mercoledì 5 marzo 2014

La fine non è nota.

Da altri luoghi si soffia sul fuoco che non ha avuto manco il tempo di diventare  cenere  assopita.
Chi era Goeffrey Holiday Hall, l'autore del libro "La fine è nota", la cui identità mi ha intrippato il cervello?


C’è chi dice di sapere chi si nasconde dietro lo pseudonimo di G. H. H.
G. dice che è lui, non c’è alcuno pseudonimo.
(ma chi sia stato, dove abbia abitato, che lavoro abbia fatto per vivere, etc etc, comunque resta un mistero)
L.  sostiene che “è scritto sotto pseudonimo da mia zia Mariuccia di cui solo io conosco il nome” (ma L. è uno sfuttitore).
Altri dicono che sia Faulkner (Faulkner? Forse per Jessie la Matta, e le colpe dei padri che ricadono sui figli, e la gente delle montagne, ma mi pare più probabile l’ipotesi che sia zia Mariuccia)
D. sostiene che sia Nabokov, la cui confessione autografa sarebbe apposta su copia della  prima edizione  in possesso di un libraio inglese.
(urgono esame grafologico, ed esame del palloncino  al suddetto Nabokov al fine di verificare il livello etilico)

V. invece rimanda palla a questo sito:


Insomma, il ragionamento fila ma fino ad un certo punto.
La foto è autentica, ma davvero è la foto di qualcuno che vuole a tutti i costi mantenere l'anonimato?
Ah, bei tempi quelli in cui il nome e non la faccia ti connotava!
(aspè, fammi vedere la foto e ti dico se 'o saccio)
Oppure è un tiziolaqualunque, appiccicato lì, che lo sapesse o meno, cosa importa, magari un immigrato  proveniente dall'est Europa, che non spiaccicava manco una K di inglese, che non avrebbe potuto rivendicare il proprio diritto all'immagine manco se l'avesse voluto, altri tempi, quelli. 
Risalire al fotografo, Gene Moore, per carpire informazioni, pure mi pare una cosa complicata assai.
(I morti non parlano. E anche se non fosse morto, insomma)
E la nota biografica potrebbe essere benissimo un insieme di notiziole fuorvianti e menzognere. 

Dunque, altro che pezzi del mosaico. Si è sempre al punto di partenza. 
Boh. 
E l'intrippo continua. 




martedì 4 marzo 2014

La fine è nota. (ma non sempre)

La fine è nota è un romanzo del 1949. 
Il suo autore, tale Geoffrey Holiday Hall, non esiste. 
E’ lo pseudonimo di un ignoto. 
Dunque è come se non esistesse, perché non si sa nulla di  chi si celi dietro questo nome.
E' una faccenda strana che mi intriga assaissimo perché è a tema con il libro. 

Il protagonista, il signor Paulton, tornando a casa trova un cadavere sfracellato sotto casa sua. 
E’ morto cadendo dalla sua finestra, mentre in casa era la moglie, la bella e giovane Margo, che riferisce al tenente Wilson di averlo fatto accomodare in quanto desiderava parlare con il coniuge: una richiesta urgente di aiuto. 
Paulton non conosce l’uomo, identificato poi come Roy Kearney. 
Un disertore, e come tale finito in carcere per 5 anni. 
E prima?
Diventa per lui un tarlo, un rovello: cosa gli avrebbe voluto chiedere? Che tipo di aiuto, perché?
Chi era Roy Kearney?  
Per Paulton diventa un’ ossessione cercare di ricostruire il suo passato, comporre i pezzi della sua esistenza per capire il motivo della sua fine, per comprendere  il principio della sua fine.

“Chi sei, infine? L’uomo insignificante visto da Margo, il vagabondo senza pace di Jessie Dermond o il disperato animale in gabbia di Holtsinger? Qual è il tuo vero essere?”

Paulton e Kearney non hanno nulla in comune, tranne…. E cazz, non si può dire.

Ritmo serrato, belle caratterizzazioni dei personaggi (Cervello sopra tutti), e una corsa avviluppante a scoprire i perché. 
E’ solo alle ultime pagine che si scioglie il busillis.  
“Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la sua fine è nota”. 
Oppure, basterebbe dare peso a cose che sembrano insignificanti. 
Niente è davvero insignificante. 
Nessuno lo è. 
[Come è difficile intuire la vera natura delle persone che ci circondano.] 

Sciascia nella postfazione all’edizione del 1989, definisce la vera identità di G. Holiday Hall “un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere”.[Chi sei, G. Holiday Hall?]
Potrebbe anche esservi una donna,  dietro questo pseudonimo. 
In questo caso, potrebbe aver voluto togliersi dei sassolini dalle scarpe. 
Oppure  potrebbe essere Alfred Hitchoch in pirsona pirsonalmente, a cui non so perché, il libro, costruito in modo “cinematografico”, mi ha rimandato.
La  fine nota è il suo romanzo,  e mannaggia la miseria, quanto sarebbe divertente conoscere il principio  e la sua fine. 
Se fossi uno storico della letteratura, un critico, un intellettuale, me ne farei un’ossessione.






e poichè le ossessioni sono cose serie, continuo qui: la fine non è nota. 

venerdì 28 febbraio 2014

Scritti corsari.

Ho commesso di sicuro un errore, a leggere Scritti corsari come se fosse un romanzo.
Avrei dovuto spiluccare qualche pagina ogni tanto -  gli scritti sono composti prevalentemente da articoli pubblicati su giornali e riviste  tra il 1973 e il 1975, qualcuno è inedito  -   per ricordare quanta preveggenza aveva già avuto nel delineare il  mostro culturale di cui siamo prigionieri , l’edonismo permissivista, attraverso il quale il capitalismo più spinto recluta masse di schiavi/consumatori, attraverso cui modella comportamenti sociali sempre più omologati e omologanti, attraverso cui cancella la creatività e la diversità .
“Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza.”

Il Pasolini critico verso il consumismo lo conoscevo  e lo apprezzavo già.
[E le tirate contro  la televisione! Chissà cosa penserebbe ora dell’internet, della RETE,  che pretende di  costituirsi come  base rappresentativa del  popolo intero  - basta fare clic/mipiace e ha deciso la base. E la mia nonna, se fosse ancora viva, ma anche i miei genitori, di quelli che si fa, li si butta o clicco io per loro? E se io non voglio stare nella rete?
E le tirate contro  la Chiesa! Chissà che direbbe del papa argentino, che  a me pare la scopa nuova, ma sempre scopa, mica martello]   

Un innamoramento, la lettura dei primi articoli.
Però,  quando un’idea- concetto-illuminazione viene ripetuta centomila volte, alla lunga si dice pure  uffàààà - anche perché va bene l’analisi, e poi? Cosa si può fare? 
Il mondo contadino prenazionale e preindustriale  che  Pasolini rimpiangeva non può esistere più, con tutta la buona volontà è proprio impossibile che  possa ritornare.
Un piccolo elemento di disturbo nella lettura consecutiva degli Scritti corsari è l’impianto polemico di molti articoli scritti in risposta a critiche o asserzioni di altri intellettuali (di cui, eccezione fatta per Eco, Calvino, Moravia, non ho mai sentito parlare). 
Mi sarebbe piaciuto poter leggere interamente ciò contro cui reagisce il Pasolini. 
Così invece è un dialogo senza controcanto, da cui tuttavia si evince una “severità” di giudizio, una sorta di intransigenza oserei dire ossessiva . 

