lunedì 28 aprile 2014

Il cielo nevica

Un qualche sospetto  mi era sovvenuto, leggendo l'ultimo libro di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, vincitore del premio Brancati,  ed ora  che ho letto il suo primo romanzo ne ho avuto conferma.  
A Capitta non interessa  la storia, intesa come intreccio, viluppo di situazioni,  vasta articolazione di trama.  
Semplificando, ma semplificando assaissimo, a Capitta non  interessa il "romanzo",  ma la “poesia”.  

Capitta, il cielo nevica
Norma e Domenico sono madre e figlio. 
Sono molto legati, quasi complici.
Del padre Domè non sa nulla. La madre con figlio piccinino al seguito dalle montagne del continente si trasferisce a Caprera,  dove acquista la fama di strega.
Raccoglie le erbe e le conchiglie, ha un occhio nella gola e vede, come suo figlio, i vicini di casa trasformarsi in animali.
Norma è gelosa della terra che Domè ha avuto in concessione dal Compendio Garibaldino e che  “alleva” come un figlio.

Auscultò il respiro profondo della terra, recepì dalla pianta dei piedi il concitato tramestio delle materie organiche in disfacimento sotto di lui quando esse si frantumano, per riapparire  sotto la spinta ossessiva della rigenerazione, riformulate in bacche e germogli.

Domenico è geloso delle attenzioni di Centogalli, che s’innamora di sua madre.
Norma è gelosa della puttana di cui si innamora suo figlio.
Il loro legame, che li rende monadi nella comunità isolana, isole nell’isola,  ha qualcosa di morboso, di eccessivo.
Dopo grandi litigi e  grandi spaccature,  e dopo anni di vite separate,   è al nido, alla madre che Domenico  ritorna.

I figli sopravvivono di solito ai genitori.
Ma quando i figli non sono altro che  ombelichi, e non frecce scagliate dall’arco, cosa resta “dopo”, se non un’immensa solitudine, così grande da creare fantasmi e fantasie,  così grande da  evocare addirittura Garibaldi con tanto di divisa e mantello, un Garibaldi con cui dividere i pasti e le corse sull’Ape rimontata?

Quante volte la vita si riduce a una semplice sfilata di carri in fila indiana carichi di facce  e odori, donne, letti, bare culle, prati? Ma fermarsi alla memoria è troppo poco se non ci sono più strade da ricondurti a una ragione originale, se sei così solo da cercare in ogni suono e in ogni fraseggio una prova della tua esistenza. Domenico esiste nella luce gelata dalla tazza all’albero. Solo questo.”

Tuttavia, l’osso del racconto non è la storia di Domenico e di Norma. La loro storia è l’epidermide.
L’osso, lo scheletro del racconto è nello stile, nella “forma”,  nelle metafore e nelle sinestesie  e metonimie ardite, nello slittamento di piani da quello umano a quello vegetale o animale o a quello meccanico e viceversa, nella creazione di immagini evocative come  in questo passo che descrive l’innamoramento del comandante Centogalli :

Il comandante s’era invaghito di quell’essere tellurico in una vampata estiva, durante una notte in cui tardava a prendere sonno sul Cucciolo cullato dalle onde. Il vecchio barcone s’era sentito drizzare le barbe del fasciame ai tanti sospiri amorosi. In punta di chiglia aveva disegnato corolle sull’acqua, s’era ravviato il cordame, gonfiati i propulsori, spruzzato di colonia i cespi d’alga a prua. Al mattino aveva dischiuso il boccaporto e il vecchio Centogalli ne era emerso, stordito dai vapori di Norma, con una luce nuova negli oblò.

O in questo, in cui Norma sente avvicinarsi la morte:

Si sentì invasa di freschezza, si sentì la carne incisa e inumidirsi e aprirsi l’occhio in gola che perlustrò la spiaggia e i coni d’ombra andando a soffermarsi infine sul soffitto del cielo illuminato dalla collana di rune partorite dal cuore. Dalla gola Norma vide la vita incendiata dalla morte, il mare dei defunti popolato di pesci miniati come necrofori di ametista, vide il topo dal crisantemo in bocca voltarsi ad osservarla dalla cima di un promontorio dello stomaco, razzolarle tra le valvole e i detriti, rovistarle le latrine del duodeno.”

Mi piacciono i giochi formalistici, e non posso non riconoscere a Capitta una scrittura originale, di effetto.
Tuttavia,  non posso neanche negare che alla lunga mi sia sembrata  un poco stucchevole.
Gli eccessi  talvolta portano ad una perdita di senso. 

Prosa o poesia, è sempre una  questione di misura.

giovedì 24 aprile 2014

La mia famiglia e altri animali

Gerald Durrell, la mia famiglia e altri animali
Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell'isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell'isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali. Nelle pagine che seguono ho cercato di dare un quadro preciso e tutt'altro che esagerato dei miei familiari; essi sono rappresentati come li vedevo io.
Per spiegare alcuni dei loro tratti più strambi, comunque, mi sento in obbligo di precisare che nel periodo in cui stemmo a Corfù eravamo tutti molto giovani: Larry, il più grande, aveva ventitré anni; Leslie diciannove; Margo diciotto; mentre io ero il più piccolo, avendo appena toccato il tenero e impressionabile traguardo dei dieci anni.” 

Voglio proprio sperare che La mia famiglia e altri animali sia  l’autobiografia romanzata di Gerald Durrell, illustre naturalista,  altrimenti davvero ci sarebbe da chiedersi come si possa sopravvivere  - meglio  una giungla - ad una famiglia scumbinata come quella descritta dall’autore, o come possa una famiglia normale sopravvivere alla passione naturalistica di un ragazzino come Gerry. 
Margo è una fissata dell’estetica e dell’ammore in ispecie quello fou e disperato. 
Leslie un appassionato di armi, caccia e truculenze. 
Larry uno spocchiosissimo e supersaputello intellettualoide.
La madre una svampita debole appassionata di cucina e di giardinaggio. 
Gerry, il protagonista,  che nel lasciare l’Inghilterra per Corfù  si porta dietro solo ciò che ritiene utile ad alleviare la noia del viaggio, ovvero: “quattro libri di storia naturale, un acchiappafarfalle, un cane e un barattolo per marmellata pieno di bruchi tutti in pericolo imminente di trasformarsi in crisalidi”, riempie le case e le ville che abitano a Corfù di bestie e bestiacce, e mica è una bella cosa trovarsi dei serpenti in vasca da bagno affinchè si rianimino, ad esempio, o un gabbiano che mozzica manco una tigre sotto il tavolo, o  branchi di scarrafoni,  pipistrelli e gufi  e gechi addomesticati che svolazzano e si muovono in ogni angolino.

E’ un romanzo venato di quel tipico umorismo inglese che a me fa un po’ lattuginare le ginocchia, un romanzo dove brilla per intensità  la meraviglia per ogni aspetto della fauna e della flora, trattata di certo con maggiore rispetto e poeticità rispetto alla componente umana,  sia familiare che autoctona, a cominciare dal tuttofare Spiro e finendo ai contadini e pastori, ritratti nell’indolenza, nell’ignoranza e nella rozzoneria.

