venerdì 17 agosto 2012

Google +


In vena di pariamenti internettiani (più del solito) ho pensato bene di infilarmi dentro Google +.
In che consiste e a che serva e che roba è, nonostante in precedenza abbia avuto anche un invito, non l’ho mai saputo:  mi sono gettata a pesce morto, senza sapere niente, facendo prova empirica.
E cavoli, il  coso chiede di  essere precisini precisini nell’anagrafica, il nome e il cognome, il tuo compleanno,  aò! 
Il mio compleanno mi scassa assai anche nella vita reale -  auguri! auguri!  come se il giorno prima o quello dopo fossero chissà quanto diversi -  sicchè  quel campo lì, il tuo compleanno,   avrei voluto lasciarlo in bianco.
Digito 0000: mi viene fuori la scritta rossa anno di nascita non valido.
Allora senza stare a pensarci troppo digito 2000. 
IL TUO ACCOUNT GOOGLE E’ STATO BLOCCATO.
Minchia!!! 
In un nanosecondo mi hanno resettato l’account google senza +!!
Controllo gmail: il tuo account è stato disattivato.
Controllo blogger: il tuo account è stato disattivato.
E cazz, che capa di cavolo, non ci ho pensato, lo immaginavo o non lo sapevo, no, la verità è che non ci ho proprio pensato, ho messo una data ad capocchiam,  se si ha meno di 13 anni non si può avere la mail, ho messo un anno di nascita che mi assegna 12 anni, ma che citrulla impedita, manco in forma virtuale riesco a fare imbruglitielli a mestiere. 
(Dunque tutti i marmocchi di prima media e più giù a scalare fino all’asilo sono  su feisbuc con il consenso dei genitori, o sono tanto più furbi e svegli di me da digitare coscientemente dati fasulli plausibili)
Insomma.  
Dopo un paio di secondi (forse una ventina, una sessantina) di panico assoluto, mi piego ad accettare una delle condizioni per riattivare l’account (gmail mi serve proprio, da un momento all’altro come si fa a deviare tutta la posta e chi cacchio se li ricorda gli indirizzi?)
Le soluzioni  per sboccare l’account ci sono: 
A) si manda fotocopia del documento di identità  via fax o posta elettronica (col cacchio, ci    manca solo l’impronta digitale e stiamo a posto)
B) si manda fotocopia del medesmo via posta, fino in California (come sopra più ahahahah)
C)    si effettua pagamento di 0,30 centesimi con carta di credito. 
(e già, perché bisognerebbe avere 18 anni per averne una, a meno che non sia una ricaricabile intestata a un minorenne, a meno che  non si mettano le mani nei cassetti di mammà o papà o nonna rincoglionita.)
C’è poco da fare, l’unica vera opzione per poter rimediare urgentemente all’inquacchio è la C. 
Ovviamente, oltre al pagamento con carta di credito bisogna poi dare una serie infinita di informazioni, dall’indirizzo (a cui invieranno la fattura della transazione) al cellulare.
Ben mi sta. 
La devo smettere di smanettare, anzi di cazzeggiare, ecco.


sabato 11 agosto 2012

Tre note romane


Prima nota: all’ombra del cupolone.
Certo, a mezzogiorno di ombra il cupolone ne fa davvero poca. Anzi, non ne fa affatto. 
E in una giornata afosissima di agosto,  il calore  e  i raggi solari martellanti  poco predispongono a fare la superfila per entrare in una delle proprietà dello Stato del Vaticano, San Pietro con annesso scalone.
Ricordavo il grande tempio come uno spazio aperto, aperto quanto la piazza. 
Una chiesa aperta, come tutte le altre chiese del mondo. 

Adesso la  basilica  è transennata. 
Per visitare  San Pietro ci si incolonna come pecore nel recinto (il buon pastore e le pecore, marò),  un recinto  lunghissimo che segue una ben precisa direzione di marcia: lungo il colonnato del Bernini, da destra comincia la fila, poi ci si immette nel corridoio di transenne, e  si procede lentissimamente fino ad arrivare ai  metal detector, alla fine del colonnato. 
Naturalmente, superati i controlli, si continua il percorso nel recinto. 
Le transenne che separano la piazza dal sacro suolo, tengono a debita distanza i purificati dal metal detector dal resto del mondo.
Chiossape qualche infiltrato esterno, allungando una mano, potrebbe passare  a chi è all’inteno un  Kalašnikov o una bomba a mano.
(non pazziamo proprio, in ballo ci stanno extraterritorialità e sicurezza.)
Le transenne conducono al centro dello scalone, su fino alla soglia della basilica. 
Si ritorna docili, sempre in fila indiana lungo il lato sinistro, alla ecumenica piazza.
Vabbuò, l’interno della chiesa me lo ripasso su internet. 
Però se fossi credente, e volessi entrare nella chiesa per fare preghierina, quante indulgenze mi varrebbe un simile sperpetuo?


Seconda nota: dis- suadère.

Di come  una città si debba piegare ai privilegi di una casta, un esempio marginale quanto illuminante sono i dissuasori elettronici  che limitano l’accesso alle strade che portano ai palazzi del potere. 
Non ne avevo mai visti in funzione.
Ora la mia gravissima lacuna è stata colmata.Ho visto i paletti sprofondare, e aprire il varco per lasciar passare una macchina blu.
Dissuasori atti a dissuadere dal passaggio  tranne, per quanto riguarda la mobilità a motore,  i soliti noti e ignoti.
Da soli i dissuasori non bastano, ovviamente. 
Occorrono anche un cabinotto  e tre vigili  piantati a controllo. 
(Mi sa che anche io contribuisco alla spesa, e che cazz.  Ma c’è di mezzo la sicurezza, non pazziamo proprio.)



Terza nota: il losco figuro di Castel Sant’Angelo 
Castel Sant’Angelo è una meraviglia. 
Il castello multistrato (ah, Adriano imperatore, potessi tu sapere!) offre una meravigliosa veduta di Roma a 360°,  ospita mostre e vari piccoli allestimenti espositivi, ed ha alcune stanze interamente affrescate.
Nella Sala Paolina vi è un trompe l'œil  che m’ha fatto una strana impressione.
Dissonante, ecco.
Possibile mai che sia stato aggiunto in un altro tempo e da  altre mani?
Naturalmente, da perfetta turista mordi e fuggi non mi ero documentata in precedenza e manco l’audioguida all'ingresso del complesso ho affittato, sicchè tutta la visita l’ho fatta  alla sanfrasòn.
Ma l’immagine di quel figuro  con abito nero che fa capolino dalla porta  ha continuato a fare capolino in testa e  tornata a casa – non è mai troppo tardi –  ,  mi sono messa alla ricerca di chi cosa come quando perchè.

