Davanti a certe espressioni di arte contemporanea ammutolita resto.
Mi viene lo sconcerto di non riuscire a capire se trattasi di cacate (ma piglia per il culo? E che è, arte, questa??) o personale durezza di comprendonio e di animo, sono troppo limitata per afferrarla, per sentirla, per emozionarmi.
[Gli artisti contemporanei sono troppo avanti, hanno il cerebro e l’immaginatio ipertrofici e io non ci posso arrivare.]
Al PAN, Palazzo delle arti di Napoli, lo storico Palazzo Roccella adibito dal 2005 a sede di esposizioni di arte contemporanea, ci sono tre mostre.
“… e poi c’è Nina” – dice il ragazzo al banco shop.
Naturalmente sorrido - c’è Nina – e chi ‘a sape, penso.
Pensavo fosse una tizia, Nina, invece NINa, Nuova Immagine NApoletana, è una collettiva di artisti dell'Accademia di belle arti.
Moltissime opere, diseguali, eterogenee per temi (e meno male che ci hanno messo almeno le targhette coi titoli, accanto alle opere d'arte!), per tecniche, per materiali, per tutto: iperboli di segni, di linee, di macchie, di guazzabugli, di coacervi, di cose ammuntunate.
Alcune di bell’impatto estetico ed emotivo, altre incuriosenti e stimolanti, altre invece, come dire, diversamente impressionanti.
Eh, cazz, naturalistico assai.
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foto Spalluzza su Flickr |
Per non dire dello sconcerto provato davanti alla pila di zerbini, un metro e mezzo circa di zerbini impilati, cavolacci, mai avevo pensato alla fenomenologia del tappetino, all’intrinseco senso di instabilità dello zerbino, fuori della casa ma appartenente ad essa, limite, luogo di rarefazione dell’intimità domestica e ponte verso le molteplici strade del fuori.
(ahemm.)
E quali riflessioni profonde fare di fronte all’installazione composta da una sorta di paravento nero chiuso su tre lati, un cunicolo, sul cui lato corto viene proiettato ininterrottamente un filmato in cui la ripresa fissa un vicolo in prospettiva, l’audio voci in lontananza, e poi da alcune finestre e balconi e terrazzi vengono buttati giù armadi, cristalliere, assi di legno, sedie, uno sfracellamento di mobilia, unito a un rumore di sconquasso terribile, fino a rendere la strada un campo di macerie?
E quali riflessioni profonde fare di fronte all’installazione composta da una sorta di paravento nero chiuso su tre lati, un cunicolo, sul cui lato corto viene proiettato ininterrottamente un filmato in cui la ripresa fissa un vicolo in prospettiva, l’audio voci in lontananza, e poi da alcune finestre e balconi e terrazzi vengono buttati giù armadi, cristalliere, assi di legno, sedie, uno sfracellamento di mobilia, unito a un rumore di sconquasso terribile, fino a rendere la strada un campo di macerie?
[cosa mai avranno pensato gli abitanti del luogo eletto a scenografia quando hanno dovuto barricarsi in casa per dar modo d’essere all’happening artistico? E marò, che fatica ripulire la strada dopo]
Tra le tre mostre in programma, quella fotografica di Mauro Fermariello, Acqua Fuoco, che ha pure un nobile obiettivo, mi è piaciuta senza se e senza ma.
Acqua e fuoco sono gli elementi che forniscono l’ interpretazione della città, acqua e fuoco sono i due estremi che rivelano la doppia natura, la doppia anima di Partenope.
L’esposizione offre una serie di coppie di immagini, una dai toni e colori freddi e l’altra dai toni e colori caldi, che si richiamano per un particolare, per la simmetria, per accostamenti talora inconsueti e di grande efficacia.
Come questa, che mi ha colpito particolarmente (e non lo so perché, non lo so)
Qui è il link della pagina del blog di Fermariello in cui parla del progetto e della mostra Acqua Fuoco,
E comunque. Ne val sempre la pena. (soprattutto quando, come in questo caso, le mostre sono gratuite)