«Incidente?» disse Spiro beffardo. «Io mai ho incidente. No, era di nuovo i meteorismi».
«I meteorismi?» disse mamma un po' perplessa.
«Sì, io prendo sempre i meteorismi a quest'ora» disse Spiro con aria seccata.
«Non dovrebbe vedere un dottore, se ha questo fastidio?» suggerì mamma.
«Un dottore?» ripeté Spiro meravigliato. «Per che fare?».
«Be', i meteorismi possono dare molti disturbi, sa?» precisò mamma.
«Disturbi?».
«Sì, se uno li trascura».
Spiro si accigliò un momento, pensieroso.
«Io dico i meteorismi dell'aeronautica» disse infine.
«I meteorismi dell'aeronautica?».
«Sì. Li porto a casa, a quest'ora».
«Ma lei vuol dire i meteorologi dell'aeronautica!».
«Ma sì, è quello che io dico» proruppe Spiro indignato. “

Ecco. 

Certo che deve essere stato bello  trascorrere un’infanzia così, brada,  una full immersion nella natura senza tuttavia trascurare la cultura, perché  l’inglesino Gerry doveva essere  educato  dai precettori e insegnanti privati, non greci, ovviamente, quelli  potevano  ricoprire  il ruolo di pastori e contadini o tutt’al più domestici o servitori tuttofare  o funzionari doganali con scarse competenze. 
(Poveri greci, trattati con la sufficienza di chi si ritiene comunque al di sopra,  col piglio del colonizzatore verso i  popoli inferiori e incivili.)
Certo che deve essere stato bello cambiare casa solo perché una è troppo piccola per ospitare un esercito di amici, e servirsi dell’aiuto indefesso di chi ti trasporta le valigie e i servizi di cristallo (si buana, va bene buana). 
Però  questi sono solo pensieri a latere, piccoli sbuffi di personale insofferenza. 
Forse dovrei evitarli, dato che nel libro  lo sguardo vuole essere quello di un bambino che delle cose dei grandi non ne capisce un granchè, e neanche delle cose dei piccoli.
Di  altri bambini non c’è traccia.

Gerry  Durrel,  nei 5 anni che trascorse a Corfù, ebbe come  amici  insetti, cani, pesci e uccelli, e la sua vera casa fu il mare, il  cielo e la terra.

Le albe erano pallide e traslucide finché non sorgeva il sole, avvolto in un velo di foschia come il bozzolo di un gigantesco baco da seta, che spruzzava su tutta l'isola una delicata lanugine di polvere d'oro.”

Beato lui. 

martedì 22 aprile 2014

La città e i cani: spine.

Spina.
Quando era obbligatoria la leva, le matricole dette spine si dovevano stare, secondo la legge del “chi è più grande (in grado, o in esperienza)  è masto  e vatte”. 

Vargas Llosa, la città e i cani
Nel romanzo di Vargas  LLosa  i cani sono le spine, i cadetti del primo anno della scuola militare Leoncio Prado.  La città  è Lima, ambito sogno dei consegnati a cui è preclusa la libera uscita (e basta arrivare ultimi all’adunata), ma in modo più ampio la città -   o meglio gli ambienti sociali esterni alla scuola – è/sono l“altrove” da cui provengono e a cui ritornano i cadetti, una  variabile che incide in modo indelebile sul loro destino. 
Essere montanaro, ad esempio,  è già un discrimine, un marchio. 
L’altrove, e l’adolescenza, si perdono nelle ferree regole del collegio e nelle sue infrazioni.
Infrangere le regole  diventa un obbligo per i cadetti,  così come strafottersene delle regole della civile convivenza, per applicare quelle del branco, del machismo e del nonnismo. 

[ho pensato a latere ai fischi durante il giuramento, nel 2009, verso le donne ammesse per la prima volta alla Nunziatella: non perchè donne, ma in quanto il loro ingresso determinò la decisione di punire con rigidità gli atti "goliardici". 
E mi sono sempre chiesta quanto ci sia di "goliardico" nel fare una doccia d'acqua gelata a un poveraccio che dorme in branda, giusto per fare un esempio. 
Quanto sottile è il filo che separa  goliardia e nonnismo?)

Furti, violenze, sopraffazioni,  e soprattutto omertà:  il collegio militare è un vero inferno, soprattutto per chi è fatto di pasta buona.
Essere un grande bastardone  è un vantaggio stratosferico. 
Essere un timido, un riservato, un refrattario alla violenza e al codice omertoso  è uno svantaggio che si può  pagare  con la morte. 
Essere un poeta,  ma abbastanza sfaccimmuso  ed estroverso da piegare a proprio vantaggio la propria abilità può da un lato salvare, dall’altro porre in condizione di farsi troppe domande, e  di sentire, al fine, il peso gigante dell’ingiustizia.
Essere un militare troppo ligio alle regolamento che deve essere anch’esso piegato alle esigenze del prestigio e del decoro e dell’onore anche a svantaggio della giustizia, può causare infiniti danni, e i militari, è cosa nota,  in America Latina (e non solo) hanno fatto  il brutto e anche il cattivo tempo e ben ci tengono, fino a che possono,  a tenere nascosti dentro gli armadi tutti gli scheletri e i cadaveri.

Il romanzo di Vargas LLosa,  molto interessante anche dal punto di vista  stilistico, perché  si susseguono voci narranti diverse anche nella forma del discorso diretto libero, conferendo alla storia una poliedricità di prospettive, è da un lato una denuncia spietata della “mentalità militare” e della scuola che lui stesso fu costretto a frequentare su obbligo del padre, e dall’altro una dolente rappresentazione dell’adolescenza strappata,  un romanzo di formazione  dove solo i più forti, o i più furbi, o quelli che  riescono  a scendere  a compromessi,  possono sopravvivere uscendone quasi indenni. 

E passata la bufera, conquistato l'agognato diploma, meglio dimenticare, innamorate comprese.

"Come poteva avere una fiducia cieca nelle autorità, dopo ciò che era successo? Forse la cosa migliore sarebbe stata quella di comportarsi come facevano tutti. Senza dubbio, il capitano Garrido aveva ragione: i regolamenti devono essere interpretati razionalmente, bisogna pensare soprattutto alla propria sicurezza, al proprio avvenire."

domenica 30 marzo 2014

Body Art


Pensavo di esserne fuori, e invece ancora mi capita di farmi fare fessa dal titolo (e talvolta ancora dalla copertina). 
Body art. Mi ero prefigurata dipinti o tatuaggi su ogni centimetro quadrato di pelle, uomini uccello e donne foresta, organi interni esposti ed esplosi sulla superfice dell’epidermide, ma anche percing, stiracchiature, cavicchi infilati in ogni dove,  contorsioni capaci di piegare e flettere pure le ossa sfidando le leggi di natura. 
Il pensiero non era completamente fuori luogo, dato che fortemente  mi erano  rimasti  impressi Moonman e i writers,  in Underworld, e  De Lillo ne parlava molto prima che la street art diventasse  fashion. 


Invece no. 
Ci sono un uomo e una donna (e un ectoplasma, più varie comparse). 
Lauren è un’artista (?) che usa il corpo per fare delle performance, Ray è uno scrittore  morituro. 
Gesti lenti, lentissimi, nella loro ultima mattina insieme. 
DeLillo Don - Body Art
“Perché mai la morte di una persona amata non dovrebbe portarti a una oscena rovina? Non sai amare le persone che ami fino a quando non scompaiono all’improvviso. “
Lauren  rielabora il lutto costringendo il corpo e la voce [e prima ancora la mente che produce il fantomatico omino, Mr. Tuttle], a riempire la casa di cloni di sé e  del suo uomo scomparso, attraverso la registrazione, la ripetizione e iterazione delle frasi pronunciate  l’ultima mattina – pulisco io - , delle loro frasi banali, e portando fuori, in una performance camaleontica, il suo dolore. 
“- Forse l’idea è quella di considerare il tempo in modo diverso – dice lei dopo un po’. – Fermarlo, o prolungarlo, o spalancarlo. Fare una natura morta che sia viva, non dipinta.