Quello che però mi ha maggiormente toccato, è stato scoprire, oltre al “Io so. Ma non ho le prove” da cui ha preso spunto Saviano per il suo “Io so e ho le prove”,   che Pasolini era antiabortista. 
Dall’innamoramento sono passata al disincanto. 
Vero che la sua posizione è legata ad una più complessa e articolata riflessione sulla sessualità in generale, sul rapporto tra sessualità e potere,  sul  finto permissivismo che mentre da un lato  fa in modo che   “l’amore eterosessuale –talmente consentito da diventare coatto – è divenuto una sorta di “erotomania sociale” (e basta guardare le undicenni che posano su feisbuc per rendersi conto dell’orrore) , dall’altro  si irrigidisce verso le “minoranze sessuali”. (basta pensare a  Putin e alla Russia, insomma). 

Però è anche vero, ritornando alla questione dell’aborto, che la riflessione di Pasolini  si concretizza in queste parole: 

“L’aborto è una colpa”  (ripetuto più volte)

“L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe   più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli.”

Ecco, qui davvero sono io a  scandalizzarmi. 
Chiaro, un miliardo di volte meglio prevenire, come lo stesso Pasolini precisa, e ci mancherebbe, l’informazione sulla contraccezione è prioritaria e fondamentale,  come la considerazione delle pratiche acoitali, tuttavia.
Nel Pasolini pensiero è completamente assente  - come nota la sua amica Laura Betti – la donna.
Assente il corpo della donna, assente il dramma della donna.
Assente la riflessione sui motivi per cui le donne ricorrono  all’aborto. 
Perché,  nonostante tutti i blateramenti, l’aborto è una cosa che riguarda le donne,  contenitori vivi e pulsanti, non caccavelle. 

“La mia opinione, nel caso specifico, è che considero l’”aborto” una colpa. Ma non moralmente, questo non può essere nemmeno discusso. Moralmente non condanno nessuna donna che ricorra all’aborto, e nessun uomo che sia d’accordo su questo. Ne faccio e ne ho fatto una questione non morale ma giuridica. “

E dunque, mi chiedo?

Davvero  abortire in ospedale, sotto controllo medico, è solo un modo per godere di una sessualità libera? 
L’aborto è sempre un momento difficile, difficilissimo per le donne. (sono quasi sempre sole, altro che coppia, altro che sticazzi)
E’ una scelta estrema e mai presa alla leggera, per nessuna è come eliminare un ascesso dentale o ripulire un’unghia incarnita. 
L’aborto non è un’invenzione della modernità. 
Le mammane coi ferri da calza e cucchiai  sono figure tipiche della società contadina preindustriale.
(quella di cui aveva tanta nostalgia)
E le donne di aborto morivano. 
Che continuino a morire di cucchiaio, allora. 
No no no, non mi convincono affatto le motivazioni di Pasolini, eh.
E meno male che dà ragione a Moravia, il quale “ha detto che il fondo dei miei argomenti è paolino: cioè in me, come in San Paolo, c’è l’inconscia pretesa della castità da parte della donna.”
Sarebbe stato meglio per me non fare questa scoperta. 
Meglio forse che mi concentri su un’altra piccola scoperta, quella dello scrittore Giovanni Comisso e del suo libro “I due compagni”, di cui Pasolini scrive un magnifico invito alla lettura.



giovedì 20 febbraio 2014

Barbari(e)

Non si può fare a meno di  associare Aspettando i barbari al libro di Buzzati, Il deserto dei tartari. 
Si richiamano i paesaggi, la fortezza, il ruolo dei protagonisti. 
Entrambi i libri sono ambientati in un luogo  di confine:  una cittadella fortificata all’estremo margine dell’Impero, anche all’estremo margine dell’ecumene, che tra la città e le montagne dove vivono i barbari c’è un deserto,  e  la fortezza Bastiani, simile avamposto. 
Il magistrato protagonista del libro di Coetzee   e il sottotenente Drogo sono  entrambi tesi ad aspettare qualcosa:  il processo,  il nemico, la giustizia, un senso
“… come uno che ha perso la strada tanto tempo fa, ma continua per una via che forse non lo porterà da nessuna parte.”
Per  scovare altre similitudini dovrei rileggere Buzzati, i cui echi giungono dal pleistocene. 

Tuttavia. 
Nel corso della lettura l’asse delle somiglianze si è alquanto spostato. 
Un romanzo politico, più che  esistenzialista, questo di Cootzee, a partire dal legame  tra la donna barbara e il magistrato.
Non un vero   svelamento dell’intimità del protagonista,  quanto piuttosto un  “episodio” che ha  un  traslato  “antropologico”:

“E poi, se devo dire la verità, il piacere che ho trovato in lei, quello di cui ancora rimane traccia sensibile nel palmo della mia mano, non arriva in profondità. Il cuore non ha un sussulto, il sangue non mi pulsa con più violenza nelle vene, se la sua mano mi sfiora. Non sto con lei per il rapimento dei sensi che mi promette o mi produce, ma per ragioni diverse che continuano a sfuggirmi, come sempre. “ 

Anzi, non riesce neanche a guardarla, a fissare i suoi tratti nella memoria. 
Con  grande fatica, una volta  riesce  a evidenziarne la bruttezza. 
“E’ davvero così priva di fisionomia? Con uno sforzo mi concentro su di lei. Vedo una figura con un cappuccio e un pesante cappotto sformato che si regge in piedi, a malapena, curva in avanti, con le gambe storte, appoggiata a dei bastoni. Che brutta, mi dico. La mia bocca articola la parola brutta. Sono sorpreso io stesso, ma non resisto: è brutta, brutta." 

E’ l’atto della lavanda dei piedi,  in cui il più grande si fa servo dei servi, ciò che cerca di compiere con insuccesso il magistrato sulla donna barbara, a cui unge e massaggia i piedi e le gambe martoriate dagli aguzzini.
La lava e la riempie di tenerezze, ma non riesce ad amarla.
(quanta fatica a vedere davvero il diverso da noi, ad entrarci in sintonia, nonostante la pietà, la compassione, la richiesta muta di perdonare l’odio)

Se ne Il Deserto dei tartari perno di ogni cosa  è l’attesa,   in Aspettando i barbari non c’è nulla da attendere. 
E’ tutto qui ed  ora. 
Il magistrato prima che giungesse la Terza Divisione a mettere i puntini sulle i e gli aghi incandescenti negli occhi del nemico, si dilettava  negli scavi archeologici: sotto la sabbia,  da chissà quanto tempo, le vestigia di civiltà passate e sepolte e dimenticate. 
Quanto spreco nel voler difendere i confini dell’Impero!
Chi sono i barbari di cui aver paura, i barbari da combattere a tutti i costi, da respingere sempre più lontano, oltre gli spazi ecumenici? 
Chi sono i barbari? Sono davvero gli uomini che armati di frecce e archi minano le fondamenta della civiltà e dell’Impero che di essa si fa portavoce?
E’ dai barbari che ci si deve difendere? 
O la barbarie è la civiltà stessa, che vive di sospetti, di pregiudizio, di inganno, di ingiustizie, di sopraffazioni?
E lentamente, dalla fortezza Bastiani  sono arrivata ad  un'altra fortezza.
Abu Ghraib.

Fernando Botero


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3089






domenica 16 febbraio 2014

Gli ultimi giorni

Eh, cara lei, ma ha saputo poi cosa è accaduto a? 
Noooo, ma davvero? La stessa fine di quell’altro!!
Era scritto nel destino, ci avrei scommesso come su un cavallo, che così sarebbe andata. 
E signora mia, ha visto più l’inquilino del quarto piano? 
Uno nuovo? Ahh,  lo stesso dannato vizio di scotoliare la tovaglia dal balcone, e mannaggia, cambiano i cognomi, ma tant’è,  zuzzuso l’uno e zuzzuso l’altro. 
Tonino, Tonino, quello del civico 34, gioca sempre a biliardo? Marò, che mi andate raccontando, si è scumbinata la compagnia e mò  overamente al biliardo ci stanno sempre e solo i quattro dell’avemaria, quegli studenti scumbinati e sfaccendati! 
E del cognato della sorella  dell’amico del rappresentante di Folletti, che mi dite?
Uhhhhh, è muort! E chi se l’immaginava, nu così bell’omm!