Mano posteriore, quella di Guido Reni?


E se fosse il segretario di papa Paolo III, e non un personaggio bizzarro e stravagante, perchè cotanto onore, insieme ad Adriano e alle figure mitologiche?
Ci vorrebbe la consulenza di un esperto (oh, Grazia, di grazia!)


Da un lato ormai son sicura (sicura?) che non è il lavoro di un writer, dall’altro la convinzione dell’ inaffidabilità del web - il mare orizzontale delle incertezze -,  si è arricchita di un altro mattoncino.

martedì 7 agosto 2012

Lux Aeterna? No, grazie.


A volte si incollano proprio nella testa,  jingle  pubblicitari,   sigle di cartoni animati  (!),  motivetti delle canzuncelle  che soprattutto  nolente sei costretta ad ascoltare ( i neomelodici  oltrepassano le sottili pareti delle case in condominio).
E chiudi gli occhi e non passano, e ti concentri su altri pensieri  e non passano, e ti infili sotto un bombardamento di decibel di altro genere e non passano.
La colonna sonora del presente.
Ora è questa. E mi  inquieta.



(come  il film, l’ultimo che ho visto per intero)

sabato 4 agosto 2012

Sorrisi e misure

In un  libro come La colazione dei campioni, la parte più sfiziosa è lasciarsi andare alle divagazioni.
(Vonnegut si fa proprio prendere la mano).
Messe a parte le sintesi dei mirabolanti  racconti dello scrittore Trout,  a cui basta uno spuntino per inventare storie  fantasmagoricoscientifiche - Gilgongo! - ogni cazzatella è buona per deviare dalla storia e indurre me a impegolarmi  in una googolata alla ricerca di, oppure in varie ed eventuali.

Esempio n.1, pag. 114:

"Ecco il testo del cartello che lesse Dwayne:

NON E' INDISPENSABILE ESSERE PAZZI PER 
LAVORARE QUI DENTRO, PERO' AIUTA.

Insieme con il testo c'era anche la raffigurazione di una persona pazza. Eccola:

Kurt Vonnegut La colazione dei campioni


                     Sul petto, Francine portava un distintivo  che  mostrava una creatura in condizioni 
                     mentali più sane e invidiabili. Ecco come si   presentava quel distintivo: 

Kurt Vonnegut - La colazione dei campioni"



ma è uno smile!! Mi sono detta.
Azz, Vonnegut nel 1973 aveva già inventato lo smile! La madre di tutte le emoticons!!
E mi è venuta la curiosità di conoscere  l’origine della faccina sorridente, che comunica condizioni mentali sane e invidiabili.
Ebbene, non era stato lui, ma il pubblicitario Harvey Ball, dieci anni prima,  per risollevare il morale degli impiegati delle due compagnie assicurative.
Be happy, smile. 


Esempio n. 2, pag. 142: 

“Dwayne Hoover, sia detto per inciso, aveva un pene eccezionalmente grosso, e neanche lo sapeva: le poche donne con le quali aveva avuto a che fare non erano abbastanza esperte da sapere se rientrava o no nella media. La media mondiale era: quindici centimetri e quattro millimetri di lunghezza per quattro centimetri di diametro, quando il pene era gonfio di sangue. Quello di Dwayne misurava diciotto centimetri e cinque millimetri di lunghezza per cinque centimetri e mezzo di diametro, quand’era gonfio di sangue.
Il figlio di Dwayne, Coniglietto, aveva un pene che rientrava perfettamente nella media.
Kilgore Trout aveva un pene di diciotto centimetri di lunghezza ma soltanto tre centimetri di diametro.
Harry LeSabre, il direttore vendite di Dwayne, aveva un pene di tredici centimetri di lunghezza per cinque e mezzo di diametro.
Cyprian Ukwende, il medico nero nigeriano, aveva un pene di diciassette centimetri e mezzo di lunghezza per quattro centimetri e mezzo di diametro.
Don Breedlove, l’installatore di caldaie a gas che aveva violentato Patty Keene, aveva un pene di quindici centimetri di lunghezza per cinque di diametro."

Minchia! (ops)  Non avrei mai immaginato che ci fossero studi statistici su chi ce l’ha più lungo.
E invece. 
(il metro da sarta, ci vuole, il righello non va bene)


sabato 28 luglio 2012

L'orto di Fabio


“Tu vai là, da Mario, un contadino   che coltiva con grande passione, entri nel suo campo, leggi  sul cartello le verdure disponibili, te le raccogli nella quantità che desideri, poi vai alla "cassa" (*), cioè da lui, e gliele paghi.
Hai preso 2,4 kg, gliene paghi 2. Sempre per difetto.
E se lui non c'è? Fai uguale fino alla (*) e invece di farti pesà  tutto  e dare i soldi a lui, pesi da te e poi lasci i soldi in un'apposita cassetta messa lì in bella vista.
Ci si sente (magari poco poco, ma vabbè) un po' parte in causa, se coinvolti nel processo di raccolta. E i soldi a Mario glieli dai volentieri: come fai a "fottere"  una persona che ti lascia la porta di casa aperta e ti ha anche apparecchiato la tavola?”

Quando il mio amico Vincenzo, terrone come me  ma trapiantato in Umbria, mi scrisse questa cosa, mi  uscì il fumo dalle orecchie.
Sé, sé, una roba di questo tipo qui non potrebbe accadere manco tra tremila anni.
Come si fa a “fottere” una persona così?
 Si fa, si fa.
Povero  il Mario X napoletano, me lo immagino, a rifonderci  filippo e  panaro,  manco la cassetta, troverebbe, oltre all’orto sventrato.
Però che rabbia pensare che altrove si  può.
Cazzo, ci deve essere qualcuno che pure qua ci ha la passione, coltiva senza pesticidi schifezze e fresco fresco te lo vende,   sono io che non ne so niente, che non sono informata.
Allora ho cominciato a guardare con curiosità sempre crescente le due bandiere della coldiretti che sventolano sulla strada nuova che aggira il paese, un nastro di cemento e muro e marciapiede dove è moda andare a correre (prima uno o due sparuti, adesso frotte – si sa, l’unione fa la forza), mentre le auto percorrono rapide per immettersi sulla circumvallazione esterna della città.
Tra le palazzine e i parchi nuovi, ancora resistono fazzoletti di terra coltivata, si vedono gli alberi da frutta spuntare oltre i muri.
Finalmente ho osato.
Ho infilato la stradina sbandierata.
In fondo c’è una palazzina, con un grande spiazzo antistante dove sono stati montati dei gazebo.Sotto i gazebo, sistemati  a U, dei ripiani su cui occhieggiano tanti tipi di frutta e verdura:  pesche, ananas, pomodori, melanzane, zucchine, banane.
(nessun cartellino indicante il prezzo)
C’è qualcosa che non mi torna.
La banana coldiretta?
Niente fai da me:  la padrona di casa, butta  un occhio alla finestra  dicendo -  ecco, ora si sono svegliati - , poi mi chiede cosa mi serve.
Evito l’ananas.
Compro  mezzo chilo di pomodori, un chilo di prugne  e mezzo chilo di zucchine .
Pure lo scontrino fiscale.
Totale: 4 euro e 50.
Alla faccia del bicarbonato.
Dal mio fruttaiuolo  abituale (Fabio, prendo io? Facite, facite, signò)  con due euro accatto 3 chili di frutta assortita, pesche/prugne/percoche/albicocche. 
O una cassetta con 6 meloncini bianchi.
E nella busta Fabio ci infila un quintale di basilico, sedano, prezzemolo.