Tentativo vano.

La performance di  Hartke comincia con una vecchissima donna giapponese al centro di un palcoscenico vuoti, che si produce nei gesti stilizzati del teatro No, e finisce settantacinque minuti dopo con un uomo nudo, emaciato e afasico, che tenta disperatamente di dirci qualcosa.

Ecco, a me questo libro  è sembrato un uomo,  neanche nudo, forse  emaciato e “in un certo senso”  afasico,  che tenta disperatamente di dire qualcosa, ma  ha ben poco da dire, e annaspa impietosamente. 

mercoledì 26 marzo 2014

I fratelli Singer e i fratelli Ashkenazi

Chissà se il rabbino Pinchas Mendl Zinge aveva “pre-visto” il destino per i suoi figli: il primogenito Israel Joshua  zapperà la terra, rimuoverà le zolle, getterà i semi, ma quando le piantine spunteranno sarà suo fratello  Isaac Bashevis  a raccoglierne i frutti, e il premio Nobel, e  Isaac  sarà pure il primo a comparire quando si digiterà  la stringa “Singer scrittore” in  un motore di ricerca nel web.  
Che strana storia curiosa, questa dei fratelli Singer (chissà quanto del carattere dei fratelli Ashkenazi corrisponde al carattere dei due Singer)
Entrambi scrivono di saghe familiari, famiglie ebree  sfilacciate dai moti della Storia.
I fratelli Ashkenazi (1936) e La famiglia Karnowski (1943) sono di Israel.  
La famiglia Moskat (1950), è di Isaac, il premio Nobel per la letteratura, che lo ha ricevuto con questa motivazione: 

per la sua veemente arte narrativa che, radicata nella tradizione culturale ebraico-polacca, fa rivivere la condizione umana universale"

Queste stesse parole  calzano a pennello anche al romanzo di Israel, I fratelli Ashkenazi, anticipatore di un modus narrandi e  per certi versi davvero profetico riguardo la   nube oscurissima che si stava per abbattere sul mondo ebraico.
(destini)

Il romanzo comincia con un esodo: colonne di  tedeschi che si trasferiscono ad est, in Polonia, perché la Germania non poteva più soddisfare tante bocche. 
E la Polonia, territorio frantumato, conteso, diviso, prosciugato, su cui tutto ciò che si costruisce sembra destinato a non durare, è lo scenario dove si svolge prevalentemente il racconto, che si snoda nell’arco di una sessantina d’anni, tra la seconda metà del 1800 e il primo ventennio del secolo nuovo. 
E' un  momento di passaggio, di transizione, di trasformazione, di mutamento (un esodo in senso lato) che  coinvolge non solo la comunità di ebrei chassidici di Lodz, la città di Abraham Hirsh Ashkenazi e dei suoi figli, ma tutta l’Europa: l’industrializzazione, i movimenti operai, i rigurgiti nazionalistici, i denti digrignati dei militari, la folle vuota  frenesia delle classi nobiliari, tutto segna il tracollo del mondo tradizionale sostituito da un vortice di incertezze, di instabilità, di caos. 
E’ del 1936, il romanzo. 
L’odio per gli ebrei è già tutto lì – il pogrom di Leopoli che anticipa quello ancora più tragico degli anni a venire – ma ancora più feroce è  l’arroganza dei potenti,  di qualunque religione e nazionalità.

Anche Max Ashkenazi era stato un potente.
(e arrogante) 
In modo diverso da suo padre, pio ebreo (lo studio del Talmud e la santificazione delle feste prima di tutto), in modo diverso da suo fratello, guadente e fortunato e generoso fin nel midollo. 
Max, ovvero Simcha Meyer, “un gran bugiardo, compra a poco e vende a molto”,  una mente votata al  guadagno, un purissimo capitalista, senza scrupoli di ordine  morale,  aveva totalmente rinnegato la cultura dei padri per abbracciare l’etica del profitto, ma alla fine viene travolto anche lui dall’onda cieca del destino.  
 “Polvere eri e in polvere sei tornato, e tutto ciò ch’è in te è polvere” 
La parabola di Simcha e degli Ashkenazi è la parabola di un mondo intero.

Tuttavia, più che le vicende della famiglia Ashkenazi, a me hanno fatto palpitare le vicissitudini dei sognatori puri di cuore, di Tevyeh e di sua figlia Bashke, e di Nissan sopra tutti,  una vita votata alla emancipazione dal sopruso. 
Dopo anni di prigionia, di lotta clandestina, di sonni perduti, di affanni, Nissan sembra vedere la realizzazione del suo sogno, ed è infine scacciato dalla Duma dai bolscevichi, come un cane…
Pure della sua lotta, completamente diversa da quella di Max/Simcha, resta cenere, polvere e cenere. 

C’è un senso profondo di amarezza in tutto il romanzo, che nonostante la mole corre veloce, perchè appassiona ed emoziona. 
Una bella lettura davvero, che oltre tutto mi  ha  permesso di conoscere molte cose sulla cultura ebraica (eh, manco sapevo che i cudilli che pendono ai lati del viso si chiamano cernecchi, ad esempio), sulla sua “eterogeneità”.

E comunque, pensando anche ai destini delle donne di questo romanzo, protagoniste e comparse – e nonostante la crisi e le incertezze dell’oggi, il domani buio - alla domanda dove  e  quando saresti voluta nascere, se avessi potuto scegliere? continuo a rispondere ancora più convinta “Qui, e ora. Nel mio tempo e nella mia Terra”. 

mercoledì 19 marzo 2014

Tempo di imparare

La storia è una sorta di pretesto, in questo libro sono più interessata allo stile, alle parole”.
Questa non è una frase tratta  dal libro, ma una frase che l’autrice pronuncia in un’ intervista a proposito del romanzo:*
Nulla vi è di più vero. 
Peccato che  la storia  tratti un tema delicato assai, il rapporto tra una madre e suo figlio disabile. 
(Va di moda la disabilità? Mi viene da dire occorre rispetto)
La Parrella de Lo spazio bianco non mi era dispiaciuta. 
Vi era un’attesa, un limbo, un frullo di pensieri che “ragionevolmente”  potevano definire il sentire di una madre abbandonata dal compagno e visceralmente sola a sostenere  il legame con il figlio, nato prematuro,   chiuso in un’incubatrice. 
Il sentire di quest’altra  madre, della madre di Arturo (e Ariel, il suo compagno che avevo in principio immaginato come una figlia maggiore, è solo una quinta, anche se  si deduce che non è assente affatto)  è autocompiaciuto e lezioso. 

Non ci credo che tutti soffrono, anche se lo so. Che il dolore è endogeno e non serve un Handicap per soffrire. Mi riesce difficile pensarlo perché invece io scavo di zappa un solco in questa terra arsa, scavo io, di zappa e di unghe, laccate unghie per tenere lontano il pensiero della morte (che fa giri sulla dentro la mia testa, si avviluppa, si decompone per poi riassestarsi in nuove forme. Loo fermo ancora, l’onda si placa un poco). E su questo fondale che rimane in cui non credo al dolore altrui pur ammettendolo, io scavo un solco profondo, un canyon lungo quanto tutto l’altopiano. Di là forse piove, e foreste si intrecciano a serpeggianti fiumi, di qua solo deserto e caldo, ma che sia chiaro.

Peccato che la Parrella non sia Michele Mari, né Gadda, né i millanta altri autori che fanno del linguaggio cesello, gioco  e soprattutto  significato, senso. 

