lunedì 31 ottobre 2011

Hallo! Ween.


Odio tutte le feste comandate.
Con due eccezioni: Carnevale e Halloween.
Halloween  non si usava, quando ero bambina.
Invece è divertentissimo giocare a mettersi e a far mettere paura.
(Lo faccio adesso. E' un privilegio che si può permettere solo chi ha a che fare con i bambini, che altrimenti,  coi capelli cotonati ritti in capa, le occhiaie  dipinte di nero nero, e la voce cavernosa e roca, il 118 sarebbe allertato di presso)

Mi frega cippa che è una festa importata, un'usanza altrui, una festa senza radici e senza storia nella cultura nostra.
(mica rinuncio all'insalata russa disposta in vassoio accanto all'insalata di rinforzo nella cena della vigilia)
E' divertentissimo vedere i bambini sfidare la paura solo guardandosi nello specchio con le maschere mostruose o i trucchi orripilanti, e sfidare il ribrezzo fingendo di mangiare tramezzini al vomito di rana o alle budella di orco, e panini ripieni di diarrea di mosca.
Tutto questo non ha niente a che fare con satana, il diavolo, la morte, l'anticristo, l'omaggio al vuoto e alla morte. (qualcuno è azzeccato proprio)
Del resto, nessuno ora si sognerebbe di stare a sindacare sul da dove è venuto e perchè e percome e perquando il babbo natale, quello smuove miliardi, non pazziamo proprio su questo. (dai, buttati, che è morbido!)
Non si parla del pleistocene, ma quando ero bambina, solo la befana portava UN dono (uno solo) e le caramelle e i mandarini e il carbone vero, non di zucchero. 
Ma due donatori, coi sacchi pieni pieni sulle spalle,  sono meglio di one.
Halloween riesce bene anche a costo zero.
Si disegnano le zucche, si disegnano le faccine con le matite nere e rosse. Si ritagliano i pipistrelli da un cartoncino nero.
E' solo un gioco.
E dunque tra il 31 ottobre e il 1 novembre, i bambini festeggiano Halloween.
(e io con loro)
Non dovunque però.
Non nelle scuole religiose, non negli oratori.
(spero che ci siano tante di quelle eccezioni da inficiare la regola)
Ho visto patetici tentativi di sostituzione della festa dei mostri con edulcoratissime feste dei santi, aureole e ali e ghirlande di luci.
Eccerto, l'unica paura che si deve avere e che bisogna inculcare è quella della morte secunda. 
Manco per gioco si può essere cattivoni. 

[A Carnevale bisognerebbe vietare di vestirsi da preti e da suore, blasfemia, blasfemia!]

lunedì 24 ottobre 2011

Di premi e votazioni


Serata fresca e piovigginosa,  androne di antico palazzo nobiliare, contenuta folla in attesa di partecipare all’evento, il premio letterario XWZ.

“Uè, ciao, anche tu qua!”
“Eh, ci sto con degli amici, dobbiamo votare il libro.”
“Ah, e dimmi, a te quale libro è piaciuto di più, quale scegli, a  chi dai il voto?”
“Veramente non li ho letti, ma c’è Mario che ce li ha raccontati, e allora  voto ******,  è il più bello, secondo lui.”
“…..”

A volte mi sento una talebana. Rigida, rigida.
Non posso tollerare, ma proprio non posso tollerare certi fatti.
Come si può scegliere e votare qualcosa che non si conosce, che non si sa, solo perché qualcuno dice che o sostiene che o convince che o soltanto perché piace a?
(il nonno dava alla nonna il foglietiello con il simbolo e il nome, e la nonna che teneva il diritto di voto, da poco, ma che importa, eseguiva docile docile)
Dai massimi ai minimi sistemi, l’intolleranza non cambia.
Come si può votare  ad un concorso letterario un libro per procura di gusti e appassionamenti?
Non ho letto i libri in concorso, non voto.

Il pubblico, dopo aver votato,  ascolta le relazioni della giuria tecnica. Le motivazioni che hanno portato all’attenzione dei lettori i libri finalisti. I panegirici.
Segue applauso bulgaro.

Mi sono sempre chiesta quali siano i criteri di selezione dei libri finalisti, dei libri candidati ai premi.
Un pozzo ed una sporta. Già solo la pagina di wikipedia   riporta 78 premi letterari italiani.
Per tacere dei concorsi riservati agli esordienti.
Che fatica bestia deve essere, solo per fare un esempio, per i 400 amici del premioStrega, uno dei più "prestigiosi" e "conosciuti", lavorare alla rosa dei libri finalisti!
Il regolamento prevede due tornate  durante le quali vengono selezionati i libri presentati dagli stessi amici, tutti “diversamente  (sic!) inseriti nel mondo della cultura”. 
Anzi, per amore di  verità e  di precisione, il regolamento prevede che ogni libro candidato a fare la parte del papabile debba essere presentato da almeno due amici del premio.
400 amici del premio diviso minimo2 sostenitori per ogni titolo = 200 libri da valutare se tutto va male.
Urca, ma che gigantesco impegno.
Un premio agli amici del premio.
[Malignamente penso ad accorpamenti,  gruppi di sostegno, oggi a me domani a te,  pressioni delle case editrici]

Si contano i voti, si tirano le somme, si proclama il vincitore. 
Relativamente, ovvio. 
Tutti i libri finalisti sono vincitori.

