lunedì 29 agosto 2011

Monopoly

Non mi sono mai piaciuti i giochi di società, a partire dalla tombola  rottura natalizia familiare obbligatoria - cca sta 'a mano e cca  'o culo d'o panaro -  i fagioli secchi che si spostavano ad ogni alitata  sulle cartelle, fino alle interminabili sedute di Risiko a cui partecipavo  solo per  testare  il grado di resilienza  di  fidanzamenti e di amicizie di lunga data.

Un regalo di Natale, ricordo.
Forse per ammorbidire l'indole orsesca.
(Avrei di gran lunga preferito colori e pennelli, o il das.)
Il Monopoli che mi fu regalato aveva il tabellone rettangolare.
Non credo di averci giocato molte volte.
Ma qualche volta di sicuro.

La prima cosa che avrei voluto fare, osservando la nuova  versione del Monopoli,  sarebbe stata tirare una pippa  infinita  a proposito dello spirito capitalistico inculcato sin dalla più tenera età - ohhhh e come sono diseducativi questi giochi, meglio sarebbe stato un orsetto tenerone o un microscopio o un set di costruzioni in mattoncini di legno d'abete e blablablabla.
(Che ipocrisia. Tutti i bambini che hanno giocato ai soldatini sono diventati guerrafondai?)
La prima cosa che non avrei voluto ricordare, osservando la nuova versione del Monopoli,  è stata me bambina con le  banconote rosa e verdi e marroni  e le monete in mano che  immaginava di essere zio Paperone. 
Mettere su una casa o un albergo in Vicolo stretto o in Vicolo corto era da tapini,  al contrario   possedere proprietà in Parco della Vittoria significava essere miliardari -Vittoria!! Vittoria!!
(suggestione delle parole.)
Le altre caselle, avevano un sapore neutro, luoghi qualunque (mi piacevano le stazioni, le caselline con il trenino nero  a vapore).

Nel  Monopoly 2011 non ci sono più le banconote, e neanche le monete. C'è una specie di calcolatrice.
Essa è  un finto lettore di finte carte di credito. 6 carte di credito, per 6 max giocatori.
(chi immagineranno di essere, i bambini che giocano a diventare ricchi ricchissimi?)
E poi.
Niente più Largo Colombo, nè Via Verdi. Sul modello americano, ci sono le città.
Italiane.
Solo alcune, più  le enclavi.
Città del Vaticano è quella dalla rendita più alta. (e la Repubblica di San Marino segue a ruota).
La parte di Vicolo stretto e Vicolo corto la fanno Campobasso e Catanzaro.
E Bologna, Roma e Firenze, fanno 5 volte la figura di Potenza, Napoli e Palermo.
Neanche per gioco val la pena investire nelle città del Sud.


venerdì 12 agosto 2011

MAV e dintorni

Davanti all'ingresso, ai piedi dello scalone,  quattro ragazzini giocano a pallone.
Il custode, ritto in cima ,  si accorge dei probabili visitatori,  e fa  cenno ai maradona in erba di spostarsi.
"ma addò putimm pazzià?" chiede  invocando comprensione il più piccolino, dopo averlo raggiunto saltando a due a due i gradoni.
Il custode indica loro  il piccolo slargo laterale. 


Il MAV senza scolaresca al seguito - anzi senza seguire la scolaresca -  è tutt’altra cosa.
Tempo per guardare, tempo per ascoltare (ohhhh, dai vasi escono le voci che recitano Plauto!!)
Mi è sembrato, il museo,  pur nel passo lento e molle, molto più piccolo.
C'è un nuovo allestimento: la schola armaturarum, la casa dei gladiatori, crollata il 6 novembre 2010 a Pompei.
Strano,  un museo archeologico  interamente virtuale.
Lascia un retrogusto al sapore di Gardaland.
(ai ragazzini piace assaissimo)
Sento che nel museo ci vorrebbero anche le cose, i reperti. La  ricostruzione virtuale della schola armaturarum e anche un gladio, o un frammento di affresco - ammesso che si trovi tra le macerie)
Le cose che non ci sono nel museo si reificano nel negozio interno sotto forma di  "souvenir culturale" - statuine, cartoline, segnalibri, ma anche conserve dell'area vesuviana  e  pupazzetti postmoderni (???).
Peccato che il negozio sia aperto anche quando gli addetti alla cassa non ci sono, e la cassa non si può aprire, ma le cose  si vendono lo stesso, non sia mai il visitatore se ne vada scontento.


Gli scavi di Ercolano sono a pochi passi. Oltre il portone d'accesso, prima della biglietteria,  c'è un giardino pubblico, con fontane,  gradinate, piazzali, e il fresco viale alberato (pini, oleandri, piante fiorite) che costeggia  gli scavi  è come un ponte tra l'antico e il nuovo. Lo sguardo abbraccia le rovine della città romana e le rovine della città contemporanea,  rovina antica per rovina nuova, rudere antico per rudere nuovo.


E’ storia anche la costruzione disordinata e scomposta dagli anni ’50 in poi. Senza cornice, restebbe solo la città dei morti.
(ma almeno eliminare le erbacce che prolificano sui tetti antichi, e le lamiere e le parabole  su quelli nuovi, eh, non sarebbe una iattura)


lunedì 8 agosto 2011

Napoletanità


Duri a morire, i pregiudizi sul carattere nazionale dei popoli. E naturalmente, da campanile  a campanile,  anche quelli sul carattere degli abitanti di un luogo specifico  dentro la nazione.
I genovesi sono tirchi, i siciliani sono gelosi,  i piemontesi  “falsi e cortesi”,  e i napoletani.
Vabbuò. 
Qua si sciala. Si abbonda, chi più ne ha più ne metta.
Naturalmente, non posso che aborrire  questa orribile tendenza al pregiudizio, che assurdità   fare di tutta un’erba un fascio, lasciarsi abbindolare da aggettivazioni che non hanno alcun presupposto e fondamento storico e scientifico.

“Gli stereotipi sono irritanti. Lo sono per chi li usa: nessuno vuole ammettere di ragionare per stereotipi e tanto meno vuole che glielo si dica. A maggior ragione per chi ne è oggetto, gli stereotipi sono irritanti: anche se il contenuto non è negativo, nessuno è contento di vedersi ridotto a una o due caratteristiche della propria identità e fissato per sempre ad esse”

Amalia Signorelli   "Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento"


Quando poi mi capitano sotto mano libri scritti da napoletani, che parlano della città in modo tale che altro che stereotipo -  levati, guagliò -  il livello di irritazione raggiunge dimensioni cosmiche.