(E’ Stefano Bartezzaghi a regalare la pagina più bella del libro, l’albero delle parole)




lunedì 17 marzo 2014

Il testamento Disney

Si legge  sulla quarta di copertina: "Paolo Zanotti è scomparso molto prima del suo tempo naturale. Fra i tanti inediti, brilla di una luce potente e gentile – com’era gentile e potente la prosa e la persona del suo autore – questo indescrivibile romanzo d’amore e di formazione, fra le poche vertiginose opere di fantasia che la letteratura dei nostri decenni abbia prodotto." 


La questione dei romanzi pubblicati postumi  mi lascia sempre un poco  interdetta. 
(penso allo scarabocchio di Queneau ripescato tra le carte e trasformato in libricino, Hazard e Fissile, tanto per dire).
Non è  il caso de “Il testamento Disney”, che ha una forma compiuta e organica, anche se non riesco a fare a meno di pensare che forse l’autore avrebbe potuto modificarlo ancora. 
E renderlo magari più ambizioso di quello che è. 
Zanotti era un saggista, sul romanzo e sul romanzesco ne sapeva abbastanza. 
E tanto ne sapeva su Calvino,  sicuramente uno  dei suoi riferimenti Primi.

Protagonista della storia è Paperoga,  alias Simone. 
E’ vicino alla trentennificazione, così come i suoi  amici Eta Beta, Gastone, Paperetta e  Pluto.  
(i trenta anni sono la soglia del cataclima)
Sono tutti  squattrinati, scumbinati, sognatori, e isolati. 
(disadattati)
Costituiscono un gruppo, un Club,  anzi, forse sarebbe meglio dire una setta, che vive lo spazio e il tempo  secondo dei  parametri totalmente surreali e bizzarri, e conserva i pensieri  - nulla di soggettivo, asseriscono - sul Quaderno del futuro montaggio. 
Pensieri così: 

Dal Quaderno per il futuro montaggio:

Serialità. E’ stato un attimo, come un’illuminazione. Paperoga, inesorabilmente lagnoso, ha chiesto: “Perché non riusciamo ad andarcene da Genova?” “Perché la location costerebbe troppo”. ha risposto pronto Eta Beta. A questo punto come non capire che il Club è un serial? E’ l’unico modo per spiegare tutto. Domanda: perché Zenobia è scomparsa? Risposta: perché l’attrice che l’interpreta era scappata con Kabir Bedi. D.: Perché Paperoga non ingrassa mai? R.: per contratto. D.: come fa Eta Beta a non dormire? R.: lo fa quando non lo riprendono. E così via: Paperetta l’hanno fatta andare a Milano perché l’attrice era incinta: Pluto lo recita un uomo perché con un cane era troppo difficile. Eureka!

Vivono in una stunt-town, in una città controfigura della Genova che è lo sfondo reale in cui si ambienta il romanzo. 
Il club attribuisce i nomi dei personaggio Disney a chiunque gli si pari dinanzi: una stunt-town popolata di qui quo qua, di basettoni, di gambadilegno, di papere e topastri.
L’ignoto – il mondo esterno -  ridotto e ricondotto al vocabolario dei miti d’infanzia. 
[e che piacere ritrovare Gualtiero, il raffreddore personale, comparso solo una volta in una indimenticabile storia di Paperino!]
I membri del Club Disney vivono in  un’isola che non c’è - la loro stunt-town - , e in fondo sono tutti dei peter pan, che traccheggiano per non affrontare la realtà.

“Qual è la realtà? Cos’è la realtà?” 
Eta Beta, il guru del gruppo, aspetta il gangarone, Pflip, e si accontenta di Pluto. 
Sarebbe molto più facile orientarsi nel mondo se ci fosse il gangarone,  che è capace di prevedere i pericoli e di accorgersi delle menzogne con il semplice fiuto.
Si potrebbe allora senza fatica districarsi nel mare untuoso delle leggende metropolitane, delle notizie riportate dai giornali , degli eldorado sommersi, delle apparizioni di Anna. 
Si potrebbe crescere senza fatica e senza inganno. 
Si potrebbe cogliere la vera natura di Ciccio.
Si potrebbe capire che fine ha fatto Anna. 
Anna è l’oggetto della ricerca  di Paperoga,  una Zazà amata di un amore adolescenziale, sparita nel nulla, ricomparsa nelle vesti di una zingara che ruba un bambino al supermercato . 
(ancora sulle leggende metropolitane)

Ma chi è veramente Anna? 
Non so ancora se sia veramente successo, né come sia potuto succedere, ma forse Anna è stata solo la prima di noi a passare dall’altra parte, a trovare la porta, a interrompere il proprio invecchiamento, a scegliere il mondo seriale dei fumetti dove niente si consuma: la candela la casa la bottiglia di latte. E probabilmente non manca nemmeno molto al momento in cui me la troverò davanti che mi fissa con occhi grandi e stellati da eroina di cartone giapponese. E, forse, sarà anche il momenti in cui mi chiederà di scegliere – io che mi ero sempre illuso di camminare sul confine – tra il mondo degli uomini e il suo.
Il club l’ha nomata Zenobia. 
Zenobia appare poche volte nei fumetti Disney: regina di uno staterello africano, trattiene un ambiguo rapporto sentimentale con Pippo. 
Perché Zenobia, mi sono chiesta. E mi sono chiesta se Zenobia fosse davvero l’amore perduto, o nascondesse altro.

E mi è tornata in mente  una de Le città invisibili di Calvino: 

… è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città , ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”

E’ dal giardino misura-del-mondo, dal club, dallo straripamento del fantastico che conteneva la sua eterna giovinezza  che Paperoga si allontana, finendo sotto i ponti,  nella enorme discarica e nel cimitero di Staglieno, dentro gli incubi cattivi e dentro la realtà che  è ancora  più cattiva. 
Ma se in Bambini Bonsai, il primo romanzo di Zanotti, il fantastico e  il romanzesco, i bambini che  “s’inventano dei riti attraverso gli sconvolgimenti” – come dice l’autore in un’intervista* - , sono al servizio di un’elegia dolce e malinconica del potere dell’immaginazione e del mondo dell’infanzia destinato a finire, in questo romanzo postumo il fantasioso suona di artificio, il gioco intellettualistico è fin troppo scoperto, il virtuosismo dell’invenzione  fine a se stesso. 

Bella letteratura  che spiazza, ma non  sedimenta né scalda.

(e neanche fa volare via sulle ali della leggerezza, della briosità, del sogno incantato)






mercoledì 5 marzo 2014

La fine non è nota.

Da altri luoghi si soffia sul fuoco che non ha avuto manco il tempo di diventare  cenere  assopita.
Chi era Goeffrey Holiday Hall, l'autore del libro "La fine è nota", la cui identità mi ha intrippato il cervello?


C’è chi dice di sapere chi si nasconde dietro lo pseudonimo di G. H. H.
G. dice che è lui, non c’è alcuno pseudonimo.
(ma chi sia stato, dove abbia abitato, che lavoro abbia fatto per vivere, etc etc, comunque resta un mistero)
L.  sostiene che “è scritto sotto pseudonimo da mia zia Mariuccia di cui solo io conosco il nome” (ma L. è uno sfuttitore).
Altri dicono che sia Faulkner (Faulkner? Forse per Jessie la Matta, e le colpe dei padri che ricadono sui figli, e la gente delle montagne, ma mi pare più probabile l’ipotesi che sia zia Mariuccia)
D. sostiene che sia Nabokov, la cui confessione autografa sarebbe apposta su copia della  prima edizione  in possesso di un libraio inglese.
(urgono esame grafologico, ed esame del palloncino  al suddetto Nabokov al fine di verificare il livello etilico)

V. invece rimanda palla a questo sito:


Insomma, il ragionamento fila ma fino ad un certo punto.
La foto è autentica, ma davvero è la foto di qualcuno che vuole a tutti i costi mantenere l'anonimato?
Ah, bei tempi quelli in cui il nome e non la faccia ti connotava!
(aspè, fammi vedere la foto e ti dico se 'o saccio)
Oppure è un tiziolaqualunque, appiccicato lì, che lo sapesse o meno, cosa importa, magari un immigrato  proveniente dall'est Europa, che non spiaccicava manco una K di inglese, che non avrebbe potuto rivendicare il proprio diritto all'immagine manco se l'avesse voluto, altri tempi, quelli. 
Risalire al fotografo, Gene Moore, per carpire informazioni, pure mi pare una cosa complicata assai.
(I morti non parlano. E anche se non fosse morto, insomma)
E la nota biografica potrebbe essere benissimo un insieme di notiziole fuorvianti e menzognere. 