L'unica motivazione che mi tiene, è una parossistica bulimia cartacea. Son sempre libri in più da leggere.
Sono libri gratis, è vero (che tirchieria).
Ma  forse è meglio sceglierseli da soli.





sabato 22 ottobre 2011

Strade zen

Prima l'onomastico contava quasi più del compleanno. Quasi.
Certamente era più ricordabile, soprattutto lì dove vigeva la infame legge della supponta.
( uno per trecento, dal bisnonno al nipote:  Giuseppe, Peppino, Giusè, Peppiniello).
Io me li scordo bellamente tutti (e anche i compleanni e gli anniversari e i compicaz)
Tuttavia.
L'abitudine di festeggiare l'onomastico, con annesso offertorio di dolcini e caffè  e rustichelli e connesso sbavamento multiplo sulle guance,  non s'è persa, almeno sul luogo dove lavoro.
(maledetti i calendari)
Pessima abitudine, ma non sottostare a questa equivale alla morte sociale.
(io già sono orca abbastanza, e tendenzialmente suicida sociale)
Dunque sono andata a lavoro con le paste, le ho messe in bella vista sul bancone e poi, dopo aver ricevuto almeno una decina di doppi baci e toccamenti di spalla, mani sudate/fredde/rigide/mollicce altrui nelle mie, ho fatto virata e fuga per andare  a nascondermi ed evitare un'altra trentina di sbavate e stritolate.
B. che è l'unica che  (mi) capisce mi ha detto  - vai, si vede che soffri.
Cazz -  le ho risposto - è tanto evidente? 
Sulla tua faccia si legge tutto - mi ha risposto. 
E io che faccio - cerco di fare - esercizi continui di impassibilità.
Lo zen non è la mia strada.

lunedì 17 ottobre 2011

Puttana Eva

"... Eva è ancora l'unico nome biblico - insieme a quello del traditore Giuda - che bestemmiare è considerato veniale. Se nessuno ha mai pensato di imprecare con il nome di Adamo, qualcosa vorrà pur dire."


Michela Murgia   "Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna."



Non lo so se è considerato veniale.
Non sono esperta di graduatorie dei peccati, mi devo fidare della Murgia che ha fatto studi teologici.
E però.
Se la bestemmia è una imprecazione (la bestemmia è un'imprecazione?), puttana Eva è davvero una bestemmia sui generis, astratta ma astratta assai ancora più delle altre.
Puttana come, se nel paradiso terrestre ci stavano solo lei e Adamo?
(ah, no, ci stava pure il serpente)
Ma vuol dire molto più di qualcosa.

venerdì 7 ottobre 2011

Mi è semblato di vedere un...


Un elefante.
Un elefante (Indiano? Africano? Boh)  a passeggio per il corso principale,  tra i motorini  (cauti nel sorpasso, la verità) e le auto (non strombazzanti , e che è, meraviglia!)
Straniante assai.
Pubblicità vivente del circo Orfei. 
Evidentemente il volantinaggio e la distribuzione di biglietti finto omaggio  fatti dagli inservienti  in divisa rossa e mostrine e alamari dorati non sono stati sufficientemente efficaci.
E lo so, lo so, ai bambini piacciono tutti gli animali esotici, le galline, le capre, figuriamoci un elefante.
All’elefante in proboscide e zampone non si può resistere.
(se non funziona questa non ci restano che le fattorie maremmane, penseranno quelli del circo)
Ma che pena,  povero bestione.
Che pena uguale, immaginarlo chiuso nel gabbione-carrozzone.

E in tutto il suo lungo marciare, manco una cacata.
(come avranno fatto a fare in modo che non?)

mercoledì 5 ottobre 2011

Si gonfia la rete

"Nessun altro posto al mondo, dopo quel giorno, mi è parso così tanto oggetto di una possessione demoniaca e collettiva: Rio a carnevale sembra Stoccolma il due novembre, a confronto" 

Maurizio De Giovanni   "Ti racconto il 10 maggio" 

Vero è. Me lo ricordo.  Dal terrazzo all'ultimo piano in via Salvator Rosa, il fiume azzurro.
E in strada poi,  le signore dei bassi del Cavone - tutte impernacchiate manco un matrimonio - avevano sistemato  i tavoli e le pentole di pasta e fagioli (e sui fili per il bucato da un balcone all'altro niente lenzuola e mutande, solo gagliardetti azzurri). 
Nessun incidente, niente muorti e feriti, nessun danneggiamento - dice De Giovanni. 
Non ci potrei giurare, ma certamente in illo tempore non erano ancora pasciuti i maumau  come quelli che, domenica scorsa, per rallegrarsi con la squadra al rientro da Milano, sono entrati nell'aeroporto di Capodichino sfondando le vetrate coi motorini.

Lo sport non mi interessa. 
Il calcio meno di niente.
(quanti uommechi per tirare due cavuci a una palla - penso allo sciopero dei calciatori, ma andassero a cacare - ; che indecenza  diventare miliardari per fare quello che a miriadi fanno pure scavzi e tra la  polvere e gli sterpi, solo per il piacere di giocare;  che fetenzia vedere stereotiparsi i sogni  dei ragazzini "voglio fare il calciatore, tengono 'e sorde,  'e guaglione belle")
La partita non la guardo, anche se non posso evitare - solo i tappi nelle recchie - di sentire in tempo reale,  dalla voce del condominio e della strada,  l'andamento dell'incontro.
Eppure non riesco a mantenermi.
In caso di vittoria, il giorno dopo me lo cerco in rete.
(giusto in tempo prima che il signor Sky faccia togliere i video, violazione dei diritti di  sticaz, ma tanto, come li mantieni gli sguscianti che filmano la tv e si confezionano in proprio i videoclip?)
Mi mette allegria, a prescindere.
(La festa, la festa: mi meraviglio sempre di me stessa)
Lui è l'iterazione della "possessione demoniaca e collettiva".
Raffaele Auriemma.

