venerdì 15 giugno 2012

Parole e disegni


Ho sempre avuto una discreta passiuncella per i giochi di parole, ed è un grande vantaggio riuscire ad accocchiare in quattrequattrotto  un acrostico o un  anagramma a cambio da un nome proprio per stupire con effetti speciali e fantasmagorici (yeahh) le platee di ingenui ragazzetti. 
Pressorè! siete una poeta!
(faccio o' gallo 'ncoppa 'a munnezza)

Ancora di più mi piacciono  le parole disegnate:  i capolettera dei codici miniati, certe poesie visuali, le fotografie con le texture di parole (e qui ce ne sono di bellissime), e naturalmente, i calligrammi.

parole disegnate
Calligramma
Vitrei ab oculis
Spinta da  amici, avevo sperimentato l’emulazione di Apollinaire, facendo questi:


parole disegnate
Calligramma
Chiave












e ora,  la sabbia bagnata ispira, questo.
Il difficile, non è nel disegnare con le parole.
E’ trovare le  parole.
parole e disegni
Calligramma
orma





domenica 10 giugno 2012

Cocoon


Qualche tempo fa li ho visti per la prima volta, in tv, a casa di altri.
Gli anziani di uomini e donne.

Me lo hanno dovuto spiegare,  non riuscivo mica a capire, che davvero vanno in tv a fare le pustegge.
(oddioddioddio, se i miei nonni  avessero potuto vederli).
Eppure  adoro la quarta età attiva e pimpante.  
Ma la televisione per le pustegge no.
Certo,  assai peggio è farlo da più giovani, almeno gli anziani hanno la scusa del rimbambimento.
Ogni tempo ha un suo tempo?  
Forse sì forse no, boh.
Ne conosco, di attivi e pimpanti che non  ci andrebbero  manco accisi, in televisione per le pustegge.
Una sessantina di partecipanti, al pranzo sociale di fine anno.
L’80% ultrasettantenni.
Belle persone,  acute, ironiche, un poco borbottone, ma tant’è.
 E viaggi, e gite, e magnate, e mostre, e ginnastica e  “voglio imparare a usare il computer!!!
 “E’ un’eta bellissima , diventi padrona del tuo tempo” – dice  Annamaria, 74 anni e bella e elegante più di Sofia Loren,  alla neo arrivata sessantenne  che pare la nonna sua  e che  m’ha quasi incastrata con  il lamento  i figli m’ann abbandunata....

A fine magnata, quando  ormai troneggiano solo i bicchierini di cioccolata fondente da riempire coi liquori, Franco passa con un piattino e un solo dolcino dentro.
Base verde, un quadratino di pasta di mandorle, e crema alla ricotta e un'altra base a richiudere. 
Mirtillino sopra. 
- assaggia, un sol boccone, è l'ultimo, è proprio saporito. 
Passo, ma solo perché lo stomaco, dopo i bucatini alla siciliana, la zuppa di cozze e fagioli con fresellina, la trippa, le frittatine, le melanzane, i peperoni, i formaggi e i salumi, la pastiera e la frolla di crema e il torrone di cioccolato e nocciole,  è diventato impenetrabile. 
La mia vicina di posto  tocca il dolcino e si accorge  che è di gommapiuma. 
Franco  ride, muovendo  3 dita della mano:  - Tre  ci sono cascati. 
Passa qualche  posto oltre, si  imposta,  recita la stessa parte. 
Il marito lo passa alla mugliera  - tiè, Giuseppì, assaggia.
Giuseppina  addenta,  e mastica e  tira, sotto lo sguardo perplesso del marito e quello sghignazzante di Franco.
ma che è, la dentiera?!
Il dolce di gommapiuma non si spezza. 
Rischio di  schiattare dalle risate,  guardando Franco sventolare la mano  con 4 dita aperte.
(marò, ma non è che sto diventando incontinente?)
Ha 80 anni, Franco. 
E' una cosa che mica ce la si aspetta, da un ottantenne.

Mi dispiace  che quando sarò vecchia come loro, saranno tutti morti.

domenica 3 giugno 2012

Il seno


Philip Roth mi indispone.
(talvolta)
Eppure continuo, imperterrita,  a leggere le sue opere, anche se spesso i tanto sbandierati   dramma e  pathos  delle sovra copertine e degli entusiastici commenti dei suoi ammiratori  mi fanno l’effetto della farsa e del  patetico. 
Non vale per  tutti i suoi scritti, naturalmente. 
[Pastorale americana è straordinario] 
Solo per quelli dove il chiodo fisso del sesso, che è vita tout court, senza altro appello o orpello, fa la parte del leone (dell’elefante) 
Da L’animale morente a Lamento di Portnoy.
Ormai non mi irrito più. 
Rido, anzi sghignazzo.

Ho appena terminato di leggere il raccontino Il seno.
Il seno è simbolo della maternità e della vita più ancora del grembo.
( il ventris tui  diventa del seno tuo)
Ho pensato che il seno e  una particolare predilezione per la fellatio,  nei due libri di Roth che hanno come protagonista  David Kepesh , L’animale morente (il seno  di Consuelo) e  Il seno appunto, hanno davvero un ruolo chiave.

“Claire (…) era persino un po’ schizzinosa a ricevere il mio sperma in bocca. Se mai praticava la fellatio, era solo come rapido preludio al rapporto vero, e mai con l’intenzione di farmi venire. Non che la facessi  troppo lunga per questo, ma di tanto in tanto, come succede a tutti gli uomini che non si sono ancora trasformati in un seno, registravo il mio scontento – insomma, la vita non mi dava tutto quello che volevo.” Pag. 52

La frustrazione più grande del professore Kepesh,  non è tanto  di  essersi  trasformato in un seno, quanto di essere diventato una mammella  inutile, un seno che non dà latte, non nutre…
“Sono arcistufo di preoccuparmi di perdere Claire. Lasciamo che se ne vada per i fatti suoi e si trovi un nuovo amante con cui condurre una vita normale e produttiva, e che non le faccia bere lo sperma.”

[Altro che invidia del pene. Devo rivedere il giudizio di misogino e fallocrate che ho appioppato a Roth.
Almeno correggerlo.]







