giovedì 21 marzo 2013

Ho visto Nicola.


Mi è capitato di imbattermi - potenza di feisbuc che prima ti faceva arrivare in bacheca le foto di pinchi pallini commentate da un tuo contatto  amico di amici di amici -  in alcune immagini, fotografie di dipinti, di oli su tela.
Mi è  venuta curiosità, ho sbirciato, sono entrata nella  pagina del proprietario.
(meditare, riflettere, solo quello che non si mette sul web non si trova, per il resto…)

Lui, il proprietario,  è Nicola Piscopo. E’ un artista.
Giovane (giovanissimo).
Ha una mano che mi piace assai.
Una testa che mi piace ancora di più. Pariante.
(non lo conosco, non l’ho mai visto, potrei cambiare immantinente opinione)
E’ l’opposto dell’artista così come è consegnato all’immaginario collettivo.
Al mio immaginario, pardon.
Presuntuoso, pretenzioso, snob, distante, distratto, egocentrico, iosoepercepiscotuttievoicomunimortalinoncapiteunamazzadellaprofonditàdelmiosentireartistico.
(ho ancora memoria di certe opere d’arte viste al PAN)
E' il contrario, dico.

pomodori secchi

Delle cose che fa Nicola mi piace l’ironia, il giocare con i luoghi comuni, il rendere materico (la sua pittura è espressionistica,  carnosa, anche quando dipinge i filamenti) certe espressioni figurate;  trovo che sia esplosiva la prolificità delle associazioni mentali che trae da parole comuni, e la sua capacità di condensarle in immagini.
Penso ai dipinti Altrimenti… ma non solo.
(un poco egocentrico, vabbuò, Nicola lo è,  in Altrimenti…i profili sono sempre i suoi, ma è meglio pariarsi addosso che pariare addosso ad altri, non  mi sarebbe piaciuto impersonare il fallimento, ad esempio)


Giocare con i significati e i significanti senza che questi assumano la dimensione dell’incomprensibile, che bella cosa.


Magari i critici puzza al naso chiossape quante ne avranno da ridire, il carattere fumettistico, e  blablabla.
Chisenefotte.
Il mio è lo sguardo di un passante, a cui pare che Nicola di  creatività ne abbia da vendere.
E a cui pare che abbia anche una bella mano: fluida fluida, esuberante, incontinente, irriverente.
E anche una forte carica comunicativa.
Questione di impressioni, ma a me sembra proprio che sia un buon artista.
Un artista buono.

La morte bianca - Nicola Piscopo






martedì 19 marzo 2013

La signora nel furgone


“La signora nel furgone” è un racconto che si legge in poco tempo,  e viene da chiedersi se sia una storia vera o una pura invenzione letteraria. 
Il narratore/autore, mister Bennett, racconta  della fantomatica Miss Shepherd:  un donnone di un metro  e ottanta, piedi giganti, cappellino immancabile  e sottana  cucita con gli stracci per la polvere arancioni.
Miss Shepherd  ha scelto come sua casa un furgone giallo, il colore del papa.  
Un personaggio memorabile e non così improbabile come può sembrare ad un primo impatto.
In fondo ce ne sono tanti di stravaganti e non allineati,  che passano sotto i nostri occhi ogni giorno. 

[Ho pensato al terzetto. 
E’ da un po’ che  non lo vedo più.
Un uomo e due donne:  capelli grigi e unti,  abiti sciupati  e demodè, magro e allampanato lui, più piantate le altre; camminavano vicini vicini, come a volersi sostenere con la forza del pensiero, poiché  le braccia erano tenute rigide lungo i fianchi. 
Si dirigevano verso la fermata dell’autobus e prendevano quello per la zona ospedaliera. 
Mai una parola tra di loro, un gesto. 
Un trio di silenti robottini.
Chissà che fine hanno fatto. Spariti insieme, così come erano comparsi, da un giorno all’altro, insieme]

E’ la  storia ad essere  paradossale: è possibile ospitare per oltre 15 anni nel proprio giardino un furgone abitato da una  raccattastracci e raccattabriciole -  accettare una porcilaia nel proprio orticello -, senza sapere niente, senza voler sapere niente dell’ ingombrante vicino?
E’ questo che fa il narratore,  ripercorrendo episodi della convivenza condominiale non proprio involontaria. 
Giustifica la tolleranza del furgone e della signora Shepherd , comparsa nelle strade di   Gloucester  Crescent  dal ’69, come frutto del “ Contrasto tra il tenore di vita del nuovi arrivati scoprivano di potersi permettere  e le loro idee progressiste : in poche parole avevano dei sensi di colpa sconosciuti agli yuppie di adesso  (che “non vedono il problema”)”.

Quanto vera com-passione, mi chiedo.  Ci sono voluti 15 anni, e la morte, a spingere il signor Bennett  a scoprire qualcosa di più sulla donna del furgone. 
A cercare di conoscerla davvero. 

Sostenere che l’uomo sia un animale sociale mi pare a volte  una grande menzogna. 

venerdì 15 marzo 2013

Blatte e fulmini


Ci sono incontri fulminanti, talvolta.
Boris Vian, ad esempio, e  La schiuma dei giorni.
La meraviglia del surreale che dice più del reale.
(un libro pieno di musica, disse de L'Écume des jours  una mia amica, e nonostante la cupezza finale, c’è una voglia irresistibile di vitalità, un vitalismo sfrenato  e dolce, melanconico talvolta)