sabato 1 ottobre 2011

Elena e Pasquale

La circumvallazione esterna (alias strada americana forse perchè il primo tracciato tra le campagne prima dell'abnorme sviluppo urbanistico fu quello impresso dai cingoli dell''esercito alleato, alias doppio senso forse perchè era una delle prime strade a doppia carreggiata - vox populi - o possibile che lo fosse per la presenza delle puttane?) è una delle strade più fetenti  da percorrere tra quelle di periferia della città.
Munnezza sparsa lungo le rampe di accesso da qualunque e verso qualunque paese della cintura, munnezza in cumuli bruciata, palazzoni e palazzine con vista sul traffico e olfatto sul fieto, fazzoletti di verde sporco e rachitico lasciato tra il calcestruzzo.
Accellerazioni e repentine fermate nei pressi di quadrivi e rotonde e rampe, perennemente ingorgati.
Il paesaggio del disordine metropolitano, soprattutto nei  suddetti tratti,  è arricchito da sgargianti  manifesti pubblicitari azzeccati su giganteschi tabelloni pubblicitari posti in fila continua dietro ai guard rail.
(oh, colore, oh, forme, oh.)

Quadrivio Casavatore Arzano.
Passaggio lento, lentissimo.
Guardo i manifesti (potrei guardare nelle finestre e nei balconi aperti, o nei finestrini delle macchine in coda)
T***** arredamenti, F***** cucine, P******ta, e poi Elena e Pasquale.
Quattro scatti, gigantografie affiancate.
Tipiche pose da servizio fotografico pre-matrimoniale, gli 'nnammurati in borghese colti uocchio'int'all'uocchio a puntone al mare prima del fatidico giorno del travestimento in frac e merletti e veli bianchi.
Non c'è il nome dello studio fotografico.
Non è la pubblicità del fotografo.
E' la loro pubblicità.
Elena e Pasquale.

Anche Medoro e Angelica incisero i loro nomi sulla corteccia degli alberi (e Orlando uscì pazzo).
Ma metterci la faccia.
Apparire conta sempre più che essere.



domenica 25 settembre 2011

Particelle molto elementari

La mia conoscenza della fisica è pari a quella che ne ha una capra.
Prima Le particelle elementari erano solo il titolo di un libro di Uellebecco.
Ora so che le particelle elementari sono Fermioni e Bosoni, e che i neutrini appartengono alla famiglia dei Fermioni perchè hanno 1/2 Spin (?!?).
Ora so che immaginare l'atomo e basta (neutroni protoni e elettroni che girano attorno come satelliti), non equivale neanche a disegnare un uomo con quattro mazzarelle e un cerchio (la capoccia).
Ora so che i neutrini possono (potrebbero?) viaggiare ad una velocitá superiore a quella della luce.
Come sia venuta a conoscenza di questo fondamentale, è irrilevante.
(non voglio sprecare manco un micropensiero per qualcosa/qualcuna che meriterebbe di evaporare dalla faccia della terra alla velocità della luce - "la noncuranza è il maggior disprezzo", maledetta questa massima a cui talvolta cerco di attenermi, un papagno in faccia e una caterva di maleparole danno più soddisfazione).

Però, ora che so, mi domando: e dunque?
Tra qualche anno potrò andare lontano senza prendere treni e aerei, soltanto infilandomi in un tubo che mi sparerà via scomponendomi in neutrini?
Potrò viaggiare nel passato? (Rinascimento, grazie, possibilmente proprio dentro il palazzo di Lorenzo il Magnifico)
Nel futuro?(ahemm, passo)
Scoprirò che la morte non esiste, e che i neutrini che componevano la materia del corpo di zio Giovanniello sono assemblati sotto forma di ectoplasma che si rivela nei miei incubi e che quando sono sveglia mi sciosciano alle spalle anche se non me ne accorgo?

Il mio "plauso", e fuori da ogni ironia, e per quanto possa contare, massima stima e rispetto verso tutti i ricercatori, compresi quelli che, riciclando provette e carta, facendo nottate e capriole per uno straccio di finanziamento, tutti i giorni aggiungono un tassello alla conoscenza senza che il mondo ne sappia niente.
Non ne sappia niente oggi.
Ma domani.
Domani chissà.

giovedì 22 settembre 2011

Trastola?