Quando si dice ‘a carne sotto e i maccaruni 'acoppa.
Basta una bandiera, per  farti fottere dal contadino.

Il che non significa che siano tutti così.
E’ ciorta.

lunedì 23 luglio 2012

Il (mio) gioco del mondo


Ho impiegato molti mesi per leggere Rayuela.
A zompi e a salti, naturalmente, intervallandolo  con  altre letture.
Però sono stata molto compìta, ho seguito buona buona tutte le indicazioni di Cortàzar:
A suo modo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. 
Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo.  In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (…) “
Segue la lista dei capitoli, da leggere secondo l’ordine che Cortàzar ha predisposto, e che mescola tre dei molti libri: “Dall’altra parte” il cui scenario è  Parigi, fino al capitolo 56; “ Da questa parte” , il cui scenario è  Buenos Aires; “Da altre parti” , dove lo spazio e il tempo (le unità aristoteliche) non hanno alcun senso:  è composto da capitoli che integrano le parti  precedenti, da citazioni, da false citazioni.  

Ma come è possibile, date la premesse, che chi arriva a leggere il primo libro, dove pure ci stanno  passi pallosissimi e  capitoli incomprensibili,  come  il 34, non continui a leggere pure il resto?
E’ uno sfottò, o appunto, una sfida.
Di fronte a moltissime pagine, mi sono sentita come la Maga: viola.
Tutte le volte che qualcuno si scandalizzava delle sue domande, una sensazione viola, una  massa viola ecco l’avvolgeva per un attimo. (…)  poco le potevano importare i sospiri di qualcuno quando faceva una domanda, però restava comunque  la macchia viola per un attimo, voglia di piangere, un qualcosa che durava il tempo di scuotere una sigaretta con quel gesto che rovina per sempre i tappeti, ammesso che ci siano.” (pag. 131)
Le discussioni dei componenti del Club del Serpente, che balooons stratosferici, tutti quei Grandi intellettualoidi inchiavicati dentro una stanza a sfumacchiare e bere e parlareparlareparlareparlare di arteletteraturamusica, marò, pura sega/segatura mentale.
E che dire del  mitico capitolo 34, che si legge a righe alterne, dove in un rigo vi è  il testo di un romanzo che il protagonista sta leggendo, e nell’altro i pensieri e le riflessioni del personaggio stesso nell’atto del leggere?
Una roba da atturcinare gli occhi e lo stomaco, proprio.
(e anche l’incontro con Berthe Trèpart).

Naturalmente, non nutro incertezza alcuna sulla originalità dell’opera, una vera pietra miliare dello sperimentalismo letterario, della ricerca di cosa sia e cosa possa essere la letteratura, raggiungendo livelli di vorticosità assoluta  (penso al libro La Luce della Pace del Mondo di Ceferino Piriz o al capitolo 68, un vero orgasmo linguistico) e di poeticità straziante (la lettera a Rocamadour/capitolo 32, o il vuoto nella parete di mattoni/capitolo 66).
Meraviglia.

Sono un lettore femmina (senza trattino) 
E accettando fino in fondo  la sfida, la terza lettura l’ho dedicata a costruirmi il mio Rayuela, e mi sono arrogata pure il diritto di levare, di togliere.
Ho ucciso il capitolo  34 (e anche altri), senza rimorsi di coscienza.
Non era forse questo che intendeva Cortàzar quando scriveva:
"E noi, che non vogliamo essere lettori-femmina, a che cosa serviamo se non ad aiutare in quanto possibile quella (della letteratura) distruzione?”

In giallo i capitoli che ho trovato più belli, indimenticabili.
(forse li rileggerò per la quarta volta)

Il gioco del mondo


mercoledì 18 luglio 2012

Tunnel

Mi è capitato altre volte.
Un paio di parole, una frase, un passo.
Ernesto Sabato - Il tunnel
[Un campanello, uno squillo, una tromba.]
E  così succede che un libro possa andare oltre se stesso, oltre la storia che racconta e galleggiare  per altro, per gli "effetti collaterali".
(ma dici a me?)

Avevo appena iniziato a leggerlo, Il Tunnel di Ernesto Sabato.
Il protagonista, misantropo autoironico (la specie peggiore, o migliore, questione di prospettiva), cerca di spiegare perchè vuole consegnare ad un editore la sua storia, la storia di un assassino.
Da pagina 10, più o meno.
Alla fine non se ne fotte nulla di ciò che possano pensare i probabili lettori, ma - dice - non è per vanità (ci mancasse) che decide di consegnare la sua memoria ai posteri.
A prescindere dai temi, dai contenuti and so on del libro, comunque una buona opera prima, il passo che ha prodotto non dico tromba, ma un'intera orchestra di (indicibili) pensieri, è questo:

"Riguardo la vanità non dico nulla: credo che nessuno sia sprovvisto di questo notevole motore del Progresso Umano. Mi fanno ridere i signori che tirano in ballo la modestia di Einstein, o roba del genere; risposta: è facile essere modesti quando si è celebri; o meglio, apparire modesti. Anche quando si pensa che non esista in assoluto, la si scopre all'improvviso nella sua forma più sottile: la vanità della modestia."