Il Mar delle Blatte e altre storie è una raccolta di racconti visionari e surreali scritti da Landolfi.
(Il realismo magico, eco scolastico rimbombante)
Mi sarebbero dovuti piacere assai.
Invece c’è qualcosa di cattivo, in questi racconti di Landolfi.
(non tutti i fulmini fulminano)
Una sorta di inettitudine e di banalità che esige nella vendetta, anzi, nel desiderio di vendetta , il proprio riscatto.
Questa è la sensazione che ha dominato la lettura, unita alla convinzione che  in queste storie  imperi  una affatto sottile misoginia, declinata in tutte le forme del  simbolico e del visionario.
(per non parlare del  fastidioso prurito, e l’orrore che uno scaraffone di stramacchia si potesse essere infilato sotto la maglietta, friccicando sulla pelle con le zampe pelose)
Non mi riferisco solamente al primo racconto, Il Mar delle Blatte, di gran lunga il più notevole (per il secondo,  quello sulle nozioni di astronomia sideronebulare,  ho da fare le ripetizioni).
Penso anche al sogno dell’impiegato, dove  la moglie del capoufficio,  “di un’imponente venustà  eppur vivace, senza dire della sua notevole cultura”,  che era tenuta per donna inaccessibile, viene ritrovata come entraneuse   in un bordello, a chiamare pupo e cocco o bel bruno gli impiegati ivi giunti a trascorrere allegramente la serata.
O al racconto del lupo mannaro, dove  uno dei licantropi raccoglie la luna, un grosso oggetto rotondo simile ad una vescica di strutto, appiccicosa e molliccia ( e non lo so perché,  ma ho pensato alla luna come al femminino, ho associato quella  luna vescicolare all’utero, boh) e cerca di sopprimerlo infilandolo nel camino.
[stai fresco a voler uccidere la luna]
Nel  primo racconto,  Roberto, figlio sfaccendato dell’avvocato Coracaglina , si trasforma nell’Alto Variago, e per carpire l’amore di Lucrezia non esita ad attraversare il mare delle blatte, capitanando in guisa di pirata un veliero, per  giungere all’isola su un mare azzurro sotto un cielo azzurro,  passando prima per il rapimento, la sfida di seduzione  da svolgersi sotto gli occhi dell’equipaggio e del signor padre  e infine, persa la sfida (eheh),  lo schiacciamento sotto i piedi del rivale in amore. 
Il  desiderio di rivalsa  si concretizza in una visione cupissima, dove il debole  Roberto riesce a imporsi chiamando a raccolta le ombre degli inferi, punendo la donna che gli si è negata con l’umiliazione - attaccare i serpenti ai capezzoli che spruzzano fiotti di latte, marò!  -  rendendo l’antagonista in amore  un vermiciattolo azzurro.
Insomma,  c’è del morboso, e un morboso fine a se stesso, involuto, e assolutamente  privo di ironia.
Molto meglio le due zittelle.
Anzi, molto meglio la scimia.

domenica 24 febbraio 2013

Election day


"Dopo che gli scrutatori mi ebbero dato scheda e matita, mi ritirai nella cabina. Sulle schede c’erano tutti i simboli dei partiti. Come sempre. Ma in quell’occasione mi sembrarono più ridicoli del solito. Chissà perché la politica si era interessata a noi quel giorno. Il seggio elettorale era l’unica cosa appartenente al mondo esterno che fosse riuscita a entrare nel penitenziario. […]
Quel giorno invece quello spiegamento di forze,  solo per fare in modo che io potessi esprimere il mio voto. Tutto ciò non doveva essere stato fatto per me, visto che di me e di quelli come me non interessava a nessuno. Doveva esser stato fatto nell’interesse di qualcun altro. E questo qualcun altro erano i partiti, i cui simboli erano disegnati sulle schede che avevo in mano, e i loro candidati. Questo pensavo. Il mio voto non era  più una cosa importante per me,  come ingenuamente credeva Antonio, era una cosa importante per loro."

Sandro Bonvissuto  -  "Dentro"

Sì, sì, come gli diceva Antonio, che aveva perso la facoltà di farlo, c’era stata gente nel passato che aveva combattuto ed era morta per consentire a tutti di votare.
Però, anche se non hanno allestito l’ambaradan del seggio elettorale solo per il mio voto,  oggi mi sono sentita  un poco come quel detenuto lì.



Memento.
Tante volte, prima, ho fatto parte dei seggi elettorali, ricoprendo tutti i ruoli: presidente, segretario, scrutatore. 
Non ricordo più l’ordine. Segretaria o presidente, la prima volta. 
Segretaria diciottenne di una presidente diciottenne. O viceversa.
Il seggio più amato dai soldati. 
C’erano ‘sti poveri cristi a fare il servizio di vigilanza - nooo, per piacere, andate a votare in un altro seggio, che altrimenti dobbiamo compilare un’altra caterva di  carte! - , noi si allestiva il seggio e loro le brandine nelle aule del piano superiore. 
Neanche ricordo da quando  i carabinieri  hanno preso il posto  degli alpini. 
(gli alpini in terronia, ma chissà quale criterio…  possibile che fossero alpini?)
Si azzeccavano i manifesti coi simboli dei partiti tra le a di ape e le b di banana, o di sopra, che staccare dal muro i sillabari e i disegnini mi faceva  brutto.
Facevo con le matite rosse e blu,  due cartelli coi disegni di  maschi e femmine,  da azzeccare sotto i banchetti degli scrutatori, lista maschile e lista femminile,  gli uomini con i pantaloni, uno con la cravatta a la valigetta, uno con la tuta da lavoro e la cassetta degli attrezzi, uno coi pantaloni optical e la supercresta, e le femmine,  tutte in gonnella, accessoriate variamente: battipanni e i bigodini, tailleur e valigetta, etc etc.
“da che parte aggia i?” - “Signora, ma ci sono anche le indicazioni visive” – dicevo, mostrando i cartelli.
[Ho sempre avuto una certa insofferenza per le cose serie]

Quando ancora si poteva scrivere la preferenza per il candidato, le elezioni comunali erano le più temibili, le più terribili. 
(insieme alle regionali o politiche, poi, un vero inferno)
Il fiato sul collo non tanto dei messi comunale, dati statistiche, quanto dei -  come si chiamano - ,  dei controllori delle liste, dei rappresentanti dei partiti, dei cani da presa dei candidati (dei candidati stessi). 
Ogni scheda palesemente nulla una storia infinita. 
Fino a quando – imparai presto – non si metteva nelle mani del contestante il foglio e la penna e senza rispondere né ai né bai alle urla, agli improperi, alle bestemmie, con un sorriso freddo gli si diceva  –  SCRIVA– i motivi della contestazione, così da riportarli  agli atti. 
A volte una penna fa più paura di una pistola. 
Erano dei tour de force, quelle tornate elettorali. 
Non come i referendum:  lo spoglio rapidissimo, lo stress ridotto al minimo – una pacchia.
Soprattutto quello dei dodici quesiti, dodici schede, un gruzzoletto tale da permettere una vacanza all’estero quasi tutta spesata, seppure in sacco a pelo e tenda.

In mancanza di nomina,  si faceva la fila alle 16,00 del sabato a  sperare di tappare i buchi degli eventuali scrutatori assenti. 

Chissà stavolta in quanti hanno rinunciato alla nomina di scrutatore. 

mercoledì 20 febbraio 2013

Il pleut


C’è un motivo per cui Natura morta con picchio  ha stazionato sotto i miei occhi per un fottio di tempo, che manco Dostoevskij.
Anzi più di uno.
Ruzzle, il primo. 
Vita e opinioni di Tristan Shandy di Sterne, secondo.
Le montagne di chiacchiere dell’uno e dell’altro, terzo.
Non è possibile fare un confronto tra i due libri, non è questione di  stelle e stalle: sono inconfrontabili, carne e pesce.
Tuttavia  una sottile linea li unisce: il piacere della divagazione, che determina l’ inevitabile caduta della mia  concentrazione e  attenzione, visto che già autonomamente e senza particolari sollecitazioni divago pure su un monolite. 