"Sa qual è uno dei talenti più spiccati della storia dei napoletani, Presidente? 
"L'alleggerimento ironico dei guai?" "No. E' la lamentazione. Nell'arco di centinaia di anni Napoli ha elaborato una raffinatissima strategia della lamentazione. Per ellenizzare potrei dire che laggiù abita un popolo logolamentazionale. Secondo i napoletani, la colpa di tutte le catastrofi e di tutto il male, una volta è di San Gennaro, una volta del Vesuvio, una volta degli Angioini, una volta dei tedeschi, una volta del terremoto e una volta degli americani, una volta della Prima guerra mondiale e una volta della Seconda, una volta del Nord e la volta appresso del colera. Ecco, la colpa è sempre di una terza persona di un'altra cosa, I napoletani si credono innocenti. Innalzano il loro canto lamentevole contro il destino, si fanno la ninna nanna da soli e si addormentano."

Ruggero Cappuccio  "Fuoco su Napoli"  premio Napoli 2011

Però.
Posso dargli torto? 
E allora, scorrettezza per scorrettezza,  ho pensato a quale possa essere  lo stereotipo degli stereotipi, la madre di tutti gli stereotipi sulla napoletanità, lo stesso che genera le mappate di stereotipi sui napoletani e  di cui è impregnato il libro di Cappuccio.
L’esagerazione. 
La messa in scena dell’abnorme, abnorme strazio dei sentimenti (‘o zappatore nun sa scorda a mamma), abnorme gesticolazione, abnormi magnate, abnorme produzione di munnezza, tutto fuori misura. 
Le smargiassate del mettere acoppa.
(La quintessenza del barocchismo)
Tale e quale al libro di Cappuccio,  dove pure l’uso della metafora è abnorme, tanto da essere stucchevole,  effetto cachisso ‘nzuarato.

Ah, l’equilibrio, la misura, la sottile linea mediana che permette di camminare sopra un filo senza cadere.
(e pure questo suonno è un’esagerazione. Marò, non c’è scampo)

lunedì 1 agosto 2011

Diario di viaggio: una cosa divertente che non farò mai più.


Sognata, desiderata, bramata da tempo. Carusielli interi finalizzati a.
Si parte per la crociera ai fiordi norvegesi, fa nulla che il primo aereo è alle 6,00 del mattino e la sveglia si impone prima delle 4,00 (ma tanto, chi dorme, può essere che la sveglia non suoni) .

1° Kiel, Germania.
C'è un grande impianto industriale, al porto di Kiel. Thyssenkrupp (triste memento).
Le gru e i containers sulla banchina sono l'unica cosa che vedo dall'oblò della cabina, oltre alla moltitudine di gabbiani (quanti!), audaci, si lanciano quasi in picchiata verso le pareti della nave.
I ponti hanno nomi di scrittori, il ponte 13 è Foscolo e chissà perché il 6, più in basso, è Dante. (su una nave chiamata Orchestra i ponti avranno nomi di musicisti, certamente. E su una chiamata Magnifica?)
La nave è un florilegio di specchi e ottoni e moquette e decorations. Lusso alla russa e pompa magna.
Miliardi di specchi. Ci si riflette dovunque (anche negli ottoni lucidissimi, perennemente strigliati dagli addetti in divisa, quasi tutti indonesiani, dice il cartellino con nome e provenienza, manco si trattasse di prodotti ortofrutticoli), e la folla dei crocieristi si moltiplica enne volte.
Parto alla ricerca dei ghetti per fumatori.
Su due ponti, sul lato sinistro, al casinò (si deve pur stemperare il nervosismo), in una cigar room (quanti tipi di sigari in vendita), su due lati di due bar (ce ne sono 17, volendo sbronzarsi alla grande. Sborsando anche, alla grande)
Mi affeziono al ponte 13 (percorso più rapido per il ghetto dalla cabina, in breve domino la pianta della prigione)
Il senso di inadeguatezza lievita.
Un freddo da calzettoni di lana, da cappotto, da colbacco.
E pioggia.

Per arrivare al ristorante per la cena, si passa per il mercato: una fetta della nave si ammanta di bancarielli di merci assortite (le vetrine dei negozi non sono bastevolmente attraenti, forse)
Parfums, prodotti del mar Morto, murrine veneziane, orologi Tissot e altre amenità e ammennicoli. (strofina l'unghia, strofina e magia! Lucida lucida. 70 euro a confezione.)
La nave è una gabbia dorata per polli.


2° Copenaghen, Danimarca.
 7 del mattino. Ponte 13 per la prima sigaretta.
Ci sono le piscine e le vaschette idromassaggio.
Una madre con neonato. La capuzzella del creaturo nuda, al vento e al freddo. La madre lo piazza nel passeggino e si mette in ammollo.
E’ meglio non perdersi niente.
Tutte le altre coccole sono a pagamento.
A Copenaghen c’è pioggia, e freddo bbestia (è estate anche qui?).
E la Sirenetta val la pena ammirarla dalle cartoline, che dal vivo è veramente una microstrunzatella.
[Potere del mito]
Ma forse è tutta colpa del maltempo, ci si indispone alla meraviglia, ricoperti malamente dalle bustine di plastica a mò di grandi puffi veliero.

3° Navigazione.
 Alcune attività che si possono svolgere a bordo, oltre all’ingrasso da magnatoria perenne: danze e balli, bingo, tornei di carte e di ping pong, art and crafts.
Art and crafts mi suona invitante - art attack e Giovanni Muciaccia, penso.
Carta crespa e cannucce: si impara a fare i fiori di carta. La tedesca di fronte a me è stravolta dalle mie splendide produzioni floreali – ohhhh, very beautiful!!
Sono stravolta dalla tedesca: aspetto che ci diano il filo e la pasta per fare le collanine, poi la trasformazione in diversamente abili sarà completa.

Allo spuntare di un timido sole tra le nuvole, i ponti si trasformano in un carnaio di esseri umani variamente vestiti, dal nordico in rosea pelle nuda, al super equipaggiato con giaccone a vento e calzettoni in comode scarpe da trekking.
Da un pizzitiello privo di fiati e voci, guardo l’acqua. Migliaia di meduse, flotte di palloncini giallastri fluttuano.
(la corrente del Golfo?)

4° Olden, Norvegia.
 Il pleut. Piove, ma assai.
Il mare del fiordo è solcato da un fiume fangoso marroncino. Tronchetti, tronchi, pezzetti di legno. Ma anche barattoli, lattine, latte, bidoni, una mensola. Come detriti di un’alluvione.
Le coste sono ripide a strapiombo, e rigate da torrenti che ne affilano la verticalitá. Un nuvolone, nebbia, fumo grigio, ricopre i crinali delle montagne (ma quanto sono alte?).

Le case sparse, molto sparse, hanno il tetto spiovente ricoperto di erba.

Mi aspetto di veder spuntare un vichingo, ma nisba. Neanche un norvegese moderno indaffarato in quotidiane attività.