Prima classe. Anni e anni di patente e di guida senza mai un incidente, un urto, una cozzatina, una parafangata.
Oggi  avrei potuto uccidere un uomo (omicidio colposo).
Ho investito  un tale in motorino.
Non l’ho proprio visto. Ho guardato la strada, prima di attraversare l’incrocio.
Sinistra. Ho fatto passare le due macchine veloci e anche una lenta, rossa. Strada libera.
Destra. Strada libera.
Ho messo la marcia e mi sono avviata e  buuum. 
“M’hai acciso! M’hai acciso!” 
Un uomo e uno scooter a terra davanti alla macchina.
Avrei potuto uccidere un uomo per distrazione.
(Ma ho guardato la strada, mi dico, e forse pensavo ad altro, ma a guardare ho guardato. Senza vedere. Cazzo.)
Oddio, ho reso un cristiano cionco per sempre, penso.
La folla, una sedia compare sul ciglio della strada, l'acqua, telefonano al 118.
Il tizio  non vuole l’ambulanza.
Consigli dal pubblico:
"Signò, nun ‘o rate retta, nun s’ha fatto niente, nun dicite che non l’avete visto, ha sbagliato isso"
Ma io lo so che l’ho buttato per l’aria,  che veniva da destra e dunque aveva la precedenza e non l’ho visto.
(Penso: quanto conta la faccia. Quanto contano i modi. Tra la folla, io che avevo sbagliato, ero quella da “proteggere” – un bicchiere d’acqua alla signora.
Il  puveriello, vabbè che pareva un giocatore caduto o atterrato in area di rigore, pareva mezzo muorto e invece  forse calcolava,  forse no, certo non  aveva la simpatia della folla. Ingiustamente, comunque. Ma perchè?)
"E' a siconda vota che sta semmana 'na femmina mi vott pe ll'aria 'ncopp 'o motorino! A siconda vota!"
(la ciorta del pover'uomo)
"Voglio essere sicura che non si è fatto niente di grave, l’accompagno in ospedale" dico.
Fa resistenza. Poi cede, però prima si fa aiutare a portare  il motorino che non si mette in moto dal vicino meccanico (30 metri esatti da).
"Ci mettiamo d’accordo." mi dice. 
Ha già un referto ospedaliero per un braccio contuso, l'incidente di qualche giorno fa.
Insiste con la dottoressa perchè gli venga fatta una tac alla testa.
"Ma se non ha perso mai coscienza, ora sta lucidamente parlando con me, non c'è bisogno. Qualche infermiere pulisca il ginocchio escoriato al signore".
Il referto indica contusione ed escoriazione al ginocchio, 7 giorni di riposo.
E poi al drappello dei carabinieri.
E lo scambio dei dati. 

Chiamo l'assicurazione. 
Racconto.
 "Ahhh, una trastola, sicuro." 
Non lo so. 
Anche se fosse stato fermo sul ciglio della strada e si fosse messo in moto mentre stavo per attraversare l'incrocio, certo è  che non l'ho visto.
Io non l'ho visto.
Ed è terribile.


domenica 18 settembre 2011

Il lavoro rende liberi

"L'orario di visite ai degenti è consentito dalle ore 13:00 alle ore 15:00 e dalle ore 18:00 alle ore 19:00.
Ai degenti dell'Azienda Ospedaliera è garantita l'Assistenza Religiosa. E' anche garantita l'assistenza sociale in tutti i reparti."

A meno che il paziente non abbia bisogno di assistenza continua, si sottintende. Perchè in tal caso si chiude non un occhio, ma tutti e due. Anzi, la presenza continuativa del parente (ma che sia rigorosamente uno, e uno solo) è molto più che ben vista, e in caso di impossibilità ci si rivolga pure al servizio di assistenza a pagamento (nell'ospedale, 50 euro dalle 8 del mattino alle 8  di sera e altrettanti per il turno notturno)
Bisogna far salvo il lavoro degli infermieri, dar loro modo di lavorare.  
Tuttavia  mi vien difficile definire quale sia il loro lavoro, considerato che:
- dopo ripetuti inviti a misurare la temperatura, giunge, egli l'infermiere, e piazza un termometro in mano al parente del degente.
-  dopo che il parente del degente ha misurato la temperatura e rilevato che il termometro segna 39° , egli l'infermiere valuta la situazione e, sfinito dalle pressioni continue, consegna due tachipirine al parente dicendo "se il paziente non le ingoia, sbriciolatele nel cucchiaio e fategliele bere con un poco d'acqua"
-  dopo mezzora dal momento in cui il paziente è stata lasciato solo (a volte si è difettosi nel darsi  il cambio nell' assistenza parentelare - notte giorno di alternanze non stop per un totale di ore 72 - "la sedia a sdraio di giorno non si può tenere in reparto, la piegate e la mettete in quella stanzetta là") l'infermiere telefona al parente del degente invitando ad essere veloci nella sostituzione, perchè "il ricoverato  si agita e non putimm faticà"

Sbaglia chi dice che il lavoro (degli altri)  è una missione.
 Il lavoro non è missione, è lavoro. 
Appunto.

martedì 6 settembre 2011

Cronache di elezioni

Il momento dello spoglio era il più temibile e terribile di tutta la tornata elettorale. Fiato sul collo degli impiegati comunali (Le statistiche! I votanti! I maschi! Le femmine!), come i falchi  i rappresentanti di lista.
Contestazioni su croci poste a cavallo, su croci a catenelle  e su croci firmate.
[Scriva il verbale  indicando in modo preciso i motivi della contestazione e io lo trascrivo - unica frase che, unita alla penna e al foglio protocollo,  cioncava  ogni baldanza.
Quando si  deve scrivere, e non solo dare fiato alle trombe, cambiano tutte le prospettive].
Su alcune schede nulle c’era poco da contestare: artistici disegnini di ispirazione fallica o più complessi o sintetici ghirigori, citazioni serie, aforismi, pensierini, maleparole.
Alcune, se il tempo non fosse stato tiranno,  avrebbero meritato una repertorializzazione.
Nel segreto della cabina, nella folla anonima delle centinaia e centinaia di schede, avrà l’elettore il diritto di non votare chicchessia o chiccheccosa, e di esprimere il dissenso secondo i codici comunicativi che conosce?
(io il dubbio non ce l’ho)

Anche nel Collegio dei  Docenti si vota. A voto palese sui provvedimenti, a voto segreto sui nomi (vendette retroattive e antipatie personali in action).
Elezione del comitato per la  valutazione del servizio dei docenti.
Cinque  docenti esprimono la disponibilità, ferma restando l’eleggibilità di tutti i docenti del collegio (fatte salve le norme restrittive)
Due preferenze da indicare sulla scheda di votazione, i tre docenti più votati eletti come membri del comitato.
Si distribuiscono le schede. Si vota.
Infilate tutte le schede piegate  in 4 o 8 parti nella scatola, si procede allo spoglio.
Tiro una  scheda alla volta dalla scatola, la apro, leggo i nomi,  sulla lavagna si appongono via via le crocette.
Mi fermo. 
Leggo ad alta voce Marek  Hamšík e Edinson Cavani.*

Scheda nulla!