Dunque, altro che pezzi del mosaico. Si è sempre al punto di partenza. 
Boh. 
E l'intrippo continua. 




martedì 4 marzo 2014

La fine è nota. (ma non sempre)

La fine è nota è un romanzo del 1949. 
Il suo autore, tale Geoffrey Holiday Hall, non esiste. 
E’ lo pseudonimo di un ignoto. 
Dunque è come se non esistesse, perché non si sa nulla di  chi si celi dietro questo nome.
E' una faccenda strana che mi intriga assaissimo perché è a tema con il libro. 

Il protagonista, il signor Paulton, tornando a casa trova un cadavere sfracellato sotto casa sua. 
E’ morto cadendo dalla sua finestra, mentre in casa era la moglie, la bella e giovane Margo, che riferisce al tenente Wilson di averlo fatto accomodare in quanto desiderava parlare con il coniuge: una richiesta urgente di aiuto. 
Paulton non conosce l’uomo, identificato poi come Roy Kearney. 
Un disertore, e come tale finito in carcere per 5 anni. 
E prima?
Diventa per lui un tarlo, un rovello: cosa gli avrebbe voluto chiedere? Che tipo di aiuto, perché?
Chi era Roy Kearney?  
Per Paulton diventa un’ ossessione cercare di ricostruire il suo passato, comporre i pezzi della sua esistenza per capire il motivo della sua fine, per comprendere  il principio della sua fine.

Chi sei, infine? L’uomo insignificante visto da Margo, il vagabondo senza pace di Jessie Dermond o il disperato animale in gabbia di Holtsinger? Qual è il tuo vero essere?

Paulton e Kearney non hanno nulla in comune, tranne…. E cazz, non si può dire.

Ritmo serrato, belle caratterizzazioni dei personaggi (Cervello sopra tutti), e una corsa avviluppante a scoprire i perché. 
E’ solo alle ultime pagine che si scioglie il busillis.  
Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la sua fine è nota”. 
Oppure, basterebbe dare peso a cose che sembrano insignificanti. 
Niente è davvero insignificante. 
Nessuno lo è. 
[Come è difficile intuire la vera natura delle persone che ci circondano.] 

Sciascia nella postfazione all’edizione del 1989, definisce la vera identità di G. Holiday Hall “un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere”.[Chi sei, G. Holiday Hall?]
Potrebbe anche esservi una donna,  dietro questo pseudonimo. 
In questo caso, potrebbe aver voluto togliersi dei sassolini dalle scarpe. 
Oppure  potrebbe essere Alfred Hitchoch in pirsona pirsonalmente, a cui non so perché, il libro, costruito in modo “cinematografico”, mi ha rimandato.
La  fine nota è il suo romanzo,  e mannaggia la miseria, quanto sarebbe divertente conoscere il principio  e la sua fine. 
Se fossi uno storico della letteratura, un critico, un intellettuale, me ne farei un’ossessione.






e poichè le ossessioni sono cose serie, continuo qui: la fine non è nota

venerdì 28 febbraio 2014

Scritti corsari.

Ho commesso di sicuro un errore, a leggere Scritti corsari come se fosse un romanzo.
Avrei dovuto spiluccare qualche pagina ogni tanto -  gli scritti sono composti prevalentemente da articoli pubblicati su giornali e riviste  tra il 1973 e il 1975, qualcuno è inedito  -   per ricordare quanta preveggenza aveva già avuto nel delineare il  mostro culturale di cui siamo prigionieri , l’edonismo permissivista, attraverso il quale il capitalismo più spinto recluta masse di schiavi/consumatori, attraverso cui modella comportamenti sociali sempre più omologati e omologanti, attraverso cui cancella la creatività e la diversità .
Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza.

Il Pasolini critico verso il consumismo lo conoscevo  e lo apprezzavo già.
[E le tirate contro  la televisione! Chissà cosa penserebbe ora dell’internet, della RETE,  che pretende di  costituirsi come  base rappresentativa del  popolo intero  - basta fare clic/mipiace e ha deciso la base. E la mia nonna, se fosse ancora viva, ma anche i miei genitori, di quelli che si fa, li si butta o clicco io per loro? E se io non voglio stare nella rete?
E le tirate contro  la Chiesa! Chissà che direbbe del papa argentino, che  a me pare la scopa nuova, ma sempre scopa, mica martello]   

Un innamoramento, la lettura dei primi articoli.
Però,  quando un’idea- concetto-illuminazione viene ripetuta centomila volte, alla lunga si dice pure  uffàààà - anche perché va bene l’analisi, e poi? Cosa si può fare? 
Il mondo contadino prenazionale e preindustriale  che  Pasolini rimpiangeva non può esistere più, con tutta la buona volontà è proprio impossibile che  possa ritornare.
Un piccolo elemento di disturbo nella lettura consecutiva degli Scritti corsari è l’impianto polemico di molti articoli scritti in risposta a critiche o asserzioni di altri intellettuali (di cui, eccezione fatta per Eco, Calvino, Moravia, non ho mai sentito parlare). 
Mi sarebbe piaciuto poter leggere interamente ciò contro cui reagisce il Pasolini. 
Così invece è un dialogo senza controcanto, da cui tuttavia si evince una “severità” di giudizio, una sorta di intransigenza oserei dire ossessiva . 

Quello che però mi ha maggiormente toccato, è stato scoprire, oltre al “Io so. Ma non ho le prove” da cui ha preso spunto Saviano per il suo “Io so e ho le prove”,   che Pasolini era antiabortista. 
Dall’innamoramento sono passata al disincanto. 
Vero che la sua posizione è legata ad una più complessa e articolata riflessione sulla sessualità in generale, sul rapporto tra sessualità e potere,  sul  finto permissivismo che mentre da un lato  fa in modo che   “l’amore eterosessuale –talmente consentito da diventare coatto – è divenuto una sorta di “erotomania sociale” (e basta guardare le undicenni che posano su feisbuc per rendersi conto dell’orrore) , dall’altro  si irrigidisce verso le “minoranze sessuali”. (basta pensare a  Putin e alla Russia, insomma). 

Però è anche vero, ritornando alla questione dell’aborto, che la riflessione di Pasolini  si concretizza in queste parole: 

L’aborto è una colpa”  (ripetuto più volte)

L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe   più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli.

Ecco, qui davvero sono io a  scandalizzarmi. 
Chiaro, un miliardo di volte meglio prevenire, come lo stesso Pasolini precisa, e ci mancherebbe, l’informazione sulla contraccezione è prioritaria e fondamentale,  come la considerazione delle pratiche acoitali, tuttavia.
Nel Pasolini pensiero è completamente assente  - come nota la sua amica Laura Betti – la donna.
Assente il corpo della donna, assente il dramma della donna.
Assente la riflessione sui motivi per cui le donne ricorrono  all’aborto. 
Perché,  nonostante tutti i blateramenti, l’aborto è una cosa che riguarda le donne,  contenitori vivi e pulsanti, non caccavelle. 