Ahemm. 
Non dico sanfrancesco, ma.









giovedì 5 luglio 2012

Ritorni

Non sempre è un bene tornare. Ora ad esempio, non riesco a fare a meno di notare quanti pochi fiori ci siano. Ce n'erano tanti, la prima volta. Adesso invece le foglie dei cespugli sono tutte malate, la cocciniglia? - pensavo fosse sabbia - [anima ingenua, mi dice] Qui c'è uno specchio impietoso. Sará la luce che cade a picco dal lucernaio. Mi guarda, lo specchio, nello stesso modo in cui guardo il giardino.

venerdì 15 giugno 2012

Parole e disegni


Ho sempre avuto una discreta passiuncella per i giochi di parole, ed è un grande vantaggio riuscire ad accocchiare in quattrequattrotto  un acrostico o un  anagramma a cambio da un nome proprio per stupire con effetti speciali e fantasmagorici (yeahh) le platee di ingenui ragazzetti. 
Pressorè! siete una poeta!
(faccio o' gallo 'ncoppa 'a munnezza)

Ancora di più mi piacciono  le parole disegnate:  i capolettera dei codici miniati, certe poesie visuali, le fotografie con le texture di parole (e qui ce ne sono di bellissime), e naturalmente, i calligrammi.

parole disegnate
Calligramma
Vitrei ab oculis
Spinta da  amici, avevo sperimentato l’emulazione di Apollinaire, facendo questi:


parole disegnate
Calligramma
Chiave












e ora,  la sabbia bagnata ispira, questo.
Il difficile, non è nel disegnare con le parole.
E’ trovare le  parole.
parole e disegni
Calligramma
orma





domenica 10 giugno 2012

Cocoon


Qualche tempo fa li ho visti per la prima volta, in tv, a casa di altri.
Gli anziani di uomini e donne.

Me lo hanno dovuto spiegare,  non riuscivo mica a capire, che davvero vanno in tv a fare le pustegge.
(oddioddioddio, se i miei nonni  avessero potuto vederli).
Eppure  adoro la quarta età attiva e pimpante.  
Ma la televisione per le pustegge no.
Certo,  assai peggio è farlo da più giovani, almeno gli anziani hanno la scusa del rimbambimento.
Ogni tempo ha un suo tempo?  
Forse sì forse no, boh.
Ne conosco, di attivi e pimpanti che non  ci andrebbero  manco accisi, in televisione per le pustegge.
Una sessantina di partecipanti, al pranzo sociale di fine anno.
L’80% ultrasettantenni.
Belle persone,  acute, ironiche, un poco borbottone, ma tant’è.
 E viaggi, e gite, e magnate, e mostre, e ginnastica e  “voglio imparare a usare il computer!!!
 “E’ un’eta bellissima , diventi padrona del tuo tempo” – dice  Annamaria, 74 anni e bella e elegante più di Sofia Loren,  alla neo arrivata sessantenne  che pare la nonna sua  e che  m’ha quasi incastrata con  il lamento  i figli m’ann abbandunata....

A fine magnata, quando  ormai troneggiano solo i bicchierini di cioccolata fondente da riempire coi liquori, Franco passa con un piattino e un solo dolcino dentro.
Base verde, un quadratino di pasta di mandorle, e crema alla ricotta e un'altra base a richiudere. 
Mirtillino sopra. 
- assaggia, un sol boccone, è l'ultimo, è proprio saporito. 
Passo, ma solo perché lo stomaco, dopo i bucatini alla siciliana, la zuppa di cozze e fagioli con fresellina, la trippa, le frittatine, le melanzane, i peperoni, i formaggi e i salumi, la pastiera e la frolla di crema e il torrone di cioccolato e nocciole,  è diventato impenetrabile. 
La mia vicina di posto  tocca il dolcino e si accorge  che è di gommapiuma. 
Franco  ride, muovendo  3 dita della mano:  - Tre  ci sono cascati. 
Passa qualche  posto oltre, si  imposta,  recita la stessa parte. 
Il marito lo passa alla mugliera  - tiè, Giuseppì, assaggia.
Giuseppina  addenta,  e mastica e  tira, sotto lo sguardo perplesso del marito e quello sghignazzante di Franco.
ma che è, la dentiera?!
Il dolce di gommapiuma non si spezza. 
Rischio di  schiattare dalle risate,  guardando Franco sventolare la mano  con 4 dita aperte.
(marò, ma non è che sto diventando incontinente?)
Ha 80 anni, Franco. 
E' una cosa che mica ce la si aspetta, da un ottantenne.

Mi dispiace  che quando sarò vecchia come loro, saranno tutti morti.

domenica 3 giugno 2012

Il seno


Philip Roth mi indispone.
(talvolta)
Eppure continuo, imperterrita,  a leggere le sue opere, anche se spesso i tanto sbandierati   dramma e  pathos  delle sovra copertine e degli entusiastici commenti dei suoi ammiratori  mi fanno l’effetto della farsa e del  patetico. 
Non vale per  tutti i suoi scritti, naturalmente. 
[Pastorale americana è straordinario] 
Solo per quelli dove il chiodo fisso del sesso, che è vita tout court, senza altro appello o orpello, fa la parte del leone (dell’elefante) 
Da L’animale morente a Lamento di Portnoy.
Ormai non mi irrito più. 
Rido, anzi sghignazzo.

Ho appena terminato di leggere il raccontino Il seno.
Il seno è simbolo della maternità e della vita più ancora del grembo.
( il ventris tui  diventa del seno tuo)
Ho pensato che il seno e  una particolare predilezione per la fellatio,  nei due libri di Roth che hanno come protagonista  David Kepesh , L’animale morente (il seno  di Consuelo) e  Il seno appunto, hanno davvero un ruolo chiave.

“Claire (…) era persino un po’ schizzinosa a ricevere il mio sperma in bocca. Se mai praticava la fellatio, era solo come rapido preludio al rapporto vero, e mai con l’intenzione di farmi venire. Non che la facessi  troppo lunga per questo, ma di tanto in tanto, come succede a tutti gli uomini che non si sono ancora trasformati in un seno, registravo il mio scontento – insomma, la vita non mi dava tutto quello che volevo.” Pag. 52

La frustrazione più grande del professore Kepesh,  non è tanto  di  essersi  trasformato in un seno, quanto di essere diventato una mammella  inutile, un seno che non dà latte, non nutre…
“Sono arcistufo di preoccuparmi di perdere Claire. Lasciamo che se ne vada per i fatti suoi e si trovi un nuovo amante con cui condurre una vita normale e produttiva, e che non le faccia bere lo sperma.”

[Altro che invidia del pene. Devo rivedere il giudizio di misogino e fallocrate che ho appioppato a Roth.
Almeno correggerlo.]







