domenica 1 aprile 2012

Socialcavoli

Mi affeziono ai contenitori.
Conservo per anni, quando mi piacciono, scatole vuote.
Non sposto, una volta fissati idealmente, i mobili dalle pareti e i vasi sulle mensole.
Devo riconoscere lo spazio in cui mi muovo, come quando ero piccola e giocavo (che gioco scemo) ad essere cieca, e ad occhi chiusi mi muovevo evitando spigoli e pilastrini.

La nuova grafica di blogger mi ha spiazzato.
In blogger mi sento (mi sentivo) a casa.
Ciò però non ha mai frenato la curiosità di vedere anche altro.
Assomiglia adesso, con il nuovo look, a wordpress,  se non fosse per il particolare affatto irrilevante che quello parla english.
Tanto per guardarmi attorno, tra i socialcavoli più diffusi, fittai stanza anche lì.
Ci saranno cumuli di ragnatele e polvere.
(ho più case virtuali di pirlusca, tanto che di molte mi sono scurdata pure dove ho messo le chiavi)

L'ultima sperimentazione in fatti di socialcavoli è stataTumblr.
Mi ha turbato  il suo benvenuto.
“Sei fantastico!” al clicca sulla verifica mail.
Mi ha inquietato la prima domanda, fatta da un tumblrBot (arghh, matrix è vivo e lotta con noi!) che mi ha chiesto se sono un robot o un dinosauro.
Avrei voluto rispondere: ahemm.
Non avevo capito la domanda, la verità.
(Sono un dinosauro)
Mi  ha stravolto il primo messaggio: tumblr mi ha salutato scrivendo “Con amore”.
Non sono abituata a tante coccole.
(e comunque. Non mi piace.)

Sì, sono un dinosauro. 
E anche idiosincrasiaca.
Vorrei poter fare dietro front , mannaggia a me che ho cliccato sul link dell'upgrade quando è comparsa la scritta: Blogger is getting a new look in April. Upgrade Now.


giovedì 22 marzo 2012

Marie, Blanche, Jane.

"Ti porto un libro. E' un libro speciale."
Me lo porta, R., il libro. Mai sentito l'autore, mai sentito il titolo.
R. è la donna che vorrei essere tra trent'anni. (come lei)
Non mi lascio mai condizionare dai giudizi altrui, ma lei è come vorrei essere io tra trent'anni, e un pò mi fido.
Lo leggo, "Il libro di Blanche e Marie" di Per Olov Enquist. 
Cosa ci ha trovato di tanto speciale, mi chiedo.
E' un libro non lineare, faticoso.
Attraverso stralci delle pagine del Libro delle domande, invenzione letteraria scritta da una donna che  immagina sia stata assistente di Madame Curie,   ridotta a  torso su un carretto, e attraverso segmenti di ricostruzione storica e iconografica,  intervallati da ricordi personali,  ripetizioni, frasi ellittiche -  Arri! -   Enquist  racconta di  madame  Curie, l’ unica scienziata a ricevere due premi Nobel, donna  algida e infuocata, come il radio estratto dalla pechblenda, e di suo marito, monsieur Curie, e dello scandalo derivato dalla relazione della scienziata con Paul Langevin.  
E di Blanche, e di Jane, e delle suffragette.
Racconta dell'amore, dell'inestricabile legame che ha con la morte, così come il radio, che uccide chi lo maneggia. 
Embè, mi sono detta, capirai (non ci voleva mica Enquist). 
E dunque?
Dunque ho pensato che nel libro gli uomini ci sono ma sono moribondi, o vili, o morti, o timorosi. 
E' un libro di donne.
(se R. fosse nata nell'800, sarebbe stata una suffragetta, di quelle che, per protestare,   si fanno sbattere in prigione  per uscirne in fin di vita, rianimate dalle compagne e poi di nuovo in strada, di nuovo - le autorità giudiziarie non volevano avere le  morte sulle spalle).


Di madame Curie, la storia  ha fissato  l’immagine rigorosa  e algida della scienziata. 


Di Blanche Wittman,  la storia  ha fissato l’immagine del suo corpo abbandonato,   oggetto degli esperimenti  sul trattamento dell’isteria fatti dal dottor Carchot.
 Di Jane Avril la storia  ha fissato  il suo corpo snodato  nei  20 ritratti di Toulouse Lautrec.



Per Olov Enquist,  ne “Il libro di Blanche e Marie”,  racconta un’altra storia. 
Ora non mi importa  quanto ci sia di vero e quanto ci sia di falso, nel romanzo.
E’ un libro femminista, in fondo.
(Ecco cosa ha di speciale, il libro, per R. 
Non l'amore.)
E’ un libro sulla storia dell'emancipazione  della donna e sulla liberazione (dal corpo, dal ruolo).
Affatto indolore. 
“Il breve attimo in cui tutto possibile, Quello è l'attimo dell'amore, scrive Jane, come rimpiango di non poter afferrare quell'attimo in cui tutto è possibile, e fermarmi lì.”

L’asse dell’osservazione si è spostato.

Il genio della chimica e della fisica, fasciato da vestiti neri,  Madame Curie,  era l’amante  di un suo ex allievo, bruciata dalla passione e dalla vergogna (perchè devo vergognarmi di amare?)  



Blanche Wittman  metteva in scena, attrice, nelle sedute pubbliche sull’isteria,  il suo dominio su Charcot.



Jane Avril  era  diventata, dopo la Danza dei folli, alla  Salpêtrière, la farfalla caduta dal cielo, la Libera stella del Cancan, del Moulin Rouge.