(Mai  dire mai. 
Mai avrei immaginato, in un Collegio dei Docenti.
Docenti.
Buon anno, buon anno)




* giocatori del Napoli

lunedì 29 agosto 2011

Monopoly

Non mi sono mai piaciuti i giochi di società, a partire dalla tombola  rottura natalizia familiare obbligatoria - cca sta 'a mano e cca  'o culo d'o panaro -  i fagioli secchi che si spostavano ad ogni alitata  sulle cartelle, fino alle interminabili sedute di Risiko a cui partecipavo  solo per  testare  il grado di resilienza  di  fidanzamenti e di amicizie di lunga data.

Un regalo di Natale, ricordo.
Forse per ammorbidire l'indole orsesca.
(Avrei di gran lunga preferito colori e pennelli, o il das.)
Il Monopoli che mi fu regalato aveva il tabellone rettangolare.
Non credo di averci giocato molte volte.
Ma qualche volta di sicuro.

La prima cosa che avrei voluto fare, osservando la nuova  versione del Monopoli,  sarebbe stata tirare una pippa  infinita  a proposito dello spirito capitalistico inculcato sin dalla più tenera età - ohhhh e come sono diseducativi questi giochi, meglio sarebbe stato un orsetto tenerone o un microscopio o un set di costruzioni in mattoncini di legno d'abete e blablablabla.
(Che ipocrisia. Tutti i bambini che hanno giocato ai soldatini sono diventati guerrafondai?)
La prima cosa che non avrei voluto ricordare, osservando la nuova versione del Monopoli,  è stata me bambina con le  banconote rosa e verdi e marroni  e le monete in mano che  immaginava di essere zio Paperone. 
Mettere su una casa o un albergo in Vicolo stretto o in Vicolo corto era da tapini,  al contrario   possedere proprietà in Parco della Vittoria significava essere miliardari -Vittoria!! Vittoria!!
(suggestione delle parole.)
Le altre caselle, avevano un sapore neutro, luoghi qualunque (mi piacevano le stazioni, le caselline con il trenino nero  a vapore).

Nel  Monopoly 2011 non ci sono più le banconote, e neanche le monete. C'è una specie di calcolatrice.
Essa è  un finto lettore di finte carte di credito. 6 carte di credito, per 6 max giocatori.
(chi immagineranno di essere, i bambini che giocano a diventare ricchi ricchissimi?)
E poi.
Niente più Largo Colombo, nè Via Verdi. Sul modello americano, ci sono le città.
Italiane.
Solo alcune, più  le enclavi.
Città del Vaticano è quella dalla rendita più alta. (e la Repubblica di San Marino segue a ruota).
La parte di Vicolo stretto e Vicolo corto la fanno Campobasso e Catanzaro.
E Bologna, Roma e Firenze, fanno 5 volte la figura di Potenza, Napoli e Palermo.
Neanche per gioco val la pena investire nelle città del Sud.


venerdì 12 agosto 2011

MAV e dintorni

Davanti all'ingresso, ai piedi dello scalone,  quattro ragazzini giocano a pallone.
Il custode, ritto in cima ,  si accorge dei probabili visitatori,  e fa  cenno ai maradona in erba di spostarsi.
"ma addò putimm pazzià?" chiede  invocando comprensione il più piccolino, dopo averlo raggiunto saltando a due a due i gradoni.
Il custode indica loro  il piccolo slargo laterale. 


Il MAV senza scolaresca al seguito - anzi senza seguire la scolaresca -  è tutt’altra cosa.
Tempo per guardare, tempo per ascoltare (ohhhh, dai vasi escono le voci che recitano Plauto!!)
Mi è sembrato, il museo,  pur nel passo lento e molle, molto più piccolo.
C'è un nuovo allestimento: la schola armaturarum, la casa dei gladiatori, crollata il 6 novembre 2010 a Pompei.
Strano,  un museo archeologico  interamente virtuale.
Lascia un retrogusto al sapore di Gardaland.
(ai ragazzini piace assaissimo)
Sento che nel museo ci vorrebbero anche le cose, i reperti. La  ricostruzione virtuale della schola armaturarum e anche un gladio, o un frammento di affresco - ammesso che si trovi tra le macerie)
Le cose che non ci sono nel museo si reificano nel negozio interno sotto forma di  "souvenir culturale" - statuine, cartoline, segnalibri, ma anche conserve dell'area vesuviana  e  pupazzetti postmoderni (???).
Peccato che il negozio sia aperto anche quando gli addetti alla cassa non ci sono, e la cassa non si può aprire, ma le cose  si vendono lo stesso, non sia mai il visitatore se ne vada scontento.


Gli scavi di Ercolano sono a pochi passi. Oltre il portone d'accesso, prima della biglietteria,  c'è un giardino pubblico, con fontane,  gradinate, piazzali, e il fresco viale alberato (pini, oleandri, piante fiorite) che costeggia  gli scavi  è come un ponte tra l'antico e il nuovo. Lo sguardo abbraccia le rovine della città romana e le rovine della città contemporanea,  rovina antica per rovina nuova, rudere antico per rudere nuovo.