Tra i tanti, tantissimi fuori traccia di Natura morta con picchio – del resto lo dice pure Robbins, che è “l’incontro ravvicinato tra oggetti animati e oggetti inanimati uno dei temi del libro” , oltre alla parentesi  sulla mitologia del fuoco legata all’atto del fumare, almeno un altro.

Pioggia. 


Sul continente pioveva. La celebre pioggia di Seattle. La sottile pioggia grigia che i funghi  velenosi adorano. La persistente pioggia che conosce ogni più nascosto accesso nei colletti e nelle sporte. La pioggia quieta che sa arrugginire un tetto di latta senza che questo faccia il benché minimo rumorino di protesta. La sciamanica pioggia che alimenta l’immaginazione. La pioggia che sembra in realtà un idioma segreto, un sussurro simile all’estasi del primitivi, all’essenza delle cose. In realtà la pioggia serve a molte cose. Impedisce al sangue e al mare di farsi troppo salati. Somministra gocce da K.O. alle viole indisciplinate. Erige la scala che il neon risale fino alla luna.





Manco sotto sforzo e dietro lauto compenso, riuscirei  ad associare alla pioggia immagini  poetiche, quale  idioma segreto e sussurro simile all’estasi dei primitivi, e se piove nel pineto e il verde vigor rude ci allaccia i malleoli ci intrica i ginocchi, penso solo che affondiamo nella lota e gli inzaccheri di fango  ci arrivano fin sotto le mutande.
In ordine, quando il pleut, penso a:
- gli ombrelli che quando servono non ci sono mai, se appena comprati si perdono immediatamente, lasciati in ogni dove,  restano gli  stazionanti nel portaombrelli  che sono scassati e dovrebbero stare nella munnezza, intanto possono ancora servire,  tenendo la stecca dritta  con  una  mano. 
- le scarpe inzuppate  e anche i pantaloni, che  fanno  quel simpatico effetto risucchia acqua, assorbendola  in verticale. 
- l’effetto  umidiccio che pare attraversare, manco un raggio x, finanche  il midollo osseo.
- il colore plumbeo del cielo  quando dovrebbero comparire le dita rosa di Eos, fatto  che mi si macigna nel cervello e mi dispone malamente  per tutto il giorno (meteoropatismo acuto)
- i lavaroni che coprono i fuossi nella strada che abitualmente percorro per andare al lavoro, e anche se conosco le buche  ad occhi chiusi e zigzago a memoria, resta sempre l’incognita  dell’apertura di nuove voragini subdolamente  nascoste dall’acqua. 

Potrei continuare ad libitum.
Lo faccio fare a Luciano Folgore.
Alla sua rivisitazione  de “La pioggia nel pineto”


La pioggia sul cappello.

Silenzio. Il cielo 
è diventato una nube, 
vedo oscurarsi le tube 
non vedo l’ombrello, 
ma odo sul mio cappello 
di paglia, 
da venti dracne e cinquanta 
la gocciola che si schianta, 
come una bolla, 
tra il nastro e la colla. 
Per Giove, piove 
sicuramente, 
piove sulle matrone 
vestite di niente, 
piove sui bambini 
recalcitranti, 
piove sui mezzi guanti 
turchini, 
piove sulle giunoni, 
sulle veneri a passeggio, 
piove sopra i catoni, 
e, quello ch’è peggio, 
piove sul tuo cappello 
leggiadro, 
che ieri ho pagato, 
che oggi si guasta; 
piove, governo ladro! .... 

L’odi tu? Non è di passaggio 
come l’acqua 
di maggio, 
che sciacqua la terra e la monda. 
Sgronda terribilmente; 
si sente il blasfemo 
di un polifèmo ambulante, 
si veggono ninfe e atalante 
fuggire in un angiporto; 
Plutone più vivo che morto 
si pone una nivea pezzuola 
sul feltro che cola; 
Diana s’accorcia la tunica 
fin quasi all’altezza del femore, 
e Dedalo immemore a Marte 
con toga a due petti e speroni 
s’impalano ai muri con arte 
per evitare i doccioni. 
Cibele fa segno all’auriga 
che incurva il soffietto alla biga, 
e monta sul cocchio 
mentre la furia di Eolo 
le palpa il malleolo 
le morde il polpaccio, 
si sfibia 
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo, 
dal naso al tallone d’Achille, 
fradici fino al midollo, 
cugini alle anguille, 
nubili d’ombrello, 
col solo cappello, 
sentiamo che l’essere anfibi 
sarebbe un superbo destino, 
te biscia, 
io girino, 
e liscia la piova del giorno 
ci colerebbe d’attorno, 
non come Issïone 
che fece la ruota a Giunone, 
ma pari al Tritone 
cui Teti concesse 
- regalo di nume - 
di potersi fare 
un ampio palamidone 
di schiume di mare.

E piove sempre, 
sul càmice mio, 
sul peplo tuo 
colore oramai dell’oblio, 
piove sul croceo e l’eburno 
del tuo moccichino di seta, 
piove sul cromo del mio coturno 
che s’impatacca di creta, 
piove sopra il cinabro 
che t’impomidaura il labro, 
piove sui tremoli tocchi 
che t’anneriscono gli occhi, 
e andiamo d’androne 
in androne, 
con facce da mascherone, 
squadrandoci obliquamente 
se qualche pozza lucente 
ci specchia e ci invecchia 
per farci morir di furore, 
Narcisi 
dai visi colore 
di colla di paglia, 
di succo di nastro, 
d’impiastro di minio, 
di guazzo assassino 
di cipria e di carboncino.

E piove a dirotto 
da tutte le nubi, 
piove dai tubi 
sfasciati 
dell’acquedotto 
del cielo, 
piove sui cani spelati, 
piove sul melo e sul tiglio, 
piove sul padre e sul figlio, 
piove sui putti lattanti 
sui sandali rutilanti, 
su Pègaso bolso, 
su orïolo da polso, 
piove sul tuo vestitino, 
che m’è costato un tesauro, 
piove sulla salvia e sul lauro 
sull’erbetta e sul rosmarino, 
piove sulle vergini schive, 
piove su Pàsife e Bacco, 
piove persin sulle pive 
nel sacco. 
E piove sopra tutto 
sul tuo cappello distrutto 
mutato in setaccio, 
che ieri ho pagato 
che adesso è uno straccio, 
o Ermïone 
che scordi a casa l’ombrello 
nei giorni di mezza stagione.

giovedì 14 febbraio 2013

SanRementino


C’è una pubblicità che è stata fatta su di me. 
Dovrebbero pagarmi per l’ispirazione arrubbata. 
E dire che non guardo la televisione, anche se è accesa  non la vedo, non la sento, non l'ascolto. 
(guardo forse l’oblò della lavatrice che gira?)
Eppure l’ho notata, en passant. 
Non mi ricordo manco cosa pubblicizzi. 
C’è un tizio che si alza dal letto, fa colazione, si veste e si impernacchia (ecco, qui c'è la divergenza, io no, mi vesto soltanto), poi scende le scale e lungo la parete nota un quadro fuori squadra, lo acconcia rimettendolo in perpendicolare, si avvia alla porta, la apre e trova la guerra fuori.
I bombardamenti.
Ecco, così moi.