Solo per un attimo:
 “come un sogno notturno, il breve attimo del risveglio quando il mistero permane e sembra reale e poi di colpo svanisce”

Sono  la scienziata  e non la donna Marie Curie, Charcot e non Blanche, Toulouse Lautrec e non Jane  ad "essere"  nella storia.

[La storia,  la vita, sono ingiuste]


domenica 18 marzo 2012

Libri di cuore

"Per un giorno intero, nella biblioteca della casa di campagna dei nonni, avevo indugiato nella scelta di un libro (...) Scorrendo con lo sguardo tutte quelle coste mi ero imbattuto in titoli che per ragioni misteriose mi avrebbero ossessionato tutta la vita (titoli orrendi come E adesso, pover'uomo?, Che ve ne sembra dell'America?, Com'era verde la mia vallata), titoli strani, titoli che mi intimorivano ed altri che mi affascinavano, titoli e titoli che sommandosi mi si sottraevano in un glutine impenetrabile intorno al quale l'animo mio si aggirava irresoluto."

Michele Mari - Tu, sanguinosa infanzia

Mi mancano i fondamentali (i prerequisiti) per amare questo libro di Mari che sviscera un' infanzia sanguinolenta e piagata dall'irresoluzione tra montagne di libri, gigantesche biblioteche paterne e nonnesche (puzzle verdini e battaglia all'ultimo sangue tra 8 scrittori )
Il nonno mi insegnò a pazziare a carte.
Asso pigliatutto, poi scopa e infine, gradino avanzato che immetteva direttamente nel mondo  adulto e maschio, la mariaccia e il pizzico.
La nonna avrebbe voluto insegnarmi le iaculatorie, i rosari perpetui di maggio e vespertini di ogni sera: la ricordo sgranare le palline mentre si affaccendava a fare la qualunque - 'o  diavulone, mi chiamava.
(centomila volte meglio il pizzico)
Nella casa natale di libri ce ne erano pochi. Oggetti di arredamento, per lo più.
E c'erano - ci sono ancora - le enciclopedie a fascicoli che papà si ostinava a comprare dall'edicolante, e poi li faceva rilegare, manco fossero tomi antichi: enciclopedia del cane, dell'automobile, del taglio e del cucito, della parapsicologia (?!?), degli animali, e poi i Quindici, comprati apposta per educare la prole (mi ricordo il sì, sì, li vogliamo, ma c'erano i venditori dei Quindici che andavano di casa in casa, come quelli  dell'Avon e della Tapware?), così come  la piccola Garzanti blu, con i vocabolari inglese e francese inclusi.
(Le ricerchine pre era internet, altro che stampa la pagina di wikipedia e porta a scuola, e l'enciclopedia medica, certi capitoli e certe pagine  consumati dalla lettura fatta di nascosto)
Quali Stevenson e Salgari dell'infanzia.
Il primo libro che mi fu regalato, però lo ricordo.
A me il libro, agli altri i giocattoli (rabbia e frustrazione, ohhhhh, infanzia sanguinosa pure la mia)

"Cuore" di Edmondo De Amicis

Formato gigante, era  ingombrantissimo,  aveva la copertina di cartonato rigida ed era riccamente illustrato con  disegni orripilanti.
Già quelli me lo rendevano repellente. 
Erano disegni dalla grafica fumettistica, pochi colori, il rosso e il nero, i nasi enormi con dei riccioloni smisurati  al posto delle narici.
Il libro non esiste materialmente più (e neanche le due Barbie, la Skipper e soprattutto il Ken, vanto assoluto tra le amichette - il maschio lo tenevo solo io)
Chissà.
Forse adesso mi piacerebbero quei disegni, forse adesso potrei addirittura trovarli belli e originali.
Di quella edizione non c'è traccia nel web (quando serve  non serve a un cacchio).

E lo so, la  memoria è ingannevole e fallace sopra ogni cosa.




.

venerdì 9 marzo 2012

Zuppa d'occhi


A volte si va in  luoghi  squallidi e orripilanti solo  perché  celano  un ricordo, un’emozione, un sentimento, un tesoro nascosto.
Come quando si entra dentro il dedalo di strade germinate tra ininterrotte serie di palazzine anomime , dentro la pizzeria dal portoncino in alluminio anodizzato,  dentro la saletta con il tetto in lamiera ondulata, senza finestre, posizionata dietro il forno a legna.
E' lì - ogni volta al pensiero si accompagna l'ipersalivazione - che si magna la più roboante zuppa di cozze  mentalmente  concepibile prima di vederla dal vero (dal vivo).
Uno sperlungone fondo di metallo, in cui oltre al trionfo di cozze e vongole e maruzze e pomodorini (appena appena scottati, gnamm) si ergono una matronesca ranfa di purpo e lo scampo e il gamberone. 
E di sotto, annegati nel sughetto che potrebbe ben condire un chilo di vermicelli, dadi di pane fritto. 
Tutto abbondantemente spolverato da una  vampata di peperoncino (che non smorza il sapore di mare) per smaltire la quale occorre minimo un litrazzo di vino.