E mentre cercavo sull’internet delle immagini di tette da piazzare nel post, passando dai senoni delle grandi madri al seno di Pero nelle 7 opere della Misericordia di Caravaggio, mi sono imbattuta in questo, che anche se ci appizza come il cavolo a merenda, lo linko uguale.

lunedì 28 maggio 2012

Stips

Non capisco cosa ci sia da vergognarsi.
Sin dai tempi della dolce euchessina (marò, che vintagità), presentatori e presentatrici  tivvù hanno associato la propria faccia alla mano sulla panza e  ai relativi traslati, tanto è vero che, ad esempio, ora per me lo yogurt  che serve a combattere la stipsi, quello con bifidus actiregularis,  è biondo, ha i capelli lunghi e si chiama Alessia.
Epperò.
Posso comprendere che andare in farmacia per comprare non un rimedio blando e vago ma uno  meccanico di efficacia  immediata  possa essere per qualcuno un problema.
Vabbuò, ci vado io in farmacia, che sarà mai.
Se ci fosse stata meno gente che alla fermata della metropolitana, sarebbe stato meglio.
E ancora meglio sarebbe stato se il farmacista non mi avesse guardato ammiccante e chiesto:
“Classico?”
Come classico, che significa classico, come può mai essere un clistere?
Postmoderno, a pois, profumato, a forma di…
Mica avrà pensato  che…
(urca che zozzone)
Ecco.
Ora capisco  che ci si può mettere scuorno anche senza motivo.

lunedì 21 maggio 2012

Flash mob

"Al mio segnale scatenate... la lettura!"
Questo roboante invito era sui manifesti a tappezzare le strade del paesello, anzi, come dice  il poeta ipocondriaco, del paese gigante.
Flash mob.
Ripetizione di un  flash mob avvenuto quasi un anno fa per lo stesso identico motivo, ovvero sollecitare l'apertura di una biblioteca comunale.
L'ho scoperto dopo. 
Quello era "Al mio segnale scatenate...la cultura!" 
[il gladiatore spopola et docet, basta cambiare la finale]
Chiossapeva, allora  i tappezzieri  avevano lavorato poco, forse.

Vabbè, ad un fash mob non avevo mai partecipato, ne avevo visto uno  consistente nell'attraversamento continuato della strada da parte di una trentina di pedoni, ai fini del blocco del traffico, come forma di protesta, atto dimostrativo contro l'apertura della discarica.
(e può mai impedire la polizia di attraversare avanti e indietro la strada? se il traffico si blocca, eh, problemi collaterali ma assolutamente necessari)
Insomma.
Mi dico mò vado a fare il flash mob pure io, prima firmo la petizione (eccheccazz, le biblioteche comunali ci sono pure in Uganda, poi si dice ahhh, i pdf piratati, lo scarico illegale dal mulo, etc etc), e poi posso dire  urbi et orbi che ho fatto il flash mob.

Nella villetta comunale ci sono i bancarielli  di un'associazione, quelli di una casa editrice (è pur sempre il mese del libro), quelli dell'agenzia di animazione; ci sono gli assessori, le mamme con i bambini nei passeggini, i bambini sulle giostrine, i bambini che schiattano i palloncini, i papà con altri papà,  una ventina di ragazzini che si fanno le postegge.
E poi ci sono gli organizzatori, con il gazebo per le firme e i microfoni. 
I giovani del ** e i loro papini e padrini.
Un manipolino.
(Tolte le sopra indicate categorie familiari et cazzeggiatrici, restano una cinquantina di persone, tutte note tra di loro, e l'estranea, ovvero moi.)
Firmo.
Aspetto, leggiucchiando un libro, per davvero, non in modo simbolico così come dovrebbe avvenire per l'evento, che la manifestazione inizi. 
Si comincia, anche se con notevolissimo ritardo.
Un preambolo infinito,  minuti e minuti e minuti di chiacchiere chiacchiere chiacchiere di quelle che vorresti avere la cera nelle recchie per non sentire:  la biblioteca per dare un futuro ai giovani (??? come se i vecchi e i maturi e i medi non avessero bisogno di ) - noi sindaco avevamo individuato nella vecchia chiesetta la sede ideale ma poi ostacoli burocratici ... (non è neanche sconsacrata - che acume) - la giovane scrittrice "salve sono una scrittrice esordiente chi legge i miei scritti sa che mi occupo di giovani"..., e bla e bla e bla la segretaria provinciale dei giovani del ** , " perchè il cambiamento, perchè la società civile, perchè l'impegno... ".

A botta di chiacchiere si è fatto proprio tardi, con tutta la buona volontà e la pacienza e la santa sopportazione, altre vongole richiedono la cottura altrimenti mi muoiono soffocate nella busta,  arrivederci e grazie, il flash mob lo faccio un'altra volta.
(E pure la partecipazione alla società civile)

lunedì 14 maggio 2012

Malacqua - Pugliese Nicola


Malacqua, nel dialetto partenopeo, significa che le cose si mettono male, che non si prevede niente di buono.

Malacqua è anche il titolo dell’unico romanzo di Nicola Pugliese.
[Un solitario]
E’ una grande metafora della condizione “interiore” della città, e non poteva esserci sfondo più calzante di una pioggia continua e ininterrotta che per 4 giorni sembra far presagire un rivolgimento, una trasformazione, un cambiamento radicale.
Il  libro è introvabile. 
Stampato nel 1977 e mai più ripubblicato, è diventato un pezzo da collezionisti, tanto  che su ebay si vendeva a 50 euro.
Venduto. Non l’ho comprato io. 
Ho una copia prestatami da un’amica.
Mi sento quasi introdotta in una sorta di setta iniziatica. 
Chi ha letto Malacqua, chi non lo ha letto.
(del possesso in sé non so cosa farmene)

E’ un libro di sensazioni, filtrato attraverso situazioni che mescolano la quotidianità più trita a fatti surreali, immaginifici: ombre, frenesie.
La trama, il racconto di quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordina…,  si sfrangia in una serie di camei che descrivono i pensieri e gli atti di gente comune, colta nel momento del dolore,  dell’incertezza, dell’inquietudine,  mentre la città istituzionale  è impegolata nel solito scaricabarile o in incomprensibili quanto mestamente accettati provvedimenti: ne era stata inquietante anticipazione  il Piantonamento del Mare da parte delle Maggiori Autorità Cittadine , il 5 agosto,  con conseguente fuga del mare a cercare i piedi degli scugnizzi a cui era stato negato il tuffo dallo scoglio, fin sopra Montediddio.
Ora, nei giorni della pioggia che produce voragini e crolli, le Maggiori Autorità Cittadine si impegnano in  cacce a fantasmi,  bambole - la bambola che urla nascosta sotto gli scanni di una sala del Maschio Angioino  -  o in manifestazioni e attività roboanti, quali il Primo Giorno del Canto in onore delle monetine da cinque lire che suonano alle orecchie delle bambine di dieci anni.
“Per queste strade nascoste umide della città altro non sopravviveva che l’attesa, e provvisorietà sconcertante infida scendeva a incidere i pensieri e niente scampava, niente tranne che questo senso disperato e triste che adesso probabilmente ogni cosa sarebbe mutata.”

