mercoledì 5 ottobre 2011

Si gonfia la rete

"Nessun altro posto al mondo, dopo quel giorno, mi è parso così tanto oggetto di una possessione demoniaca e collettiva: Rio a carnevale sembra Stoccolma il due novembre, a confronto" 

Maurizio De Giovanni   "Ti racconto il 10 maggio" 

Vero è. Me lo ricordo.  Dal terrazzo all'ultimo piano in via Salvator Rosa, il fiume azzurro.
E in strada poi,  le signore dei bassi del Cavone - tutte impernacchiate manco un matrimonio - avevano sistemato  i tavoli e le pentole di pasta e fagioli (e sui fili per il bucato da un balcone all'altro niente lenzuola e mutande, solo gagliardetti azzurri). 
Nessun incidente, niente muorti e feriti, nessun danneggiamento - dice De Giovanni. 
Non ci potrei giurare, ma certamente in illo tempore non erano ancora pasciuti i maumau  come quelli che, domenica scorsa, per rallegrarsi con la squadra al rientro da Milano, sono entrati nell'aeroporto di Capodichino sfondando le vetrate coi motorini.

Lo sport non mi interessa. 
Il calcio meno di niente.
(quanti uommechi per tirare due cavuci a una palla - penso allo sciopero dei calciatori, ma andassero a cacare - ; che indecenza  diventare miliardari per fare quello che a miriadi fanno pure scavzi e tra la  polvere e gli sterpi, solo per il piacere di giocare;  che fetenzia vedere stereotiparsi i sogni  dei ragazzini "voglio fare il calciatore, tengono 'e sorde,  'e guaglione belle")
La partita non la guardo, anche se non posso evitare - solo i tappi nelle recchie - di sentire in tempo reale,  dalla voce del condominio e della strada,  l'andamento dell'incontro.
Eppure non riesco a mantenermi.
In caso di vittoria, il giorno dopo me lo cerco in rete.
(giusto in tempo prima che il signor Sky faccia togliere i video, violazione dei diritti di  sticaz, ma tanto, come li mantieni gli sguscianti che filmano la tv e si confezionano in proprio i videoclip?)
Mi mette allegria, a prescindere.
(La festa, la festa: mi meraviglio sempre di me stessa)
Lui è l'iterazione della "possessione demoniaca e collettiva".
Raffaele Auriemma.

sabato 1 ottobre 2011

Elena e Pasquale

La circumvallazione esterna (alias strada americana forse perchè il primo tracciato tra le campagne prima dell'abnorme sviluppo urbanistico fu quello impresso dai cingoli dell''esercito alleato, alias doppio senso forse perchè era una delle prime strade a doppia carreggiata - vox populi - o possibile che lo fosse per la presenza delle puttane?) è una delle strade più fetenti  da percorrere tra quelle di periferia della città.
Munnezza sparsa lungo le rampe di accesso da qualunque e verso qualunque paese della cintura, munnezza in cumuli bruciata, palazzoni e palazzine con vista sul traffico e olfatto sul fieto, fazzoletti di verde sporco e rachitico lasciato tra il calcestruzzo.
Accellerazioni e repentine fermate nei pressi di quadrivi e rotonde e rampe, perennemente ingorgati.
Il paesaggio del disordine metropolitano, soprattutto nei  suddetti tratti,  è arricchito da sgargianti  manifesti pubblicitari azzeccati su giganteschi tabelloni pubblicitari posti in fila continua dietro ai guard rail.
(oh, colore, oh, forme, oh.)

Quadrivio Casavatore Arzano.
Passaggio lento, lentissimo.
Guardo i manifesti (potrei guardare nelle finestre e nei balconi aperti, o nei finestrini delle macchine in coda)
T***** arredamenti, F***** cucine, P******ta, e poi Elena e Pasquale.
Quattro scatti, gigantografie affiancate.
Tipiche pose da servizio fotografico pre-matrimoniale, gli 'nnammurati in borghese colti uocchio'int'all'uocchio a puntone al mare prima del fatidico giorno del travestimento in frac e merletti e veli bianchi.
Non c'è il nome dello studio fotografico.
Non è la pubblicità del fotografo.
E' la loro pubblicità.
Elena e Pasquale.