Di norma,  si è soliti dividere  la zuppa  (nei ristorantini fifì ne caverebbero una decina di porzioni ), soprattutto per far accomodare nello stomaco anche qualche altro sfizietto (fritturina all’italiana, pizza cotta nel forno a legna divisa in tranci).
Conscia del terribile dramma derivante dalla divisione del gambero e dello scampo,  e forte del fatto che nella saletta,   oltre me e la mia amica,  non c’è anima viva, oso proporre una magnata da sfondamento:  una spasella a capocchia, e vaffancapa  che non fa elegante - leccarsi tutte e cinque le dita poi.
[Quanto sono belle le amiche complici]

Nel mezzo dello strafogamento, spunta una faccia conosciuta .
“Uèèè, ciao, son mille anni che non ci vediamo, che fai qui?”
 “Sono con un’amica,  mangiamo qualcosa insieme “
(e meno male che non stavo con l’amante)
“ Sto facendo fare le pizze, poi le porto a casa  - e mentre strabuzza gli occhi aggiunge -  azz,  una zuppa di cozze intera per una?!??”
Ho mal digerito per  tutta la notte.
(Le cozze e il peperoncino e lo stomaco mio non c’entrano niente.
Valgono più gli occhi che le scoppettate, diceva la nonna mia)

lunedì 5 marzo 2012

...appocundria di chi è sazio e dice che è diuno...


Il “poeta” è giunto con mezz’ora di ritardo.
Si è  subito lamentato dell’attacco di panico, delle gocce non prese, del pranzo a casa di un amico - portatemi  in ospedale è giunta l’ora – mangia che ti passa.
Si informa.
C’è un medico in sala?  C’è. Bene, nell'eventualità.

L’ipocondriaco, lo chiamavo,  nel  leggere le sue cose.
(non mi sono mai piaciute, ça va sans dire).
La prima  volta che l’ho visto,  il "poeta" ha parlato pochissimo.
Parlava per lui una specie di Morticia Addams, tutta vestita in nero, ‘a sora da morte, che  con voce cavernosa e lenta salmodiava  passi del libro come una  litania funebre.
(sotto la pelle siamo tutti scheletri, avremmo potuto rispondere in coro)
Stavolta ero curiosa di vedere se era da solo o accompagnato.
(avrei voluto studiare a fondo la sua vestale, fare congetture sul ruolo, sull'influenza, sui rapporti, sezionare a segmenti la voce e antropologizzarne la forma del cranio e delle sopracciglia)
Era accompagnato anche stavolta, ma  da un amico che è rimasto nelle retrovie.
Ha dunque parlato.
In piedi, appoggiato al muro (che si aggiunga un senso di  precarietà alla scena,  la sedia è cosa troppo stabile, troppo costringente e “normalizzata” per sostenere il dramma) 
Ha detto non detto si è inzamato contraddetto ha pronunciato frasi poetiche sanguigne purulente discinte scarne fumose evanescenti.
Evanescenti.
Ho il sospetto che atterrerà tutti quelli che gli stanno vicino.
Ho il sospetto che sia tutta una presa per il culo, il panico, il cuore che esplode, l’appocundria.

Devo smettere di andare alle presentazioni degli autori.
Vedo quello che non dovrei  vedere, sento quello che non vorrei sentire.
(La finzione, l'inganno, la maschera.)

I poeti che brutte creature 
ogni volta che parlano 
è una truffa. 
(Francesco De Gregori)


giovedì 1 marzo 2012

Alcune delle cose che dovrei pur fare prima di morire

E' il titolo della versione scritta della partecipazione di Georges Perec ad una trasmissione radiofonica del 1981 *
Inevitabile, per me, fare confronti sulle sue e sulle mie priorità.
Sicchè, la trascrivo per intero, la nota, apponendo a latere delle cose che avrebbe pur dovuto fare lui, quelle  che dovrei pur fare io.


Ci sono innanzitutto cose facilissime da fare, cose  che potrei fare fin da oggi, per esempio
1 Fare una passeggiata sui bateaux-mouches   (spegnere il fuoco sotto i peperoni prima che si appiccino e mandino a fuoco la casa, già da subito)

Poi cose appena più importanti, cose che implicano decisioni, cose per le quali mi dico che, se le facessi, forse mi faciliterebbero la vita, per esempio
2  Decidermi a gettare un certo numero di cose che conservo senza sapere perchè le conservo  (idem)
oppure
3  Ordinare una volta per tutte la mia biblioteca  (ah ah! già fatto!)
4   Acquistare diversi elettrodomestici  (un grande armadio al posto del piccolo)
o ancora
5  Smettere di fumare
    (prima di esservi costretto....)  (ahemm....)

Poi cose legate a desideri più profondi di cambiamento, per esempio
6  Vestirmi in modo del tutto diverso (coi tacchi a precipizio e collane e orecchini a mò di madonna     dell'arco)
7  Vivere un albergo (a Parigi) (eh, chiamati fesso, pure io, potendo)
8  Vivere in campagna  (in una casa/faro. sul mare.)
9  Andare a vivere per un lungo periodo un una grande città straniera (Londra) (in una città straniera non grande: Dublino)

Poi cose che sono legate a sogni di tempo o di spazio. Ce ne sono abbastanza
10  Passare per l'intersezione fra l'equatore e la linea di cambiamento di data (mai pensato. però stare con una gamba di qua e una di là rispetto al meridiano di Greenwich sì)
11  Andare oltre il circolo polare (no no, troppo freddo)
12  Vivere un'esperienza "fuori dal tempo"
      (come Siffre) (andare in una grotta senza soffocare per la  claustrofobia)
13  Fare un viaggio in sottomarino (no no, troppo tutto chiuso e sotto)
14  Fare un lungo viaggio su una nave (fare il viaggio con la transiberiana)
15  Fare un ascensione o in mongolfiera o in digiribile (in mongolfiera. Ma nel 1981 non si faceva ancora il bungee jumping?E no, perchè son sicura che l'avresti dovuto fare, altrimenti)
16  Andare alle isole Kerguélen (o a Tristan da Cunha) (ma anche l'Australia)
17  Andare dal Marocco a Timbuctù a dorso di cammello in 52 giorni (con una 4X4, stesso tempo e stesso percorso)