C’è un unico personaggio che ritorna, apre e chiude il racconto: Andreoli Carlo, giornalista.
E’ Nicola Pugliese, Andreoli Carlo. 
A cosa serve parlare di ciò che non si riesce a capire e a spiegare? 
Faceva il giornalista, Nicola Pugliese. E’ morto ad aprile, nel suo ritiro ad Avella. 
Era scettico riguardo la ripubblicazione del suo libro. 
(ma che parlamme a fa, sempe de stesse cose, pe' ce ntussecà e nun ce 'ncuntrà ogne vota, c'arraggia 'ncuorpo e chi jesce pazzo tutt'e juorne pe' capì) 




Poi si dice rassegnazione, poi si dice è malacqua, poi si dice adda passà ‘a nuttata, poi si dice… 
Era il 1977.
Ma accussì è.
Sempre è stato e sempre è.


Chissà se adesso il libro verrà ripubblicato, oppure mantenere il mito dell’introvabile (l’aura che manca nell’era della riproducibilità tecnica) verrà considerato  più conveniente.





giovedì 10 maggio 2012

Il gioco del mondo

Quanto si può aggiungere e togliere  senso ad un'immagine, pensavo.
Ermeneutica, ovvero dell'interpretazione.
(Mi innamorai di questa parola, subito, appena ebbi ne ebbi interpretato il significato, fuori dalla filosofia e dai manuali.
Nessuna verità data per sempre)


"Forse l'Eden, come lo raffigurano i più, è la rappresentazione mitopoietica dei brevi attimi fetali che sopravvivono nell'inconscio. All'improvviso capisco meglio lo spaventoso gesto dell'Adamo del Masaccio. Si copre il volto per proteggere la propria visione, ciò che è stato suo; conserva nella minuscola notte delle mani l'estremo paesaggio del suo paradiso. E piange (perchè quel gesto è anche quello che accompagna il pianto) quando si accorge che è inutile, che la vera condanna è ciò che inizia: l'oblio dell'Eden, ovvero l'uniformità del gregge, l'allegria sporca e misera del lavoro e del sudore della fronte e delle ferie pagate."

Cortàzar - Il gioco del mondo (Rayuela)


Epperò. 
Che Adamo pianga perchè la vera condanna è l'oblio dell'Eden, ovvero l'uniformità del gregge, sta bene.
Che la vera condanna sia anche  l'allegria sporca e misera del lavoro e del sudore della fronte e delle ferie pagate, potrei pure pensarlo, ma non oserei mai dirlo davanti ad un amico che ha appena ricevuto la lettera di licenziamento.


mercoledì 2 maggio 2012

In memoria

Anobbio alfa sta morendo.
E' diventato uno gnommero troppo gigantesco per poter permettere agli utenti di  fare i porci comodi propri, utenti che bellamente si scambiano opinioni, confidenze, sfottimenti, libri, indirizzi e pdf.
E gggià, 'cca niusciuno è fesso, avranno detto in cantonese ad Hong Kong, niente banner pubblicitari, niente monitoraggio di gusti, niente  spam, niente pagamento del canone,  troppo bella 'a zezzenella.
aNobii cede alla logica del mercato e con la versione beta si trasforma in gigantesca vetrina d'achat.
Le funzioni social migreranno (spero di no, ma lo penso)  sul grande occhio di feisbuc.
E in memoria (sto vendendo la pelle dell'orso prima che sia morto, vabbuò, facciamo che è un esorcismo) di quello che è stato il primo monolocale nel grande condominio della  comunicazione virtuale, voglio riportare a piccoli passi, a ritroso, i mementi di lettura di alcuni libri grazie ai quali sono nati scambi di idee, di pensieri, di ricordi, di racconti, di confidenze: virgultini di amicizie. 
E poco importa che non tutte siano fiorite, siano sbocciate, o che qualcuna si è disseccata per la scarsa cura.
Ci sono state e mi hanno dato.
Mi hanno dato molto.

Montedidio - Erri De Luca
Quando scopri qualcosa di straordinario, magari dopo aver percorso un tratto non breve, ti domandi come sia stato possibile non averlo notato prima. Lo avevi sotto gli occhi e non eri mai riuscita a vederlo. 
Questa è stata la sensazione che ho provato dopo solo un paio di pagine. E una puntina dolorosa, perchè davvero non conoscevo Erri De Luca. 
Un libro solo è come una rondine. Non sempre annuncia la primavera. 
Però Montediddio è davvero straordinario. Un racconto di formazione. Di crescita. E la crescita è una perdita. La perdita della madre, primo doloroso passaggio, poi, la perdita del bùmeran, che modellava i muscoli del corpo fino a farli diventare vibranti e gonfi, la perdita della figura simbolica di Don Rafaniè, il mentore, vittima sacrificale scampata all'olocausto che conserva la sua innocenza fino a spiccare il volo. E mentre bumeran e Rafaniè spiccano il volo, il ragazzo che diventa uomo afferra l’ombra alle spalle di Maria, e la butta via, la butta via così duro che vola, vola di sotto, vola dalla terrazza di Montediddio. 
Ecco che la sua crescita si è compiuta. E’ diventato uomo e ha perso l’innocenza. 
Questo è il filo rosso del racconto. Ma moltissimi altri spunti di riflessione nascono dalla scrittura di De Luca: è una lingua piana, calma, ma non lenta. ( Come è possibile, perchè mi viene di associarla a Petrarca?) Anche gli spazi tra i paragrafi sembrano suggerirti una pausa, e il pensiero germina sulle note accennate dallo scrittore. E le parole si sedimentano nel cuore. 


Ne ho letti altri, di libri di  De Luca. Vabbuò, mi ha sfasteriato presto.
(Gli infuocamenti durano poco. E poi  l'ho visto ieri,  un disco incantato. E vecchio. 
Da Fazio succedono i miracoli)
Però Montedidio è stato bello, e Montedidio è stato anche M., il mio primo corrispondente a lunga gittata.
Quelle belle mail lunghe quanto i papielli di Ercolano, che sfizio "incontrare" nell'aere virtuale, distanza fisica di chilometri e chilometri, un coetaneo  con tante esperienze giovanili in comune, e  risate adulte, in comune.
(e però i frutti di mare...)
E parlarne. No. Scriverne. 
M. cancellò il suo account mentre ero in vacanza senza l'internet. 
Ho ancora il rimorso, e sono passati anni,  per non averlo contattato subito, con la mail privata. 
Poi la sua mail s'è resettata insieme a tutti i file del pc e il suo cognome s'è resettato dalla capa mia, e dopo, molto dopo, quando ho realizzato che non sarebbe stata invadenza, ma premura, per uno strano e ineffabile sentimento di amicizia, non ho più potuto scrivergli.
Marò, e che madeleine patetica, ma tant'è.
E' stato l'inizio.