E mentre cercavo sull’internet delle immagini di tette da piazzare nel post, passando dai senoni delle grandi madri al seno di Pero nelle 7 opere della Misericordia di Caravaggio, mi sono imbattuta in questo, che anche se ci appizza come il cavolo a merenda, lo linko uguale.

lunedì 28 maggio 2012

Stips

Non capisco cosa ci sia da vergognarsi.
Sin dai tempi della dolce euchessina (marò, che vintagità), presentatori e presentatrici  tivvù hanno associato la propria faccia alla mano sulla panza e  ai relativi traslati, tanto è vero che, ad esempio, ora per me lo yogurt  che serve a combattere la stipsi, quello con bifidus actiregularis,  è biondo, ha i capelli lunghi e si chiama Alessia.
Epperò.
Posso comprendere che andare in farmacia per comprare non un rimedio blando e vago ma uno  meccanico di efficacia  immediata  possa essere per qualcuno un problema.
Vabbuò, ci vado io in farmacia, che sarà mai.
Se ci fosse stata meno gente che alla fermata della metropolitana, sarebbe stato meglio.
E ancora meglio sarebbe stato se il farmacista non mi avesse guardato ammiccante e chiesto:
“Classico?”
Come classico, che significa classico, come può mai essere un clistere?
Postmoderno, a pois, profumato, a forma di…
Mica avrà pensato  che…
(urca che zozzone)
Ecco.
Ora capisco  che ci si può mettere scuorno anche senza motivo.

lunedì 21 maggio 2012

Flash mob

"Al mio segnale scatenate... la lettura!"
Questo roboante invito era sui manifesti a tappezzare le strade del paesello, anzi, come dice  il poeta ipocondriaco, del paese gigante.
Flash mob.
Ripetizione di un  flash mob avvenuto quasi un anno fa per lo stesso identico motivo, ovvero sollecitare l'apertura di una biblioteca comunale.
L'ho scoperto dopo. 
Quello era "Al mio segnale scatenate...la cultura!" 
[il gladiatore spopola et docet, basta cambiare la finale]
Chiossapeva, allora  i tappezzieri  avevano lavorato poco, forse.

Vabbè, ad un fash mob non avevo mai partecipato, ne avevo visto uno  consistente nell'attraversamento continuato della strada da parte di una trentina di pedoni, ai fini del blocco del traffico, come forma di protesta, atto dimostrativo contro l'apertura della discarica.
(e può mai impedire la polizia di attraversare avanti e indietro la strada? se il traffico si blocca, eh, problemi collaterali ma assolutamente necessari)
Insomma.
Mi dico mò vado a fare il flash mob pure io, prima firmo la petizione (eccheccazz, le biblioteche comunali ci sono pure in Uganda, poi si dice ahhh, i pdf piratati, lo scarico illegale dal mulo, etc etc), e poi posso dire  urbi et orbi che ho fatto il flash mob.

Nella villetta comunale ci sono i bancarielli  di un'associazione, quelli di una casa editrice (è pur sempre il mese del libro), quelli dell'agenzia di animazione; ci sono gli assessori, le mamme con i bambini nei passeggini, i bambini sulle giostrine, i bambini che schiattano i palloncini, i papà con altri papà,  una ventina di ragazzini che si fanno le postegge.
E poi ci sono gli organizzatori, con il gazebo per le firme e i microfoni. 
I giovani del ** e i loro papini e padrini.
Un manipolino.
(Tolte le sopra indicate categorie familiari et cazzeggiatrici, restano una cinquantina di persone, tutte note tra di loro, e l'estranea, ovvero moi.)
Firmo.
Aspetto, leggiucchiando un libro, per davvero, non in modo simbolico così come dovrebbe avvenire per l'evento, che la manifestazione inizi. 
Si comincia, anche se con notevolissimo ritardo.
Un preambolo infinito,  minuti e minuti e minuti di chiacchiere chiacchiere chiacchiere di quelle che vorresti avere la cera nelle recchie per non sentire:  la biblioteca per dare un futuro ai giovani (??? come se i vecchi e i maturi e i medi non avessero bisogno di ) - noi sindaco avevamo individuato nella vecchia chiesetta la sede ideale ma poi ostacoli burocratici ... (non è neanche sconsacrata - che acume) - la giovane scrittrice "salve sono una scrittrice esordiente chi legge i miei scritti sa che mi occupo di giovani"..., e bla e bla e bla la segretaria provinciale dei giovani del ** , " perchè il cambiamento, perchè la società civile, perchè l'impegno... ".

A botta di chiacchiere si è fatto proprio tardi, con tutta la buona volontà e la pacienza e la santa sopportazione, altre vongole richiedono la cottura altrimenti mi muoiono soffocate nella busta,  arrivederci e grazie, il flash mob lo faccio un'altra volta.
(E pure la partecipazione alla società civile)

lunedì 14 maggio 2012

Malacqua - Pugliese Nicola


Malacqua, nel dialetto partenopeo, significa che le cose si mettono male, che non si prevede niente di buono.

Malacqua è anche il titolo dell’unico romanzo di Nicola Pugliese.
[Un solitario]
E’ una grande metafora della condizione “interiore” della città, e non poteva esserci sfondo più calzante di una pioggia continua e ininterrotta che per 4 giorni sembra far presagire un rivolgimento, una trasformazione, un cambiamento radicale.
Il  libro è introvabile. 
Stampato nel 1977 e mai più ripubblicato, è diventato un pezzo da collezionisti, tanto  che su ebay si vendeva a 50 euro.
Venduto. Non l’ho comprato io. 
Ho una copia prestatami da un’amica.
Mi sento quasi introdotta in una sorta di setta iniziatica. 
Chi ha letto Malacqua, chi non lo ha letto.
(del possesso in sé non so cosa farmene)

E’ un libro di sensazioni, filtrato attraverso situazioni che mescolano la quotidianità più trita a fatti surreali, immaginifici: ombre, frenesie.
La trama, il racconto di quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordina…,  si sfrangia in una serie di camei che descrivono i pensieri e gli atti di gente comune, colta nel momento del dolore,  dell’incertezza, dell’inquietudine,  mentre la città istituzionale  è impegolata nel solito scaricabarile o in incomprensibili quanto mestamente accettati provvedimenti: ne era stata inquietante anticipazione  il Piantonamento del Mare da parte delle Maggiori Autorità Cittadine , il 5 agosto,  con conseguente fuga del mare a cercare i piedi degli scugnizzi a cui era stato negato il tuffo dallo scoglio, fin sopra Montediddio.
Ora, nei giorni della pioggia che produce voragini e crolli, le Maggiori Autorità Cittadine si impegnano in  cacce a fantasmi,  bambole - la bambola che urla nascosta sotto gli scanni di una sala del Maschio Angioino  -  o in manifestazioni e attività roboanti, quali il Primo Giorno del Canto in onore delle monetine da cinque lire che suonano alle orecchie delle bambine di dieci anni.
“Per queste strade nascoste umide della città altro non sopravviveva che l’attesa, e provvisorietà sconcertante infida scendeva a incidere i pensieri e niente scampava, niente tranne che questo senso disperato e triste che adesso probabilmente ogni cosa sarebbe mutata.”