Il Quartiere Latino a Parigi, Le Havre, il condominio dove abito io.
Certamente  i personaggi queneauniani sono  letterariamente più interessanti dei miei vicini di casa, delle persone che mi è capitato in modo insolito e imprevisto di incrociare (ma anche no, la signora M. !) e penso alle pippe mentali dello studente della Sorbona Tuquedenne 

“Certo, nessuna di quelle cose aveva in se stessa la propria ragione di essere, e tutte, immerse nel divenire, erano destinate a perire. Che cos’era la loro realtà? Non dipendeva essa da una cosa diversa da loro stesse? Dov’era allora la loro realtà? Cos’era che costituiva la loro realtà? Era l’Essere? Era l’Uno? Se l’Essere costituiva la realtà delle cose, perché allora quelle cose non erano? Forse perché non è essere ciò che è destinato a non-essere-più? E se era l’Uno, perché allora esse erano molteplici? Perché allora c’erano delle cose? Perché allora dovevano perire? (…) Come salvarle? Già, come salvare le cose? Come strappare le cose al nulla? Come liberarle dall’Essere? Come dare al particolare la propria ragione d’essere in se stesso? Come dare all’istante sia il divenire, sia l’eternità?"

al  vecchio professore di geografia che non ha mai viaggiato e si consuma nel rammarico per aver insegnato ciò che non ha mai visto e conosciuto, al barista filo(sofo) Alfred “sistemista” della vita.

Tuttavia, a finale, chi fa e chi non fa,  chi vale e chi non vale niente, chi tiene un miliardo e mezzo di amici e di femmine e chi si mette scuorno di andare al bordello ma poi ci va,   chi si consuma nei sensi di colpa e  chi si crogiola nell’accidia e  chi si lancia a precipizio nell’iperattivismo,  per tutti, per tutti quelli che si incrociano e   chiacchierano mentre continua  il viaggio, (e in ogni luogo e tempo) ci sta un solo punto d’arrivo. 

“Passano i giorni e passano anche le notti, e gli anni e le stagioni, e si potrebbe credere che tutto continuerà a girare così per sempre, come continuano i clienti a venire a prendere il cappuccino o l’aperitivo quotidiano, ma verrà il momento che non ci saranno più stagioni né anni, e tanto meno giorni e notti, che i pianeti avranno completato le loro rivoluzioni, che i fenomeni non avranno più periodi, che tutto smetterà di esistere. L’intero universo svanirà, avendo compiuto il suo destino, come qui e ora si compie il destino degli uomini.”

Grazie assai per la rivelazione. 
Mò solo perché è Raimondo, insomma.
Anche Raimondo è stato giovane e acerbo.
(però je l'aime anche così)


mercoledì 5 febbraio 2014

Alberi erranti e naufraghi

Tre famiglie, gli Arca, i Nonne e i Branca,  intrecciano le loro storie in una Sardegna che conserva nomi di città, Arbatax, Lanusei, ma che si trasfigura nei boschi, in un tempo che sembra il presente ma che ha retaggi antichi che vengono tratteggiati da doveri, da codici di comportamento dal sapore preindustriale.


E’ un racconto in cui assente è la “società”: non c’è sfondo, se non picchiettato da brevissimi tratti
evanescenti – un ufficio postale, una piazza cittadina, un negozio di merceria -  e anche l’ambiente naturale è in qualche modo “astratto”:  un mare d’inverno al quale si arriva dopo  lunghi giorni di camminata nei boschi, un luogo segreto  dove nascosti dalla selva vivono  bambini orfani ed erranti radunati in banda.

Il fuoco è tutto dentro le caratteristiche dei protagonisti:  hanno poco di realistico, sembrano quasi  personaggi di una fiaba, rigidamente rinchiusi nel proprio ruolo.
Surreale e poetico, il principe/semola che salva la fanciulla dalle fauci dell’orco, è Giuliano Arca, che  lega una sedia sulla schiena e per anni gira l’Ogliastra, boschi e paeselli, alla ricerca di suo padre,  e surreale è anche Maddalena Branca, personaggio “cerniera”, che crede di innamorarsi di un tarpatore di ali e di sentimenti.
Grottesco è  Edoardo Branca, la cui moglie adorata e adorante è volata come fogliolina ingoiata dai cattivi pensieri,  rigidamente ottuso  e cattivo è Michelangelo Nonne, come lo è suo padre Sebastiano.
Cogli l’attimo felice, che del doman non c’è certezza, e  scappa, mettiti in cammino come fanno gli aranci in inverno, e fuggi da chi vuol farti diventare ramo stecchito.
Questa sembra la morale della favola ecologica – i buoni tessono legami con animali, piante, giardini, pioggia e vento -  di Albero Capitta.

Però c’è qualcosa che non mi convince, in questo romanzo.  
E’ diseguale,  non inteso solo come qualcosa che ha alti e bassi, che ha momenti di picco e altri di caduta.
L’impressione è quella di un mosaico che nell’insieme non ha tenuta.
I singoli frammenti, le singole tessere del mosaico hanno una certa originalità, ma l’immagine rappresentata dall’insieme è piatta, e  risaltano troppo le crepe e le smagliature dovute ad una cattiva coesione delle tesserine.
Qualche frammento però è davvero bello.
(Un bell’esercizio di stile.)   


“E’ l’inverno che cammina sopra di lui. Alza gli occhi e ne vede la pianta dei piedi, l’inverno della città. (…) Poi la sera si apre e diviene azzurra di stelle che cadono lungo tutto il nevicato. Altre luci, di villaggi, di fioriture invernali, lo circondano; nel corso della camminata un ramo gli ha sferzato una guancia, solo ora ne percepisce il dolore. Un piccolo rosso gli si è disegnato sul volto. Un poco di calore sulla pelle assiderata, una ferita fresca su quel corpo già segnato. Sul viso di Giuliano è apparsa la scomparsa di suo padre.” 


domenica 19 gennaio 2014

Il messia

Gli italiani, un popolo di poeti di artisti di eroi  di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori.
Una boiata, ho sempre pensato (e l’ho scoperto da poco che tale adulante definizione è l’iscrizione posta sulla facciata del Palazzo della civiltà italiana a Roma, esemplare fulgido dell’architettura fascista e della sua retorica visiva e verbale)  a cui per dare un minimo di completezza  bisognerebbe aggiungere anche “di  pazzi [e di pecore]”. 
La frase mi è venuta in mente leggendo il messia di Ennio Flaiano.
Don Oreste D’Amicis, vanto e lustro del comune di Cappelle di Tavo, in Abruzzo, luogo che gli diede i natali, era un  pazzo, ma in qualche modo un artista,  un eroe,  un pensatore, e forse  un santo.  
Flaiano recupera le notizie biografiche da un opuscolo scritto nel 1890 da un folkorista, Antonio De Nino, citato anche nel racconto, ma  immagina che sia il nipote di Don Oreste, anche lui parroco di paesello, a raccogliere informazioni e a raccontare le gesta del suo consanguineo.
E’ una voce melanconica e ironica, quella del narratore in prima persona, la voce del vecchio parroco:

 “Sono talmente vecchio che, per dirvene una, stamattina tirando i piedi fuori dal letto sono rimasto incantato, non saprei  dirvi per quanto tempo,  a guardare la quercia del mio orto che protende i suoi rami più alti verso l’unica finestra della mia stanza. (…) E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza  di una persona viva. Io sento per questa quercia, che durante settanta due anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e  cupo come le sue foglie e, purtroppo, come i miei rimorsi: una reciproca fiducia senza reticenze.
Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio a  stare coi piedi nudi sul pavimento.”