sabato 28 aprile 2012

da Errata corrige a ruota libera

"A pagina 53 è presente un refuso.
La frase "Al massimo il bacio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza" è da leggersi "Al massimo il socio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza".
Concretezza che evidentemente è mancata a un redattore distratto dalla sua vita sentimentale.
L'editore"

Il presente comunicato "Errata corrige" è nella copia di un libro per ragazzini.
(un fogliettino 4x3 centimetri)
Prima ho pensato: chissà se il redattore fa ancora il redattore oppure è stato retrocesso allo spolvero delle scrivanie.
Poi ho pensato: ma guarda che grande sfottitore, questo editore.
(se il redattore è ancora al suo posto si è fatto una grande risata, spero)

L'editoria per ragazzi (una parte, ci mancherebbe) si permette certe rilassatezze che non sono sicura passerebbero sotto traccia in libri destinati ad un pubblico adulto.
Soprattutto su molti libri nati come narrativa per le scuole (e le riduzioni e gli adattamenti di grandi classici)  si dovrebbe stendere non un velo, ma una trapunta pietosa.
Come se scrivere per un pubblico giovane e inesperto ammettesse l’arronzatezza, la superficialità, lo squallidume, con l'aggravante dell'avallo dell'insegnante che "consiglia".
(terribili i libricini attrezzati con tanto di schede didattiche - ma che grandiose palle, come se non bastassero le antologie con le schede gli esercizi le scritture creative i quiz le similproveinvalsidistocazz)
Dico almeno storie che si reggano in piedi, anche se i piedi sono piazzati in aria e nelle nuvole.
(Rodari, oh, Piumini, oh)
Le narrative per ragazzi, nella scuola, sono consigliate seguendo le logiche del do ut des.
(che bisogno c’è di un libricino che accocchia una ventina di temini sui problemi dell’adolescenza quando le antologie ne sono già piene?)
I rappresentanti in cambio di adozioni si mettono a disposizione.
(I rappresentanti farmaceutici pure. Un bel convegno di aggiornamento organizzato da tale casa farmaceutica nel mese di giugno in un resort punta ‘o mare sta alla  fornitura gratuita di tale casa editrice dei libri scolastici per figli e nipoti.
Si sa, i professeur sono categoria di pezzenti)
Ah, ma je suis snob, e allora non adotto le narrative per ragazzi.
Mi è capitato di essere corteggiata da un rappresentante (nuovo)
- Ma come mai non adotta la narrativa? Le nostre hanno anche il corredo di schede didattiche.
- Ecco appunto, non ho bisogno del corredo di schede didattiche, parto dal testo direttamente secondo le esigenze  e gli spunti che nascono al  momento.
- Ah, allora si potrebbe considerare una collaborazione con la nostra casa editrice, magari lo potrebbe scrivere lei un libro, o curare una riduzione per ragazzi.
Mmmmhhh, quanto sono lusingata!
Sprigiono fascino intellettuale da tutti i pori e fumo dal naso e dalle orecchie.


Leggo libri per i ragazzini per puro masochismo.
A volte si trovano delle chicche.
A volte si trovano delle cacche.

Mi ha impressionato - cacca -  la  pubblicità della casa editrice, il messaggio autopromozionale all'interno di una storia per ragazzini.
Il giovane protagonista restituisce un libro, il Robinson Crusoe, alla bibliotecaria.
Un amico guarda inorridito e afferma convinto che l'edizione originale è pesante!, ma lui - il furbone - ha letto la bellissima versione ridotta edita da ***.
Uh, *** è la stessa casa editrice. Con tanto di lettere, mica asterischi.
Che coincidenza!
Poco mi importa se è stato un omaggio dell'autore (sono finiti i tempi dell'encomiastica) o una correzione introdotta dagli editor (peggio ancora, ma quali pressioni si devono mai subire?)
E' una cosa che non si fa, ecco.





mercoledì 25 aprile 2012

Ricorrenze

Le coincidenze.
A volte sono davvero sorprendenti.
Negli ultimi 3 giorni ho letto due libri che, in un modo parziale e comunque in modo diverso, hanno a che fare con la lotta partigiana, con la Resistenza.
Niente di voluto o di cercato, davvero è solo il caso che me li ha posti davanti.
Ida, giovane sarda ospitata a Roma dalla sorella e lì bloccata dalla guerra, diventa staffetta, con la paura nel cuore e nei piedi,  perché non c’è altro da fare.
E’ la protagonista del libro dell’esordiente Paola Soriga, Dove finisce Roma.


Francesca Edera De Giovanni  è la prima donna partigiana uccisa dai fascisti, al muro.
E’ una delle  sette “vite inestimabili” di cui racconta Pino Cacucci nel suo ultimo libro, Nessuno può portarti un fiore, ed è la vita che ho trovato più inestimabile.
Come quella di Ida.
Non sono eroine.
Dice Cacucci: “Forse ti farebbe sorridere, quel poco di retorica che accompagna tante lapidi, a te che sei diventata partigiana per voglia di vivere, e non di sacrificio.”
La Memoria è una cosa da vivere, non da ostentare.
(La voglia di vivere non si esprime con le chiacchiere)

Maledetto il popolo che ha bisogno di santi e di eroi (e di retorica e di parate e di celebrazioni).
E poi dorme.

mercoledì 18 aprile 2012

La signora M.

La signora M. ha un'età indefinita. Non è giovane.
Chi l'ha conosciuta prima di me, più di 15 anni fa, prima che le morisse il marito, dice che era molto più vecchia di adesso.
M. ha i capelli corti corti, neri neri (corvini non è un aggettivo casuale, mai capelli più corvini ho visto in vita mia. Devo ricordarmi di chiederle chi è il suo parrucchiere), e anche gli occhi.
Indossa vistosi orecchini e collane che s'insinuano tra le tettone enormi.
Sta infuocata,  sempre scollacciata, anche quando fa nu friddo da intisicare un baccalà.
M. fa la bidella.
(pardon, collaboratrice scolastica)
E da collaboratrice ad alcuni aspetti del ruolo ci tiene assai, come quando, finito il tempo previsto per gli incontri scuola /famiglia, suona la campanella e caccia tutti fuori, genitori e professori, alluccando come una furia.
La mattina è lei a prendere le telefonate di chi si assenta.
"Maria, un giorno di malattia."
"Ueèèèè, e che è succies? Che tenite, professorè?"
Alla Catarella di Camilleriana memoria, nel ripetere i nomi,  ribattezza tutti.
(nu sturpiamento continuo)
La signora M. racconta  cose che se non mi fossero state confermate come sicurissime da persone affidabilissime, non le avrei credute possibili.
Il suo compagno è un editore, ha una casa editrice pure importante.
Pressorè, 'o sapete  a ***? E' il mio compagno.
Fa murì quando pretende giorni di ferie per andare a fare il  uicchè al mare, sulla barca del mio compagno, o la vacanza a santodomingo a natale o a pasqua, nell'albergo con la sciuit che ha preso il mio compagno, mentre con lo scopettone si aggira tra i corridoi.
Mi chiedo sempre di cosa parleranno mai lei e il suo compagno.
[Parleranno?]