C’è un unico personaggio che ritorna, apre e chiude il racconto: Andreoli Carlo, giornalista.
E’ Nicola Pugliese, Andreoli Carlo. 
A cosa serve parlare di ciò che non si riesce a capire e a spiegare? 
Faceva il giornalista, Nicola Pugliese. E’ morto ad aprile, nel suo ritiro ad Avella. 
Era scettico riguardo la ripubblicazione del suo libro. 
(ma che parlamme a fa, sempe de stesse cose, pe' ce ntussecà e nun ce 'ncuntrà ogne vota, c'arraggia 'ncuorpo e chi jesce pazzo tutt'e juorne pe' capì) 




Poi si dice rassegnazione, poi si dice è malacqua, poi si dice adda passà ‘a nuttata, poi si dice… 
Era il 1977.
Ma accussì è.
Sempre è stato e sempre è.


Chissà se adesso il libro verrà ripubblicato, oppure mantenere il mito dell’introvabile (l’aura che manca nell’era della riproducibilità tecnica) verrà considerato  più conveniente.





giovedì 10 maggio 2012

Il gioco del mondo

Quanto si può aggiungere e togliere  senso ad un'immagine, pensavo.
Ermeneutica, ovvero dell'interpretazione.
(Mi innamorai di questa parola, subito, appena ebbi ne ebbi interpretato il significato, fuori dalla filosofia e dai manuali.
Nessuna verità data per sempre)


"Forse l'Eden, come lo raffigurano i più, è la rappresentazione mitopoietica dei brevi attimi fetali che sopravvivono nell'inconscio. All'improvviso capisco meglio lo spaventoso gesto dell'Adamo del Masaccio. Si copre il volto per proteggere la propria visione, ciò che è stato suo; conserva nella minuscola notte delle mani l'estremo paesaggio del suo paradiso. E piange (perchè quel gesto è anche quello che accompagna il pianto) quando si accorge che è inutile, che la vera condanna è ciò che inizia: l'oblio dell'Eden, ovvero l'uniformità del gregge, l'allegria sporca e misera del lavoro e del sudore della fronte e delle ferie pagate."

Cortàzar - Il gioco del mondo (Rayuela)


Epperò. 
Che Adamo pianga perchè la vera condanna è l'oblio dell'Eden, ovvero l'uniformità del gregge, sta bene.
Che la vera condanna sia anche  l'allegria sporca e misera del lavoro e del sudore della fronte e delle ferie pagate, potrei pure pensarlo, ma non oserei mai dirlo davanti ad un amico che ha appena ricevuto la lettera di licenziamento.


mercoledì 2 maggio 2012

In memoria

Anobbio alfa sta morendo.
E' diventato uno gnommero troppo gigantesco per poter permettere agli utenti di  fare i porci comodi propri, utenti che bellamente si scambiano opinioni, confidenze, sfottimenti, libri, indirizzi e pdf.
E gggià, 'cca niusciuno è fesso, avranno detto in cantonese ad Hong Kong, niente banner pubblicitari, niente monitoraggio di gusti, niente  spam, niente pagamento del canone,  troppo bella 'a zezzenella.
aNobii cede alla logica del mercato e con la versione beta si trasforma in gigantesca vetrina d'achat.
Le funzioni social migreranno (spero di no, ma lo penso)  sul grande occhio di feisbuc.
E in memoria (sto vendendo la pelle dell'orso prima che sia morto, vabbuò, facciamo che è un esorcismo) di quello che è stato il primo monolocale nel grande condominio della  comunicazione virtuale, voglio riportare a piccoli passi, a ritroso, i mementi di lettura di alcuni libri grazie ai quali sono nati scambi di idee, di pensieri, di ricordi, di racconti, di confidenze: virgultini di amicizie. 
E poco importa che non tutte siano fiorite, siano sbocciate, o che qualcuna si è disseccata per la scarsa cura.
Ci sono state e mi hanno dato.
Mi hanno dato molto.

Montedidio - Erri De Luca
Quando scopri qualcosa di straordinario, magari dopo aver percorso un tratto non breve, ti domandi come sia stato possibile non averlo notato prima. Lo avevi sotto gli occhi e non eri mai riuscita a vederlo. 
Questa è stata la sensazione che ho provato dopo solo un paio di pagine. E una puntina dolorosa, perchè davvero non conoscevo Erri De Luca. 
Un libro solo è come una rondine. Non sempre annuncia la primavera. 
Però Montediddio è davvero straordinario. Un racconto di formazione. Di crescita. E la crescita è una perdita. La perdita della madre, primo doloroso passaggio, poi, la perdita del bùmeran, che modellava i muscoli del corpo fino a farli diventare vibranti e gonfi, la perdita della figura simbolica di Don Rafaniè, il mentore, vittima sacrificale scampata all'olocausto che conserva la sua innocenza fino a spiccare il volo. E mentre bumeran e Rafaniè spiccano il volo, il ragazzo che diventa uomo afferra l’ombra alle spalle di Maria, e la butta via, la butta via così duro che vola, vola di sotto, vola dalla terrazza di Montediddio. 
Ecco che la sua crescita si è compiuta. E’ diventato uomo e ha perso l’innocenza. 
Questo è il filo rosso del racconto. Ma moltissimi altri spunti di riflessione nascono dalla scrittura di De Luca: è una lingua piana, calma, ma non lenta. ( Come è possibile, perchè mi viene di associarla a Petrarca?) Anche gli spazi tra i paragrafi sembrano suggerirti una pausa, e il pensiero germina sulle note accennate dallo scrittore. E le parole si sedimentano nel cuore. 


Ne ho letti altri, di libri di  De Luca. Vabbuò, mi ha sfasteriato presto.
(Gli infuocamenti durano poco. E poi  l'ho visto ieri,  un disco incantato. E vecchio. 
Da Fazio succedono i miracoli)
Però Montedidio è stato bello, e Montedidio è stato anche M., il mio primo corrispondente a lunga gittata.
Quelle belle mail lunghe quanto i papielli di Ercolano, che sfizio "incontrare" nell'aere virtuale, distanza fisica di chilometri e chilometri, un coetaneo  con tante esperienze giovanili in comune, e  risate adulte, in comune.
(e però i frutti di mare...)
E parlarne. No. Scriverne. 
M. cancellò il suo account mentre ero in vacanza senza l'internet. 
Ho ancora il rimorso, e sono passati anni,  per non averlo contattato subito, con la mail privata. 
Poi la sua mail s'è resettata insieme a tutti i file del pc e il suo cognome s'è resettato dalla capa mia, e dopo, molto dopo, quando ho realizzato che non sarebbe stata invadenza, ma premura, per uno strano e ineffabile sentimento di amicizia, non ho più potuto scrivergli.
Marò, e che madeleine patetica, ma tant'è.
E' stato l'inizio.






sabato 28 aprile 2012

da Errata corrige a ruota libera

"A pagina 53 è presente un refuso.
La frase "Al massimo il bacio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza" è da leggersi "Al massimo il socio l'avrebbe richiamato a una maggiore concretezza".
Concretezza che evidentemente è mancata a un redattore distratto dalla sua vita sentimentale.
L'editore"