Anche Medoro e Angelica incisero i loro nomi sulla corteccia degli alberi (e Orlando uscì pazzo).
Ma metterci la faccia.
Apparire conta sempre più che essere.



domenica 25 settembre 2011

Particelle molto elementari

La mia conoscenza della fisica è pari a quella che ne ha una capra.
Prima Le particelle elementari erano solo il titolo di un libro di Uellebecco.
Ora so che le particelle elementari sono Fermioni e Bosoni, e che i neutrini appartengono alla famiglia dei Fermioni perchè hanno 1/2 Spin (?!?).
Ora so che immaginare l'atomo e basta (neutroni protoni e elettroni che girano attorno come satelliti), non equivale neanche a disegnare un uomo con quattro mazzarelle e un cerchio (la capoccia).
Ora so che i neutrini possono (potrebbero?) viaggiare ad una velocitá superiore a quella della luce.
Come sia venuta a conoscenza di questo fondamentale, è irrilevante.
(non voglio sprecare manco un micropensiero per qualcosa/qualcuna che meriterebbe di evaporare dalla faccia della terra alla velocità della luce - "la noncuranza è il maggior disprezzo", maledetta questa massima a cui talvolta cerco di attenermi, un papagno in faccia e una caterva di maleparole danno più soddisfazione).

Però, ora che so, mi domando: e dunque?
Tra qualche anno potrò andare lontano senza prendere treni e aerei, soltanto infilandomi in un tubo che mi sparerà via scomponendomi in neutrini?
Potrò viaggiare nel passato? (Rinascimento, grazie, possibilmente proprio dentro il palazzo di Lorenzo il Magnifico)
Nel futuro?(ahemm, passo)
Scoprirò che la morte non esiste, e che i neutrini che componevano la materia del corpo di zio Giovanniello sono assemblati sotto forma di ectoplasma che si rivela nei miei incubi e che quando sono sveglia mi sciosciano alle spalle anche se non me ne accorgo?

Il mio "plauso", e fuori da ogni ironia, e per quanto possa contare, massima stima e rispetto verso tutti i ricercatori, compresi quelli che, riciclando provette e carta, facendo nottate e capriole per uno straccio di finanziamento, tutti i giorni aggiungono un tassello alla conoscenza senza che il mondo ne sappia niente.
Non ne sappia niente oggi.
Ma domani.
Domani chissà.

giovedì 22 settembre 2011

Trastola?

Prima classe. Anni e anni di patente e di guida senza mai un incidente, un urto, una cozzatina, una parafangata.
Oggi  avrei potuto uccidere un uomo (omicidio colposo).
Ho investito  un tale in motorino.
Non l’ho proprio visto. Ho guardato la strada, prima di attraversare l’incrocio.
Sinistra. Ho fatto passare le due macchine veloci e anche una lenta, rossa. Strada libera.
Destra. Strada libera.
Ho messo la marcia e mi sono avviata e  buuum. 
“M’hai acciso! M’hai acciso!” 
Un uomo e uno scooter a terra davanti alla macchina.
Avrei potuto uccidere un uomo per distrazione.
(Ma ho guardato la strada, mi dico, e forse pensavo ad altro, ma a guardare ho guardato. Senza vedere. Cazzo.)
Oddio, ho reso un cristiano cionco per sempre, penso.
La folla, una sedia compare sul ciglio della strada, l'acqua, telefonano al 118.
Il tizio  non vuole l’ambulanza.
Consigli dal pubblico:
"Signò, nun ‘o rate retta, nun s’ha fatto niente, nun dicite che non l’avete visto, ha sbagliato isso"
Ma io lo so che l’ho buttato per l’aria,  che veniva da destra e dunque aveva la precedenza e non l’ho visto.
(Penso: quanto conta la faccia. Quanto contano i modi. Tra la folla, io che avevo sbagliato, ero quella da “proteggere” – un bicchiere d’acqua alla signora.
Il  puveriello, vabbè che pareva un giocatore caduto o atterrato in area di rigore, pareva mezzo muorto e invece  forse calcolava,  forse no, certo non  aveva la simpatia della folla. Ingiustamente, comunque. Ma perchè?)
"E' a siconda vota che sta semmana 'na femmina mi vott pe ll'aria 'ncopp 'o motorino! A siconda vota!"
(la ciorta del pover'uomo)
"Voglio essere sicura che non si è fatto niente di grave, l’accompagno in ospedale" dico.
Fa resistenza. Poi cede, però prima si fa aiutare a portare  il motorino che non si mette in moto dal vicino meccanico (30 metri esatti da).
"Ci mettiamo d’accordo." mi dice. 
Ha già un referto ospedaliero per un braccio contuso, l'incidente di qualche giorno fa.
Insiste con la dottoressa perchè gli venga fatta una tac alla testa.
"Ma se non ha perso mai coscienza, ora sta lucidamente parlando con me, non c'è bisogno. Qualche infermiere pulisca il ginocchio escoriato al signore".
Il referto indica contusione ed escoriazione al ginocchio, 7 giorni di riposo.
E poi al drappello dei carabinieri.
E lo scambio dei dati. 