Sembra quasi voler giustificare la consegna ai posteri della figura del suo zio, un pazzo (“Probabilmente oggi Don Oreste verrebbe messo in un manicomio”) ma anche un eroe, in qualche modo, di fronte al quale la sua vita sembra come quella della quercia.

“Ma quel che si richiede maggiormente ad un messia è che abbia tempo da perdere; voglio dire, che sia capace di astrarsi dalla sua realtà per servire quella degli altri. E invece io fui abbastanza pavido e non negai la mia realtà.”

Il resoconto della vita del messia, che si dipana  su due terzi del volumetto,  è  un pretesto  - con tono garbato, misurato ma sottilmente sarcastico e caustico -,  per  mettere alla berlina  un certo modo di vivere la religione: straordinarie in questo senso sono  le pagine sulla preparazione dei miracoli, o quelle sui consigli impartiti ai discepoli.

In fondo, ha ragione lui, il nipote di Don Oreste, almeno  fino al 1900
“Soltanto nelle chiese si poteva soddisfare la disposizione allo spettacolo che l'uomo ha innata.” 
Poi, hai voglia. 
Mica solo televisione.


lunedì 13 gennaio 2014

Bambine bis

In processione, prima è apparso il porte enfant, poi la nonna che lo teneva manco fosse un panaro, poi lei dietro. 
“Professorè, vi ho portato a vedere mia figlia”
Lucia è tornata. *
Cappellino con il fiorellino rosa, tutina rosa, giacchettino rosa, copertina rosa, faccina rosa.
Un batuffolino rosa, la figlia, la nipotiglia. 
Una bambulella.
“Professorè, ho partorito quasi due mesi prima, l’hanno tenuta nell’ospedale un sacco di tempo, pesava  1 chilo e 600 grammi”
Ratto la nonna vicemadre solleva la creatura  addormentata  dal caldo e rosato nido e me la piazza in braccio. 
L’animella si contorce, si inquieta.
“Uh, signora, ma stava dormendo, perché l’ha presa ?”
“E che fa, si deve abituare a tutto.” 
A un mese e 6 giorni, si deve abituare a tutto.
“E’ una bambina bellissima [e lo è davvero], Lucia, proprio una bambolina. Non c’è il pulsante per spegnerla, quando di notte piange?”
“Non piange, dorme” – dice la nonna vicemamma, prima di riprenderla per farle fare il tour des  professeurs.
E’ la figlia di Lucia, che è figlia di sua madre.  
Mi è calata una tristezza infinita bis. 
Non per una sola bambina, stavolta. 



domenica 12 gennaio 2014

Novella degli scacchi ed elogio alla follia

Non ne capisco un cavolo di scacchi. Non ho la più pallida idea di come si muovano i pezzi, di quali siano le mosse da fare, da prevedere, di quali siano le regole del gioco:   eppure la Novella degli scacchi di  Stefan Zweig mi è garbata.
Gli scacchi, il gioco e la sfida,  non sono che una metafora  della visione del mondo di Zweig: sconfitta,  o meglio ancora rinuncia, come quella che lo stesso autore si apprestava a compiere nella vita reale: il suo ultimo racconto prima del suicidio.

La prefazione di  Daniele Del Giudice, da leggere rigorosamente dopo,  mette in evidenza chi si contrappone nelle partite a bordo della nave diretta in America: i "nemici" non sono tanto l’uomo rozzo e con un solo talento, il campione degli scacchi che “monetarizza” la sua unica abilità, simbolo del nuovo modello di umanità che la società del ‘900 impone,  e  il signor B., avvocato , che ha scoperto il gioco degli scacchi  durante la segregazione  ad opera della Gestapo, e lo ha trasformato in un procedimento mentale atto alla sopravvivenza ma destinato a  diventare squilibrio.
I veri “antagonisti”, dice Del Giudice,  sono  Czentovič  e il narratore,  ovvero  la voce e lo sguardo di Zweig,  ancorato  al modello di uomo “aristocratico” dell’800, incapace di  “considerare” l’uomo nuovo, il nuovo cliente, ma  al suo cospetto  irrimediabilmente perdente.

“Mano a mano che il pedale della narrazione appoggia su una metafora secca, quasi senza accorgercene scivoliamo da un conflitto a un altro: l’opposizione non riguarda più due manie contrapposte, una naturale e l’altra forzata, né la tragica resistenza spirituale contro il nazismo, bensì il tramonto dell’anima aristocratica, sensibile tormentata costretta a soccombere di fronte a un’intelligenza arrogante, selettiva e perciò “vincente”. E da qui in poi cominciamo a tenere sempre più per Czentovič e un po’ meno per Zweig.”

Non ho alcuna particolare (anzi, alcuna senza particolare) ammirazione per chi concentra tutto sull'abilità unica, e ne fa il perno della propria esistenza o dei propri sogni, e penso ad esempio a chi guadagna più dei passeggeri di un vagone della metropolitana messi insieme solo perchè sa menare la palla in una porta.
[Sono  fuori moda senza  alcun appello]
In realtà mano a mano che il pedale ecceteraeccetera,  non ho mai cominciato a tenere per  il contadino russo.
E neanche  per Zweig,  che costringe il signor B. all'abbandono, scuotendolo dal  delirio.

La mia simpatia è tutta per il  signor B.,  al quale mi sarebbe piaciuto dare un’altra possibilità,  al di fuori del gioco e delle regole.
Fuori dal gioco e dalle regole.

La mia Novella degli scacchi è questa.


lunedì 30 dicembre 2013

Tutta n'ata storia.

Il primo concerto vero, enta anni fa, più o meno, forse più.
Al teatro tenda,  sic et sempliciter,  c’era Pinuccio, prima che occorressero gli stadi e piazza del Plebiscito fino a Toledo e oltre.
Il Palapartenope  e Fuorigrotta non sono più come un tempo.
Ma cosa lo è?
Qualcosa migliora invecchiando (non solo il vino), ma  in genere, come diceva la nonna mia, ogni scarpa addiventa scarpone.
(Meno male che ci stavano tanti scarponi,  più scarponi che guagliuncielli, che altrimenti, eh)

Il concerto è preannunciato dal pazzariello.
Un incipit difficilmente esportabile, e non mi dispiace, che le radici, anche se aeree,  non sono acqua.
'O pazzariello lo dice, ci stanno le guests stars, ne prendi tanti al prezzo di uno.
Certo, anche al momento della prevendita, si sapeva che il concerto sarebbe stato Pino Daniele + special guests.
Tante.
Nel calderone ci sono entrati  Clementino (che è davvero nu guaglione checazzo),  Eugenio Bennato, sempre con la stessa espressione sfasteriata di chi ha passato un guaio nero,   Lina Sastri e Teresa de Sio che seppur ottimamente conservate  hanno modificato in pernacchie le voci, Raiz e Osanna, i padri del progressivo, la cantante celtico-napoletana (!!!) Jenny Sorrenti,  il burdellaro  Tullio De Piscopo e il mistico (accussì li ho sempre chiamati in capa mia) Tony Esposito, ‘o vucione di James Senese e il maestro Rino Zurzolo e mò mi sfugge una  paranza di nomi, ma tant’è.
Tre ore di musica, una scaletta che manco mi ricordo più.
Ahh,  la Nuova compagnia di canto popolare, quella  che ha dato inizio, con la Tammurriata nera.
“Eh, però – dice l’amica mia – io volevo sentire il concerto di Pino Daniele”.
Ci sta, ci sta.
Ma.
Mi chiedo se riuscirebbe a tenerlo da solo, un concerto intero.
Mi chiedo se ce la farebbe ancora, a cantare e suonare anche per soltanto mezzora  filata, mentre a uno a uno,  a gruppi, in combinazioni insolite (Tullio De Piscopo e gli A67  fanno scintille) vecchi e nuovi compagni di strada, la carica dei trecento,  tengono da soli il palco, oppure lo accompagnano o si fanno accompagnare nei  pezzi forti.
E non c’è niente da fare,  Pinuccio quando tocca la chitarra è sempre un masto, e  si impone, tra gli strumenti e sulle voci degli altri,  il caldo e roco e profondo e dolente timbro  della sua voce.
Quasi quella di una volta.