Il presente comunicato "Errata corrige" è nella copia di un libro per ragazzini.
(un fogliettino 4x3 centimetri)
Prima ho pensato: chissà se il redattore fa ancora il redattore oppure è stato retrocesso allo spolvero delle scrivanie.
Poi ho pensato: ma guarda che grande sfottitore, questo editore.
(se il redattore è ancora al suo posto si è fatto una grande risata, spero)

L'editoria per ragazzi (una parte, ci mancherebbe) si permette certe rilassatezze che non sono sicura passerebbero sotto traccia in libri destinati ad un pubblico adulto.
Soprattutto su molti libri nati come narrativa per le scuole (e le riduzioni e gli adattamenti di grandi classici)  si dovrebbe stendere non un velo, ma una trapunta pietosa.
Come se scrivere per un pubblico giovane e inesperto ammettesse l’arronzatezza, la superficialità, lo squallidume, con l'aggravante dell'avallo dell'insegnante che "consiglia".
(terribili i libricini attrezzati con tanto di schede didattiche - ma che grandiose palle, come se non bastassero le antologie con le schede gli esercizi le scritture creative i quiz le similproveinvalsidistocazz)
Dico almeno storie che si reggano in piedi, anche se i piedi sono piazzati in aria e nelle nuvole.
(Rodari, oh, Piumini, oh)
Le narrative per ragazzi, nella scuola, sono consigliate seguendo le logiche del do ut des.
(che bisogno c’è di un libricino che accocchia una ventina di temini sui problemi dell’adolescenza quando le antologie ne sono già piene?)
I rappresentanti in cambio di adozioni si mettono a disposizione.
(I rappresentanti farmaceutici pure. Un bel convegno di aggiornamento organizzato da tale casa farmaceutica nel mese di giugno in un resort punta ‘o mare sta alla  fornitura gratuita di tale casa editrice dei libri scolastici per figli e nipoti.
Si sa, i professeur sono categoria di pezzenti)
Ah, ma je suis snob, e allora non adotto le narrative per ragazzi.
Mi è capitato di essere corteggiata da un rappresentante (nuovo)
- Ma come mai non adotta la narrativa? Le nostre hanno anche il corredo di schede didattiche.
- Ecco appunto, non ho bisogno del corredo di schede didattiche, parto dal testo direttamente secondo le esigenze  e gli spunti che nascono al  momento.
- Ah, allora si potrebbe considerare una collaborazione con la nostra casa editrice, magari lo potrebbe scrivere lei un libro, o curare una riduzione per ragazzi.
Mmmmhhh, quanto sono lusingata!
Sprigiono fascino intellettuale da tutti i pori e fumo dal naso e dalle orecchie.


Leggo libri per i ragazzini per puro masochismo.
A volte si trovano delle chicche.
A volte si trovano delle cacche.

Mi ha impressionato - cacca -  la  pubblicità della casa editrice, il messaggio autopromozionale all'interno di una storia per ragazzini.
Il giovane protagonista restituisce un libro, il Robinson Crusoe, alla bibliotecaria.
Un amico guarda inorridito e afferma convinto che l'edizione originale è pesante!, ma lui - il furbone - ha letto la bellissima versione ridotta edita da ***.
Uh, *** è la stessa casa editrice. Con tanto di lettere, mica asterischi.
Che coincidenza!
Poco mi importa se è stato un omaggio dell'autore (sono finiti i tempi dell'encomiastica) o una correzione introdotta dagli editor (peggio ancora, ma quali pressioni si devono mai subire?)
E' una cosa che non si fa, ecco.





mercoledì 25 aprile 2012

Ricorrenze

Le coincidenze.
A volte sono davvero sorprendenti.
Negli ultimi 3 giorni ho letto due libri che, in un modo parziale e comunque in modo diverso, hanno a che fare con la lotta partigiana, con la Resistenza.
Niente di voluto o di cercato, davvero è solo il caso che me li ha posti davanti.
Ida, giovane sarda ospitata a Roma dalla sorella e lì bloccata dalla guerra, diventa staffetta, con la paura nel cuore e nei piedi,  perché non c’è altro da fare.
E’ la protagonista del libro dell’esordiente Paola Soriga, Dove finisce Roma.


Francesca Edera De Giovanni  è la prima donna partigiana uccisa dai fascisti, al muro.
E’ una delle  sette “vite inestimabili” di cui racconta Pino Cacucci nel suo ultimo libro, Nessuno può portarti un fiore, ed è la vita che ho trovato più inestimabile.
Come quella di Ida.
Non sono eroine.
Dice Cacucci: “Forse ti farebbe sorridere, quel poco di retorica che accompagna tante lapidi, a te che sei diventata partigiana per voglia di vivere, e non di sacrificio.”
La Memoria è una cosa da vivere, non da ostentare.
(La voglia di vivere non si esprime con le chiacchiere)

Maledetto il popolo che ha bisogno di santi e di eroi (e di retorica e di parate e di celebrazioni).
E poi dorme.

mercoledì 18 aprile 2012

La signora M.

La signora M. ha un'età indefinita. Non è giovane.
Chi l'ha conosciuta prima di me, più di 15 anni fa, prima che le morisse il marito, dice che era molto più vecchia di adesso.
M. ha i capelli corti corti, neri neri (corvini non è un aggettivo casuale, mai capelli più corvini ho visto in vita mia. Devo ricordarmi di chiederle chi è il suo parrucchiere), e anche gli occhi.
Indossa vistosi orecchini e collane che s'insinuano tra le tettone enormi.
Sta infuocata,  sempre scollacciata, anche quando fa nu friddo da intisicare un baccalà.
M. fa la bidella.
(pardon, collaboratrice scolastica)
E da collaboratrice ad alcuni aspetti del ruolo ci tiene assai, come quando, finito il tempo previsto per gli incontri scuola /famiglia, suona la campanella e caccia tutti fuori, genitori e professori, alluccando come una furia.
La mattina è lei a prendere le telefonate di chi si assenta.
"Maria, un giorno di malattia."
"Ueèèèè, e che è succies? Che tenite, professorè?"
Alla Catarella di Camilleriana memoria, nel ripetere i nomi,  ribattezza tutti.
(nu sturpiamento continuo)
La signora M. racconta  cose che se non mi fossero state confermate come sicurissime da persone affidabilissime, non le avrei credute possibili.
Il suo compagno è un editore, ha una casa editrice pure importante.
Pressorè, 'o sapete  a ***? E' il mio compagno.
Fa murì quando pretende giorni di ferie per andare a fare il  uicchè al mare, sulla barca del mio compagno, o la vacanza a santodomingo a natale o a pasqua, nell'albergo con la sciuit che ha preso il mio compagno, mentre con lo scopettone si aggira tra i corridoi.
Mi chiedo sempre di cosa parleranno mai lei e il suo compagno.
[Parleranno?]