Nel negozio di souvenir acquisto 2 cappellini e una magliettina e una mantellina impermeabile puzzolente con su scritto Norvegia, un ditale, 3 cartoline, 3 francobolli. Un boh di corone che non ho. In euro: 100.
(In Norvegia la vita è molto cara)

La descrizione dell’escursione in bus di 4 ore recita: “viaggerete attraverso i meravigliosi villaggi di Blasket, Fjelli e Hopland – avendo la carta topografica ci si rende conto che la strada attraversa il territorio dei villaggi suddetti, dei quali il passaggio del bus trascina un labile accenno di edifici – a Nos farete una sosta per ammirare gli splendidi panorami sul fiordo e sulle montagne occidentali (…) la sosta panoramica successiva sarà a Kvalen – probabilmente il pulman ha rallentato in entrambi i casi – fermandovi per dei pasticcini e un caffè in un albergo – dove, in area estrema del villaggio, con panorama su un paio di prefabbricati rivendita di automobili e similari, lontano dalla sponda del fiordo, si procede alla mezzora di ingrasso – poiché i percorsi a piedi sono brevi – translate, dal bus all’albergo dei pasticcini ovvero torta con fragole e torta al cioccolato 20 metri -  il tour è adatto a chiunque.
La chiosa: Questa escursione non è consigliata ad ospiti con problemi motori (si potrebbero formare le piaghe da decubito sul sedile del bus)
Euro 68 a cranio.

5° Bergen, Norvegia.

Il quartiere anseatico è suggestivo, tante casette in legno vicine vicine e anche la pavimentazione tra i gruppi di case è fatta di assi di legno. Se non fossero colorate di azzurro e rosa e giallo, e se non avessero i tetti spioventissimi sembrerebbe di stare nel far west, tra i cercatori d’oro. (ehi, gringo)
Tutta Bergen è deliziosa e meriterebbe l'intero tempo dello sbarco.



Ma.
Si va in Norvegia e non si approfitta dell’occasione per ammirare i paesaggi naturali?
Escursione al fiordo di Hardang & cascate. (99 euro a capoccia)
6 ore e ½ di bus, con 2 soste cronometrate. La prima alle cascate di Steindalsfossen, dove è possibile camminare dietro l’acqua senza bagnarsi (20 minuti: o si arriva formichine in corsa rapida dietro alla cascata o si fa la pipì). La seconda, a Voss: 30 minuti per pasticcini in albergo (e dagli) e giro di una trentina di passi sulla sponda del laghetto.
Ho l’ansia da orologio.

6° Kristiansand, Norvegia.
Una bella giornata di sole (e cazz, finalmente).
Nella calura che i norvegesi definiscono extraordinaria, i bambini sguazzano nella fontana del parco.
E’ un luogo di villeggiatura, Kristiansand. Hanno anche creato delle calette di sabbia di metri 5X3 tra le banchine del porto turistico. Ma il mare. E’ giallo, fangoso, pieno di alghe? licheni? muschio? E di munnezza assortita, lattine e buste di plastica (tutto il mondo è paese). 

Sottotraccia 1: dell’importanza della guida. 
Thea è giovane e ha studiato a Bologna e tornerà a lavorare in ottobre a Roma. E’ spigliata e la Norvegia che racconta, il compleanno della nonna al Nord, la politica e i norvegesi, il buio e i norvegesi, il cibo e i norvegesi, la musica e i norvegesi, il villaggio e la città e il carattere dei norvegesi, l’ufficio del padre architetto – ora passiamo per l’ufficio dove lavora il mio papà, forse non vi interessa, ma forse lo posso vedere se è fuori – rende i paesaggi che scorrono ai finestrini del bus antropologizzati e vivi. L’escursione all’antica ferrovia di Setesdalen vale quasi l’intera crociera.




E la giornata luminosa restituisce i colori delle cartoline ai luoghi.
Laghi e fiumi come specchi, e cielo e nuvole e casette rosse e verdi diversi e creste di monti sono simmetricamente ribaltati nell’acqua.
Un incanto.

7° Gotemborg, Svezia.
I fatti di Oslo hanno indotto la compagnia a modificare repente il programma di viaggio, e dunque Oslo salta. (e un micropezzettino di Norvegia, ça va sans dire)
Va bene, si esageri pure con le misure di sicurezza.
Ma.
Attraccare nell’area mercantile del porto più imponente della Scandinavia non garantisce un bel vedere. Distese di cointaners impilati e traffico di veicoli dotati di gru, e sullo sfondo raffinerie e silos metallici. La città è a 10 chilometri.
La distanza dal centro è tale che la compagnia appronta un servizio di “suttle bus”, pulman navetta. 12 euro, per essere scarrozzati in centro. 
(che precisini, pensano davvero a tutto, quante  “care” premurosità)
Ma tant’è, Gotemborg è stata una sorpresa (ma non è in Norvegia???) l’escursione organizzata è stata prenotata, si fa a meno di scendere in autonomia dalla nave e ci si accontenta di quella: tour panoramico e centro scientifico universum (per visitare il quale ci vengono concessi, cronometrati al secondo primo, 75 minuti, e il museo da solo ne richiederebbe almeno 240).


Sottotraccia 2: dell’importanza della guida.
Bus bilingue, ovvero, tedeschi e italiani insieme. Guida svedese parlante tedesco e tizia della compagnia che traduce in italiano.
Trascrizione testuale e fedelissima di alcuni stralci, in ordine sparso, di descrizione della città:
a destra c'è la statua di un re molto amato dagli svedesi che ha governato 200 anni (azz, higlander esiste!!), qui a sinistra c'è una chiesa, ora passiamo su un ponte molto antico che è stato costruito nel 1966, attraversiamo un quartiere residenziale chic, tra poco c'è un museo, qui ci sono le raffinerie che lavorano l’olio, la statua di Poseidon è una statua greca scolpita da uno scultore locale, ecco lo stadio che contiene 600 mila persone.
Panoramica assolutamente esaustiva, niente da dire (ovvero: senza parole).

Seconda serata di gala. (ah,  capirne la differenza tra quelle casual e informali, tranne che nel proforma di doversi acchittare come star hollywoodiane, il tacco 12!)
Secondo buffet di mezzanotte. Bypassato come il primo, tanto di cappello alle squadre di cuochi scultori (animali realizzati con la frutta intagliata, volti di donna composti arcimboldescamente con ranfe di purpo per capello, davvero magnifici), ma.
Fare la fila per magnare dopo aver smesso di magnare un’ora prima, davvero non vale l’impresa.

8° Kiel, Germania.
 Il rientro.
 Rilascio della cabina alle 8 del mattino (previo deposito dei bagagli entro l’una della notte precedente fuori alla porta della suddetta), attesa dell’autorizzazione allo sbarco fino alle 10 , intruppamento in bus per trasferimento in aeroporto, attesa di ore 3 per imbarco volo da Amburgo a Monaco, attesa di ore 3 a Monaco per altro imbarco.
Totale ore tra attesa e viaggi fino at home: 14. 