Poi, fra tutte le cose che ancora non conosco, ce ne sono alcune che, avendo tempo, vorrei scoprire bene:
18  Mi piacerebbe andare nelle Ardenne (e nei paesi baschi)
19  Mi piacerebbe andare a Bayreuth, ma anche a Praga e a Vienna (Bayreuth non conoscevo, ora anche, insieme a Praga e a Vienna)
20  Mi piacerebbe andare al Prado (al museo delle cere)
21  Mi piacerebbe bere del rum trovato in fondo al mare (come il capitano Haddock nel Tesoro di Rackham il Rosso) (mangiare con le bacchette in un ristorante cinese in Cina)
22  Mi piacerebbe avere il tempo di leggere Henry James (tra gli altri) (mi piacerebbe avere più tempo per leggere, a prescindere)
23  Mi piacerebbe viaggiare sui canali (azionare una diga o una chiusa)

Ci sono poi tante cose che mi piacerebbe imparare, ma so che non lo farò, perchè mi ci vorrebbe troppo tempo, o perchè so che ci riuscirei soltanto in modo molto imperfetto, per esempio
24  Trovare la soluzione al cubo di Rubik (fare l'hula hop per almeno 5 minuti di seguito)
25  Imparare a suonare la batteria (il pianoforte, o anche la chitarra, che pur mi sono passati davanti agli occhi e alle mani)
26  Imparare l'italiano (imparare qualsiasi altra lingua oltre l'italiano)
27  Imparare il mestiere di tipografo (imparare il linguaggio htlm)
28  Dipingere (fare i mosaici)

Poi cose legate al mio lavoro di scrittore. Ce ne sono molte. Si tratta, per la maggior parte, di progetti vaghi; alcuni sono del tutto possibili, dipendono da me, per esempio
29  Scrivere per bambini molto piccoli   (e relativamente al mio lavoro: prendere almeno 5 giorni di finta malattia)
30  Scrivere un romanzo di fantascienza (e relativamente al mio lavoro: non fare un cacchio quando non ne ho voglia)

altri dipendono dalle richieste che mi potrebbero essere fatte:
31  Scrivere il soggetto di un film d'avventure, nel quale si vedrebbero, per esempio, 5000 chirghisi scorazzare nella steppa (anche 5000 cavalli e cavalieri, oltre ai 5000 chirghisi appiedati)
32  Scrivere un vero romanzo a puntate (un fotoromanzo a puntate)
33  Collaborare con un disegnatore di fumetti (sì, sì, io passo le matite e le tempero)
34  Scrivere canzoni (per Anna Prucnal, per esempio) (per chiunque, basta che mi paghino)

C'è ancora una cosa che mi piacerebbe fare, ma non so devo metterla, è
35  Piantare un albero (e guardarlo crescere) (mi basterebbe riuscire a far sopravvivere il basilico in inverno)

Ci sono infine cose che è ormai impossibile progettare ma che ancora non molto tempo fa sarebbero state possibili, per esempio
36  Ubriacarmi con Malcom Lowry (svoltare al  bivio anzichè percorrere la strada dritta)
37  Fare la conoscenza di Vladimir Nabokov (dire delle cose a)

ecc. ecc.
Ce ne sono sicuramente molte altre
Mi fermo volutamente a 37 (vabbè)


* Sono nato - Georges Perec  

giovedì 23 febbraio 2012

Mare magnum

Quanto resta da vivere navigando in questo mare?
Sei mesi, un anno.
Oltre, se si seguono le regole.
Assioma: il mare magnum è superficie.
Regola: galleggiare tenendo sempre la testa fuori dall'acqua, non perchè si corra il rischio di annegare, si sa nuotare, ma non è questo che  salva. Oltre la superficie c'è il vuoto. Oltre la superficie si precipita.
Assioma: il mare magnum è superficie di cocci vetrosi.
Regola: coprire bene ogni interstizio epiteliale con la muta della menzogna.
Assioma: la superficie del mare magnum è ondivaga.
Regola: nuotare da onda a onda, tenere il largo è l'unico obiettivo della sopravvivenza.
Cavalcando una sola onda, si finisce spiaggiati.
(game over)

sabato 18 febbraio 2012

Carnevali


"Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti, esaltandosi dalle loro stesse grida. Erano maschere contadine. Erano tutte bianche: in capo avevano dei berretti di maglia o delle calze bianche che pendevano da un lato e dei pennacchi bianchi; il viso era infarinato; erano vestiti di camicie bianche e anche le scarpe erano coperte di bianco. Portavano in  mano delle pelli di pecora secche e arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo tutti quelli che non si scansavano in tempo. Sembravano demoni scatenati; pieni di entusiasmo feroce, per quel solo momento di follia e di impunità, tanto più folle e imprevedibile in quell’aria virtuosa. Mi ricordai della notte di san Giovanni a Roma, quando i giovani vanno in giro picchiando con delle grosse teste d’aglio: ma quella è una notte di felicità collettiva e fallica, di baldoria dinanzi agli enormi piatti di lumache, con i fuochi, i canti, le danze e gli amori nel tepore benigno del cielo estivo. I battitori di Gagliano erano invece soli, e solitari in una sforzata e cupa follia; si compensavano degli stenti e della schiavitù con un simulacro di libertà, pieno di eccesso e di ferocia vera. I tre fantasmi bianchi picchiavano senza misericordia chi veniva a tiro, senza distinguere, poiché una volta tanto tutto era lecito, fra signori e contadini, e tenevano tutta la strada in salti obliqui, presi dal furore, gridando invasati, scuotendo nei balzi le bianche penne, come degli amok incruenti, o dei danzatori di una sacra danza del terrore."