Tra tutti i pezzi, alla faccia del rock progressivo, quello da brividi ‘ncuollo, da buco nel lago del cuore, è fatto da voce e  chitarre.
Solo voce e chitarre.
Appocundria.

Una  bella botta.


domenica 29 dicembre 2013

Better not to bet

“Iamm, facciamo una scommessa, mi leggo un libro che dici tu, uno di quei palammetri  che piacciono agli intellettuali, poi mi metto a studiare bravina bravina, mi faccio le ricerchine, e sfornacchio un commento di quelli uammamà.”
Il libro mi è stato passato. Anzi due, meglio abbondare.
Due libri di racconti di tale Dagerman Stig,* mai sentito nominare prima (vabbuò che novità)
Prima ancora di addentrarmi nella lettura, butto un occhio sul web.
Svedese, non tedesco, come il nome di primo impatto mi aveva suggerito. 
Suicida a 31 anni. 
Oilloco. 
Perché è inevitabile pensare alla beatificazione letteraria di chi ha raccontato la disperazione e alla disperazione ha ceduto. 
[David Foster Wallace e Breece Dexter John Pancake, I primi nomi di giovani scrittori suicidi che mi vengono in mente.] 
Anarchico, tant’è  che la pagina in italiano che accoglie maggiori informazioni biografiche è una pagina di Anarcopedia (marò, e quante pedie ci stanno!)
Una vita che, indipendentemente dalla qualità e dalla novità della scrittura, può alimentarne il culto. 
Non so quanto questo ingombro, o pre-giudizio, possano avermi condizionata. 
(mannaggia alla capa mia)
Di certo tutta il tempo della lettura, un tempo lunghissimo, data la brevità dei testi, è stato impregnato da un senso di sconfitta, di desolazione, di cupezza. 
Soprattutto perché, già da subito, ho capito che avrei perso la scommessa.


Ma anche no.

http://poostiiilleee.blogspot.it/search/label/Il%20viaggiatore


http://poostiiilleee.blogspot.it/search/label/I%20giochi%20della%20notte




martedì 24 dicembre 2013

Cronache da grinch

Un tempo, non tanto tempo fa, un pocherello pure mi piaceva l’atmosfera prenatalizia. 
Il senso dell’attesa. 
Attesa della supermagnata, che si concretizza in smazzamenti smisurati tra i fornelli e nei supermercati coi carrelli. 
Attesa degli incontri, attesa dei sorrisi, anche se sfarzosamente forzati.
Ma anche un tempo, non tanto tempo fa, sguisciava una sottile linea verdognola, resa per contrasto tanto più acidula quanto più miele e smancerie colavano d’intorno.
Tant’è, più che per il bene comune per l’impossibilità di fuggir lontano,  continuo a fare il buon viso al cattivo gioco.

Ma adesso, proprio, c’è il fuori che mette a dura prova ogni buon proposito. 
E’ in terzo e ultimo, spero, giorno di allietamento prenatalizio. 
Sul marciapiede, assoldata dai commercianti, che “ il Comune non fa niente, non pensa a niente, non mette le liuminarie, non mette i tappeti con le renne, non mette le stelle di natale” - non si interessa di incentivare all’acquisto, come se luci e sfarfallii potessero gonfiare magicamente i portafogli -  c’è una banda di animatori. 
Babbi natale che fanno i palloncini, Babbi natale che alluccano ai bambini, Babbe natale scosciate che fanno ciao ciao alle automobili mentre ballano al ritmo di gnamgnamstyle ,  creature,  un poco di pausa solo  nell’alternanza  tra uno gnam e un altro con “a natale puoiiiii fare tutto quello che non fai maaaaaaaaai”.
Ballano. 
Ecco, anche a  me. 
Son tre giorni che mi nutro di novalgina,  per il mal di capa prodotto dalla   musica a palla nelle orecchie,  quintali di decibel, nonostante le finestre chiuse, e il terzo piano. 
Un burdello tale che non si riesce  parlare, non si riesce a  telefonare, non ci si può concentrare, non si può riposare. 
Non si può staccare l’interruttore. 
(la scegliessi io, dico, ma pure un cacchio di repertorio del caizer, animatori dei ballons)

E i carabinieri? E i vigili urbani?  (contattati più volte, e  che lo dico a fare)
I secondi sono in ferie, of course, i primi stanno a mandare le pattuglie. 
Dove, come, quando, vuless sapè. 



mercoledì 27 novembre 2013

Il pepè

Il mio verdummaro Fabio è diverso. 
Fabio ha più tatuaggi che pelle, lo spinello sempre azzeccato in bocca, e uno sguardo da fetentone.
Da lui  niente bio, e  niente cachissi venduti come cammei nelle vaschettine  di plastica blu con centrino di pizzo di plastica di sotto. 
Sulle cassette della frutta e della verdura  ci sono i rotoli dei sacchetti per il self service, se si vuole far da sé.
Dei ragazzi lo  aiutano nel negozio.
Durano poco, i ragazzi di Fabio.
Un masto  troppo esigente, o forse soltanto troppo sfuttitore. 
Fatta la spesa,  aspetto come al solito che infili gli odori nella busta. 
(Petrusino, laccio e vasenicola  – pure d’inverno – sono omaggio)

Dimetriossss, pigli’ ‘o pepè là adderetr.
Demetrio, il nuovo arrivato, si inabissa nel retrobottega, mentre l’altro guaglione porta la cassetta con gli odori  (prezzemolo, sedano e basilico) dal camion alla cassa. 
Demetrio non esce.
Demitriiiooo, l’è truat ‘o pepè?
Demetrio riemerge con in mano un fascetto di bieta. 
Dimetriooosss,  ma che è pepè chest?? Va, vire, è arancione ‘o pepè. Sta sotto lloco. 
Demetrio ritorna nel retrobottega a continuare la sua ricerca. 
Mai scontentare il masto. 
Mica solo Demetrio, pure io mi chiedo che cavolo sia il pepè. 
Improvvisamente  un’illiminazione (SanMassimoTroisidaSanGiorgioaCremano). 
Il pepè è il minollo vegetale. 
E poiché Fabio capisce  che tempo 5 secondi avrei fatto fuori il gioco (povero Demetrio), si  affretta ad aggiungere:
“Nun dà retta, Dimitréss, sta ccà ‘o pepè, jesci  fora”.

Da Fabio, in omaggio oltre agli odori, ho anche una piccola dose di buonumore. 
Impagabile, quella.

mercoledì 13 novembre 2013

Chesil Beach

Era  da tempo che non leggevo  un libro capace di indurmi a  produrre  un migliaio e passa di pensieri.
(non so mica se è una cosa buona, però) 
E’ successo con Chesil Beach di McEwan. 
Letto anche  un poco  prevenuta, che Sabato dello stesso autore mi parve una palla cosmica. 
(e nonostante abbia adorato il libricino per ragazzi L’inventore dei sogni) 
Mica mi ricordo com’è che ho deciso di leggerlo.
(ah, usato come tagliamattunazzo, ecco, mò sì)
Fatto sta, che mentre lo leggevo, pensavo a quanto distante fosse quella storia  dai nostri tempi, da me.
E invece alla fine mi ha coinvolto molto molto più di quanto potessi mai immaginare all’inizio. 