Conclusione: la vacanza in crociera va bene se, anche qui in ordine sparso:
a) Si intende magnare senza sosta digestiva anche, volendo, nelle ore destinate al riposo notturno.
b) Si gradisce sommamente la vita da villaggio vacanze, tutti insieme appassionatamente.
c) Si apprezza il corteggiamento ossequioso di faticatori in divisa.
d) Si è appagati dalla vista fugace ed epidermica di luoghi esotici e non, tanto da poter dire: ahhhh, ho visitato questo quello e mariombrello, anche se questo quello e mariombrello sono stati trattenuti dalla retina per 0,1 secondo primo.
e) Si ha un grosso ricco ed elastico portafoglio.
f) Varie ed eventuali che identicamente ai punti a, b, c, d, e, non rientrano nel mio va bene. 
Ergo.
Tornerò, tempi lenti e dilatati (chissà quando, chissà quando), nei fiordi norvegesi. Meritano. 
Ma la crociera mai più, in nessun dove.




martedì 19 luglio 2011

E Cielo (amor sacro) e Terra (amor profano) si mostrò qual era

A te, divinità muta e distante, moloch grigio e immobile, sono dovuti doni e tributi, e nulla può turbare la tua fissitá, nè le chiacchiere delle comari ai piedi del tuo santuario, né la prostrazione di chi si affida al tuo sordo orecchio, e neanche la silente adorazione. Immobile e pietrosa resti, il tuo feticcio a toccare con le rigide ali il manto celeste.

Quanto ti è dovuto senza nulla avere dato.
 

A te, creatura terrestre e carnale, sono cari l'oblio dal travaglio e dal dolore, la  sgargiante potenza della fantasia e dell'immaginazione.
Sciogli il cupo nero nella liquida mobilità dei sogno e del sonno, vegliando sul riposo del guerriero e sul fiorire segreto del figlio.


Tra Cielo e Terra, tra l'amore sacro e l'amor profano, agli antipodi dalla Polinesia, non ho dubbi su cosa scegliere.

Di questo Gaugin  non so manco il titolo (titolo??? nome? appellatura?)

Ricordo i manuali di storia dell'arte. Pedanti, nozionistici, pesanti, (il Longhi no, la breve ma veridica storia della pittura italiana lo tengo caro)
A me piaceva la pittura, sopra ogni altra arte.
(e all'esame di storia dell'arte mi chiesero solo di architettura, cazzarola, da Bramante a Palladio passando per chi cacchio li aveva studiati gli altri)
Mi piaceva guardare i dipinti, senza sapere.


Devo il ritrovato piacere di guardare ad  un'amica preziosa - che, per essendo esperta,  ha  grazia e  leggerezza, nel parlare di cose che altrimenti mi abbofferebbero anzichenò.
E ad un altro amico il gusto di.

”Qui la poesia si effonde da sola – scrive Gauguin delle isole Marchesi - basta lasciarsi andare al sogno, dipingendo per suggerirla” .

Il dipinto suggerisce.
Poesia e  prosa  [cazzate, anche]. 

mercoledì 13 luglio 2011

Incontri ravvicinati e scontri di civiltà

Mi piazzo gli occhialini, e guardo lenta l'acqua. Un guizzo e lascio la terra. (mi sento sirena, o balena, o nuotatore).
Guadagno il largo, lontano dagli ombrelloni oni oni, e dal tanfo degli oli per scattanti lucide e perfettamente dorate carcasse umane (maledetto eritema, la pelle a pois)
Il mare è una tavola d'aria liquida, una finestra sul fondale ondulato di sabbia e rocce, e di pesciolini (quanti).

Mi coglie all'improvviso, acuminata, una freccia, una spina, un arpione.
Un bruciore irradiante e tirante, ma che è, un crampo no, sono sola in mezzo al mare, immagini di vortici che trascinano sul fondo, di pinne triangolari che si avvicinano, di piovre giganti e mostri sottomarini.
Una medusa, e che cazz, con un mare accussì grande.
Minchia, maledetta medusa, proprio sotto il mio culo ti doveva trascinare la corrente.
In impeccabile stile cane a tre zampe e maledizioni elevate a ennesima potenza, il bruciore dal sottopacca si è diramato alla coscia intera, guadagno la riva.
Ho appena il tempo di affidarmi alle cure di Santa ammoniaca per mano del solerte bagnino - scusi, signora, si deve piegare [pure, odiobbono] - che sulla spiaggia scatta l'allarme. 
O non è da sola, oppure mi ha seguita.
Fuori i bambini dall'acqua, un padre eroico e premuroso armato di secchiello, la circuisce, segue il suo movimento, annaspa sui sassolini, ma con un ratto colpo di mano, anzi, di secchio, la cattura.
I pargoli sono salvi. 
[vita mea mors tua]
Giunge l'animalista, la naturalista, la salvatrice dell'ecodiversitá.
Arcigna e decisa, intima e rivendica la rimessa in libertà della creatura marina.
"Nel mare deve stare, quella è la sua casa, lasciatela vivere"

Spero vivamente che alla prossima abluzione marina la signora, da gradita ospite, sia coccolata da un intero stuolo di creaturelle gelatinose, tanti abbracci e baci e miciumiciu pciù pciù.
Per coerenza sua,  non per altro.

(mal comune sarebbe stavolta triplo gaudio)

venerdì 8 luglio 2011

Tacchi a giglio d'oro

E' bellissimo camminare scalzi.
Sul pavimento freddo in estate e d'inverno sui listelli di parquet, sulla sabbia (sentire i granelli che s'accoccolano sotto i piedi; sollevare scintille quando è calda calda, fare le impronte vicine vicine sul bagnoasciuga o imprimere solo i talloni  - orme - o solo le dita  camminando sulle punte)
Il piedino si racconsola, tocca, diventa un'appendice tattile.
E delle scarpe - che brutta parola, dura e tosta, sc e rp, già il suono comunica costrizione - se ne fa di necessità virtù.
Feticcio quasi.
Soprattutto, n'est pas, le scarpe da donna. (oh, cenerentola e la scarpina di cristallo)
Nessuna antropologia della calzatura, ma certamente nell'immaginario collettivo moderno, una scarpa con tacco alto altissimo fa di una femmina una femmina più femmina delle altre.
(can you leave your  shoes on)

Mai portati i tacchi, ma c'è sempre una prima volta nella vita. (mai dire mai).
Le ho viste, tra gli infradito con i corallini e le ciabatte decorate. Bellissime. Sinuose ed eleganti e altissime. Tacchi come stiletti, guglie gotiche.
Ho provato un desiderio irresistibile, una  libidine violenta.
Mi sono seduta sul puff e le ho calzate. Uà, che piede fascinoso, mi son detta. (una  curva sinottica).
Una signora traccagnottella mi guardava.
Per alzarmi in piedi mi son dovuta mantenere alla parete, ma che spettacolo!
Mi sono sentita  rinata a nuove vertiginose prospettive.
(la signora ha alzato la capa per continuare a guardare)
Una sensazione strabordante di dominio. (ah! anche i tacchi hanno un loro perchè!)
Un passo, due, tre. Lenti, lentissimi, ondeggiatura obbligata, sedere stretto.
Le compro.
Appena entro in casa, scalcio i ciabattoni e me le riprovo.
Mi muovo  con fare distaccato e leggiadro.
(il lavello è bassissimo, arrivo alla piattaia senza sollevare le braccia.)