La mia opinione, nel caso specifico, è che considero l’”aborto” una colpa. Ma non moralmente, questo non può essere nemmeno discusso. Moralmente non condanno nessuna donna che ricorra all’aborto, e nessun uomo che sia d’accordo su questo. Ne faccio e ne ho fatto una questione non morale ma giuridica.

E dunque, mi chiedo?

Davvero  abortire in ospedale, sotto controllo medico, è solo un modo per godere di una sessualità libera? 
L’aborto è sempre un momento difficile, difficilissimo per le donne. (sono quasi sempre sole, altro che coppia, altro che sticazzi)
E’ una scelta estrema e mai presa alla leggera, per nessuna è come eliminare un ascesso dentale o ripulire un’unghia incarnita. 
L’aborto non è un’invenzione della modernità. 
Le mammane coi ferri da calza e cucchiai  sono figure tipiche della società contadina preindustriale.
(quella di cui aveva tanta nostalgia)
E le donne di aborto morivano. 
Che continuino a morire di cucchiaio, allora. 
No no no, non mi convincono affatto le motivazioni di Pasolini, eh.
E meno male che dà ragione a Moravia, il quale “ha detto che il fondo dei miei argomenti è paolino: cioè in me, come in San Paolo, c’è l’inconscia pretesa della castità da parte della donna.
Sarebbe stato meglio per me non fare questa scoperta. 
Meglio forse che mi concentri su un’altra piccola scoperta, quella dello scrittore Giovanni Comisso e del suo libro “I due compagni”, di cui Pasolini scrive un magnifico invito alla lettura.



giovedì 20 febbraio 2014

Barbari(e)

Non si può fare a meno di  associare Aspettando i barbari al libro di Buzzati, Il deserto dei tartari
Si richiamano i paesaggi, la fortezza, il ruolo dei protagonisti. 
Entrambi i libri sono ambientati in un luogo  di confine:  una cittadella fortificata all’estremo margine dell’Impero, anche all’estremo margine dell’ecumene, che tra la città e le montagne dove vivono i barbari c’è un deserto,  e  la fortezza Bastiani, simile avamposto. 
Il magistrato protagonista del libro di Coetzee   e il sottotenente Drogo sono  entrambi tesi ad aspettare qualcosa:  il processo,  il nemico, la giustizia, un senso
… come uno che ha perso la strada tanto tempo fa, ma continua per una via che forse non lo porterà da nessuna parte.
Per  scovare altre similitudini dovrei rileggere Buzzati, i cui echi giungono dal pleistocene. 

Tuttavia. 
Nel corso della lettura l’asse delle somiglianze si è alquanto spostato. 
Un romanzo politico, più che  esistenzialista, questo di Cootzee, a partire dal legame  tra la donna barbara e il magistrato.
Non un vero   svelamento dell’intimità del protagonista,  quanto piuttosto un  “episodio” che ha  un  traslato  “antropologico”:

E poi, se devo dire la verità, il piacere che ho trovato in lei, quello di cui ancora rimane traccia sensibile nel palmo della mia mano, non arriva in profondità. Il cuore non ha un sussulto, il sangue non mi pulsa con più violenza nelle vene, se la sua mano mi sfiora. Non sto con lei per il rapimento dei sensi che mi promette o mi produce, ma per ragioni diverse che continuano a sfuggirmi, come sempre. “ 

Anzi, non riesce neanche a guardarla, a fissare i suoi tratti nella memoria. 
Con  grande fatica, una volta  riesce  a evidenziarne la bruttezza. 
E’ davvero così priva di fisionomia? Con uno sforzo mi concentro su di lei. Vedo una figura con un cappuccio e un pesante cappotto sformato che si regge in piedi, a malapena, curva in avanti, con le gambe storte, appoggiata a dei bastoni. Che brutta, mi dico. La mia bocca articola la parola brutta. Sono sorpreso io stesso, ma non resisto: è brutta, brutta." 

E’ l’atto della lavanda dei piedi,  in cui il più grande si fa servo dei servi, ciò che cerca di compiere con insuccesso il magistrato sulla donna barbara, a cui unge e massaggia i piedi e le gambe martoriate dagli aguzzini.
La lava e la riempie di tenerezze, ma non riesce ad amarla.
(quanta fatica a vedere davvero il diverso da noi, ad entrarci in sintonia, nonostante la pietà, la compassione, la richiesta muta di perdonare l’odio)

Se ne Il Deserto dei tartari perno di ogni cosa  è l’attesa,   in Aspettando i barbari non c’è nulla da attendere. 
E’ tutto qui ed  ora. 
Il magistrato prima che giungesse la Terza Divisione a mettere i puntini sulle i e gli aghi incandescenti negli occhi del nemico, si dilettava  negli scavi archeologici: sotto la sabbia,  da chissà quanto tempo, le vestigia di civiltà passate e sepolte e dimenticate. 
Quanto spreco nel voler difendere i confini dell’Impero!
Chi sono i barbari di cui aver paura, i barbari da combattere a tutti i costi, da respingere sempre più lontano, oltre gli spazi ecumenici? 
Chi sono i barbari? Sono davvero gli uomini che armati di frecce e archi minano le fondamenta della civiltà e dell’Impero che di essa si fa portavoce?
E’ dai barbari che ci si deve difendere? 
O la barbarie è la civiltà stessa, che vive di sospetti, di pregiudizio, di inganno, di ingiustizie, di sopraffazioni?
E lentamente, dalla fortezza Bastiani  sono arrivata ad  un'altra fortezza.
Abu Ghraib.

Fernando Botero


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3089






domenica 16 febbraio 2014

Gli ultimi giorni

Eh, cara lei, ma ha saputo poi cosa è accaduto a? 
Noooo, ma davvero? La stessa fine di quell’altro!!
Era scritto nel destino, ci avrei scommesso come su un cavallo, che così sarebbe andata. 
E signora mia, ha visto più l’inquilino del quarto piano? 
Uno nuovo? Ahh,  lo stesso dannato vizio di scotoliare la tovaglia dal balcone, e mannaggia, cambiano i cognomi, ma tant’è,  zuzzuso l’uno e zuzzuso l’altro. 
Tonino, Tonino, quello del civico 34, gioca sempre a biliardo? Marò, che mi andate raccontando, si è scumbinata la compagnia e mò  overamente al biliardo ci stanno sempre e solo i quattro dell’avemaria, quegli studenti scumbinati e sfaccendati! 
E del cognato della sorella  dell’amico del rappresentante di Folletti, che mi dite?
Uhhhhh, è muort! E chi se l’immaginava, nu così bell’omm!

Il Quartiere Latino a Parigi, Le Havre, il condominio dove abito io.
Certamente  i personaggi queneauniani sono  letterariamente più interessanti dei miei vicini di casa, delle persone che mi è capitato in modo insolito e imprevisto di incrociare (ma anche no, la signora M. !) e penso alle pippe mentali dello studente della Sorbona Tuquedenne 

“Certo, nessuna di quelle cose aveva in se stessa la propria ragione di essere, e tutte, immerse nel divenire, erano destinate a perire. Che cos’era la loro realtà? Non dipendeva essa da una cosa diversa da loro stesse? Dov’era allora la loro realtà? Cos’era che costituiva la loro realtà? Era l’Essere? Era l’Uno? Se l’Essere costituiva la realtà delle cose, perché allora quelle cose non erano? Forse perché non è essere ciò che è destinato a non-essere-più? E se era l’Uno, perché allora esse erano molteplici? Perché allora c’erano delle cose? Perché allora dovevano perire? (…) Come salvarle? Già, come salvare le cose? Come strappare le cose al nulla? Come liberarle dall’Essere? Come dare al particolare la propria ragione d’essere in se stesso? Come dare all’istante sia il divenire, sia l’eternità?"

al  vecchio professore di geografia che non ha mai viaggiato e si consuma nel rammarico per aver insegnato ciò che non ha mai visto e conosciuto, al barista filo(sofo) Alfred “sistemista” della vita.