“Ma come, non vedi Sanremo?”
Non guardo la televisione, risposta solita, e dunque  neanche il festivàl.
E poi ci ho pensato che, qualcuno sì, un tempo.
Sono andata su wiki per ripercorrere la storia di Sanremo e dei miei ricordi. 
Pochini, la verità.
I vocioni: una sbiaditissima [ora ridicola] Anna Oxa,   Alice e Per Elisa (urca, mi piace ancora),  
e poi.
Eros Ramazzotti. 
Che  purpo è ora forse non come  allora,  possibile che mò mi viene in mente, mò ci ho fatto caso,   che il mio primo fidanzatino era pari pari, uguale uguale , stesso broncio stesso sguardo da morbido pescione? 

Meglio non ricordare, non rinvangare, non togliere gli scheletrazzi dall’armoire.

No, non guardo Sanremo.






sabato 26 gennaio 2013

Ossessione


Una volta capitò che si parlasse di passioni.
Leggere, il cioccolato fondente in tutte le sue sublimi varianti, guardare, andare al mare all’alba.
E le ossessioni? 
Non me ne venne nessuna in mente. 
E neanche dopo.
Ma ora.
C’è. E so com’è.
Un brulicare continuo dello stesso pensiero, attanagliante, dominante, tutto il resto a latere. 
Un sottofondo che  s’impenna nel dormiveglia, continuo, assillante.
Una colla.
Cola/colai/oca/ca/ai/ola/lai/ci/alci/ciao/coli/oli/cali/ali/la/li/callo/allo/olia...

ossessione ruzzle




(urca, ma quante me ne sono venute, cazzarola, e in quadrato di 4x4, 16 lettere a disposizione, hai voglia quante).

Ruzzle ruzzle.
L’ossessione.
E non basta trovarne di lunghe, devono essere  tante, in fretta, bisogna essere rapidi/ardi/ria/pii/pia/radi/pira/apri…


sabato 5 gennaio 2013

Del perchè alcuni sì e altri no.


Nimbo, Volo e Raggio sono miei coetanei. Hanno 11 anni,  nel 1978.
Sono i protagonisti del libro di Giorgio Vasta,  Il tempo materiale.
Sono i componenti della cellula eversiva che in una Palermo  abitata da gatti e cani randagi  mette in atto una serie di attentati e azioni terribili.
[L’orrore, l’orrore.]

Del delitto Moro mi ricordo che in classe, una mattina, la prof. ci obbligò ad un minuto di silenzio.
Era strano il minuto di silenzio, non per il silenzio in sé, tanto ci toccava sempre stare zitti, ma per la faccia della professoressa. Era lei che faceva il silenzio e le espressioni gravi e contrite.
Nimbo dice di sé che era “ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino.”
Io ero concentrata e intensa, refrattaria,  e sicuramente solitaria. 
(ideologica no, e manco anti-ironica)
Il giorno del minuto di silenzio, come tutti gli altri giorni,  mi appoggiavo alla parete su cui avevo disegnato un’isola con una palma e lontana, ma non troppo, la terraferma: il mio banco e il resto della classe.
(il cazziatone. “da te proprio non ce lo aspettavamo”)
Non ho memoria della tensione da terrorismo, dei proclami dei volantini delle Brigate rosse e dell’impostatura dei politici e di tutto il resto, eppure sono sicura che la televisione era sempre accesa, in cucina. 
(e mica c’era tutta la scelta di adesso, quella era la minestra)
I telegiornali, come i discorsi dei grandi, non mi interessavano granchè, come non interessano agli undicenni di adesso.
E’ per questo che  proprio il paradosso narrativo di Vasta  non mi va giù,  anzi,  mi assilla, mi tormenta?
Belli fatti, a dire che la Letteratura osa tutto, il ribaltamento dei ruoli, delle convenzioni, delle certezze. 

Eravamo bambini. 
Riempivamo gli spazi coi trasferelli,  guardavamo Spazio 1999, alcuni giocavano al going, tira tu e tiro io, una reiterazione infinita del movimento di lancio e respinta (urca, l’infezione mi ha contagiata, adesso vedo il going investito da  chiarissime allusioni sessuali!)
Avevamo sogni. 
“La parola lotta contiene sesso, rabbia e sogno......Quello che che le Br hanno capito… é che il sogno deve legarsi alla disciplina, diventare duro e geometrico e proiettarsi verso l'ideologia.” 
Un sogno duro e geometrico? Naaaaa.
Non è affatto nella natura del sogno. 
Il sogno è libero, vago,  fluido, imprevedibile . 
La disciplina non è sogno, è tortura, è  costrizione. 
Forse sono troppo bloccata dai limiti delle convenzioni linguistiche, il pane è pane, il fango è il fango, la cacca è cacca, e dai limiti legati alla mia esperienza personale.
Ma anche no.
Adoro Queneau e  Perec,  che con la  lingua – significanti e significati - fanno capriole, e ho amato moltissimo anche Vian (la schiuma, sì, la schiuma dei giorni) , e il Cortàzar dei cronopi e dei famas. 
Allora, perché Il tempo materiale no?  
Non dipende dall’iperrealismo (surrealismo? antinaturalismo? ) dei personaggi. 

“In questa polaroid siamo tutti ironici. E a me l'ironia fa male. Anzi, la odio. Non solo io, anche Scarmiglia e Bocca. Perchè ce n'è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l'ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell'ideologia non resterà più niente, l'ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l'allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.
Quindi con un aculeo di filo spinato sfiguro Chiri, sfiguro Gugliotta, sfiguro D’Avenia, sfiguro me e sfiguro lo Spago, perforando gli occhi e allungando le bocche.”