Pochi metri. Comincio ad avvertire un formicolio alle dita dei piedi, un irrigidimento del polpaccio.
Il formicolio trenta passi dopo diventa  un fiorire di stelline.
Avverto nitidamente l'intero flusso sanguigno dirigersi verso i piedi, martellare con fare insistente le dita già semiatrofizzate.
Non ondeggio più, barcollo.
Immagino le ossa dei piedi torcersi, incriccarsi, deformarsi.
Come una donna cinese dal loto d'oro.
Minchia, in Cina ci è voluto un decreto imperiale per impedire l'usanza.
Qui è questione di scelte.

Rimuovo i trampoli, che delizia il pavimento fresco, le dita che riprendono a muoversi, il muscolo del polpaccio si distende.
Me le guardo, le scarpine charmant, le contemplo.
Non sono  state un incauto acquisto.
Posso sempre usarle come arma impropria.
[Un colpo di tacco pugnale ben assestato, marò!]

Sono pur sempre una donna coi piedi per terra.

martedì 5 luglio 2011

Golconda (Golgota)

Ho aperto la finestra, stamattina.
Non entrava il sole,  eppure era  ben oltre l’alba.
Tutte le finestre chiuse, tutte uguali, tutte della stessa dimensione.
(La dimensione omologante della città)
Cosa c’è dietro le finestre? Non posso sbirciare, le tende sono chiuse. Dovunque sono chiuse.

Le finestre sono uguali, anonime. Eppure c’è  movimento,  lo so, dietro quelle tende e dietro quei vetri.
E dietro quelle  croci.
Una finestra, una croce.
(Golgota, non Golconda)

Oggi pioverà, forse.
E si andrà al lavoro,  stretti nelle strade e nella  folla,  anonimi dietro  il colletto della camicia e il tesserino. Sotto il mio, il tuo, il suo , il loro  cappello a bombetta staranno chiusi i pensieri, come dietro le croci dei vetri delle finestre.
Golconda, è la città indiana dell’oro e della luce. Ma non c’è luce, oggi. Solo un cielo grigio.  Sembra che voglia piovere.  Sarà una pioggerella fitta e fine, gocce tutte uguali e ritmiche.
Sembra che voglia piovere, oggi.
L’aria è stagnante,  come in attesa.  Con le nostre bombette, omini ini ini,  indifferenti gli uni agli altri, chiusi nelle nostre divise, non protetti dal vetro e dalle tende delle nostre finestre, saremo come sospesi,  né in cielo né in terra, anche se parremo muoverci, scendere, salire (fare agire).
E’ ora di andare.
Piove, adesso.  


[Chissà a cosa pensava Magritte quando ha dipinto Golconda.
A me non fa venire bei pensieri.]

venerdì 1 luglio 2011

All'anagrafe

Ah, il posto fisso, la fatica nel Comune. Gli impiegati comunali  sono - voce di popolo - i veri fortunati.
"Ha pigliato'o posto int'o comune, sta apposto."
[manco un sei all'enalotto]
Certamente nessuna crisi - o grave congiuntura negativa  internazionale - mette il posto nel Comune a rischio, è una garanzia di continuità fino alla pensione o fino a che morte non  separi. (sciò)
Però, ci vuole taaaaanta preparazione per superare i concorsi, taaaanta pacienza per sopportare il pubblico, dico soprattutto  per gli impiegati che stanno agli sportelli:  gli utenti  fanno continue richieste, domande assurde,  rompono,  premono,  scassano da quando si apre la saracinesca fino  a quando chiude.
Ci vuole un'attitudine particolare.

C'è aria condizionata, si sta freschi nell'ufficio anagrafe.
Dietro il lungo vetro di separazione, ci sono due impiegati.
Mi avvicino al vetro lì dove il cartello indica documenti d'identità. Un impiegato mi chiede cosa debba fare.
Evidentemente non conta saper leggere; gli dico che devo rifare la carta d'identità.
Mi invita a spostarmi  a destra, verso l'ultimo sportello.
[mperscrutabili motivi]
Consegno la carta d'identità sbrindellata e le fotografie.
"Signò, ma queste foto non vanno bene, e che è, sono foto di riconoscimento queste?"
Rispondo che proprio per evitare problemi, le ho fatte dal fotografo e non con l'autoscatto o alle macchinette, e certamente il fotografo avrà immaginato che le fototessera sarebbero servite per  i documenti e non per il book fotografico.
Si allontana e va a chiedere a qualcuno all'interno.
"Signò, non vanno bene, ma ve la faccio lo stesso, poi ve la vedete voi.
Siete alta 1,65 sì?"

[non sto  a rivendicare il  centimetro che mi ha sottratto, in quanto attraversata da  un più possente  moto di vanità frustrata. Se avessi messo i tacchi invece dei sandali piede a terra sarei potuta diventare in un battibaleno, con tanto di certificazione, un pezzo di stangona]

"Signò, ma di che colore tenete i capelli?"
Visibilmente meravigliata, non rispondo. L'impiegato mi guarda e guarda la foto, mi guarda e guarda la foto.
Poi risoluto, dice:
"Vabbuò, lo domando di là" - e con la foto in mano si reca nuovamente all'interno.
Torna e alla voce capelli, scrive: ramati.

E se domani  tingessi  la chioma biondo platino o nero corvino o  blu elettrico?

sabato 25 giugno 2011

Asteco e cielo

Arrassusia mettesseme 'a pece, si no pò vene vierno e ce facimmo 'a croce, e vene 'o maletiempo (...)
L'asteco è il solaio dell'ultimo piano.
Un appartamento asteco e cielo è più caldo d'estate e più freddo d'inverno, se piove è  soggetto alle infiltrazioni d'acqua.
Arrassusia, giammai, nun sia mai.