Eppure.
A me la signora M. sta simpatica.
Mi fa pensare che nulla è impossibile, che tutto può essere al di fuori di ogni ragionevole immaginazione.
(invecchiare e tornare giovani e toste, ad esempio)

mercoledì 11 aprile 2012

Paris, la vie dans les cheveux

Cit.  “Allora com'era Parigi? (classica domanda del cazzo  che ti faranno.)”
La  torre Eiffel, il Louvre, l'Arc de Triomphe,  Notre Dame, e tutte le sacramenterie  del fascino turistico di massa di Paris sono belle, sono filose (chilometri di file, scoraggianti e demotivanti, tant’è che le ho saltate tutte, ci son passata dal basso e dal fuori, e comunque è come entrare dentro la cartolina, solo che avrei potuto fare un montaggio e spararmi le pose uguale), ma le note a memento  del  viaggio sono altre.

1) Acqua. 
Non l’acqua che viene dal cielo, che pure non è mancata, ma l’acqua del rubinetto.
Buonissima, fresca, tosta.  Altro che vino. Aprire la fontana e fare  glu glu glu. 
(devo smetterla di rimproverarmi perchè quando sono a casa compro l’acqua in bottiglia, e che cazz, la pago l’acqua dell’acquedotto, non faccio mica la snob, a caricarmi 12 litri alla volta su per le scale. E cosa bevo altrimenti? Coca cola o mandarinetto? L'acqua del rubinetto di casa mia sarà pure potabile, ma è imbevibile)


2) Traffico e metrò. 
Di sopra, il Peripherique,  tangenziale o  circumvallazione che dir si voglia, fa un baffo a quelle di Napoli, che pure sono oibò. 
Un tappeto immobile di vuatùr. Di sotto una ragnatela di binari, sottopassaggi, 14 linee di  metropolitana che si intrecciano si intersecano, si  interscambiano. Chilometri e chilometri a piedi sottoterra (a saperlo e a munirsi di stradario, per alcuni tratti non val proprio la pena fare scale e scale  per prendere la metrò, con la pedicolare si guadagna tempo e salute)



3) Dalì,  il folle.

L’Espace Dalì, a Montemartre,  è il sacrario del pazzo.
Vi sono alcune sculture di un certo interesse, per il resto una considerevole mole di disegni e schizzi, alcuni acquerelli e pitture, quasi tutti dedicate all’amico giornalista Enrique Sabater.
(è di fatto la collezione Sabater in esposizione.
"A Sabater" in ogni dove).
Una delle sale, sul fondo, si allunga in una cripta con abside, con tanto di cancelletto che impedisce l'ingresso e  cazzimpocchierie che ricordano le chiese e i cimiteri.
Al posto del tabernacolo, uno schermo  proietta senza soluzione di continuità le immagini del poco casto divo Dalì. 
Inquietante.
Ma altro è ancora peggio.
Un visitatore, solo. 
Si ferma in uno spazio neutro, tra l’esposizione e la galleria vendite e la rampa che porta all’uscita e all’ormai obbligatorio punto souvenir.
Estrae dal borsello una macchina fotografica e una bambola. Una bambolina di plastica, con gli occhi di vetro fissi e grandi, e i capelli lisci. L’ accarezza, le sistema i capelli e tenendola con una mano comincia a fotografarla. 
Con lo sguardo perso negli occhi della bambolina.
Inquietante bis (ter, quater, e oltre).

4) La  Crème brûlée al Café des 2 Moulins.
Amélie Poulain spezza la crema con il cucchiaino. Ma la crema non ha la crosta sufficientemente croccante, il cucchiaino affonda. Anzi, la verità, al Cafè des 2 Moulins reso famoso dal film "Il favoloso mondo di   Amélie",  di favoloso ci stanno solo la nomea e le foto sulle pareti e le tovagliette autopromozionali.
(quanto sanno vendersi bene, sti francesi).
Meno male che si è in zona Pigalle.



5) Cuisine française au Mouline de la Galette.
Le Mouline de la Galette è stato immortalato da Van Gogh e Utrillo, e le danze e l'animazione dans le moulin da Toulose Lautrec e Renoir.
Sotto il mulino, maintenant, vi è l'omonimo ristorante. Quotato abbastanza. Carestoso abbastanza, charmantillo pure (il fascino della storia).
Prendo un Plate, tipica cucina francese - dice la cameriera: "Pout au feu a l'os à moelle et ses légumes d'hiver" (euro 19).
Ovvero, carne in brodo con 4 patate  e una fetta di cetriolo scaurati.
Vabbè.
Non per fare del bieco nazionalismo. ma la carne in brodo la cucino quando non tengo genio di inciarmare.
Vuoi mettere anche un semplice "ruot 'o furno" o la lasagna primavera o la parmigiana di melanzane?
Tolto il camembert e la baguette, la cucina francese sa di fuffa (o di truffa).

6) Chateau –rouge 
L’appartamento preso in affitto, molto piccolino e charmant, è in una bella zona tranquilla, vicino alla funicolare di Montmartre, equidistante da tre fermate di tre linee diverse della metrò. 
Madame la proprietaria, ne cita solo due. 
E Chateau- rouge? Domando.
Ah, no no. – risponde.
Ecco. 
Non  si parla francese,  in quella fermata. 
(Africa)
Una babele di lingue e di colori del sud del mondo,  una folla esageratissima, mura scrostate e sudore.


Eppure Chateau-rouge non è nelle banlieu,  è 18° arrondissement, Montmartre, stessa latitudine della metrò di Abbasses, qualche centinaio di metri.
Mi chiedo com’è questa storia dell’integrazione (o della dis-integrazione)



7) Rue Paulet.
Ovvero, la strada delle capère.
In ogni città vi sono zone o vie “specializzate” e dedicate a ( san Gregorio Armeno, la strada dei pastori e dei presepi, ‘a sape tutto ‘o munno)
Anche Pigalle, la zona dei sexy shop. 
Ma di rue Paulet, non ne avevo mai sentito dire. 
E’ una delle strade a ridosso di Chateau-Rouge. 
Qui vi sono solo negozi , anzi, bugigattoli, di acconciature afro. Uno dietro l’altro, una fitta sequenza, quant’è lunga la strada, di  vetrate vista sull’interno. Tutte donne di colore, le acconciatrici e le clienti ( qualche asiatica che fa il manicure).
Treccine e rasta e e à toutes les heures, festivi compresi. 