E no, non ci siamo proprio. L’ironia è un’arma, corrode  dall’interno. 
L’ideologia irrigidisce e irreggimenta, ma quale libertà, quale lotta, quale rabbia.
Ecco,  sono i presupposti ad essermi insostenibili,  e non ce la faccio a farmi piacere  un libro così anche ammesso che in fondo in  fondo non sia altro che un  mettere  sull’ideologia la lapide. 
E’ una questione di leggerezza.
Mi viene voglia di fare il gioco dello sfiguro, senza filo spinato, solo con il pennarello nero su queste foto qua. Anzi, no, solo su una.



 

venerdì 28 dicembre 2012

Pan, altri racconti.


Davanti a certe espressioni di arte contemporanea ammutolita resto. 
Mi viene  lo sconcerto di non riuscire a capire se trattasi di cacate (ma piglia per il culo? E che è, arte, questa??)  o   personale durezza di comprendonio e di animo, sono troppo  limitata per afferrarla,  per sentirla, per emozionarmi.  
[Gli artisti contemporanei sono troppo avanti,  hanno il cerebro e l’immaginatio ipertrofici e io non ci posso arrivare.]

Al PAN, Palazzo delle arti di Napoli, lo storico  Palazzo Roccella adibito dal 2005 a sede di esposizioni di arte contemporanea, ci sono  tre mostre. 
“… e poi c’è Nina” – dice il ragazzo al banco shop.
Naturalmente sorrido - c’è Nina – e chi ‘a sape, penso. 
Pensavo fosse una tizia, Nina, invece NINa, Nuova Immagine NApoletana,  è una collettiva di artisti dell'Accademia di belle arti. 
Moltissime opere, diseguali, eterogenee per temi  (e meno male che ci hanno messo almeno le targhette coi  titoli, accanto alle opere d'arte!), per tecniche, per materiali, per tutto:  iperboli di segni, di linee,  di macchie,  di guazzabugli, di coacervi, di cose ammuntunate.
Alcune di bell’impatto estetico ed emotivo, altre incuriosenti e stimolanti, altre invece, come dire,  diversamente impressionanti.
Ad esempio, cosa pensare dell’opera d’arte  “Fragmenti vitae” che consta di un volume, un libro, che raccoglie migliaia di sms riportati da un cellulare personale?
 Eh, cazz, naturalistico assai.

foto Spalluzza su Flickr
[sicuramente sono limitata io]




Per non dire dello  sconcerto provato davanti alla pila di zerbini,  un metro e mezzo circa di zerbini impilati, cavolacci, mai avevo pensato alla fenomenologia del tappetino, all’intrinseco senso di instabilità dello zerbino, fuori della casa ma appartenente ad essa, limite, luogo di rarefazione dell’intimità domestica e ponte verso le molteplici strade del fuori.  
(ahemm.)


E quali riflessioni profonde fare  di fronte all’installazione  composta da una sorta di paravento nero chiuso su tre lati, un cunicolo, sul cui lato corto viene proiettato ininterrottamente un  filmato in cui  la ripresa fissa  un vicolo in prospettiva,  l’audio voci in lontananza, e poi da alcune finestre e balconi e terrazzi vengono buttati giù armadi, cristalliere, assi di legno, sedie,  uno sfracellamento di mobilia, unito a un rumore di sconquasso terribile,  fino a rendere la strada un campo di macerie?
[cosa mai avranno pensato gli abitanti del luogo eletto a scenografia quando hanno dovuto barricarsi in casa per dar modo d’essere all’happening artistico? E marò, che fatica ripulire la strada dopo]

Tra le tre mostre in programma, quella fotografica di Mauro Fermariello, Acqua Fuoco,  che ha pure un nobile obiettivo, mi è piaciuta senza se e senza ma. 
Acqua e fuoco sono gli elementi che forniscono l’ interpretazione della città,  acqua e fuoco sono  i due estremi che rivelano la doppia natura, la doppia anima di Partenope. 
L’esposizione offre una serie di coppie di immagini, una dai  toni  e colori freddi  e  l’altra dai toni e colori caldi,  che si richiamano per un particolare, per la simmetria, per accostamenti talora inconsueti e di grande efficacia. 

Come questa, che mi  ha colpito particolarmente (e non lo so perché, non lo so)



Qui è il link della pagina del blog di Fermariello in cui parla del  progetto e della mostra Acqua Fuoco, 

E comunque. Ne val sempre la pena. (soprattutto quando, come in questo caso,  le mostre sono gratuite)

mercoledì 19 dicembre 2012

Sigarette chi fuma

"Oggi scopro subito qualcosa che più non ricordavo. Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. Intorno al ’70 se ne avevano in Austria di quelle che venivano vendute in scatoline di cartone munite del marchio dell’aquila bicipite. Ecco: attorno a una di quelle scatole s’aggruppano subito varie persone con qualche loro tratto, sufficente per suggerirmene il nome, non bastevole però a commovermi per l’impensato incontro."

La coscienza di Zeno - Italo Svevo.

La prima sigaretta mi si strozzò in gola, nel cesso della scuola. (non mi ricordo però le persone attorno, nessuna, solo la nube tossica e puzzona e la tosse, ma come cavolo è successo che non mi siano bastati il bruciamento e le lacrime, da quel momento mai senza,  e continuo da anni e  anni a macinarne, così tante che potrebbero  riempire una stiva di un cargo.
Zeno est moi.)

Era più facile, prima.
Adesso il tabaccaio serio non te le vende, se sei visibilmente minorenne, le sigarette.
(resta lo scrocco, ma con quello che costano si pigliano frequenti pali)
Prima ogni 100 metri ci stava il bancariello, c'erano più contrabbandieri che panettieri, e le vendevano anche sfuse, a beneficio di studenti e stracciafacenti.
Erano 'mericane, due marche soprattutto (no, i nomi no) incomparabilmente più sapurite delle sigarette del monopolio, tale che anche a parità di prezzo, ma solo nei momenti critici (notturno, natale e capodanno, che altrimenti almeno un terzo in meno) quelle di contrabbando erano di gran lunga preferite.
Non mi ricordo esattamente quando c'è stata la stretta, quando dei contrabbandieri e del contrabbando di bionde fu fatta piazza pulita.
Di sicuro  ci fu un periodo di interregno, niente americane, i resistenti seguivano altre rotte, le sigarette avevano i bollini in cirillico e facevano proprio schifo, canapone stopposo e cartina che si appicciava malamente, tant'è che da cliente sempre complice del reato cominciai a desistere dall'acquisto fino a non accorgermi quasi della scomparsa totale.
Comunque.
Da anni non ne vedevo in giro (tranne alla Duchesca, ma quello è - era? - un mondo a parte, un porto franco)

Da qualche settimana sono rispuntati i bancarielli. 
Prima sporadici e provvisori, due mazze all'erta con i pacchetti vuoti infilzati sopra, venditore nascosto.
Ora come funghi prolificano.
Al commesso pianta stabile con giubbotto catarifrangente arancione alla rotatoria di uno stradone di periferia, chiedo, ma non compro. 
(euro 2,5 al pacchetto, marche sconosciute)
"Ci sta 'a crisi, signò."




martedì 11 dicembre 2012

Càpita, ma anche no (si spera).