Chesil Beach
“Erano ancora i tempi, destinati a concludersi alla fine di quel famoso decennio, in cui essere giovani costituiva un ingombro sociale, un marchio di irrilevanza, una condizione di leggero imbarazzo per la quale il matrimonio rappresentava l’inizio di una terapia.”
Erano i primi anni ’60. 
Una preistoria, data la difficoltà a immedesimarsi non tanto nei personaggi, quanto nella situazione.
Florence e Edward, poco più che ventenni, lei musicista, lui laureato in storia, di famiglia altoborghese e poco incline alle affettuosità lei, di famiglia scumbinata e calorosamente fingitrice lui, si incontrano, si innamorano, decidono di sposarsi. 
Un anno di castissime passeggiate,  sguardi, sogni di un futuro radioso, Edward arruolato nell’azienda del suocero, che non manchi il buon lavoro segno di distinzione sociale. 
Ma qualcosa non va, si inceppa, si blocca.
La prima notte di nozze si rivela una tragedia, tale che i due, a Chesil Beach, luogo ideale per la luna di miele,  si separano per non incontrarsi mai più. 
Matrimonio non consumato. 
(Ma che brutta espressione, consumare il matrimonio, a rigor di logica il matrimonio si è consumato e pure velocemente, si è proprio svaporato)

La voce del narratore adotta, nel racconto della notte a Chesil Beach, ora il punto di vista di Florence ora il punto di vista di Edward, attraverso flash back fornisce descrizioni delle loro vite familiari e dei loro incontri e rapporti e pensieri e paure prematrimoniali, e solo dalla prospettiva di Edward, segue ciò che accade dopo.  
La voce di Florence è prevalentemente la voce del presente: i sensi di colpa e il senso di schifo nella prima notte di nozze.
Di Florence non sapremo più nulla, tranne che diventerà una musicista famosa, mentre Edward a sessant’anni si chiederà ancora cosa sarebbe successo se l’avesse rincorsa, se avesse avuto pazienza, se e se. 

E se Florence avesse detto subito del suo problema, già nella serata del cinema,  senza illudersi di poterlo gestire in seguito?
[E se Maria o Michele avessero immediatamente detto o tu o mammete, non vi voglio prendere in paranza?
E se Lucia avesse detto o ti metti con la capa a fa bene e la finisci di toccare il culo a tutte le femmine e poi ne parliamo, senza illudersi che mettere l’anello al dito equivalga a mettere l’anello al pisello?]
Cosa sarebbe successo a Florence e Edward, se Florence avesse parlato prima, se Edward avesse chiesto prima. 
Si sarebbero sposati ugualmente, per poi trascinare per anni  pensieri e parole rimbrottose, le accuse – iotihosposatanonostantetufossifrigida chitelohachiesto?Lohaifattoperisoldieperlafabbricadipapà, -   oppure sarebbe finita prima di cominciare?

Dicevo che è difficile immedesimarsi nella situazione, ma  basta spostare l’asse di osservazione dal problema specifico, la frigidità di Florence e l’urgenza amorosa di Edward “esplose” nella prima notte di nozze, con il loro carico di sensi di colpa, di inadeguatezza, di vergogna e di incapacità di sentirsi "adulti, per ritrovare nel libro una dimensione “universale”. 

Così l'ho letto non nella sua valenza storica, ovvero relativamente alla difficoltà di vivere in modo "naturale" certe esperienze fuori dai condizionamenti sociali e dai tabù (anche quelli autogenerati), nè come un libro sull'incomunicabilità, sia nella coppia che nel microtessuto familiare, quanto come un libro sulla  errata percezione che abbiamo di noi stessi, della nostra capacità di “tenuta” e della capacità di “tenuta” dell’altro.
(Quanto posso durare, senza mentire a me stesso, senza esplodere)
Tra i due personaggi della storia, la mia simpatia e comprensione va ad Edward.
Ma forse solo perché il vero problema di Florence non è tanto la frigidità, quanto un atteggiamento mentale che spesso è anche mio, e che in parte detesto. 
E’  quello di una vita tenuta sempre sotto stretto controllo, governata con il rigore dell’archetto sullo strumento.  
“Sapeva benissimo che la gente litiga, anche in modo burrascoso magari, e poi si riconcilia. Ma non aveva idea di come iniziare: molto semplicemente non conosceva il trucco, il dissidio che rasserena, e non era mai riuscita a convincersi del tutto che le parole ostili potessero essere cancellate e dimenticate.”

Un libro molto bello, questo di McEwan. 
Bello come tutti i libri che trascendono la storia che raccontano. 

giovedì 7 novembre 2013

Epigoni

Pensavo  che Cristina Peri Rossi  fosse una giovane autrice italiana, invece è una scrittrice e giornalista  uruguayana.
Le informazioni in rete sono quasi tutte in lingua spagnola, sicchè chi vuole saperne di più è edotto sul fatto che o  si conosce lo spagnolo o  ci si accontenta di una traduzione googliana.

Il museo degli sforzi inutili è l’unico testo della Peri Rossi  tradotto in italiano, in un tempo anche piuttosto remoto,  nel 1990.
E’ una raccolta di racconti, tutti piuttosto brevi  e assai eterogenei,  per timbro più che per temi.
I temi sono quelli cari alla  ormai tradizionale vena dell’assurdo tipica di una certa letteratura sudamericana:  ossessioni,  discrepanze, rotture, incapacità di adeguarsi  alla realtà. 
In poche righe la Peri Rossi mette in  campo  situazioni paradossali o decisamente surreali, come quella in cui un uomo, trovata  tra l’immondizia una porta di legno, se la trascina in casa, la cura, la posiziona in modo che possa guardare il paesaggio dalla finestra, la usa come ascoltatore della storia della sua vita: Parlare al muro è il titolo del racconto.  
In realtà, più che un'esponente generica del filone del realismo magico,  la Peri Rossi è nello specifico un epigono di Cortàzar. 
La pulce è saltata immediatamente al naso sul titolo di uno dei racconti, Istruzioni per scendere dal letto, omaggio - e non plagio, che non vi è alcuna possibilità di paragone - alle istruzioni contenute nelle Storie di Cronopios e  di famas. 
(Ho scoperto poi  che  l’autrice ha anche dedicato un saggio al suo “maestro” e amico 

Cristina Peri Rossi sta a Cortàzar come Francesco Boneri  sta al Caravaggio.
Non tutti i racconti hanno  la stessa capacità di “sfondamento”,  molti sanno di esercizietto.
Quelli davvero interessanti si distinguono per la prevalenza dello  sguardo ironico  che pur sembrando  bonario, rivela la spietatezza della realtà che è sottesa:  l’Urlo di Tarzan,  Punto Fermo,  La pecora ribelle e  Bandiere.
E forse si erge, sopra tutti,  Storia d’amore. 
Molto poco ironico, anzi, totalmente tragico. 
(e ça va sans dire, declinabile anche al femminile)
Colpita da una irrefrenabile mania da amanuense informatizzata,  mi sono presa la briga di ricopiarlo, per  il passante che abbia  voglia  di curiosare. 