Mi piaceva andare sull'asteco, sul terrazzo condominiale a guardare i tetti e le nuvole; le strade e le genti no, quelle non si vedevano più, e anche i rumori e le voci si attutivano.
Solo tetti e cielo (e le lenzuola stese).
"Asteco e cielo" ha sempre avuto una connotazione neutra, per me. Come dire sedia, cucchiaio (no, cucchiaio no), ripiano, lavatrice.
Non aveva traslati.

Non conoscevo la canzone di Enzo Avitabile.
(nel 2002 dov'ero? Ci sono tempi in cui il mondo di fuori si ferma tutto)
L'ho trovata in un racconto della Parrella,  "mosca più balena". Niente di che, il racconto.
E  neanche  la canzone, la verità.
Però.
"Asteco e cielo, o te mine o vole"
Mi ha stravolto la percezione dell'asteco. [Non è come dire terra e cielo]
Se stai asteco e cielo,  non hai scelta.
Dall'ultimo piano, o ti butti giù o voli.
[Arrassusia.]
Asteco e cielo ora mi inquieta.







martedì 21 giugno 2011

Sogni e panze.

In famiglia c'è  un modo di dire che viene  usato quando qualcuno  decide di andare a letto saltando la cena.
"e mò ti suonn  'a marunnella".
Non so se questa espressione abbia una diffusione più larga del ramo familiare paterno.
"M'aggio sunnato 'e marunnelle" lo diceva al risveglio  lo zio Vittorio.
Le visioni mistiche erano strettamente correlate alla  panza vacante  che brontolava per i morsi della fame.
Si svegliava al mattino e raccontava di aver sognato la madonna che gli parlava.
(Ci si consola come si può)

Non ricordo mai i sogni. Quasi mai.
Oggi ne ho fatto uno.
Sono su una bici. Piccola, assai piccola (quasi un triciclo senza rotelline laterali). Corro in strada per andare dove non so, le auto  mi sorpassano veloci, quasi sfiorandomi. E poi non ricordo, c'è  un vuoto.
(Pellicola bruciata)
Sempre con la bici ritorno indietro, a casa.
Ma casa non è casa mia. Ho un letto - nel sogno lo so - in una stanza di un ospizio, in un fatiscente palazzo.
Non è facile arrivarci, da ogni vicoletto stretto stretto (ma stretto stretto come  cubiculo) spuntano anziani  in pigiama sulle bici. Temo di investirli con il mio triciclo senza rotelle.
Mi porto il triciclo giù per le scale,  la stanza che condivido con una vecchietta allettata è in uno scantinato.
Sto per entrare, ma mi accorgo che l'ospite  della stanza adiacente si è infilato nel suo letto.
Oh oh, penso, e faccio marcia indietro, e mi trovo davanti un altro  decrepito coinquilino, in pigiama, naturalmente.
Mi guarda.
E io adesso? - mi dice.
(...)
Mi sveglio.
(giusto in tempo, bocca secca e asciutta).

Ieri sera ho mangiato decisamente troppo.
Devo assolutamente iniziare la dieta.


mercoledì 15 giugno 2011

Il seccatore

*"Il seccatore è necessariamente un uomo, un maschio."

[Ha ragione, Carlo Emilio Gadda.
Nel negozio, oltre al commesso, c'è un altro cliente.
Ciao - mi dice esponendo una cerniera dentaria a 180° - ti ricordi di me?
Mai è successo che tale frase me la rivolgesse una donna, una femmina.]

*"Non dico lo cercheremo, perchè non c'è bisogno di cercarlo: ci penserà lui a farsi incontrare dove meno lo si aspetta, ad abbordarci nella folla, a tirarci per la giacca, ad avvilupparci di colpo nelle spire imprevedute della sua cordialità, a testimoniarci con interminabili salive il suo rimemorante entusiasmo per la nostra persona. (...)
E atteggio il volto a letizia, una letizia da cui trasuda il disappunto. "Di chi si tratta? ": vo subito cercando nel catasto di memoria. E' il vecchio compagno d'università, di cui mi è sfuggito il nome per sempre quando ho battuto del capo nel condensatore della turbina gigante, a Cornigliano? E' il commilitone dell'altra guerra, che se l'è squagliata con una ferita al pollice la vigilia dell'undicesima offensiva? E' il poeta di Castelfidardo che mi è stato presentato con altri ventidue poeti a Genzano, al convegno di poesia dei Castelli? Quello che abita a Castelfranco, in piazza del Castello? che poi m'ha mandato il suo volume, che la posta l'aveva perso, e allora me ne ha mandato un secondo, che l'ho certamente a Firenze, ma non ricordo più dove l'ho messo? Come s'intitola il suo volume, diobono? Garofano per Susanna, mi pare. Macchè garofano! Non s'intitolava Smarriti nel roveto? o Perduti nel pruneto? No, no, aspetta: non era smarriti e non era neanche perduti: era Cuori nel forteto. Cuori nel forteto, ricòrdalo. Ma questo qui non è lui, dà retta. Sai chi è questo? E' il secondo marito della coinquilina di via Po, di quella signora del sesto piano con quelle palle nere al collo che le era andato il marito sotto il tram e continuava a soffiarsi il naso dal dispiacere..."

[Non mi ricordo. Annaspo tra la moltitudine di visi che emergono da luoghi e tempi diversi, annaspo. Ombre.]

*"Nel mio cervello è a turbinare una tromba di polvere, un viluppo di congiunture disparate. Licenzio all'azzurro vertiginose avemarie, onde herziane delll'angoscia verso il trono celeste. La mia divina ausiliatrice avrà pietà di me, come sempre, con la tacita arte del suggeritore mi illuminerà del suo consiglio, mi soffierà dolcemente in un orecchio, senza farsi udire, il nome del condiscepolo, del commilitone, del poeta, del secondo marito della mia ex-coinquilina di via Po. Il nome, il nome: Fiorenzo Restìto, no Lorenzo Arrostito; Fiorenzo fiorenzo! Restìto, Restìto..."

["Eravamo nella stessa classe  alla scuola media, non ti ricordi?" 
No, non mi ricordo. In mancanza d'altro, repente la memoria fissa la foto di gruppo di fine anno, passa in rassegna la fila degli accovacciati, dei seduti - mi riconosco - degli spilungoni in piedi, Simona, Patrizia, Marcello...
Marcello? Eh, no.
Marcello no. Non può essere.
Degli altri volti anche  il ricordo della foto ricordo manda tratti indistinti e indefiniti, sfumati in nebbia.
"Sono Antonio."
Meno male, non è Marcello.
Ma.
Se si fosse fatto i fatti suoi, il seccatore, io e la mia memoria saremmo state più quiete.]