Carlo Levi  - Cristo si è fermato ad Eboli 



Non mi ricordo dei carnevali bambini, anche se esistono le prove (fotografie: damina, fatina, cenerentola).
Mi ricordo però dei veglioni  anni più in là (sopra tutti, la melanzana, con tanto di turzo verde in capa)
E della fuggente visione dal finestrino della macchina, verso Calvi risorta (forse, o Capua?)  di  bambini vestiti di bianco, come i fantasmi di Gagliano.

Mi ricordo che, prima delle ordinanze “civilizzatrici” dei sindaci e dei vigili urbani,  era un’impresa sfuggire al lancio di uova e farina (il coprifuoco diurno di Carnevale, e i pulmann arancioni coi finestrini a macchie gialle).
Anche adesso lo è, all’entrata e uscita dalle  scuole di periferia, senza farina, fa meno danno dell’uovo marcio e della bomboletta di schiuma.
(pare che il divertimento sia tutto nel colpire chi non dà nessun segno di voler partecipare al gioco)

Penso a Bachtin (un gioco da poveri), e al pomposone carnevale di Venezia (un gioco da ricchi).

E  una scena.
Ero poco più che ragazzina. 
Uscendo dall’ascensore, mi trovai davanti la famiglia nonmiricordopiùilcognome interamente abbardata.
Abitavano al pianterreno. Nulla oltre il buongiorno e il buonasera.
Le figlie: damina fatina damina.
La madre e il padre: hawaiani.
Ricordo i gonnellini di paglia che danzavano oltre i cappotti aperti,  le cosce nude, pelose quelle del padre, un ometto piccolo e calvo dall’aspetto mite e dimesso, glabre quelle della madre, una femminona con fluente chioma tinto bionda.
E le collane e le cavigliere e le coroncine di fiori di carta colorata fatte artigianalmente in casa.
Ricordo le punte di ammirazione e invidia: mia madre al massimo avrebbe acconsentito ad una parrucca, mio padre neanche ad un tocco di borotalco sulle guance severe.

Del carnevale, mi piace il mettersi in gioco e il gioco del travestimento.
(mi voglio vestire da Cleopatra, o da caffettiera, o da albero, o da vichingo)



domenica 12 febbraio 2012

Parfum


Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi.” 

Patrick Süskind - Il Profumo


Di questo magari è convinta la signora del quinto piano, che si rovescia addosso un ettolitro di profumo prima di uscire di casa e trasforma la cabina dell’ascensore in una camera a gas, ragion per cui mi tocca fare la corsa in totale apnea.
(e ti accorgi del suo arrivo anche se è distante un chilometro, prima l’olezzo, poi l’ondeggiare del culo e dei capelli)

Non so perché mentre leggevo il libro di Süskind mi passavano per la mente le pubblicità dei parfum.
(J’adoooooore)
Il profumo nella pubblicità si lega alle immagini della sensualità (belle femmine e belli masculi).
Al che, una goccia di eaudecapadembrell,  farà cadere ai propri piedi tutti gli uomini (e per soprannumero pure le femmine) che passano davanti.
(di sicuro ne è convinta la signora del quinto piano)

Che la sollecitazione olfattiva rimandi d’istinto alla dimensione della sessualità  (il dominio penetrativo) lo sanno bene i pubblicitari, e anche il suddetto signor Patrick Süskind  ,  che appoggiandosi su questo morboso assioma ha costruito il suo libro da un miliardo di copie e traduzioni multilingue.
Libro che, ad onor del vero, ha avuto almeno il pregio di farmi pensare all’olfatto, a questo senso che, soprattutto nei tempi invernali di acuto raffreddamento, esercito poco e niente.
(e al quale rinuncerei, se dovessi scegliere di perderne uno. Vistauditogustotatto mi sono troppo preziosi)


Ci sto pensando, se tra i cinque sensi,  il senso che  l’animale/uomo esercita  meno è proprio quello dell’olfatto.
Dovrebbe essere  quello più istintivo  (l’odore che fa riconoscere i neonati/cuccioli alla madre e viceversa, l’odore che fa scintilla di attrazione sessuale)
Ma quanto d’istinto ci resta, se siamo immersi, sin dalla nascita (uh, quintalate di borotalco)  in una nebbia di odori artificialmente prodotti?  
Una puzza è sempre per tutti una puzza? Un profumo è sempre per tutti un profumo?
Quanto conta il condizionamento culturale, e quanto la sensibilità  individuale,  nell’avvertire l’odore come  fieto o aroma delizioso?
Mah.
Vabbuò, ci ripenso quando mi passa il raffreddore.

domenica 5 febbraio 2012

Neve in haiku.

Affossi, neve.
Limiti i movimenti
e i passi lenti.

Forse tutto dipende dalla prima volta.
La neve è fredda, bagnata, non mi piace.
(la prima volta sulla neve non la dimenticherò mai.
L'abbardatura non era sicuramente a tenuta, nei doposci, quei cosi pelosi fuori e di plastica dentro,  c'erano pozze di acqua,  ciac ciac ad ogni passo.
Anche il culo bagnato.
Un purpo dentro lo scafandro)
Va bene, l'effetto total white ha una sua fascinazione scenica et estetica.
Anche i fiocchetti leggeri che vengono giù come piumette.
Ma l'immobilità e il silenzio ovattato mi fanno pensare alla morte.
(ho un animo  giapponese).