Tuttavia, a finale, chi fa e chi non fa,  chi vale e chi non vale niente, chi tiene un miliardo e mezzo di amici e di femmine e chi si mette scuorno di andare al bordello ma poi ci va,   chi si consuma nei sensi di colpa e  chi si crogiola nell’accidia e  chi si lancia a precipizio nell’iperattivismo,  per tutti, per tutti quelli che si incrociano e   chiacchierano mentre continua  il viaggio, (e in ogni luogo e tempo) ci sta un solo punto d’arrivo. 

“Passano i giorni e passano anche le notti, e gli anni e le stagioni, e si potrebbe credere che tutto continuerà a girare così per sempre, come continuano i clienti a venire a prendere il cappuccino o l’aperitivo quotidiano, ma verrà il momento che non ci saranno più stagioni né anni, e tanto meno giorni e notti, che i pianeti avranno completato le loro rivoluzioni, che i fenomeni non avranno più periodi, che tutto smetterà di esistere. L’intero universo svanirà, avendo compiuto il suo destino, come qui e ora si compie il destino degli uomini.”

Grazie assai per la rivelazione. 
Mò solo perché è Raimondo, insomma.
Anche Raimondo è stato giovane e acerbo.
(però je l'aime anche così)


mercoledì 5 febbraio 2014

Alberi erranti e naufraghi

Tre famiglie, gli Arca, i Nonne e i Branca,  intrecciano le loro storie in una Sardegna che conserva nomi di città, Arbatax, Lanusei, ma che si trasfigura nei boschi, in un tempo che sembra il presente ma che ha retaggi antichi che vengono tratteggiati da doveri, da codici di comportamento dal sapore preindustriale.


E’ un racconto in cui assente è la “società”: non c’è sfondo, se non picchiettato da brevissimi tratti
evanescenti – un ufficio postale, una piazza cittadina, un negozio di merceria -  e anche l’ambiente naturale è in qualche modo “astratto”:  un mare d’inverno al quale si arriva dopo  lunghi giorni di camminata nei boschi, un luogo segreto  dove nascosti dalla selva vivono  bambini orfani ed erranti radunati in banda.

Il fuoco è tutto dentro le caratteristiche dei protagonisti:  hanno poco di realistico, sembrano quasi  personaggi di una fiaba, rigidamente rinchiusi nel proprio ruolo.
Surreale e poetico, il principe/semola che salva la fanciulla dalle fauci dell’orco, è Giuliano Arca, che  lega una sedia sulla schiena e per anni gira l’Ogliastra, boschi e paeselli, alla ricerca di suo padre,  e surreale è anche Maddalena Branca, personaggio “cerniera”, che crede di innamorarsi di un tarpatore di ali e di sentimenti.
Grottesco è  Edoardo Branca, la cui moglie adorata e adorante è volata come fogliolina ingoiata dai cattivi pensieri,  rigidamente ottuso  e cattivo è Michelangelo Nonne, come lo è suo padre Sebastiano.
Cogli l’attimo felice, che del doman non c’è certezza, e  scappa, mettiti in cammino come fanno gli aranci in inverno, e fuggi da chi vuol farti diventare ramo stecchito.
Questa sembra la morale della favola ecologica – i buoni tessono legami con animali, piante, giardini, pioggia e vento -  di Albero Capitta.

Però c’è qualcosa che non mi convince, in questo romanzo.  
E’ diseguale,  non inteso solo come qualcosa che ha alti e bassi, che ha momenti di picco e altri di caduta.
L’impressione è quella di un mosaico che nell’insieme non ha tenuta.
I singoli frammenti, le singole tessere del mosaico hanno una certa originalità, ma l’immagine rappresentata dall’insieme è piatta, e  risaltano troppo le crepe e le smagliature dovute ad una cattiva coesione delle tesserine.
Qualche frammento però è davvero bello.
(Un bell’esercizio di stile.)   


E’ l’inverno che cammina sopra di lui. Alza gli occhi e ne vede la pianta dei piedi, l’inverno della città. (…) Poi la sera si apre e diviene azzurra di stelle che cadono lungo tutto il nevicato. Altre luci, di villaggi, di fioriture invernali, lo circondano; nel corso della camminata un ramo gli ha sferzato una guancia, solo ora ne percepisce il dolore. Un piccolo rosso gli si è disegnato sul volto. Un poco di calore sulla pelle assiderata, una ferita fresca su quel corpo già segnato. Sul viso di Giuliano è apparsa la scomparsa di suo padre.” 


domenica 19 gennaio 2014

Il messia

Gli italiani, un popolo di poeti di artisti di eroi  di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori.
Una boiata, ho sempre pensato (e l’ho scoperto da poco che tale adulante definizione è l’iscrizione posta sulla facciata del Palazzo della civiltà italiana a Roma, esemplare fulgido dell’architettura fascista e della sua retorica visiva e verbale)  a cui per dare un minimo di completezza  bisognerebbe aggiungere anche “di  pazzi [e di pecore]”. 
La frase mi è venuta in mente leggendo il messia di Ennio Flaiano.
Don Oreste D’Amicis, vanto e lustro del comune di Cappelle di Tavo, in Abruzzo, luogo che gli diede i natali, era un  pazzo, ma in qualche modo un artista,  un eroe,  un pensatore, e forse  un santo.  
Flaiano recupera le notizie biografiche da un opuscolo scritto nel 1890 da un folkorista, Antonio De Nino, citato anche nel racconto, ma  immagina che sia il nipote di Don Oreste, anche lui parroco di paesello, a raccogliere informazioni e a raccontare le gesta del suo consanguineo.
E’ una voce melanconica e ironica, quella del narratore in prima persona, la voce del vecchio parroco:

 “Sono talmente vecchio che, per dirvene una, stamattina tirando i piedi fuori dal letto sono rimasto incantato, non saprei  dirvi per quanto tempo,  a guardare la quercia del mio orto che protende i suoi rami più alti verso l’unica finestra della mia stanza. (…) E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza  di una persona viva. Io sento per questa quercia, che durante settanta due anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e  cupo come le sue foglie e, purtroppo, come i miei rimorsi: una reciproca fiducia senza reticenze.
Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio a  stare coi piedi nudi sul pavimento.

Sembra quasi voler giustificare la consegna ai posteri della figura del suo zio, un pazzo (“Probabilmente oggi Don Oreste verrebbe messo in un manicomio”) ma anche un eroe, in qualche modo, di fronte al quale la sua vita sembra come quella della quercia.

Ma quel che si richiede maggiormente ad un messia è che abbia tempo da perdere; voglio dire, che sia capace di astrarsi dalla sua realtà per servire quella degli altri. E invece io fui abbastanza pavido e non negai la mia realtà.

Il resoconto della vita del messia, che si dipana  su due terzi del volumetto,  è  un pretesto  - con tono garbato, misurato ma sottilmente sarcastico e caustico -,  per  mettere alla berlina  un certo modo di vivere la religione: straordinarie in questo senso sono  le pagine sulla preparazione dei miracoli, o quelle sui consigli impartiti ai discepoli.