"A quest'ora arrivi? Sei quasi in anticipo."
"Sarei anche arrivata prima, se non mi fossi accorta solo nel garage che ho  messo una scarpa diversa dall'altra."
Lo sguardo si sposta dalla faccia ai piedi.
"Vabbuò, e poi sono tornata a casa a cambiarmela, la scarpa."

Naturalmente mentre una tempesta d'acqua falcidiava il viale, l'ombrello si ribaltava per il vento, e l'ascensore era bloccato.
I piani a piedi arlecchini inzuppati, l'ansia da ritardo sulla schiena e l'affanno nella gola.

[Penso che dovrei cominciare seriamente a preoccuparmi]

giovedì 6 dicembre 2012

Storia di A.


A.  è una mia collega.
Non è una  vecchia zitella acida, senza interessi al di fuori di.
(ha un marito ed è mamma chioccia)
Eppure il giorno libero lo  passa  a scuola,  metti che ci sia bisogno di una mano.
I ragazzini con disabilità più gravi li segue lei.
Fa progetti di teatro e non si risparmia: si industria come sarta per cucire i costumi,  lavorando a casa;  dipinge le scenografia nel garage di una parente assoldando figli e nipoti.
[Progetti pagati  forfettariamente 20 ore, e solo quelle pomeridiane trascorse con i ragazzi sono almeno il triplo]
Si prodiga così tanto che le si perdonano  quel “ma stamm facenn  la fila per il gabinetto?” in coda per visitare la tomba di Dante a Ravenna  -  in un viaggio scolastico di quelli fatti come sempre amor dei et pueris, 4 giorni  e  3 notti di responsabilità non stop senza neanche un gettone di presenza e senza neanche poter recuperare il giorno libero perduto -  e la dialettofonia.
.
Stamattina  è arrivata presto come al solito: il volto e le mani completamente  bruciati.
Niente più sopracciglia, ciglia, peli del naso.
Dalle ustioni sulle guance e sul naso,  siero e sangue colanti; le mani piene di vesciche.
(ieri sera la cucina ha fatto una vampata di fuoco)
Le è stato impedito  di entrare in classe, è stata costretta ad essere accompagnata in ospedale.
Oggi pomeriggio   era di nuovo a scuola.

Quella degli  insegnanti  è  una delle categorie professionali più a rischio di burnout.
(Il signor Ministro le dovrebbe sapere certe cose, prima di sparare cazzate sui professori  che non tengono genio di lavorare sei  o due ore in più, tanto che differenza fa)
Ci sono casi in cui si  trovano  manifestazioni di segno opposto alle sintomatologie da burnout:  eccessivo  attaccamento, presenzialismo,   vocazione missionaria.
Anna ne è un esempio.
(Caso psichiatrico anch’esso)

Stanotte farò dei brutti sogni, lo so.
(E immagino i  sogni dei ragazzini)

sabato 24 novembre 2012

Sciopero


L’ho sempre saputo che lo sciopero dei docenti è una grande stronzata.
[Cui prodest?]
Non si ferma la produzione, non si danneggia il padrone, non si rompono le balls a nessuno anzi si fanno contenti i ragazzini che alèèèè, è sciopero, facimm burdello.
Eppure stavolta mi sembrava proprio il caso, ‘fancapa che la legge di stabilità è stata emendata dall’infamia delle 24 ore (come a dire, o ne fai 18, o ne fai 24, è la stessa cosa, che ti cambia, sempre un magnafranchi a sbafo resti), restano i finanziamenti alla scuola privata e i tagli a quella pubblica, resta il fatto che il dietrofront non cancella l’onta, resta il fatto che la strada presa, crisi o non crisi, non è giusta.

L’ho sempre saputo che lo sciopero dei docenti è una grande stronzata.
Eppure stavolta pensavo fosse diverso, dopo tanti chiagnistei, dopo tanti borbottamenti, dopo tante facce indignate e schifate.
5 su 70.
Una percentuale esorbitante, direi.
Chi osa dire niente, è questione di libertà, ognuno sa i cazzi suoi, un tot di  euro in meno a fine mese, soprattutto prossimo,  pesano.
Molto meglio martellare i ragazzini invitandoli a non venire a scuola e poi farsi un giorno di vacanza didattica, una chiacchiera tira l’altra, un caffè e una sigaretta, madonna che pace e che silenzio in questa scuola, 6 alunni su 400,  mica siamo fessi.
Io, modestamente, sono fessa.

E dire che  l’ho sempre saputo che lo sciopero dei docenti è una grande stronzata.
(Ogni volta che l’ho fatto mi sono sempre magnata le mani. Oggi pure il fegato.)

Nella prossima vita voglio fare l’idraulico.

sabato 17 novembre 2012

Come fai fai...


"Devo parlare con lei, signora. Ma non oggi, domani."
Lei è la madre di F.
F. è  una ragazzina difficile, e da un po’ è molto più irrequieta del solito.
(borderline, si dice)
Sua madre  non l’avevo mai vista in due anni.  
E’ venuta  a portare la torta per far festeggiare a scuola i 14 anni di sua figlia.
Il giorno dopo, la incontro.
Mi chiedo  come mai sia venuta.
(non credevo lo facesse)
Comincia dicendo : "'O saccio, chell ca mi vulite dicere. Se F. fa cose che non stanno bene, io dico hai ragione, devi sputare in faccia a tutti quanti." 
Continua a parlare per un’ora. 
Non di F., di lei. 
Ogni pensiero  è concluso  da una  sputazzata in faccia:  all’ex marito, all’ex compagno, alla madre, alle sorelle, agli assistenti sociali, al sindaco, ai politici. 
Al padreterno  poco ci manca, è religiosa  la signora, intervalla le sputazzate con citazioni bibliche. 
Mi dico che è inutile parlare:  il problema di F. è sua madre.
Soprattutto quando scopro che è in procinto di partire per l’Inghilterra. A cercare fortuna. Da sola.
(non so se sia più squilibrata o disperata)
“E F.? non c’è una zia, una nonna, una cugina, una vicina di casa che si prenda cura di lei?”  
La risposta è sempre che c’è da sputare in faccia.

F. resta da sola, con il fratello poco più grande che lavora e a casa non c’è mai e quando c’è a volte la mena. 
A 14 anni si prepara il pranzo, la cena, si lava le mutande e se si sveglia  di notte non ha nessuno che la scuota dai brutti sogni e se e se. 