Chiamo l'assicurazione. 
Racconto.
 "Ahhh, una trastola, sicuro." 
Non lo so. 
Anche se fosse stato fermo sul ciglio della strada e si fosse messo in moto mentre stavo per attraversare l'incrocio, certo è  che non l'ho visto.
Io non l'ho visto.
Ed è terribile.


domenica 18 settembre 2011

Il lavoro rende liberi

"L'orario di visite ai degenti è consentito dalle ore 13:00 alle ore 15:00 e dalle ore 18:00 alle ore 19:00.
Ai degenti dell'Azienda Ospedaliera è garantita l'Assistenza Religiosa. E' anche garantita l'assistenza sociale in tutti i reparti."

A meno che il paziente non abbia bisogno di assistenza continua, si sottintende. Perchè in tal caso si chiude non un occhio, ma tutti e due. Anzi, la presenza continuativa del parente (ma che sia rigorosamente uno, e uno solo) è molto più che ben vista, e in caso di impossibilità ci si rivolga pure al servizio di assistenza a pagamento (nell'ospedale, 50 euro dalle 8 del mattino alle 8  di sera e altrettanti per il turno notturno)
Bisogna far salvo il lavoro degli infermieri, dar loro modo di lavorare.  
Tuttavia  mi vien difficile definire quale sia il loro lavoro, considerato che:
- dopo ripetuti inviti a misurare la temperatura, giunge, egli l'infermiere, e piazza un termometro in mano al parente del degente.
-  dopo che il parente del degente ha misurato la temperatura e rilevato che il termometro segna 39° , egli l'infermiere valuta la situazione e, sfinito dalle pressioni continue, consegna due tachipirine al parente dicendo "se il paziente non le ingoia, sbriciolatele nel cucchiaio e fategliele bere con un poco d'acqua"
-  dopo mezzora dal momento in cui il paziente è stata lasciato solo (a volte si è difettosi nel darsi  il cambio nell' assistenza parentelare - notte giorno di alternanze non stop per un totale di ore 72 - "la sedia a sdraio di giorno non si può tenere in reparto, la piegate e la mettete in quella stanzetta là") l'infermiere telefona al parente del degente invitando ad essere veloci nella sostituzione, perchè "il ricoverato  si agita e non putimm faticà"

Sbaglia chi dice che il lavoro (degli altri)  è una missione.
 Il lavoro non è missione, è lavoro. 
Appunto.