E’ storia anche la costruzione disordinata e scomposta dagli anni ’50 in poi. Senza cornice, restebbe solo la città dei morti.
(ma almeno eliminare le erbacce che prolificano sui tetti antichi, e le lamiere e le parabole  su quelli nuovi, eh, non sarebbe una iattura)


lunedì 8 agosto 2011

Napoletanità


Duri a morire, i pregiudizi sul carattere nazionale dei popoli. E naturalmente, da campanile  a campanile,  anche quelli sul carattere degli abitanti di un luogo specifico  dentro la nazione.
I genovesi sono tirchi, i siciliani sono gelosi,  i piemontesi  “falsi e cortesi”,  e i napoletani.
Vabbuò. 
Qua si sciala. Si abbonda, chi più ne ha più ne metta.
Naturalmente, non posso che aborrire  questa orribile tendenza al pregiudizio, che assurdità   fare di tutta un’erba un fascio, lasciarsi abbindolare da aggettivazioni che non hanno alcun presupposto e fondamento storico e scientifico.

“Gli stereotipi sono irritanti. Lo sono per chi li usa: nessuno vuole ammettere di ragionare per stereotipi e tanto meno vuole che glielo si dica. A maggior ragione per chi ne è oggetto, gli stereotipi sono irritanti: anche se il contenuto non è negativo, nessuno è contento di vedersi ridotto a una o due caratteristiche della propria identità e fissato per sempre ad esse”

Amalia Signorelli   "Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento"


Quando poi mi capitano sotto mano libri scritti da napoletani, che parlano della città in modo tale che altro che stereotipo -  levati, guagliò -  il livello di irritazione raggiunge dimensioni cosmiche.

"Sa qual è uno dei talenti più spiccati della storia dei napoletani, Presidente? 
"L'alleggerimento ironico dei guai?" "No. E' la lamentazione. Nell'arco di centinaia di anni Napoli ha elaborato una raffinatissima strategia della lamentazione. Per ellenizzare potrei dire che laggiù abita un popolo logolamentazionale. Secondo i napoletani, la colpa di tutte le catastrofi e di tutto il male, una volta è di San Gennaro, una volta del Vesuvio, una volta degli Angioini, una volta dei tedeschi, una volta del terremoto e una volta degli americani, una volta della Prima guerra mondiale e una volta della Seconda, una volta del Nord e la volta appresso del colera. Ecco, la colpa è sempre di una terza persona di un'altra cosa, I napoletani si credono innocenti. Innalzano il loro canto lamentevole contro il destino, si fanno la ninna nanna da soli e si addormentano."

Ruggero Cappuccio  "Fuoco su Napoli"  premio Napoli 2011

Però.
Posso dargli torto? 
E allora, scorrettezza per scorrettezza,  ho pensato a quale possa essere  lo stereotipo degli stereotipi, la madre di tutti gli stereotipi sulla napoletanità, lo stesso che genera le mappate di stereotipi sui napoletani e  di cui è impregnato il libro di Cappuccio.
L’esagerazione. 
La messa in scena dell’abnorme, abnorme strazio dei sentimenti (‘o zappatore nun sa scorda a mamma), abnorme gesticolazione, abnormi magnate, abnorme produzione di munnezza, tutto fuori misura. 
Le smargiassate del mettere acoppa.
(La quintessenza del barocchismo)
Tale e quale al libro di Cappuccio,  dove pure l’uso della metafora è abnorme, tanto da essere stucchevole,  effetto cachisso ‘nzuarato.

Ah, l’equilibrio, la misura, la sottile linea mediana che permette di camminare sopra un filo senza cadere.
(e pure questo suonno è un’esagerazione. Marò, non c’è scampo)

lunedì 1 agosto 2011

Diario di viaggio: una cosa divertente che non farò mai più.


Sognata, desiderata, bramata da tempo. Carusielli interi finalizzati a.
Si parte per la crociera ai fiordi norvegesi, fa nulla che il primo aereo è alle 6,00 del mattino e la sveglia si impone prima delle 4,00 (ma tanto, chi dorme, può essere che la sveglia non suoni) .

1° Kiel, Germania.
C'è un grande impianto industriale, al porto di Kiel. Thyssenkrupp (triste memento).
Le gru e i containers sulla banchina sono l'unica cosa che vedo dall'oblò della cabina, oltre alla moltitudine di gabbiani (quanti!), audaci, si lanciano quasi in picchiata verso le pareti della nave.
I ponti hanno nomi di scrittori, il ponte 13 è Foscolo e chissà perché il 6, più in basso, è Dante. (su una nave chiamata Orchestra i ponti avranno nomi di musicisti, certamente. E su una chiamata Magnifica?)
La nave è un florilegio di specchi e ottoni e moquette e decorations. Lusso alla russa e pompa magna.
Miliardi di specchi. Ci si riflette dovunque (anche negli ottoni lucidissimi, perennemente strigliati dagli addetti in divisa, quasi tutti indonesiani, dice il cartellino con nome e provenienza, manco si trattasse di prodotti ortofrutticoli), e la folla dei crocieristi si moltiplica enne volte.
Parto alla ricerca dei ghetti per fumatori.
Su due ponti, sul lato sinistro, al casinò (si deve pur stemperare il nervosismo), in una cigar room (quanti tipi di sigari in vendita), su due lati di due bar (ce ne sono 17, volendo sbronzarsi alla grande. Sborsando anche, alla grande)
Mi affeziono al ponte 13 (percorso più rapido per il ghetto dalla cabina, in breve domino la pianta della prigione)
Il senso di inadeguatezza lievita.
Un freddo da calzettoni di lana, da cappotto, da colbacco.
E pioggia.