Ecco. Fosse anche solo per quest’ultima nota,  Parigi val bene una testa.


domenica 1 aprile 2012

Socialcavoli

Mi affeziono ai contenitori.
Conservo per anni, quando mi piacciono, scatole vuote.
Non sposto, una volta fissati idealmente, i mobili dalle pareti e i vasi sulle mensole.
Devo riconoscere lo spazio in cui mi muovo, come quando ero piccola e giocavo (che gioco scemo) ad essere cieca, e ad occhi chiusi mi muovevo evitando spigoli e pilastrini.

La nuova grafica di blogger mi ha spiazzato.
In blogger mi sento (mi sentivo) a casa.
Ciò però non ha mai frenato la curiosità di vedere anche altro.
Assomiglia adesso, con il nuovo look, a wordpress,  se non fosse per il particolare affatto irrilevante che quello parla english.
Tanto per guardarmi attorno, tra i socialcavoli più diffusi, fittai stanza anche lì.
Ci saranno cumuli di ragnatele e polvere.
(ho più case virtuali di pirlusca, tanto che di molte mi sono scurdata pure dove ho messo le chiavi)

L'ultima sperimentazione in fatti di socialcavoli è stataTumblr.
Mi ha turbato  il suo benvenuto.
“Sei fantastico!” al clicca sulla verifica mail.
Mi ha inquietato la prima domanda, fatta da un tumblrBot (arghh, matrix è vivo e lotta con noi!) che mi ha chiesto se sono un robot o un dinosauro.
Avrei voluto rispondere: ahemm.
Non avevo capito la domanda, la verità.
(Sono un dinosauro)
Mi  ha stravolto il primo messaggio: tumblr mi ha salutato scrivendo “Con amore”.
Non sono abituata a tante coccole.
(e comunque. Non mi piace.)

Sì, sono un dinosauro. 
E anche idiosincrasiaca.
Vorrei poter fare dietro front , mannaggia a me che ho cliccato sul link dell'upgrade quando è comparsa la scritta: Blogger is getting a new look in April. Upgrade Now.


giovedì 22 marzo 2012

Marie, Blanche, Jane.

"Ti porto un libro. E' un libro speciale."
Me lo porta, R., il libro. Mai sentito l'autore, mai sentito il titolo.
R. è la donna che vorrei essere tra trent'anni. (come lei)
Non mi lascio mai condizionare dai giudizi altrui, ma lei è come vorrei essere io tra trent'anni, e un pò mi fido.
Lo leggo, "Il libro di Blanche e Marie" di Per Olov Enquist. 
Cosa ci ha trovato di tanto speciale, mi chiedo.
E' un libro non lineare, faticoso.
Attraverso stralci delle pagine del Libro delle domande, invenzione letteraria scritta da una donna che  immagina sia stata assistente di Madame Curie,   ridotta a  torso su un carretto, e attraverso segmenti di ricostruzione storica e iconografica,  intervallati da ricordi personali,  ripetizioni, frasi ellittiche -  Arri! -   Enquist  racconta di  madame  Curie, l’ unica scienziata a ricevere due premi Nobel, donna  algida e infuocata, come il radio estratto dalla pechblenda, e di suo marito, monsieur Curie, e dello scandalo derivato dalla relazione della scienziata con Paul Langevin.  
E di Blanche, e di Jane, e delle suffragette.
Racconta dell'amore, dell'inestricabile legame che ha con la morte, così come il radio, che uccide chi lo maneggia. 
Embè, mi sono detta, capirai (non ci voleva mica Enquist). 
E dunque?
Dunque ho pensato che nel libro gli uomini ci sono ma sono moribondi, o vili, o morti, o timorosi. 
E' un libro di donne.
(se R. fosse nata nell'800, sarebbe stata una suffragetta, di quelle che, per protestare,   si fanno sbattere in prigione  per uscirne in fin di vita, rianimate dalle compagne e poi di nuovo in strada, di nuovo - le autorità giudiziarie non volevano avere le  morte sulle spalle).


Di madame Curie, la storia  ha fissato  l’immagine rigorosa  e algida della scienziata. 


Di Blanche Wittman,  la storia  ha fissato l’immagine del suo corpo abbandonato,   oggetto degli esperimenti  sul trattamento dell’isteria fatti dal dottor Carchot.
 Di Jane Avril la storia  ha fissato  il suo corpo snodato  nei  20 ritratti di Toulouse Lautrec.



Per Olov Enquist,  ne “Il libro di Blanche e Marie”,  racconta un’altra storia. 
Ora non mi importa  quanto ci sia di vero e quanto ci sia di falso, nel romanzo.
E’ un libro femminista, in fondo.
(Ecco cosa ha di speciale, il libro, per R. 
Non l'amore.)
E’ un libro sulla storia dell'emancipazione  della donna e sulla liberazione (dal corpo, dal ruolo).
Affatto indolore. 
“Il breve attimo in cui tutto possibile, Quello è l'attimo dell'amore, scrive Jane, come rimpiango di non poter afferrare quell'attimo in cui tutto è possibile, e fermarmi lì.”

L’asse dell’osservazione si è spostato.

Il genio della chimica e della fisica, fasciato da vestiti neri,  Madame Curie,  era l’amante  di un suo ex allievo, bruciata dalla passione e dalla vergogna (perchè devo vergognarmi di amare?)  



Blanche Wittman  metteva in scena, attrice, nelle sedute pubbliche sull’isteria,  il suo dominio su Charcot.



Jane Avril  era  diventata, dopo la Danza dei folli, alla  Salpêtrière, la farfalla caduta dal cielo, la Libera stella del Cancan, del Moulin Rouge.

Solo per un attimo:
 “come un sogno notturno, il breve attimo del risveglio quando il mistero permane e sembra reale e poi di colpo svanisce”

Sono  la scienziata  e non la donna Marie Curie, Charcot e non Blanche, Toulouse Lautrec e non Jane  ad "essere"  nella storia.

[La storia,  la vita, sono ingiuste]


domenica 18 marzo 2012

Libri di cuore

"Per un giorno intero, nella biblioteca della casa di campagna dei nonni, avevo indugiato nella scelta di un libro (...) Scorrendo con lo sguardo tutte quelle coste mi ero imbattuto in titoli che per ragioni misteriose mi avrebbero ossessionato tutta la vita (titoli orrendi come E adesso, pover'uomo?, Che ve ne sembra dell'America?, Com'era verde la mia vallata), titoli strani, titoli che mi intimorivano ed altri che mi affascinavano, titoli e titoli che sommandosi mi si sottraevano in un glutine impenetrabile intorno al quale l'animo mio si aggirava irresoluto."