Storia d'amore - Cristina Peri Rossi (da "Il museo degli Sforzi Inutili)

Disse che mi amava e mi donò la sua vita. 
All’inizio, io mi sentii lusingato – era la prima volta che mi succedeva -, ma poi cominciai ad avvertire un dolore alla schiena. Non esistono vite leggere. Sono tutte difficili da portare. Poiché sono docile ed obbediente, calzai bene il pesante fardello sulle spalle e mi diressi, senza esitare, verso la montagna.  Talvolta la sua vita mi sfregava le scapole, in cerca di equilibrio, e io sentivo un bruciore sulla pelle, che si arrossava e si screpolava. Quando un fianco mi doleva troppo, inarcavo il dorso e cercavo di spostare il peso sull’altro. 
Non avevo ancora percorso la prima parte del cammino quando notai che una delle mie costole  cambiava di posto, venendo a conficcarsi nel mio stomaco. Allora mi allarmai, cercai di disfarmi del carico, ma lei dichiarò solennemente che mi amava, e mi si accomodò meglio sulle spalle. 
Con la costola piantata nello stomaco, era difficile mangiare e muoversi, ma per fortuna scoprii un nuovo di respirare, in due movimenti, il primo lento e non molto profondo, il secondo più deciso, che mi permetteva di continuare a camminare. Osservai come, lungo il tragitto, molta gente si fermasse per congratularsi con me: si era sparsa la notizia del suo amore e io ero diventato relativamente famoso. I miei piedi sanguinavano e rinunciai alle scarpe. Desiderai, come le enormi tartarughe marine, di possedere una corazza che mi proteggesse la schiena.
Sotto il peso della sua vita, io avanzavo chino. Ormai non vedevo più il cielo , né le alte cime degli alberi, né gli uccelli che solcano l’aria, né le fugaci farfalle dei giorni di tempesta. Certo, a volte provavo una forte nostalgia delle nuvole e dell’arcobaleno, ma mi abituai a camminare curvo, a guardare solo le cose che si muovevano rasoterra. 
All’inizio quando mi fermavo a bere presso un ruscello cristallino o a riposare un po’, lei accettava che io depositassi per breve tempo la sua vita a terra (mangiavo e bevevo sorvegliandola attentamente  perché non si perdesse o non se la portasse via uno sconosciuto). Così , mi prendevo un po’ di riposo. Ma un giorno, quando camminavamo già da un bel pezzo, mi annunciò la sua decisione di non separarsi mai più da me. Non potei alzare lo sguardo e guardarla, per via del peso, ma capii ugualmente l’ostinazione del suo proposito. La risoluzione, a quanto mi disse, nasceva dal profondo amore per me. Avevo la schiena incurvata, le gambe che mi tremavano, i piedi scorticati e le costole, ribelli, che si spostavano continuamente, ma avevo l’esclusiva del suo amore. “Non potrà continuare a starmi incollata, se io non voglio”, pensai, mentre con un movimento delle spalle mi assestavo meglio il carico.  La montagna era ormai prossima e la temibile ascesa sarebbe cominciata da un momento all’altro. “Che lo voglia o meno – mi dicevo -  potrò sempre sbarazzarmi un istante di lei per bere o dormire, anche se piange, grida o fa finta di essere malata: basterà scrollare le spalle perché cada”. Tuttavia mi sbagliavo: quando cercai di scrollarmela di dosso per poggiarla un momento a terra, mi accorsi che non potevo farlo. I suoi organi vitali, durante quel tratto di strada, avevano cominciato a secernere un liquido giallognolo, una sostanza cornea che raggrumandosi sulla mia schiena, l’aveva definitivamente unita  a me. Con l’ostinazione cieca del naufrago cercai di rompere la dura crosta che ci univa. “E’ inutile, -disse lei, proprio sui miei reni. – Il mio amore è eterno, indissolubile, indistruttibile. Dai miei seni emana questo zampillo che raggiungendoti  si solidifica e dal mio utero fluisce questo metalloo che aderisce alle tue costole”. “Ormai non ci separeremo più”, aggiunse, trionfante. 
Invano mi scrollai, cercando di liberarmi dal peso: ottenni solo di stancarmi di più. Infatti,  come quelle torpide lumache che avanzano lentamente con il loro guscio addosso, a ogni mio movimento trasportavo, senza volere, anche lei. Pensai di avvicinarmi alla montagna e sbattere brutalmente il mio carico contro la pietra dura, insonne; ma subito capii che mi sarei sfracellato anche io, come una fiera impazzita. 
Sicchè cominciai l’ascesa. Le secrezioni dei suoi organi erano sempre più frequenti; quei liquidi appiccicosi mi scorrevano sulle mani, intorpidendomi le dita; formavano spesse pellicole adesive che univano diverse parti del corpo fra di loro, così la difficoltà di camminare aumentava. Sentivo fluire sulle spalle le sue secrezioni, che rafforzavano sempre più la crosta che ci univa. 
La notte ero esausto e dormivo in modo discontinuo, bagnato dai liquidi che a intervalli regolari sgorgavano dalle sue ascelle, dai suoi pori, dalle sue gambe.
Un mattino mi svegliai con la bocca completamente otturata da un tessuto colloso, giallognolo, di solida consistenza, che non mi consentiva di parlare; compresi che, agitandosi nel sonno, aveva sprigionato quelle fibre cartilaginee che si erano indurite sulle mie labbra. Lottai per spezzare il guscio, ma fu impossibile: ora procedevo muto sulla montagna. 
L’ascesa è difficile. Sono sempre più curvo. Lungo il cammino non vedo nessuno. Non si tratta soltanto della solitudine dei luoghi o dei rischi della montagna: quand’anche passasse qualcuno non lo vedrei, piegato come sono per il peso. D’altra parte, la mia fama si è spenta: credo che nessuno mi riconoscerebbe, con le ossa di fuori, macilento e pieno di croste teguminose. 
La fine del viaggio mi preoccupa: la cima della montagna è molto lontana e non riuscirò mai a raggiungerla. Inoltre sono, o almeno sembro, molto vecchio. So che morirò e ho cercato di farglielo capire: sono sempre più magro, i miei piedi sono ormai scarnificati, le ossa mi spuntano dalle piaghe che ho nel corpo. Siccome non posso parlare (né mangiare) per via della crosta, gliel’ho detto a gesti. Lei mi ha subito consolato. “Ti amo, - mi ha detto, - ti ho offerto la mia vita. Come potresti non darmi la tua?”


mercoledì 23 ottobre 2013

Bambine

Lucia a gennaio era ancora in seconda media, a quasi 16 anni, poi si è “ritirata”, e  a giugno ha fatto l’esame da privatista. 
Anni persi perché non scrutinata, troppe assenze, anno dopo anno sempre di più. 
Non le piaceva andare a scuola. 
A me non  sembrava una ragazzina stupida, Lucia.
Anzi, forse  troppo sveglia, troppo avanti nella conoscenza delle cose del mondo, rispetto alle sue ormai non più coetanee. 
Il suo compito all’esame  – scrivi una lettera etc etc - era piuttosto sconcertante.
Lucia scriveva del bambino che avrebbe avuto, delle sue paure e del suo non sentirsi all’altezza.
Pianti, abbracci, consolazioni e occhi di riguardo da parte di tutta la Commissione. 
(mi era venuto il dubbio che  fosse tutta  una sceneggiata)
Non credevo fosse una ragazzina tanto stupida. 