Dura soltanto
un'ora, morbida e bianca.
Rivo diventa.

Ieri ha fatto spruzzatina. Proprio un velo, al mattino presto, copriva tetti e auto parcheggiate e cigli della strada.
Ma lo sfizio di fare palla di neve raccogliendola dagli angoli del lunotto di una auto in sosta e lanciarla contro i vetri di una finestra, me lo sono tolto.
Non si sono scassati i vetri.
Manco questo.
La neve proprio non mi piace.


giovedì 26 gennaio 2012

Aria di periferia


Con la metro ci vuole poco ad arrivare al centro dalla periferia.
(ultima stazione Scampia)
Ahh, lo sanno bene i residenti del quartiere bene del Vomero,  le baby gang  (come zoccole) vomitate dai sotterranei  binari, impazzano al sabato sera.
E poi dalla metro collinare ci vuole un attimo per montare sulla funicolare di Chiaia e trovarsi nel salotto buono,  tutto un passeggio di distinte e imperlate signore.
(le cure fanno sembrare tutti più belli)
Per alcuni è più facile. Tutto più facile.
Opportunità, occasioni, ma non è soltanto una questione di moneta.
E’ l’aria.
Ho pensato allo stridente contrasto tra la magmatica folla che gremiva la saletta della libreria Feltrinelli a Chiaia e il vuoto semipneumatico  di un magnifico salone affrescato di un palazzo antico di un paese di periferia.
Entrambe sono state location per l’incontro con uno scrittore.
Lo stesso scrittore.
Famoso.
A distanza di qualche mese, vabbuò, ma poco conta.  Anzi,  lo scrittore nel frattempo è diventato ancora più famoso.

Ho pensato a quanto conti, e costi, ancora una volta, vivere in periferia.
In certe periferie soprattutto.
E’ come se i semi gettati inaridissero al semplice contatto con l’aria.
Aria putrefatta e immobile, che pesa e schiaccia tutto ciò che si muove.
Le rare occasioni vengono perdute e sciupate nella generale indifferenza.

martedì 17 gennaio 2012

Oh, Finnegan's , Finnegans wake.

"Finnegans wake" di  James Joyce. 

Un commento:

Altro che lettura.
Questo è un viaggio, un percorso iniziatico verso gli abissi profondi della conoscenza.
Oltre il reale, oltre il sogno, oltre l’immaginazione, oltre le regole sintattiche la costruzione logica e analogica, oltre.
Finnegans wake è il superamento di tutte le barriere del conosciuto e del conoscibile, approccio epidermico (si può possedere e contenere l’infinito?) al baratro dell’assoluto.
Nulla vi è di più vero dell’intima coscienza, quella che non si può palesare tra i paletti fissati dalle norme linguistiche della comunicazione, quelli fissati dalle convenzioni culturali (i tabù), quella che mette a nudo l’Essenza stessa dell’uomo.
Non è certo una lettura facile. Occorre abbandonarsi alle suggestioni, al flusso di coscienza che viene portato alle estreme conseguenze tracciando, come campanelli, triangoli, percussioni ritmate e lente, un formidabile formichio di sensazioni.
Abbandonarsi ai richiami, spogliarsi delle armi della logica e della ratio, giungere nudi, con i palmi e gli occhi e le orecchie aperte sul mantra del sogno di morte e rinascita di Finnegan, sul divenire, sul mito dell’eterno ritorno che fa dell' esperienza della vita umana un atto di simbiosi con il tempo e lo spazio universale.
Una porta che conduce al dentro e al fuori, una porta che sfonda il concetto stesso di limite.  
Leggere Finnegans Wake è avvicinarsi all’onnipotenza.

E' un finto commento.
Non l’ho letto, il libro.
[Neanche lo farò mai]
Ho solo accocchiato due parole ispirate, aria, aria fritta. 
E' che ne leggo tante, di chiacchiere a vacante, e allora, così, per gioco, non per amore, ho guazzabbugliato pure moi.
Perchè “nell’era della divina apparenza della ferita profonda sul sole della coscienza”, si è tentati, a volte, di  ammoccarsi (e dire) qualunque stronzaggine e blablablablà.
                                                                                                                                                                                   



sabato 7 gennaio 2012

Il Grande della Mancha

[del perchè, malgrado la magnificenza dell'opera, l'hidalgo non mi riesce simpatico]



Chi è Don Chisciotte?
E Cervantes, chi voleva che fosse?
Chi pensavo fosse,  Don Chisciotte?

“Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !"


E invece.
Ce l’ho con Guccini, sì.
[incazzata a morte]
Perché ero innamorata di questo pensiero, dell’immagine dei quei due idealisti che insieme cantano e se  ne fregano dell’apparenza delle cose,  si lasciano trascinare dalla baldanzosa e ardente seppur utopica passione in barba alle scamazzate, alle burle, alle sconfitte.

E invece il Don Chisciotte di Cervantes non è così.
La sua utopia non ha niente a che fare con la giustizia, fuori dalle dichiarazioni di intenti del cavaliere errante raddrizzatore di torti e difensore di donzelle e orfani.
Il suo chiodo fisso non è  il valore della cavalleria  (un valore demodè, fuori dal tempo e in ultima istanza reazionario, e dove c’è reazione non c’è rivoluzione),  ma è il sogno d’amore, il faro Dulcineo che illumina la bolla chiusa della sua immaginazione e in nome del quale la realtà intera si trasfigura e addirittura, per l’opera malefica di  maghi e alchimisti, viene incantata.
E’ così relativo il valore della cavalleria errante che alla fine  l’hidalgo piega il sogno d’amore nella palla arcadico-pastorale – sarà Chisciottigi - poco prima che la ferale malattia non  riassorba la follia, e lasci spazio e tempo al rinsavimento,  per  dare a dio quel che è di dio, con la cristiana confessione, e agli uomini quello che è degli uomini, con il pratico testamento.

