo, che dicono brutto ma poi  “s’arape”  che è una meraviglia, è sottratto un giorno,  riempito dalla visita di un paese ad una trentina di chilometri dalla costa.
Montona/Motovun



Motovun/Montona è  un borgo medievale arroccato su una collina: conserva ancora la cinta muraria e alcune parti di edifici. 
Sembra di stare molto più in alto dei 230 metri sul livello del mare.


E' meta di pellegrinaggi gastronomici, tartufo sbandierato in ogni salsa.
Infatti ci sono un cuofano di turisti, e  tanti negozi di souvenir, e tantissime botteghe che vendono tartufi e oli tartufati e creme e salsine. 
(e il wifi free nella piazza principale)
C'è un uomo curvo in un vicolo, sotto un ombrellone, che lavora il legno in modo quasi autistico. 
Intaglia su tavolette di legno di tiglio rami di fiori, il paesaggio di Motovun, pesci;  a memoria e con la rapidità di chi lo fa per gioco e per amore. 
Le mura in mattoni del vicolo sono piene di tavolette.  
Ne avrei comprate tante. 
Mi devo accontentare di una piccola. 
Il lavoro artigianale è sempre una meraviglia. 

L’Istria, almeno la parte costiera attorno a Porec/Parenzo, non può dirsi salva dall’espansione urbanistica e dalla cementificazione.
E neanche da un certo disordine. 
(villaggi residence alberghi villette villini casette casaruoppoli a mappate)
Parenzo/Porec
Però. 
L’accesso al mare non è concesso a qualcuno: è  garantito a tutti.
Non esiste  l’idea di privatizzare o lottizzare o rinchiudere il mare. 
Gli scogli e le rocce, che non si può parlare di spiaggia, sono attrezzati in modo da poterne usufruire: piattaforme e scalette che permettono di entrare in acqua senza scassarsi i piedi o rompersi le corna, docce, spogliatoi. 
Tutto gratuito.
Gratuita anche l’ombra naturale data dagli alberi che s’affacciano  sull’acqua.
Ombra profumata. 
Perché dove vivo io devo comprare l’accesso al mare pagando la discesa allo stabilimento balneare, o in alternativa devo rischiare il tetano camminando in una striscia di spiaggia superaffollata chien’e munnezza?
Cosa succederebbe se, pur attraversando la striscia di spiaggia libera, mi andassi a mettere sul bagnasciuga  prospiciente  il villaggio esclusivo con le mie bagattelle e il mio seggiolino e asciugamano? Ma anche senza bagattelle e seggiolino, eh. 
A Vsar  si può, a Parenzo si può, a Funtana si può. 
In Croazia si può.
(Le concessioni balneari  e le “spiagge private” sono un assurdo)


Ultimo giorno. 
Il momento che preferisco comincia verso le sette del pomeriggio, quando  l'aria si fa tersa e rosata,  e il sole piano cala per affondare nel mare.
Attimi di incomparabile bellezza.



Ma. 
Ci ho bisogno di arrivare fin quassù? 
Il sole non nega la bellezza dei suoi colori al tramonto neanche allo  sconcico che a perdita d’occhio si rivela sin  dall’uscita dell’autostrada, già sull'asse mediano. 

Marò e che tristezza tornare a casa.