In fondo, ha ragione lui, il nipote di Don Oreste, almeno  fino al 1900
Soltanto nelle chiese si poteva soddisfare la disposizione allo spettacolo che l'uomo ha innata.” 
Poi, hai voglia. 
Mica solo televisione.


lunedì 13 gennaio 2014

Bambine bis

In processione, prima è apparso il porte enfant, poi la nonna che lo teneva manco fosse un panaro, poi lei dietro. 
“Professorè, vi ho portato a vedere mia figlia”
Lucia è tornata. *
Cappellino con il fiorellino rosa, tutina rosa, giacchettino rosa, copertina rosa, faccina rosa.
Un batuffolino rosa, la figlia, la nipotiglia. 
Una bambulella.
“Professorè, ho partorito quasi due mesi prima, l’hanno tenuta nell’ospedale un sacco di tempo, pesava  1 chilo e 600 grammi”
Ratto la nonna vicemadre solleva la creatura  addormentata  dal caldo e rosato nido e me la piazza in braccio. 
L’animella si contorce, si inquieta.
“Uh, signora, ma stava dormendo, perché l’ha presa ?”
“E che fa, si deve abituare a tutto.” 
A un mese e 6 giorni, si deve abituare a tutto.
“E’ una bambina bellissima [e lo è davvero], Lucia, proprio una bambolina. Non c’è il pulsante per spegnerla, quando di notte piange?”
“Non piange, dorme” – dice la nonna vicemamma, prima di riprenderla per farle fare il tour des  professeurs.
E’ la figlia di Lucia, che è figlia di sua madre.  
Mi è calata una tristezza infinita bis. 
Non per una sola bambina, stavolta. 



domenica 12 gennaio 2014

Novella degli scacchi ed elogio alla follia

Non ne capisco un cavolo di scacchi. Non ho la più pallida idea di come si muovano i pezzi, di quali siano le mosse da fare, da prevedere, di quali siano le regole del gioco:   eppure la Novella degli scacchi di  Stefan Zweig mi è garbata.
Gli scacchi, il gioco e la sfida,  non sono che una metafora  della visione del mondo di Zweig: sconfitta,  o meglio ancora rinuncia, come quella che lo stesso autore si apprestava a compiere nella vita reale: il suo ultimo racconto prima del suicidio.

La prefazione di  Daniele Del Giudice, da leggere rigorosamente dopo,  mette in evidenza chi si contrappone nelle partite a bordo della nave diretta in America: i "nemici" non sono tanto l’uomo rozzo e con un solo talento, il campione degli scacchi che “monetarizza” la sua unica abilità, simbolo del nuovo modello di umanità che la società del ‘900 impone,  e  il signor B., avvocato , che ha scoperto il gioco degli scacchi  durante la segregazione  ad opera della Gestapo, e lo ha trasformato in un procedimento mentale atto alla sopravvivenza ma destinato a  diventare squilibrio.
I veri “antagonisti”, dice Del Giudice,  sono  Czentovič  e il narratore,  ovvero  la voce e lo sguardo di Zweig,  ancorato  al modello di uomo “aristocratico” dell’800, incapace di  “considerare” l’uomo nuovo, il nuovo cliente, ma  al suo cospetto  irrimediabilmente perdente.

Mano a mano che il pedale della narrazione appoggia su una metafora secca, quasi senza accorgercene scivoliamo da un conflitto a un altro: l’opposizione non riguarda più due manie contrapposte, una naturale e l’altra forzata, né la tragica resistenza spirituale contro il nazismo, bensì il tramonto dell’anima aristocratica, sensibile tormentata costretta a soccombere di fronte a un’intelligenza arrogante, selettiva e perciò “vincente”. E da qui in poi cominciamo a tenere sempre più per Czentovič e un po’ meno per Zweig.

Non ho alcuna particolare (anzi, alcuna senza particolare) ammirazione per chi concentra tutto sull'abilità unica, e ne fa il perno della propria esistenza o dei propri sogni, e penso ad esempio a chi guadagna più dei passeggeri di un vagone della metropolitana messi insieme solo perchè sa menare la palla in una porta.
[Sono  fuori moda senza  alcun appello]
In realtà mano a mano che il pedale ecceteraeccetera,  non ho mai cominciato a tenere per  il contadino russo.
E neanche  per Zweig,  che costringe il signor B. all'abbandono, scuotendolo dal  delirio.

La mia simpatia è tutta per il  signor B.,  al quale mi sarebbe piaciuto dare un’altra possibilità,  al di fuori del gioco e delle regole.
Fuori dal gioco e dalle regole.

La mia Novella degli scacchi è questa.


lunedì 30 dicembre 2013

Tutta n'ata storia.

Il primo concerto vero, enta anni fa, più o meno, forse più.
Al teatro tenda,  sic et sempliciter,  c’era Pinuccio, prima che occorressero gli stadi e piazza del Plebiscito fino a Toledo e oltre.
Il Palapartenope  e Fuorigrotta non sono più come un tempo.
Ma cosa lo è?
Qualcosa migliora invecchiando (non solo il vino), ma  in genere, come diceva la nonna mia, ogni scarpa addiventa scarpone.
(Meno male che ci stavano tanti scarponi,  più scarponi che guagliuncielli, che altrimenti, eh)

Il concerto è preannunciato dal pazzariello.
Un incipit difficilmente esportabile, e non mi dispiace, che le radici, anche se aeree,  non sono acqua.
'O pazzariello lo dice, ci stanno le guests stars, ne prendi tanti al prezzo di uno.
Certo, anche al momento della prevendita, si sapeva che il concerto sarebbe stato Pino Daniele + special guests.
Tante.
Nel calderone ci sono entrati  Clementino (che è davvero nu guaglione checazzo),  Eugenio Bennato, sempre con la stessa espressione sfasteriata di chi ha passato un guaio nero,   Lina Sastri e Teresa de Sio che seppur ottimamente conservate  hanno modificato in pernacchie le voci, Raiz e Osanna, i padri del progressivo, la cantante celtico-napoletana (!!!) Jenny Sorrenti,  il burdellaro  Tullio De Piscopo e il mistico (accussì li ho sempre chiamati in capa mia) Tony Esposito, ‘o vucione di James Senese e il maestro Rino Zurzolo e mò mi sfugge una  paranza di nomi, ma tant’è.
Tre ore di musica, una scaletta che manco mi ricordo più.
Ahh,  la Nuova compagnia di canto popolare, quella  che ha dato inizio, con la Tammurriata nera.
“Eh, però – dice l’amica mia – io volevo sentire il concerto di Pino Daniele”.
Ci sta, ci sta.
Ma.
Mi chiedo se riuscirebbe a tenerlo da solo, un concerto intero.
Mi chiedo se ce la farebbe ancora, a cantare e suonare anche per soltanto mezzora  filata, mentre a uno a uno,  a gruppi, in combinazioni insolite (Tullio De Piscopo e gli A67  fanno scintille) vecchi e nuovi compagni di strada, la carica dei trecento,  tengono da soli il palco, oppure lo accompagnano o si fanno accompagnare nei  pezzi forti.
E non c’è niente da fare,  Pinuccio quando tocca la chitarra è sempre un masto, e  si impone, tra gli strumenti e sulle voci degli altri,  il caldo e roco e profondo e dolente timbro  della sua voce.
Quasi quella di una volta.

Tra tutti i pezzi, alla faccia del rock progressivo, quello da brividi ‘ncuollo, da buco nel lago del cuore, è fatto da voce e  chitarre.
Solo voce e chitarre.
Appocundria.

Una  bella botta.