Michele Mari - Tu, sanguinosa infanzia

Mi mancano i fondamentali (i prerequisiti) per amare questo libro di Mari che sviscera un' infanzia sanguinolenta e piagata dall'irresoluzione tra montagne di libri, gigantesche biblioteche paterne e nonnesche (puzzle verdini e battaglia all'ultimo sangue tra 8 scrittori )
Il nonno mi insegnò a pazziare a carte.
Asso pigliatutto, poi scopa e infine, gradino avanzato che immetteva direttamente nel mondo  adulto e maschio, la mariaccia e il pizzico.
La nonna avrebbe voluto insegnarmi le iaculatorie, i rosari perpetui di maggio e vespertini di ogni sera: la ricordo sgranare le palline mentre si affaccendava a fare la qualunque - 'o  diavulone, mi chiamava.
(centomila volte meglio il pizzico)
Nella casa natale di libri ce ne erano pochi. Oggetti di arredamento, per lo più.
E c'erano - ci sono ancora - le enciclopedie a fascicoli che papà si ostinava a comprare dall'edicolante, e poi li faceva rilegare, manco fossero tomi antichi: enciclopedia del cane, dell'automobile, del taglio e del cucito, della parapsicologia (?!?), degli animali, e poi i Quindici, comprati apposta per educare la prole (mi ricordo il sì, sì, li vogliamo, ma c'erano i venditori dei Quindici che andavano di casa in casa, come quelli  dell'Avon e della Tapware?), così come  la piccola Garzanti blu, con i vocabolari inglese e francese inclusi.
(Le ricerchine pre era internet, altro che stampa la pagina di wikipedia e porta a scuola, e l'enciclopedia medica, certi capitoli e certe pagine  consumati dalla lettura fatta di nascosto)
Quali Stevenson e Salgari dell'infanzia.
Il primo libro che mi fu regalato, però lo ricordo.
A me il libro, agli altri i giocattoli (rabbia e frustrazione, ohhhhh, infanzia sanguinosa pure la mia)

"Cuore" di Edmondo De Amicis

Formato gigante, era  ingombrantissimo,  aveva la copertina di cartonato rigida ed era riccamente illustrato con  disegni orripilanti.
Già quelli me lo rendevano repellente. 
Erano disegni dalla grafica fumettistica, pochi colori, il rosso e il nero, i nasi enormi con dei riccioloni smisurati  al posto delle narici.
Il libro non esiste materialmente più (e neanche le due Barbie, la Skipper e soprattutto il Ken, vanto assoluto tra le amichette - il maschio lo tenevo solo io)
Chissà.
Forse adesso mi piacerebbero quei disegni, forse adesso potrei addirittura trovarli belli e originali.
Di quella edizione non c'è traccia nel web (quando serve  non serve a un cacchio).

E lo so, la  memoria è ingannevole e fallace sopra ogni cosa.




.

venerdì 9 marzo 2012

Zuppa d'occhi


A volte si va in  luoghi  squallidi e orripilanti solo  perché  celano  un ricordo, un’emozione, un sentimento, un tesoro nascosto.
Come quando si entra dentro il dedalo di strade germinate tra ininterrotte serie di palazzine anomime , dentro la pizzeria dal portoncino in alluminio anodizzato,  dentro la saletta con il tetto in lamiera ondulata, senza finestre, posizionata dietro il forno a legna.
E' lì - ogni volta al pensiero si accompagna l'ipersalivazione - che si magna la più roboante zuppa di cozze  mentalmente  concepibile prima di vederla dal vero (dal vivo).
Uno sperlungone fondo di metallo, in cui oltre al trionfo di cozze e vongole e maruzze e pomodorini (appena appena scottati, gnamm) si ergono una matronesca ranfa di purpo e lo scampo e il gamberone. 
E di sotto, annegati nel sughetto che potrebbe ben condire un chilo di vermicelli, dadi di pane fritto. 
Tutto abbondantemente spolverato da una  vampata di peperoncino (che non smorza il sapore di mare) per smaltire la quale occorre minimo un litrazzo di vino.

Di norma,  si è soliti dividere  la zuppa  (nei ristorantini fifì ne caverebbero una decina di porzioni ), soprattutto per far accomodare nello stomaco anche qualche altro sfizietto (fritturina all’italiana, pizza cotta nel forno a legna divisa in tranci).
Conscia del terribile dramma derivante dalla divisione del gambero e dello scampo,  e forte del fatto che nella saletta,   oltre me e la mia amica,  non c’è anima viva, oso proporre una magnata da sfondamento:  una spasella a capocchia, e vaffancapa  che non fa elegante - leccarsi tutte e cinque le dita poi.
[Quanto sono belle le amiche complici]

Nel mezzo dello strafogamento, spunta una faccia conosciuta .
“Uèèè, ciao, son mille anni che non ci vediamo, che fai qui?”
 “Sono con un’amica,  mangiamo qualcosa insieme “
(e meno male che non stavo con l’amante)
“ Sto facendo fare le pizze, poi le porto a casa  - e mentre strabuzza gli occhi aggiunge -  azz,  una zuppa di cozze intera per una?!??”
Ho mal digerito per  tutta la notte.
(Le cozze e il peperoncino e lo stomaco mio non c’entrano niente.
Valgono più gli occhi che le scoppettate, diceva la nonna mia)

lunedì 5 marzo 2012

...appocundria di chi è sazio e dice che è diuno...


Il “poeta” è giunto con mezz’ora di ritardo.
Si è  subito lamentato dell’attacco di panico, delle gocce non prese, del pranzo a casa di un amico - portatemi  in ospedale è giunta l’ora – mangia che ti passa.
Si informa.
C’è un medico in sala?  C’è. Bene, nell'eventualità.

L’ipocondriaco, lo chiamavo,  nel  leggere le sue cose.
(non mi sono mai piaciute, ça va sans dire).
La prima  volta che l’ho visto,  il "poeta" ha parlato pochissimo.
Parlava per lui una specie di Morticia Addams, tutta vestita in nero, ‘a sora da morte, che  con voce cavernosa e lenta salmodiava  passi del libro come una  litania funebre.
(sotto la pelle siamo tutti scheletri, avremmo potuto rispondere in coro)
Stavolta ero curiosa di vedere se era da solo o accompagnato.
(avrei voluto studiare a fondo la sua vestale, fare congetture sul ruolo, sull'influenza, sui rapporti, sezionare a segmenti la voce e antropologizzarne la forma del cranio e delle sopracciglia)
Era accompagnato anche stavolta, ma  da un amico che è rimasto nelle retrovie.
Ha dunque parlato.
In piedi, appoggiato al muro (che si aggiunga un senso di  precarietà alla scena,  la sedia è cosa troppo stabile, troppo costringente e “normalizzata” per sostenere il dramma) 
Ha detto non detto si è inzamato contraddetto ha pronunciato frasi poetiche sanguigne purulente discinte scarne fumose evanescenti.
Evanescenti.
Ho il sospetto che atterrerà tutti quelli che gli stanno vicino.
Ho il sospetto che sia tutta una presa per il culo, il panico, il cuore che esplode, l’appocundria.