* Il seccatore, 1955. In Racconti dispersi, di Carlo Emilio Gadda.

giovedì 9 giugno 2011

Scrutini

Constatata la presenza del numero legale, il Presidente dichiara aperta la seduta.
Prima di procedere alle operazioni di scrutinio, si analizza la situazione di ciascun alunno per verificare la validità dell'anno scolastico secondo le normative vigenti e le relative deroghe .
Il coordinatore ricorda al Presidente che X alunni hanno superato il numero di assenze previste per la validificazione dell'anno scolastico, alunni che sono stati più volte segnalati al referente al disagio, alunni le cui famiglie sono state innumerevoli volte contattate (e nell'ultima, la mamma di C., aggrappandosi al braccio e con tono indispettito dice "prufessorè, vui nun l'avit purtata 'a gita? e iss a scola nun ci vene cchiù, pe' dispietto. E c'aggia avut accattà pure 'o motorino")
Il presidente sostiene che pur se ben oltre i limiti consentiti dalle deroghe, in virtù di (false) certificazioni mediche che attestano "asma", (la cui cura prevista è lampade abbronzanti) , o "trattamenti psicologici" (la cui cura è  l'acquisto del motorino), e di una serie collaterali di motivazioni che si trovano sempre, poi vediamo, si deve procedere ugualmente allo scrutinio.
Le insufficienze in tutte le materie, vengono discusse dal Consiglio.

[Pensieri e parole in ordine sparso
A che serve tenerli a scuola ancora un altro anno? Impareranno mai qualcosa? E come si fa nella futura terza, come si gestisce, già adesso è una classe terribile!   Ma quale messaggio diamo ai ragazzi, danno per scontato  che la promozione gli spetti di diritto!   La mamma ha detto che dopo la terza media lo mette a lavorare nel magazzino del marito.   A me ha detto : che me ne fotte, professurè, tanto m'ita promuovere per forza.   Non imparerà niente e la prenderà serale, devono anche avere un minimo di senso di responsabilità questi ragazzi.   Noooo, poi avremo una terza con XX alunni, troppi. Basta! l'anno prossimo mi metto a leggere il giornale in classe, non è possibile!   Ma leviamoceli di torno, danno solo fastidio.  Non è possibile farsi mettere i piedi in testa, ci giochiamo la credibilità.]

Si vota. A maggioranza, il voto del presidente vale doppio,  il consiglio decide di ammettere gli alunni, "nonostante la modesta frequenza e limitata partecipazione alla vita scolastica, tenuto conto della situazione socio/familiare,  e  confidando nelle capacità di recupero degli alunni il cui processo di maturazione è ancora in corso."
Le insufficienze  passano per voto di Consiglio a sex/10.


I compiti in classe, fogli in bianco, i registri personali, tacciono negli scatoloni, giù, affossati  negli archivi.
Tra non molto, dovremo ringraziare per averci solo sputato in faccia e non anche massacrati di mazzate.

domenica 5 giugno 2011

Poseidonia

Dice che è una pianta fondamentale per l'ecosistema del Mediterrraneo, pianta (non alga) a rischio estinzione, pianta (non alga) da tutelare.
Dice che senza la sua benefica presenza, le spiagge verrebbero erose interamente.
Dice che tra le praterie sottomarine vive e prospera la biodiversità.
Dice che la sua presenza è indice di acque incontaminate.
Poseidonia  regina del mare e della  rena.


Sará.

Sarà che forse  dicono di quando è ancorata e radicata nei fondali.
Perchè  vedere  una baia, ricettacolo di tutti i residui di Poseidonia del Mediterraneo, vedere una baia  secca di sabbia ma dominata da  un tappetone di filamenti secchi, su cui si ergono montagnelle di foglie? rami? strisce? lacci? in macerazione pullulanti di insetti, fa schifo.
Perchè   arrivare all' acqua pura e trasparente attraversando una decina di metri di neri nastriformi residui erbacei  in ammollo, che si avviluppano alle caviglie, si infilano tra le dita dei piedi e anche  nelle mutande, fa ancora più schifo.


"Fa bene, signora, non si preoccupi."
Sì, sì, penso, bene a che? Prima ancora dei fanghi d' alga guam, la poseidonia.
Trattamento estetico a costo zero.
Fossi un'esteta, novella Ermione, trasformerei  il bagno in insalata in un'esperienza panica - e il nero vigor rude ci allaccia i malleoli, c'intrica i ginocchi -.

Ma.

Manco naturalista, altro che esteta.
Uh, che desiderio di piscina in cemento piastrellato d' azzurro, trasparente acqua  ben clorata e vista sul mare (al largo il mare luccica).

mercoledì 1 giugno 2011

Dimenticanze


"Iamm, spìcciati, spìcciati" era la formula d'ordinanza della nonna quando si stava per uscire.
Ero però già spicciata e l'aspettavo sbuffando sotto l'arco della porta  aperta, mentre lei andava avanti e indietro alla ricerca spasmodica delle chiavi, della borsa, della sciarpa, della retina, di qualunque oggetto le fosse indispensabile recuperare prima di uscire.
E avanti e indietro, ripercorrendo le stesse mensole, gli stessi ripiani, gli stessi scaffali, alternava lo "spicciamoci" con "uh, 'o munaciello".

Sempre colpa del munaciello; era lui a nascondere la borsa e la sciarpa, e sempre lui veniva tirato in ballo quando le chiedevo le chiavi della cassapanca dove c'erano i cimeli: il cappello groffato del matrimonio di mammà, le fotografie ingiallite del nonno soldato, il copriletto giallo finto cinese.
"le chiavi non ci stanno, l'ha annascost 'o munaciell"
Pure la nonna, donna semplice e popolana, devota alle anime del criatorio, alle capuzzelle di morto, al parnaso di tutti i santi e di tutte le madonne, sapeva che il munaciello non esiste.

Avanti e indietro, dal comodino alla borsa, dalla mensola del bagno alla lavatrice, sotto il divano, dietro il ficus, pure nel bustone della carta da riciclare, mi sarò fatta una decina di chilometri di marcia in casa ripercorrendo gli spazi una quarantina di volte.
Niente, non sono stata capace di trovare il libro che stavo leggendo.
Sparito, scomparso, dissolto.
E no, assolutamente non è inzallanutaggine.
E' stato il munaciello.
Sicuro, proprio.

lunedì 23 maggio 2011

Lunedì

Già tirarsi giù dal letto dalle scale dal garage dalla strada che ti dice via via vai dritta verso il sole, non svoltare prosegui e fai filone, è uno squarto.
Poi arrivo, occhio stanco e uallera abboffata.
Stendo un buongiorno e un sorriso a chi arriva sempre prima di me.
"Ciao, ragazzuola - [ragazzuola?!] - Come va? Ho appena preso un ***** per l'esofagite, è proprio esofagite, ieri il dottore mi ha detto che se fosse stata la tiroide avrei avuto il fastidio ma non il bruciore, non riesco proprio ad ingoiare."
Oh. dico.
La conversazione coinvolge e appassiona le  nuove arrivate.
"Tu? Io stamattina ho i decimi, non mi sento proprio bene."
E un'altra.
"Ah, invece a me è venuto un calo di pressione, ho dovuto prendere due pastiglie, mi sentivo venire meno"
E un'altra.
"Ma sai che le fragole sono veleno per l'esofagite? E anche per la colite. Quando ho fatto la colonscopia....