Lucia è tornata a scuola, a salutare, a mostrare il pancione. 
Un palloncino su un corpicino esile esile, minuto minuto.
E’ una femminuccia, dice. 
(una bambina in una bambina)
Baci, abbracci, commozione, una  collega che dice una scelta coraggiosa, una scelta di vita, brava brava. 
E io no, non ce la fò. 
Mi sento ingiusta e cattiva, ma tant’è. 
Mi è calata addosso una tristezza infinita. 

domenica 20 ottobre 2013

Incubo di una notte di mezza estate (inizio autunno, meglio)

Shakespeare.
E chi non lo conosce, almeno per sentito dire.
La lettura  del saggio di Nadia Fusini,   sua traduttrice appassionata, "Di vita si muore",  ebbe  il devastante effetto di farmi sentire un’emerita ignurante,  dato che di Shakespeare poco e niente conosco in modo diretto delle sue opere,  in quanto lessi  soltanto “Romeo e Giulietta” - passato remoto a tutti gli effetti  - ,  nel pleistocene, mentre tentavo di imparare l’albionico idioma.
Testo in lingua originale con traduzione a latere.
(lessi la traduzione a latere)
Poi, di Shaskespeare  è rimasta solo la fama, e l’alone di grandezza tramandato in citazioni casuali, e il ricordo  incastonato nel film L'attimo fuggente, il sogno birichino di far l’attore nello stralcio della rappresentazione di Sogno di una notte di mezza estate.
“Se noi ombre vi abbiamo offeso, fate conto di aver dormito.”
Ora, posso vantare nel mio nutritissimo carnet anche la lettura integrale di codesta commedia, attinta direttamente dal web.


Un altro teatro, un’altra compagnia.
Una di quelle fatte da giovani attori, una di quelle che mettono in scena rappresentazioni per le scuole.
Devo far conto di aver dormito, non perché le ombre mi abbiano  offeso, anzi, i ragazzi sul palco son stati davvero bravi.
O meglio, non devo proprio far conto di aver dormito, se   tutto  l’ambaradan ha anche  avuto il merito di spingermi a leggere il testo integrale della commedia   per verificare fino a che punto è arrivato lo sfregio.
Chi, nel soggetto del  film  L’attimo fuggente , ha scelto proprio questa opera teatrale di Shakespeare, mica l’ha fatto a caso. 
(ci azzeccava proprio alla perfezione, Otello  non avrebbe avuto lo stesso effetto)
La finzione teatrale  nella finzione cinematografica conserva dell’opera di  Shakespeare il timbro lieve, giocoso e sognante e trasognato.



Tradurre è tradire.
(Anche reinterpretare è in qualche modo tradurre, dunque tradire)
Però c’è tradimento e tradimento.
Nulla impedisce di trasformare radicalmente un’opera, di contaminarla con altre, di  riprodurre pari pari dei versi o delle sequenze e di tagliarne altri, di fare aggiunte improbabili, sintesi, omissioni,   di creare degli ibridi.
Sarà alla fine una cosa diversa da quella da cui è partita.
Che lo si dica, però.
Non sarà più Il sogno di una notte di mezza estate, ma  potrebbe trasformarsi nell’incubo di una notte di mezza autunno.
Soprattutto se Puck è un metallaro con la faccia dipinta da  Jocker che sghignazza continuamente , se Oberon  sembra  Neo di Matrix, se le fatine indossano tutine in latex,  se la banda di artigiani è uno scomposto quartetto di vasciaioli parlanti (urlanti, la verità) solo in dialetto napoletano.
Soprattutto se si perdono totalmente di vista - date le mille distrazioni cabarettistiche e gli ammiccamenti all'estetica contemporanea -   il senso degli equivoci e le riflessioni sull’amore, sulla finzione, l’oscillazione tra il diosiniaco e l’apollino, la mescolanza tra dimensione onirica e vita reale.


(i miei ragazzi non ce li porto, ecco)

mercoledì 16 ottobre 2013

Controiatture

Lo avevo già visto da queste parti, negli ultimi anni, sempre con lo stesso effetto straniante. 
Non è certo la stessa cosa vederlo in azione  nella periferia urbana tra i palazzoni di cemento e il plexiglass piuttosto  che tra i vicoli del centro storico. 
Erano state le urla, gli strepiti, il clangore metallico di una mazza battuta, a spingermi alla finestra. 
Passava, con la sua mise trasandata, la giacca larga larga nera, certe scarpacce nere, i pantaloni neri così lunghi da fare plissè sulle caviglie, il cappellaccio,  l’ambaradan di corni appizzati sui baveri  e l’incensiere che dispensava fumo e puzza. 
Si fermava in ogni negozio,  dal merciaio, dal pasticciere, dall’assicuratore, dal tatuatore, dal giornalaio (e poi non ne vedo più dalla finestra), e immagino che nessuno gli abbia mai negato qualche spicciolo per  il suo straordinario servigio di scacciare il malocchio, la sfiga, la crisi. 
L’uomo della crisi. 
Oggi l’ho visto in piano, non dall’alto. 
Mai così da vicino. 
Era in un bar, a sciorinare  alluccando come un pazzo furioso scongiuri e controiatture,  mentre roteava la caccavella con l’incenso. 
E mannaggia alla morte che m’è venuto scuorno di entrare, posare l’ombrello grondante che nel frattempo ci stava l’iradiddio della pioggia, tirare fuori il cellulare nuovissimo che sicuramente fa anche le fotografie belle ma non so come si usa e avrei fatto sicuramente una quindicina di figure di merda contemporaneamente,  che almeno il particolare del cappellaccio avrei dovuto immortalarlo per sempre. 
Sul cappello stamattina si ergeva  fiera una tigre. 
Una tigre di peluche.
[Una tigre di peluche??]
Eh. 
Chiossape quanto fa la tigre nella smorfia. 
[ chiossape quali traslati simbolici tiene la tigre, che forse una ciucciuettola ci sarebbe stata meglio. 
Un poco di serietà, e che diamine!]

martedì 8 ottobre 2013

Neo e Invalsi

Io poi glielo vorrei dire, a quelli dell'INVALSI, ma venite in certe classi a vedere com'è, le competenze e le oscenità che andate blaterando, come se tutti i ragazzi fossero uguali, come se tutte le classi fossero uguali, come se tutte le realtà fossero uguali, come se e come se.
Che ci si siano pure, ste maledette prove invalsi,  ma che non vengano trasformate in armi improprie, perchè  giudicare il lavoro dei docenti  dagli esiti delle prove  ( tant'è che persino nel decreto legge 12/9 n. 104  art. 16 il ministro stanzia una bella cifretta per la formazione degli insegnanti "Al  fine  di  migliorare   il   rendimento   della   didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed e' maggiore il rischio socio-educativo", e non voglio  chiedermi chi forma gli insegnanti, e che altro giro di magna magna è questo della formazione!) è una aberrazione palese.
Se mi dovessero valutare dopo aver analizzato i risultati conseguiti da una delle mie classi, sarei impietosamente bocciata, e dovrei di corsa sottopormi a corsi di formazione sotto vuoto spinto,  ma se mi dovessero valutare dopo aver analizzato i risultati conseguiti da un'altra mia classe mi farebbero i complimenti. 
E che è, non sono forse la stessa a destra e a manca?
(a manca ci butto molto più sangue, ma tant'è, non si direbbe proprio, visti i risultati). 
E' che ci penso, mi angoscio, mi torturo, su come addestrare la mia classe debole al superamento dignitoso della prova invalsi che farà media all'esame, ma c'aggia fa se a mò di esempio,  dopo aver dedicato la lezione precedente alla spiegazione, dopo aver assegnato una ricerca da fare a casa - bypassata da quasi tutti, che l'internet serve per feisbuc e basta, succede che...

Ma ragazzi, riflettiamo anche  sulla parola. Neoclassicismo. Neo e classicismo. Classicismo, lo sapete vero, è tutto ciò che si riferisce alla cultura classica, la cultura  dei greci e dei latini, infatti, chi di voi [nessuno]  andrà al liceo classico, studierà a differenza degli altri liceali anche il greco e il latino.
E neo? cosa significa neo? pensate alla parola neonato. NEO NATO.
(in coro) E' un bambino
Certo, è un bambino, ma è appena nato, è un NUOVO nato. 
Dunque, ritornando alla parola Neoclassicismo, cosa vorrà mai dire quel neo attaccato alla parola classicismo?
(in coro) Vuol dire NATO, pressorè!