Devo smettere di andare alle presentazioni degli autori.
Vedo quello che non dovrei  vedere, sento quello che non vorrei sentire.
(La finzione, l'inganno, la maschera.)

I poeti che brutte creature 
ogni volta che parlano 
è una truffa. 
(Francesco De Gregori)


giovedì 1 marzo 2012

Alcune delle cose che dovrei pur fare prima di morire

E' il titolo della versione scritta della partecipazione di Georges Perec ad una trasmissione radiofonica del 1981 *
Inevitabile, per me, fare confronti sulle sue e sulle mie priorità.
Sicchè, la trascrivo per intero, la nota, apponendo a latere delle cose che avrebbe pur dovuto fare lui, quelle  che dovrei pur fare io.


Ci sono innanzitutto cose facilissime da fare, cose  che potrei fare fin da oggi, per esempio
1 Fare una passeggiata sui bateaux-mouches   (spegnere il fuoco sotto i peperoni prima che si appiccino e mandino a fuoco la casa, già da subito)

Poi cose appena più importanti, cose che implicano decisioni, cose per le quali mi dico che, se le facessi, forse mi faciliterebbero la vita, per esempio
2  Decidermi a gettare un certo numero di cose che conservo senza sapere perchè le conservo  (idem)
oppure
3  Ordinare una volta per tutte la mia biblioteca  (ah ah! già fatto!)
4   Acquistare diversi elettrodomestici  (un grande armadio al posto del piccolo)
o ancora
5  Smettere di fumare
    (prima di esservi costretto....)  (ahemm....)

Poi cose legate a desideri più profondi di cambiamento, per esempio
6  Vestirmi in modo del tutto diverso (coi tacchi a precipizio e collane e orecchini a mò di madonna     dell'arco)
7  Vivere un albergo (a Parigi) (eh, chiamati fesso, pure io, potendo)
8  Vivere in campagna  (in una casa/faro. sul mare.)
9  Andare a vivere per un lungo periodo un una grande città straniera (Londra) (in una città straniera non grande: Dublino)

Poi cose che sono legate a sogni di tempo o di spazio. Ce ne sono abbastanza
10  Passare per l'intersezione fra l'equatore e la linea di cambiamento di data (mai pensato. però stare con una gamba di qua e una di là rispetto al meridiano di Greenwich sì)
11  Andare oltre il circolo polare (no no, troppo freddo)
12  Vivere un'esperienza "fuori dal tempo"
      (come Siffre) (andare in una grotta senza soffocare per la  claustrofobia)
13  Fare un viaggio in sottomarino (no no, troppo tutto chiuso e sotto)
14  Fare un lungo viaggio su una nave (fare il viaggio con la transiberiana)
15  Fare un ascensione o in mongolfiera o in digiribile (in mongolfiera. Ma nel 1981 non si faceva ancora il bungee jumping?E no, perchè son sicura che l'avresti dovuto fare, altrimenti)
16  Andare alle isole Kerguélen (o a Tristan da Cunha) (ma anche l'Australia)
17  Andare dal Marocco a Timbuctù a dorso di cammello in 52 giorni (con una 4X4, stesso tempo e stesso percorso)

Poi, fra tutte le cose che ancora non conosco, ce ne sono alcune che, avendo tempo, vorrei scoprire bene:
18  Mi piacerebbe andare nelle Ardenne (e nei paesi baschi)
19  Mi piacerebbe andare a Bayreuth, ma anche a Praga e a Vienna (Bayreuth non conoscevo, ora anche, insieme a Praga e a Vienna)
20  Mi piacerebbe andare al Prado (al museo delle cere)
21  Mi piacerebbe bere del rum trovato in fondo al mare (come il capitano Haddock nel Tesoro di Rackham il Rosso) (mangiare con le bacchette in un ristorante cinese in Cina)
22  Mi piacerebbe avere il tempo di leggere Henry James (tra gli altri) (mi piacerebbe avere più tempo per leggere, a prescindere)
23  Mi piacerebbe viaggiare sui canali (azionare una diga o una chiusa)

Ci sono poi tante cose che mi piacerebbe imparare, ma so che non lo farò, perchè mi ci vorrebbe troppo tempo, o perchè so che ci riuscirei soltanto in modo molto imperfetto, per esempio
24  Trovare la soluzione al cubo di Rubik (fare l'hula hop per almeno 5 minuti di seguito)
25  Imparare a suonare la batteria (il pianoforte, o anche la chitarra, che pur mi sono passati davanti agli occhi e alle mani)
26  Imparare l'italiano (imparare qualsiasi altra lingua oltre l'italiano)
27  Imparare il mestiere di tipografo (imparare il linguaggio htlm)
28  Dipingere (fare i mosaici)

Poi cose legate al mio lavoro di scrittore. Ce ne sono molte. Si tratta, per la maggior parte, di progetti vaghi; alcuni sono del tutto possibili, dipendono da me, per esempio
29  Scrivere per bambini molto piccoli   (e relativamente al mio lavoro: prendere almeno 5 giorni di finta malattia)
30  Scrivere un romanzo di fantascienza (e relativamente al mio lavoro: non fare un cacchio quando non ne ho voglia)

altri dipendono dalle richieste che mi potrebbero essere fatte:
31  Scrivere il soggetto di un film d'avventure, nel quale si vedrebbero, per esempio, 5000 chirghisi scorazzare nella steppa (anche 5000 cavalli e cavalieri, oltre ai 5000 chirghisi appiedati)
32  Scrivere un vero romanzo a puntate (un fotoromanzo a puntate)
33  Collaborare con un disegnatore di fumetti (sì, sì, io passo le matite e le tempero)
34  Scrivere canzoni (per Anna Prucnal, per esempio) (per chiunque, basta che mi paghino)

C'è ancora una cosa che mi piacerebbe fare, ma non so devo metterla, è
35  Piantare un albero (e guardarlo crescere) (mi basterebbe riuscire a far sopravvivere il basilico in inverno)

Ci sono infine cose che è ormai impossibile progettare ma che ancora non molto tempo fa sarebbero state possibili, per esempio
36  Ubriacarmi con Malcom Lowry (svoltare al  bivio anzichè percorrere la strada dritta)
37  Fare la conoscenza di Vladimir Nabokov (dire delle cose a)

ecc. ecc.
Ce ne sono sicuramente molte altre
Mi fermo volutamente a 37 (vabbè)


* Sono nato - Georges Perec