La molla, oltre alla saturazione da letteratura – non leggere troppo, ti fa male!!! – è il sogno d’amore.
Il condottiero senza macchia e senza paura è un Buono, senza dubbio.
[Un fesso]
Un cuore puro, ma anche un vinto, uno sconfitto, un perdente.
[e mi fa tristezza, non tenerezza]
Uno che viene preso per il culo di continuo e non se ne rende conto.
E per cosa?
Per amore, solo per amore.
Amore per  qualcosa che non esiste.  
L’ideale.
[Come le suore di clausura che si vanno a chiudere nell’eremo per farsi spose di Cristo e salvare il mondo con la preghiera]

Sono una sporca realista.
Eppure i sogni, oh, i sogni, i desideri, l’immaginazione oh.
Guardare la luna nel pozzo.
Ma  prenderla non potrò mai. 
[acqua sporca, non luna  tra le  mani]

Se si deve sputare in faccia all’ingiustizia la si deve guardare dentro gli occhi e prendere bene la mira.

giovedì 5 gennaio 2012

Eden(perduto)landia

Non capisco l’ostinazione a voler tenere aperta a tutti i costi Edenlandia, lo storico parco-divertimenti nel cuore della città. 
La  società proprietaria è fallita, ma il parco continua ad agonizzare.
E’ un mostro spiaggiato da troppo tempo.
(Sono favorevole all’eutanasia)
Meglio sarebbe cancellarla, chiuderla, decidere una volta per sempre che cosa farne, se metterla in competizione con le megaroboanti strutture dei nuovi parchi divertimento (ah, Gardaland), o fare in modo che diventi un’architettura della memoria, come il parco di Tivoli, a Copenaghen.
(e valle a recuperare, le cose perdute)

Era un evento, un fatto extra-ordinario, andare all’Edenlandia (regalo di compleanno, ad esempio. Altri tempi. Ma adesso va di moda il pellegrinaggio a Disneyland Paris come regalo per i comunicandi).
Nel  Far West tra le scenografie spuntavano o s’intravedevano gli indiani, i soldati blu e i gringos in cartapesta;  l’ultima volta solo un pezzetto di trombettiere senza manco la tromba faceva la guardia al fortino.
Sgarrupati spuntoni di roccia in cartapesta dove un tempo c’erano i tepee, e scrostate pareti cadenti nel “villaggio” dei cowboy, e alle finestre del saloon, appoggiati per dimenticanza o incuria, barattoli di vernice e attrezzi da lavoro.
Per fare il giro sui tronchi, ricordo, la fila era sempre lunghissima.
Nessuna nostalgia delle code, ma.
La grotta dove sarebbero dovuti essere alloggiati i dinosauri – si diceva già millanta anni fa, dopo che venne smontato l’ambaradan dei pirati – è  un gocciolante tetto di lamiere e di travelle di ferro.
Anche l’eco l’ha abbandonata.
(e poi, diamine, la mota dentro quei tronchi, bisogna entrarci con il cuscino di gomma sotto il culo)

In verità ho vaga la memoria di come era.
Forse era il corpo di cui ora è rimasto solo  scheletro e pellecchia.
Non c’era puzza di stantio e di piscio (come nei sottopassaggi abbandonati delle metropolitane),  non allignava il torbidume nelle fontane e nelle vasche, non c’erano la desolazione e l’abbandono.
Forse.
Mi chiedo se non sono gli occhi adulti a farmela vedere tanto brutta e squallida e patetica.
Però poi mi dico che a Gardaland e a Tivoli  ho fatto ohhhhhh.

La fenice rinasce dalle ceneri.

Sì, vabbuò, ma prima adda murì.

domenica 1 gennaio 2012

Una solitudine rumorosa

E' da poco che ho ripreso ad osservare i botti.
Per alcuni anni non l'ho fatto,  un proiettile entrò in casa e si conficcò nel mobile della cucina, altezza più o meno degli intestini di chi si fosse trovato sulla traiettoria 
[aver sete, prendere un bicchiere d'acqua, e. Morire]
Sicchè per tanto tempo a San Silvestro regola è stata, se si giocava in casa, finestre chiuse e serrande abbassate.

Dalla prospettiva della  periferia sozza, anche prima del guaio scampato,  i botti di capodanno mi hanno sempre fatto tristezza. 
Stanotte invece di sparare tracchi dal balcone i signori delle botte si sono appropriati della strada, e al centro della carreggiata (questione di sicurezza, indice di maturità??) hanno sistemato cassette e cassette di fuochi pirotecnici e appicciato batterie su batterie, i razzi da terra fino al cielo hanno fatto piovere luce e polvere nera su tutto il pezzo di quartiere.
(e se un'ambulanza? e se un'emergenza?) 
Non è manco un far festa insieme, dico per loro, per i signori delle botte, andarsene in solitaria miezz 'a via a sparare
Nubi di zolfo e scintille, non sembra un festeggiamento, ma un rabbioso rito di allontamento del malaugurio. 
Un esorcismo triste.
Nel frastuono non ci si può manco scambiare una parola, e col fieto non si apprezza manco lo spumante.
Un inizio d'anno in solitudine troppo rumorosa.