Eppure.
A me la signora M. sta simpatica.
Mi fa pensare che nulla è impossibile, che tutto può essere al di fuori di ogni ragionevole immaginazione.
(invecchiare e tornare giovani e toste, ad esempio)

mercoledì 11 aprile 2012

Paris, la vie dans les cheveux

Cit.  “Allora com'era Parigi? (classica domanda del cazzo  che ti faranno.)”
La  torre Eiffel, il Louvre, l'Arc de Triomphe,  Notre Dame, e tutte le sacramenterie  del fascino turistico di massa di Paris sono belle, sono filose (chilometri di file, scoraggianti e demotivanti, tant’è che le ho saltate tutte, ci son passata dal basso e dal fuori, e comunque è come entrare dentro la cartolina, solo che avrei potuto fare un montaggio e spararmi le pose uguale), ma le note a memento  del  viaggio sono altre.

1) Acqua. 
Non l’acqua che viene dal cielo, che pure non è mancata, ma l’acqua del rubinetto.
Buonissima, fresca, tosta.  Altro che vino. Aprire la fontana e fare  glu glu glu. 
(devo smetterla di rimproverarmi perchè quando sono a casa compro l’acqua in bottiglia, e che cazz, la pago l’acqua dell’acquedotto, non faccio mica la snob, a caricarmi 12 litri alla volta su per le scale. E cosa bevo altrimenti? Coca cola o mandarinetto? L'acqua del rubinetto di casa mia sarà pure potabile, ma è imbevibile)


2) Traffico e metrò. 
Di sopra, il Peripherique,  tangenziale o  circumvallazione che dir si voglia, fa un baffo a quelle di Napoli, che pure sono oibò. 
Un tappeto immobile di vuatùr. Di sotto una ragnatela di binari, sottopassaggi, 14 linee di  metropolitana che si intrecciano si intersecano, si  interscambiano. Chilometri e chilometri a piedi sottoterra (a saperlo e a munirsi di stradario, per alcuni tratti non val proprio la pena fare scale e scale  per prendere la metrò, con la pedicolare si guadagna tempo e salute)



3) Dalì,  il folle.

L’Espace Dalì, a Montemartre,  è il sacrario del pazzo.
Vi sono alcune sculture di un certo interesse, per il resto una considerevole mole di disegni e schizzi, alcuni acquerelli e pitture, quasi tutti dedicate all’amico giornalista Enrique Sabater.
(è di fatto la collezione Sabater in esposizione.
"A Sabater" in ogni dove).
Una delle sale, sul fondo, si allunga in una cripta con abside, con tanto di cancelletto che impedisce l'ingresso e  cazzimpocchierie che ricordano le chiese e i cimiteri.
Al posto del tabernacolo, uno schermo  proietta senza soluzione di continuità le immagini del poco casto divo Dalì. 
Inquietante.
Ma altro è ancora peggio.
Un visitatore, solo. 
Si ferma in uno spazio neutro, tra l’esposizione e la galleria vendite e la rampa che porta all’uscita e all’ormai obbligatorio punto souvenir.
Estrae dal borsello una macchina fotografica e una bambola. Una bambolina di plastica, con gli occhi di vetro fissi e grandi, e i capelli lisci. L’ accarezza, le sistema i capelli e tenendola con una mano comincia a fotografarla. 
Con lo sguardo perso negli occhi della bambolina.
Inquietante bis (ter, quater, e oltre).

4) La  Crème brûlée al Café des 2 Moulins.
Amélie Poulain spezza la crema con il cucchiaino. Ma la crema non ha la crosta sufficientemente croccante, il cucchiaino affonda. Anzi, la verità, al Cafè des 2 Moulins reso famoso dal film "Il favoloso mondo di   Amélie",  di favoloso ci stanno solo la nomea e le foto sulle pareti e le tovagliette autopromozionali.
(quanto sanno vendersi bene, sti francesi).
Meno male che si è in zona Pigalle.



5) Cuisine française au Mouline de la Galette.
Le Mouline de la Galette è stato immortalato da Van Gogh e Utrillo, e le danze e l'animazione dans le moulin da Toulose Lautrec e Renoir.
Sotto il mulino, maintenant, vi è l'omonimo ristorante. Quotato abbastanza. Carestoso abbastanza, charmantillo pure (il fascino della storia).
Prendo un Plate, tipica cucina francese - dice la cameriera: "Pout au feu a l'os à moelle et ses légumes d'hiver" (euro 19).
Ovvero, carne in brodo con 4 patate  e una fetta di cetriolo scaurati.
Vabbè.
Non per fare del bieco nazionalismo. ma la carne in brodo la cucino quando non tengo genio di inciarmare.
Vuoi mettere anche un semplice "ruot 'o furno" o la lasagna primavera o la parmigiana di melanzane?
Tolto il camembert e la baguette, la cucina francese sa di fuffa (o di truffa).

6) Chateau –rouge 
L’appartamento preso in affitto, molto piccolino e charmant, è in una bella zona tranquilla, vicino alla funicolare di Montmartre, equidistante da tre fermate di tre linee diverse della metrò. 
Madame la proprietaria, ne cita solo due. 
E Chateau- rouge? Domando.
Ah, no no. – risponde.
Ecco. 
Non  si parla francese,  in quella fermata. 
(Africa)
Una babele di lingue e di colori del sud del mondo,  una folla esageratissima, mura scrostate e sudore.


Eppure Chateau-rouge non è nelle banlieu,  è 18° arrondissement, Montmartre, stessa latitudine della metrò di Abbasses, qualche centinaio di metri.
Mi chiedo com’è questa storia dell’integrazione (o della dis-integrazione)



7) Rue Paulet.
Ovvero, la strada delle capère.
In ogni città vi sono zone o vie “specializzate” e dedicate a ( san Gregorio Armeno, la strada dei pastori e dei presepi, ‘a sape tutto ‘o munno)
Anche Pigalle, la zona dei sexy shop. 
Ma di rue Paulet, non ne avevo mai sentito dire. 
E’ una delle strade a ridosso di Chateau-Rouge. 
Qui vi sono solo negozi , anzi, bugigattoli, di acconciature afro. Uno dietro l’altro, una fitta sequenza, quant’è lunga la strada, di  vetrate vista sull’interno. Tutte donne di colore, le acconciatrici e le clienti ( qualche asiatica che fa il manicure).
Treccine e rasta e e à toutes les heures, festivi compresi. 

Ecco. Fosse anche solo per quest’ultima nota,  Parigi val bene una testa.