Se non viene a scuola, come tutti i suoi compagni , chè quando c’è sciopero dei docenti c’è il filone degli studenti, si fa la giustifica da sola. 
Compila la pagina del  libretto e la firma. 
“Mamma a casa non c’è.”

Vorrei proteggerla, vorrei difenderla, vorrei prendermi cura di F.
Ma se faccio  relazione ai servizi sociali, F. non avrà neanche più neanche il suo letto in cui dormire e nemmeno le amichette di scuola con cui parlare al mattino.

Qualunque cosa si faccia, o si possa fare (qualunque cosa io faccia, o possa fare),  è sbagliata. 

domenica 11 novembre 2012

Brouchtoucaille


"Nella Città Natale la si prepara così: prendete cavoli, carciofi, spinaci, melanzane, lattughe, peperoni, crescioni, scorzoni, cetriolini, chiodini, zucchini, bietole, nespole, sorbole, cocomeri, tuberi, datteri, fave, cipolle, lenticchie, pannocchie di granoturco e noci di cocco;  sbucciate, pelate, pulite, tagliate, tritate, macinate, triturate, passate, stufate, sgocciolate, filtrate, buttate, raccogliete, diluite, sublimate, concretizzate, sistemate, preparate e cuocete parte in acqua, parte in olio d’oliva, parte in olio di noce, parte in grasso di bue, parte in grasso d’oca. Prendete poi alcuni animali vivi, mammiferi maschi e volatili femmine. Sgozzateli, scuoiateli, tagliateli, divideteli, affettateli, infilzateli nello spiedo e arrostiteli. Amalgamate in un grande paiolo una salsa a base di olio, aglio, aceto, senapi varie, tuorli d’uovo, cognac di qualità, pepe, sale, peperoncini, zafferano, cumino, chiodi di garofano, timo, alloro, zenzero e paprica. Introducetevi l’elemento animale che correggerete con l’elemento vegetale. Mescolate e rimescolate e quando sarà arrivato il momento servite nel grande piatto atavico che avrete avuto cura di non lavare dall’ultima Festa."

Raymond Queneau  - Tempi duri, Saint Glinglin!



E' la  ricetta del piatto tipico della Città Natale in occasione della festa di Saint Glinglin.
Ecco, questo libro di Raimondino  è proprio una brouchtoucaille.
Il sostrato filosofico, la concettualizzazione, l’infarcitura di riferimenti coltissimi e l’esercizio linguistico  non sono nascosti, ma neanche tutti visibili e distinguibili.
(figurarsi comprensibili).
Si provasse a magnare una roba come la brouchtoucaille, vorrei proprio vedere che guazzabuglio di sapori, chi mai riuscirebbe a distinguerli se non avesse a portata di mano la lista degli ingredienti, e signora  mia, alcuni pure vaghi, chè tra i mammiferi maschi ci stanno i vitelli e i  montoni, ma pure gli elefanti e i delfini.

 “al lettore il compito di scoprirle (le interpretazioni del testo), dato che – perché non si dovrebbe esigere un certo sforzo dal lettore? Gli si spiega sempre tutto, al lettore. Finirà per offendersi a forza di vedersi trattato con tanto disprezzo, il lettore.”


Sarà, ma a me detta così pare che voglia pigliare per i fondelli, il Queneau.
Perché se è vero che il lettore è creatore di senso (non a caso l’ermeneutica, oibò), è pur vero che  a voler scoprire le infinite interpretazioni del testo si può pure arrivare a dire che la parola stella  a pagina x del libro di rkafojioa è un chiaro riferimento alla stella che move il caizer di tutto l’universo.

Glinglinglin mi ha fatto pensare ai ggiovani.
Poco c’entra il fatto che nel romanzo c’è la manipolazione letteraria del complesso edipico.
(poco c'entra anche il libro).
Mi ha fatto pensare alle loro certezze, al modo che hanno di impostarsi verso il mondo, alla loro “rigidità” nel sostenere le opinioni, anche se dannatamente sbagliate, al fatto che si sentono in dovere non tanto di dimostrartele, quanto di buttartele in faccia, stracoglionandoti  con i loro assiomi.
[alla disposizione al martirio e al sacrificio, negli animi più accesi]
La maturità, quella bella e vera (che per qualcuno può non giungere mai), è l’età in cui non si ha bisogno di dimostrare niente.
Non c’è bisogno di urlare.
Ecco.
Alcune opere di Queneau sembrano urlate, anche se a bocca chiusa.
(l’ossimoro è una figura retorica straordinaria)

lunedì 5 novembre 2012

Groupon


“Ma come, non hai mai usato Groupon? Ci sono certe occasioni!”
Tempi di magra, sfizi pochi. A meno che non siano occasioni.
(te lo regalo, lo vuoi?)
Mi lasciai convincere. 
Mi iscrissi.
Subito mi balzò agli occhi e al desiderio un’offerta per n. 3 massaggi a soli 39 euro.
Caspita, pensai. 
[me lo faccio passare lo sfizio, sicuramente sono massaggi più sicuri di quelli che mi voleva propinare la cinese sulla spiaggia, a cui a malincuore pure rinunciai.]
Comprai il coupon. 
Pagamento anticipato, immediato, con prepagata o paypal, e prenotazione allo scadere dell’offerta.
Peccato  non riuscire a  prenotare.
La risposta alla telefonata aveva due varianti: ora il titolare non c’è richiami più tardi,  lasci il numero di telefono richiameremo noi.
Un mese di tentativi.
Ad onor del vero,  il signor Groupon nella persona di un cortese centralinista,  a cui mi rivolsi  per avere lumi a riguardo, dopo una verifica (attenda in linea  per piacere faccio un controllo – 10 minuti -  “il partner non è in grado di soddisfare le richieste”),  mi rimborsò  del già versato, caricandolo sul mio conto.
Vabbuò, primo tentativo fallito.
Perso per perso, ormai i soldi erano congelati là, ci ho riprovato.
Ho acquistato  n. 2 coupon per un trattamento estetico  completo, per me e per la mia.
Ho telefonato e  fissato un appuntamento a distanza di quasi un mese.
Il mese è passato.
Vado.  (anzi, andiamo).
La signorina estetista (?) che ha sgabuzzino/camerino  presso un coiffeur pour homme, dice che ci aspettava per il mattino, mostrandomi  un quadernetto con una grande scarabocchiatura proprio sull’orario in cui sono sicura avevamo appuntamento. 
“L’appuntamento era per stamattina, vede?”
Alle ore 11,00  campeggia il coupon per 2 solitario.
Ora tutto può essere, ma che abbia fatto appuntamento per la  mattina, quando sia io che la mia siamo diversamente indaffarate,  mi pare troppo pure per la mia inzallanutaggine.