Vado fuori a fumare una sigaretta. Tutta salute.
Buongiorno, buona settimana.

sabato 21 maggio 2011

Armilla

Mi sembra così scontato che tutti sappiano che c'è da votare sì  al referendum per negare la privatizzazione dell'acqua, e invece mi sono accorta che pofferbacco,  no, molti non ne sanno niente.
Arcipofferbacco.


"....dei corsi d'acqua incanalati nelle tubature d'Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi.
Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell'acqua.
Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare."



Italo Calvino  "Le città invisibili"

E se privatizzassero l'acqua, le ninfe di Armilla morirebbero come meduse lasciate sul bagnoasciuga, si seccherebbero come foglie riarse, e della città  resterebbero solo tubi e ruggine e silenzio.


domenica 15 maggio 2011

Barbarolessia e fiori retorici: contrappesi.

Di fronte alle invenzioni straripanti di George Perec, alla vastità enciclopedica del suo sapere, alla capacità applicativa della di lui sapienza  e delle norme e delle regole linguistiche e alla veemenza con la quale sembra  aggirarle  torcerle scatafottersene creando neologismi e false piste semantiche, mi sento di una abissale ignoranza (quale del resto è in pectore e in fatti)
Resto ammammaluccuta, proprio.
Come di fronte a questa paginetta  concentrato di citazioni e di figure retoriche:

Quand'ecco che ohibò, patatrac, un dì tutto crollò.
Dovevano essere le due, due e mezza, forse anche le tre meno un quarto.
E il succitato Karaffon venne a trovare il succitato Pollak Henri (ho già detto che era un caro amico nostro?) e, come dice il famoso poeta,

                 Ei cominciò a crollarsi mormorando:

" E' giunta alle mie orecchie sbalordite questa notizia che mi lasciò al contempo pietrificato,  perplesso, pietoso, podagrico e praticamente putrefatto: l'Alto, l'Altissimo Comando (sia benedetto) avrebbe deciso, non si sa bene se sotto la spinta di un impulso improvviso o dopo numerose e ponderate riflessioni, avrebbe dunque deciso, l'Alto Comando, di affidare al  Capitano Comandante del Servizio Effettivi l'estenuante compito di preparare la lista di quelli tra noi che alla prossima occasione andranno a nutrire con il loro sangue le nobili colline d'Africa che la nostra gloriosa storia ha reso terre francesi. Non sarebbe affatto impossibile, sarebbe anzi probabile, che il nome portato della mia famiglia con onore e dignità da cinque generazioni e a me trasmesso senza macchia appaia su tale lista".

          Georges Perec "Quale motorino con il manubrio cromato giù un fondo al cortile?"


Quasi quanto quando, a vedere la medaglia dal lato rovescio, mi trovo di fronte a cose così:
Domanda:
Chi accompagna Dante nel suo viaggio? Che significato simbolico hanno le guide?
Risposta:
Le guide che accompagnano Dante sono Beatrice che è la fede, San Benardo  è la grazia divina e Virgilio fondò l’ordine monastico circense.
Altra risposta:
San Virgilio e il cane san bernardo.

Poi mi chiedono perchè leggi, quanto leggi, cosa leggi.  Ma cosa leggi????
Eh.




lunedì 9 maggio 2011

Carinerie

Ci vuole maniera, per stare in piazza. Dal commerciante che grugna e sbotta, che abbonda sistematicamente con il peso (un etto di bresaola - è un quarto, lascio?), che se ne frega della fila e serve ai compari, non ci vado, può pure tenere le pietre preziose al prezzo del sale, non ci vado.
Ma se c'è la cortesia, se ci sono i modi, allora allungo anche la strada.
Ce ne sono, di quelli con le belle maniere. Tanto belle da spiazzare.

Dice, a voce bassissima:
"Posso farle lo scontrino di 130?"
"Eh?"
"Le chiedevo se posso fare lo scontrino di 130 invece di 180."
"Mi scusi, ma perchè me lo chiede? Non dovrebbe fare queste domande, cosa potrei mai  risponderle?"
(penso: ti autorizzo a evadere le tasse, anche il garbo ha un prezzo)
"No, è che lo chiedo ai clienti affezionati".
Mi fa lo scontrino di 180.
Io gli sorrido. Lui meno.
Dubito che la prossima volta sarà tanto gentile.






martedì 3 maggio 2011

Eccetera e ...........

Era una buona tattica, credevo. Mi rompevo di scrivere e arronzavo il tutto schiaffando un eccetera un rigo sì e un rigo no.
Lo facevo soprattutto  quando non avevo altro da aggiungere, quando non sapevo  cosa avrei dovuto o potuto aggiungere, fino a  quando  la maestra del pleistocene non mi fece un cazziatone smisurato, una volta che gli eccetera erano quasi più delle altre parole (beccata con le mani nel vasetto di marmellata, sgamata, fine del gioco)

Eccetera per non dire, per non continuare, per sottendere.
Non si usa più adesso.
Fuori moda.
Troppo brusco, troppo netto, una chiusura troppo rigida (anche il suono è sprucido).
Ma le umane risorse sono infinite.
Prima di tutto, garbo. E non far mai capire che non si ha voglia di dire  e soprattutto che non si sa cosa dire.
Nello specifico, la risorsa infinita è costituita dai puntini di sospensione. Puntini sospensivi.

Ecco, ora ci si  ferma. Non si dice più, si sospende il pensiero,  quasi nvitando chi legge a cogliere le infinite suggestioni che il vuoto può trasmettere. Che  pensi quello che  vuole, che  diventi muto creatore di senso. (mannaggia all'ermeneutica)
Colpa di chi legge, se non riesce a pensare niente, i puntini sospensivi hanno  lasciato la porta aperta, tanti  sassolini neri lungo la strada - e infatti  non sono mai in numero di tre come la grammatica e i puristi dell'accademia della crusca prescrivono -  ma sono una scia lunga, a volte lunghissima, una traccia silente che vorrebbe sottendere chissà cosa chissà quanto chissà. (............... . . .  .   .     .

Il cazziatone ebbe il suo effetto (mazz e panelle fann 'e figli bell)
Da allora dico o non dico. So o non so. Non baro.
Detesto i puntini sospensivi.
Inorridisco di fronte alle catene infinite di sospensioni che si "ammantano" silenziosamente di profondissime verità.
Ineffabili pensieri.