Per arrivare al ristorante per la cena, si passa per il mercato: una fetta della nave si ammanta di bancarielli di merci assortite (le vetrine dei negozi non sono bastevolmente attraenti, forse)
Parfums, prodotti del mar Morto, murrine veneziane, orologi Tissot e altre amenità e ammennicoli. (strofina l'unghia, strofina e magia! Lucida lucida. 70 euro a confezione.)
La nave è una gabbia dorata per polli.


2° Copenaghen, Danimarca.
 7 del mattino. Ponte 13 per la prima sigaretta.
Ci sono le piscine e le vaschette idromassaggio.
Una madre con neonato. La capuzzella del creaturo nuda, al vento e al freddo. La madre lo piazza nel passeggino e si mette in ammollo.
E’ meglio non perdersi niente.
Tutte le altre coccole sono a pagamento.
A Copenaghen c’è pioggia, e freddo bbestia (è estate anche qui?).
E la Sirenetta val la pena ammirarla dalle cartoline, che dal vivo è veramente una microstrunzatella.
[Potere del mito]
Ma forse è tutta colpa del maltempo, ci si indispone alla meraviglia, ricoperti malamente dalle bustine di plastica a mò di grandi puffi veliero.

3° Navigazione.
 Alcune attività che si possono svolgere a bordo, oltre all’ingrasso da magnatoria perenne: danze e balli, bingo, tornei di carte e di ping pong, art and crafts.
Art and crafts mi suona invitante - art attack e Giovanni Muciaccia, penso.
Carta crespa e cannucce: si impara a fare i fiori di carta. La tedesca di fronte a me è stravolta dalle mie splendide produzioni floreali – ohhhh, very beautiful!!
Sono stravolta dalla tedesca: aspetto che ci diano il filo e la pasta per fare le collanine, poi la trasformazione in diversamente abili sarà completa.

Allo spuntare di un timido sole tra le nuvole, i ponti si trasformano in un carnaio di esseri umani variamente vestiti, dal nordico in rosea pelle nuda, al super equipaggiato con giaccone a vento e calzettoni in comode scarpe da trekking.
Da un pizzitiello privo di fiati e voci, guardo l’acqua. Migliaia di meduse, flotte di palloncini giallastri fluttuano.
(la corrente del Golfo?)

4° Olden, Norvegia.
 Il pleut. Piove, ma assai.
Il mare del fiordo è solcato da un fiume fangoso marroncino. Tronchetti, tronchi, pezzetti di legno. Ma anche barattoli, lattine, latte, bidoni, una mensola. Come detriti di un’alluvione.
Le coste sono ripide a strapiombo, e rigate da torrenti che ne affilano la verticalitá. Un nuvolone, nebbia, fumo grigio, ricopre i crinali delle montagne (ma quanto sono alte?).

Le case sparse, molto sparse, hanno il tetto spiovente ricoperto di erba.

Mi aspetto di veder spuntare un vichingo, ma nisba. Neanche un norvegese moderno indaffarato in quotidiane attività.

Nel negozio di souvenir acquisto 2 cappellini e una magliettina e una mantellina impermeabile puzzolente con su scritto Norvegia, un ditale, 3 cartoline, 3 francobolli. Un boh di corone che non ho. In euro: 100.
(In Norvegia la vita è molto cara)

La descrizione dell’escursione in bus di 4 ore recita: “viaggerete attraverso i meravigliosi villaggi di Blasket, Fjelli e Hopland – avendo la carta topografica ci si rende conto che la strada attraversa il territorio dei villaggi suddetti, dei quali il passaggio del bus trascina un labile accenno di edifici – a Nos farete una sosta per ammirare gli splendidi panorami sul fiordo e sulle montagne occidentali (…) la sosta panoramica successiva sarà a Kvalen – probabilmente il pulman ha rallentato in entrambi i casi – fermandovi per dei pasticcini e un caffè in un albergo – dove, in area estrema del villaggio, con panorama su un paio di prefabbricati rivendita di automobili e similari, lontano dalla sponda del fiordo, si procede alla mezzora di ingrasso – poiché i percorsi a piedi sono brevi – translate, dal bus all’albergo dei pasticcini ovvero torta con fragole e torta al cioccolato 20 metri -  il tour è adatto a chiunque.
La chiosa: Questa escursione non è consigliata ad ospiti con problemi motori (si potrebbero formare le piaghe da decubito sul sedile del bus)
Euro 68 a cranio.

5° Bergen, Norvegia.

Il quartiere anseatico è suggestivo, tante casette in legno vicine vicine e anche la pavimentazione tra i gruppi di case è fatta di assi di legno. Se non fossero colorate di azzurro e rosa e giallo, e se non avessero i tetti spioventissimi sembrerebbe di stare nel far west, tra i cercatori d’oro. (ehi, gringo)
Tutta Bergen è deliziosa e meriterebbe l'intero tempo dello sbarco.



Ma.
Si va in Norvegia e non si approfitta dell’occasione per ammirare i paesaggi naturali?
Escursione al fiordo di Hardang & cascate. (99 euro a capoccia)
6 ore e ½ di bus, con 2 soste cronometrate. La prima alle cascate di Steindalsfossen, dove è possibile camminare dietro l’acqua senza bagnarsi (20 minuti: o si arriva formichine in corsa rapida dietro alla cascata o si fa la pipì). La seconda, a Voss: 30 minuti per pasticcini in albergo (e dagli) e giro di una trentina di passi sulla sponda del laghetto.
Ho l’ansia da orologio.