martedì 6 settembre 2011

Cronache di elezioni

Il momento dello spoglio era il più temibile e terribile di tutta la tornata elettorale. Fiato sul collo degli impiegati comunali (Le statistiche! I votanti! I maschi! Le femmine!), come i falchi  i rappresentanti di lista.
Contestazioni su croci poste a cavallo, su croci a catenelle  e su croci firmate.
[Scriva il verbale  indicando in modo preciso i motivi della contestazione e io lo trascrivo - unica frase che, unita alla penna e al foglio protocollo,  cioncava  ogni baldanza.
Quando si  deve scrivere, e non solo dare fiato alle trombe, cambiano tutte le prospettive].
Su alcune schede nulle c’era poco da contestare: artistici disegnini di ispirazione fallica o più complessi o sintetici ghirigori, citazioni serie, aforismi, pensierini, maleparole.
Alcune, se il tempo non fosse stato tiranno,  avrebbero meritato una repertorializzazione.
Nel segreto della cabina, nella folla anonima delle centinaia e centinaia di schede, avrà l’elettore il diritto di non votare chicchessia o chiccheccosa, e di esprimere il dissenso secondo i codici comunicativi che conosce?
(io il dubbio non ce l’ho)

Anche nel Collegio dei  Docenti si vota. A voto palese sui provvedimenti, a voto segreto sui nomi (vendette retroattive e antipatie personali in action).
Elezione del comitato per la  valutazione del servizio dei docenti.
Cinque  docenti esprimono la disponibilità, ferma restando l’eleggibilità di tutti i docenti del collegio (fatte salve le norme restrittive)
Due preferenze da indicare sulla scheda di votazione, i tre docenti più votati eletti come membri del comitato.
Si distribuiscono le schede. Si vota.
Infilate tutte le schede piegate  in 4 o 8 parti nella scatola, si procede allo spoglio.
Tiro una  scheda alla volta dalla scatola, la apro, leggo i nomi,  sulla lavagna si appongono via via le crocette.
Mi fermo. 
Leggo ad alta voce Marek  Hamšík e Edinson Cavani.*

Scheda nulla!

(Mai  dire mai. 
Mai avrei immaginato, in un Collegio dei Docenti.
Docenti.
Buon anno, buon anno)




* giocatori del Napoli

lunedì 29 agosto 2011

Monopoly

Non mi sono mai piaciuti i giochi di società, a partire dalla tombola  rottura natalizia familiare obbligatoria - cca sta 'a mano e cca  'o culo d'o panaro -  i fagioli secchi che si spostavano ad ogni alitata  sulle cartelle, fino alle interminabili sedute di Risiko a cui partecipavo  solo per  testare  il grado di resilienza  di  fidanzamenti e di amicizie di lunga data.

Un regalo di Natale, ricordo.
Forse per ammorbidire l'indole orsesca.
(Avrei di gran lunga preferito colori e pennelli, o il das.)
Il Monopoli che mi fu regalato aveva il tabellone rettangolare.
Non credo di averci giocato molte volte.
Ma qualche volta di sicuro.

La prima cosa che avrei voluto fare, osservando la nuova  versione del Monopoli,  sarebbe stata tirare una pippa  infinita  a proposito dello spirito capitalistico inculcato sin dalla più tenera età - ohhhh e come sono diseducativi questi giochi, meglio sarebbe stato un orsetto tenerone o un microscopio o un set di costruzioni in mattoncini di legno d'abete e blablablabla.
(Che ipocrisia. Tutti i bambini che hanno giocato ai soldatini sono diventati guerrafondai?)
La prima cosa che non avrei voluto ricordare, osservando la nuova versione del Monopoli,  è stata me bambina con le  banconote rosa e verdi e marroni  e le monete in mano che  immaginava di essere zio Paperone. 
Mettere su una casa o un albergo in Vicolo stretto o in Vicolo corto era da tapini,  al contrario   possedere proprietà in Parco della Vittoria significava essere miliardari -Vittoria!! Vittoria!!
(suggestione delle parole.)
Le altre caselle, avevano un sapore neutro, luoghi qualunque (mi piacevano le stazioni, le caselline con il trenino nero  a vapore).