Insisto.
La signorina estetista ci concede un’ora di tempo,   un manicure e un pedicure a cranio, facendoci, lei dice, una cortesia e un piacere.
Per quanto possa essere inesperta di trattamenti estetici, mi pare proprio che  una pittata di unghie di mani e piedi non si possano definire  pedicure e manicure, ma tant’è, baccalà io e chi mi ha convinto agli sfizi quasi gratis.
Dopo 45 minuti, la signorina estetista si cucca i coupon e scrive un fuglietiello di carta in cui dichiara che abbiamo da completare il trattamento.
Rinuncio a priori per delusione (ma che m’aspettavo?), per la scortesia e la mancanza di professionalità dell'estetista (?) e per sfiancamento.
Dati i precedenti, sono sicura che farei  solo telefonate a vacante.
Del resto, 19 euro per manicure pedicure pulizia del viso ceretta completa  scrub e massaggio corpo di un’ora (così recitava l’offerta),  è veramente troppo poco, pure per una città come la mia.
(in Burkina Faso, forse.)
Chi troppo vuole, nulla stringe.
Soprattutto gli sfizi.
Ora mi resta un euro di credito sul conto Groupon.
E data la folla di offerte che ogni giorno trovo nella posta, tutte occasioni straordinarie, goduriose, invitanti, chissà.
(mi sono abbonata  allo strunziamento, mi sa)


domenica 28 ottobre 2012

Penne e pensieri


"Avrei voluto avere in auto una penna, per tirare giù i miei pensieri, che sono fatti di qualcosa di leggero come i sogni. Basta un battito di ciglia per vederli sparire. 
A volte ho dei pensieri che mi piacerebbe ricordare."

Tullio Avoledo - Il Mare di Bering

E niente, mi piace questa frase, tante volte vorrei poter ricordare i pensieri, soprattutto quelli leggeri e felici.
Peccato che appena piglio la penna, anche quando ce l'ho a  portata di mano, quelli spariscono prima ancora che le ciglia abbiano il tempo di battere.

sabato 13 ottobre 2012

Acrobazie


"La verità interiore è nascosta, per fortuna, per fortuna.  Ma io la sentivo lo stesso; sentivo sovente la sua misteriosa immobilità che osservava le mie contorsioni scimmiesche, proprio come osserva voi mentre eseguite le acrobazie che vi toccano per… quanto?, mezza corona alla capriola…"

Cuore di tenebra  -  Joseph Conrad 



In mancanza di un cortile, di una strada, di un’aia dove disegnare la campana  e saltarci dentro, da bambina utilizzavo il pavimento di casa.
Le grandi  sagome  rosa, beige, grigie tra il bianco screziato dei lastroni di  marmo erano il mondo.
Saltavo a piedi uniti o a zampa di gru sulle zone  colorate.
Se non le centravo (il sasso, la roccia), perdevo.  
[Se salto su quella grande macchia rosa sono salva, se vado di fuori muoio]

Ora  il pavimento  della mia casa è una ragnatela:  sto attenta a non precipitare, a mantenermi in equilibrio sul filo.
Il cuore a volte si gonfia e diventa pesante come piombo:  temo che fare l’ acrobata non mi salverà,   il  suo peso  farà spezzare il  filo.

domenica 7 ottobre 2012

Oltre la carne


Prende le fettine, poi del macinato.
“Quant’è?” – chiede.
Apre la borsa.  Si volta e mi guarda.
Invece che il portafoglio,  tira fuori dalla borsa una striscia di carta, un segmento di fotocopia, e un santino.
Me lo porge.
“No, la ringrazio” – le dico.
“Ma lei non prega?” – mi dice quasi irritata.
Nell’arco di pochissime frazioni di secondo cerco una risposta non scortese, non polemica, non  sarcastica, definitiva, inappellabile.
[vera]
“Sono atea”.
Resta con la mano tesa e i fuglitielli appesi per un secondo, sconcertata, quasi attonita.
Poi li ripone e prende il portafogli per saldare il conto.
Si allontana, poi torna indietro.
Ho ancora da aspettare prima che giunga il mio turno.
Mi sorride.
“Potrei dirle una cosa in privato, fuori, qui non  mi sembra il caso”.
Eccheccazzo, penso, e più definitiva di quella che dovevo dirle.
“Neanche fuori mi sembra il caso, non mi sembra proprio il caso” .
Ma l’ardore della fede supera qualunque buon senso, qualunque ragionevolezza.
Accummincia una pippa interminabile sulla preghiera  miracolosa da recitare, la preghiera che gesù ha dato proprio lui a santa giustina (?)  faustina(?) una santa ina (era una santa femmina allora quella della figurella)  e su come facciamo a sopportare questa vita  e a chi ci affidiamo per superare il dolore e senza la salvezza poi l’eternità ancora e ancora eccheccazzo, signò!
“Vorrà dire che quando saremo tutti morti io sarò cenere e lei passeggerà contenta e felice nei verdi pascoli del cielo, signora.” – le dico.
“Non si scherza su queste cose, sono cose molto serie”.
Infatti,  lo penso pure io.
Non c’è nulla di più serio che sperare di  convertire  un ateo dichiarato in una macelleria.

venerdì 21 settembre 2012

Ombre



Il gioco delle ombre cinesi era uno dei pochi che facevo coi miei fratelli, quando il lumino rendeva meno buia la stanzetta, di notte.
Le ombre di aquila, coniglio, cane erano quelle che intrecciando le dita mi venivano meglio.
Mi divertivo, io.
Non i miei fratelli.
L’aquila e il coniglio  si trasformavano  sempre in cane che magnava le loro manine.



Le ombre fanno paura, tranne quella mobile di Peter Pan.
Inquietano  anche se affascinano: appartengono al regno dell’indefinito.
Le ombre possono generare mostri.
Per questo è doppiamente straniante l’uso delle ombre che invece fanno due artisti in cui sono incappata gironzolando su internet.



Anzi, più che straniante, intimamente angosciante.
L’ombra perde il suo connotato pauroso nel momento in cui si riconosce l’oggetto che la genera.
Ciò non succede con le ombre “tranquillizzanti” di Tim e Sue, ombre dai contorni riconoscibilissimi – uomini e donne, profili di città, motociclette.
E' ciò che le genera ad essere mostruoso.




Munnezza.



Grovigli di rifiuti,  mostri prodotti dall’opulenta società del benessere.
Il ribaltamento di senso rispetto all’archetipo che l’ombra ha nell’immaginario collettivo sembra totale, ma non lo è.
Le ombre fanno sempre paura.