6° Kristiansand, Norvegia.
Una bella giornata di sole (e cazz, finalmente).
Nella calura che i norvegesi definiscono extraordinaria, i bambini sguazzano nella fontana del parco.
E’ un luogo di villeggiatura, Kristiansand. Hanno anche creato delle calette di sabbia di metri 5X3 tra le banchine del porto turistico. Ma il mare. E’ giallo, fangoso, pieno di alghe? licheni? muschio? E di munnezza assortita, lattine e buste di plastica (tutto il mondo è paese). 

Sottotraccia 1: dell’importanza della guida. 
Thea è giovane e ha studiato a Bologna e tornerà a lavorare in ottobre a Roma. E’ spigliata e la Norvegia che racconta, il compleanno della nonna al Nord, la politica e i norvegesi, il buio e i norvegesi, il cibo e i norvegesi, la musica e i norvegesi, il villaggio e la città e il carattere dei norvegesi, l’ufficio del padre architetto – ora passiamo per l’ufficio dove lavora il mio papà, forse non vi interessa, ma forse lo posso vedere se è fuori – rende i paesaggi che scorrono ai finestrini del bus antropologizzati e vivi. L’escursione all’antica ferrovia di Setesdalen vale quasi l’intera crociera.




E la giornata luminosa restituisce i colori delle cartoline ai luoghi.
Laghi e fiumi come specchi, e cielo e nuvole e casette rosse e verdi diversi e creste di monti sono simmetricamente ribaltati nell’acqua.
Un incanto.

7° Gotemborg, Svezia.
I fatti di Oslo hanno indotto la compagnia a modificare repente il programma di viaggio, e dunque Oslo salta. (e un micropezzettino di Norvegia, ça va sans dire)
Va bene, si esageri pure con le misure di sicurezza.
Ma.
Attraccare nell’area mercantile del porto più imponente della Scandinavia non garantisce un bel vedere. Distese di cointaners impilati e traffico di veicoli dotati di gru, e sullo sfondo raffinerie e silos metallici. La città è a 10 chilometri.
La distanza dal centro è tale che la compagnia appronta un servizio di “suttle bus”, pulman navetta. 12 euro, per essere scarrozzati in centro. 
(che precisini, pensano davvero a tutto, quante  “care” premurosità)
Ma tant’è, Gotemborg è stata una sorpresa (ma non è in Norvegia???) l’escursione organizzata è stata prenotata, si fa a meno di scendere in autonomia dalla nave e ci si accontenta di quella: tour panoramico e centro scientifico universum (per visitare il quale ci vengono concessi, cronometrati al secondo primo, 75 minuti, e il museo da solo ne richiederebbe almeno 240).


Sottotraccia 2: dell’importanza della guida.
Bus bilingue, ovvero, tedeschi e italiani insieme. Guida svedese parlante tedesco e tizia della compagnia che traduce in italiano.
Trascrizione testuale e fedelissima di alcuni stralci, in ordine sparso, di descrizione della città:
a destra c'è la statua di un re molto amato dagli svedesi che ha governato 200 anni (azz, higlander esiste!!), qui a sinistra c'è una chiesa, ora passiamo su un ponte molto antico che è stato costruito nel 1966, attraversiamo un quartiere residenziale chic, tra poco c'è un museo, qui ci sono le raffinerie che lavorano l’olio, la statua di Poseidon è una statua greca scolpita da uno scultore locale, ecco lo stadio che contiene 600 mila persone.
Panoramica assolutamente esaustiva, niente da dire (ovvero: senza parole).

Seconda serata di gala. (ah,  capirne la differenza tra quelle casual e informali, tranne che nel proforma di doversi acchittare come star hollywoodiane, il tacco 12!)
Secondo buffet di mezzanotte. Bypassato come il primo, tanto di cappello alle squadre di cuochi scultori (animali realizzati con la frutta intagliata, volti di donna composti arcimboldescamente con ranfe di purpo per capello, davvero magnifici), ma.
Fare la fila per magnare dopo aver smesso di magnare un’ora prima, davvero non vale l’impresa.

8° Kiel, Germania.
 Il rientro.
 Rilascio della cabina alle 8 del mattino (previo deposito dei bagagli entro l’una della notte precedente fuori alla porta della suddetta), attesa dell’autorizzazione allo sbarco fino alle 10 , intruppamento in bus per trasferimento in aeroporto, attesa di ore 3 per imbarco volo da Amburgo a Monaco, attesa di ore 3 a Monaco per altro imbarco.
Totale ore tra attesa e viaggi fino at home: 14. 

Conclusione: la vacanza in crociera va bene se, anche qui in ordine sparso:
a) Si intende magnare senza sosta digestiva anche, volendo, nelle ore destinate al riposo notturno.
b) Si gradisce sommamente la vita da villaggio vacanze, tutti insieme appassionatamente.
c) Si apprezza il corteggiamento ossequioso di faticatori in divisa.
d) Si è appagati dalla vista fugace ed epidermica di luoghi esotici e non, tanto da poter dire: ahhhh, ho visitato questo quello e mariombrello, anche se questo quello e mariombrello sono stati trattenuti dalla retina per 0,1 secondo primo.
e) Si ha un grosso ricco ed elastico portafoglio.
f) Varie ed eventuali che identicamente ai punti a, b, c, d, e, non rientrano nel mio va bene. 
Ergo.
Tornerò, tempi lenti e dilatati (chissà quando, chissà quando), nei fiordi norvegesi. Meritano. 
Ma la crociera mai più, in nessun dove.