venerdì 30 dicembre 2011

Semi-Schizofrenie

"Buongiorno, le posso lasciare un libro, lo riesce a  fotocopiare entro oggi pomeriggio?" - chiedo alla signora della cartoleria.
"Ma per intero?? Veramente non si potrebbe, è illegale."
La guardo. Penso già allo stress di scannerizzarlo a casa via stampante, dieci minuti di rumore sbrzzzrbrrzzz per pagina.
"Non si trova in commercio, è esaurito, altrimenti per 11 euro non varrebbe proprio la pena di fare le fotocopie."
Butto lì, quasi tra me e me con il Catullo edizione critica di pincopallino tra le mani.
"Ma sa com'è, si rischia il penale. Se glielo fotocopio, poi  - abbassando la voce e sollevando le sopracciglia - quando lo porta via deve tenerlo nascosto, insomma, non lo faccia vedere."
Le consegno il libro, complice consapevole del reato. 
Ritornerò al negozio con la borsa termica per i surgelati per nasconderci libro e copia pirata.

Non riesco a provare un vero senso di colpa, però.
Con battage pubblicitari che vanno ben oltre il passaparola, lungo stessa strada, pochi metri oltre, un negozietto di elettronica e informatica vende psp2, wi, xbox and so on già modificate, oppure offre a soli 60 euro la modifica.
Non so se sia reato modificare un "giocattolo" elettronico. 
(come truccare il motore di un auto)
Ma l'affare viene  modificato affinchè possa ingoiare i giochi scopiazzati sul cd o sulla pen drive.
Di sicuro è reato piratare i giochi.
(ma piratati costano cadauno due euro due )
C'è sempre folla, in quel negozietto.
Alla luce del sole.
E il mio libro pirata farà la strada nascosto sotto il peld.





venerdì 23 dicembre 2011

Arrassusia


Rientro in casa e trovo sul mobile della cucina i pacchetti.
Uno di riso, e due di frollini per il latte.
“Aiuto UE – Prodotto non commerciabile”
La mia vicina di casa  è venuta a dare gli auguri di natale. Avrei preferito di no.
Non è per la mia vicina.
E’ per coloro da cui la mia vicina ha avuto i pacchi, di cui tenta di liberarsi distribuendoli in giro, sul pianerottolo,  e altrove.
La mia vicina lavora in una scuola materna parastatale gestita dalle  suore, le cape di pezza.
Le pagano lo stipendio con due , tre mesi di ritardo, “tanto, pure tuo marito lavora, non ne hai bisogno”.
E la tredicesima gliela elargiscono sotto forma di beni di consumo.
Pacchi e pacchi di generi di prima necessità “Aiuto UE”, destinati chiossape a chi, agli indigenti, alle famiglie in difficoltà, penso, non certo ai lavoratori, ai dipendenti, grazie ai quali la loro scuola può funzionare, e incamerare le rette (oltre a tutte le agevolazioni, sussidi etc etc).
(impunite)

Io li avrei sbriciolati sulla faccia della superiora, i biscotti “aiuto ue”.
E le avrei fatto piovere il riso addosso,  glielo avrei fatto respirare, il riso,  alla superiora.
Tanto,  “pure mio marito lavora.” 
E i pacchi per gli indigenti li avrei ritirati di diritto alla Caritas.
Ho vergogna di tenere i pacchi in casa.
Mi vergognerei  anche di darli a quelli che chiedono l’elemosina.
(li libero dall’involucro e li metto nelle scatole di latta).
Dubito che i locali della scuola e l’annesso conventino paghino l’ICI.
Ma altro che ICI, ci vorrebbe la galera.
Devono scomparire dalla faccia della terra.
Arrassusia.

sabato 17 dicembre 2011

Consigli


Lungo la strada un posto per parcheggiare manco a pagarlo oro, e allora mi infilo in una stradina che so essere chiusa e dove anche altre volte, sulla destra, ho piazzato l’auto.
Adesso pure il lato destro  è tutto appilato.
A sinistra c’è un bello spazio, da due posti, lasciato libero libero.
Aggarbo la manovra e mi piazzo a mano mancina.
“Signò, non vi conviene parcheggiare qua”
Il consiglio, dato con piglio accorato e complice, viene da un anziano signore che inzerrato dentro un’utilitaria rossa esce da un cancello.
Mi guardo intorno alla ricerca di passi carrabili, di divieti, di tralicci penzolanti, di balconi pericolanti.
Nulla, la macchina è sistemata contro un muro liscio liscio, il fianco di una palazzina con tre finestre.
“E’ per le finestre – mi dice, quando scendo dalla macchina, lasciando la portiera aperta, per capire meglio il senso del messaggio – non vi conviene parcheggiare sotto le finestre.”
“Ma perché, che fa? Mica è vietato.”
“E già vi ho detto assai, non posso dire di più, poi, fate come volete, ma non vi conviene parcheggiare qua.”
Si rintana nell’abitacolo, mentre una vecchia, capello spennato e bocca spettinata, s’affaccia.
“ah, ‘a signora nun sta assai tiempo, nun è vero? Iate, iate, signò.”
Ho delle visioni.
(premonizioni?)
Un vaso di fiori, un secchio con l’acqua sporca, un sasso, la sciacquatura dei piatti, un càntaro stracolmo, tutti accidentalmente rovesciati sopra il tettuccio della mia macchina.
Com’è, come non è, questa volta accetto il consiglio.
Non quello della vecchia, però.
Nun se po’ mai sapè.