Nel  Monopoly 2011 non ci sono più le banconote, e neanche le monete. C'è una specie di calcolatrice.
Essa è  un finto lettore di finte carte di credito. 6 carte di credito, per 6 max giocatori.
(chi immagineranno di essere, i bambini che giocano a diventare ricchi ricchissimi?)
E poi.
Niente più Largo Colombo, nè Via Verdi. Sul modello americano, ci sono le città.
Italiane.
Solo alcune, più  le enclavi.
Città del Vaticano è quella dalla rendita più alta. (e la Repubblica di San Marino segue a ruota).
La parte di Vicolo stretto e Vicolo corto la fanno Campobasso e Catanzaro.
E Bologna, Roma e Firenze, fanno 5 volte la figura di Potenza, Napoli e Palermo.
Neanche per gioco val la pena investire nelle città del Sud.


venerdì 12 agosto 2011

MAV e dintorni

Davanti all'ingresso, ai piedi dello scalone,  quattro ragazzini giocano a pallone.
Il custode, ritto in cima ,  si accorge dei probabili visitatori,  e fa  cenno ai maradona in erba di spostarsi.
"ma addò putimm pazzià?" chiede  invocando comprensione il più piccolino, dopo averlo raggiunto saltando a due a due i gradoni.
Il custode indica loro  il piccolo slargo laterale. 


Il MAV senza scolaresca al seguito - anzi senza seguire la scolaresca -  è tutt’altra cosa.
Tempo per guardare, tempo per ascoltare (ohhhh, dai vasi escono le voci che recitano Plauto!!)
Mi è sembrato, il museo,  pur nel passo lento e molle, molto più piccolo.
C'è un nuovo allestimento: la schola armaturarum, la casa dei gladiatori, crollata il 6 novembre 2010 a Pompei.
Strano,  un museo archeologico  interamente virtuale.
Lascia un retrogusto al sapore di Gardaland.
(ai ragazzini piace assaissimo)
Sento che nel museo ci vorrebbero anche le cose, i reperti. La  ricostruzione virtuale della schola armaturarum e anche un gladio, o un frammento di affresco - ammesso che si trovi tra le macerie)
Le cose che non ci sono nel museo si reificano nel negozio interno sotto forma di  "souvenir culturale" - statuine, cartoline, segnalibri, ma anche conserve dell'area vesuviana  e  pupazzetti postmoderni (???).
Peccato che il negozio sia aperto anche quando gli addetti alla cassa non ci sono, e la cassa non si può aprire, ma le cose  si vendono lo stesso, non sia mai il visitatore se ne vada scontento.


Gli scavi di Ercolano sono a pochi passi. Oltre il portone d'accesso, prima della biglietteria,  c'è un giardino pubblico, con fontane,  gradinate, piazzali, e il fresco viale alberato (pini, oleandri, piante fiorite) che costeggia  gli scavi  è come un ponte tra l'antico e il nuovo. Lo sguardo abbraccia le rovine della città romana e le rovine della città contemporanea,  rovina antica per rovina nuova, rudere antico per rudere nuovo.


E’ storia anche la costruzione disordinata e scomposta dagli anni ’50 in poi. Senza cornice, restebbe solo la città dei morti.
(ma almeno eliminare le erbacce che prolificano sui tetti antichi, e le lamiere e le parabole  su quelli nuovi, eh, non sarebbe una iattura)


lunedì 8 agosto 2011

Napoletanità


Duri a morire, i pregiudizi sul carattere nazionale dei popoli. E naturalmente, da campanile  a campanile,  anche quelli sul carattere degli abitanti di un luogo specifico  dentro la nazione.
I genovesi sono tirchi, i siciliani sono gelosi,  i piemontesi  “falsi e cortesi”,  e i napoletani.
Vabbuò. 
Qua si sciala. Si abbonda, chi più ne ha più ne metta.
Naturalmente, non posso che aborrire  questa orribile tendenza al pregiudizio, che assurdità   fare di tutta un’erba un fascio, lasciarsi abbindolare da aggettivazioni che non hanno alcun presupposto e fondamento storico e scientifico.

“Gli stereotipi sono irritanti. Lo sono per chi li usa: nessuno vuole ammettere di ragionare per stereotipi e tanto meno vuole che glielo si dica. A maggior ragione per chi ne è oggetto, gli stereotipi sono irritanti: anche se il contenuto non è negativo, nessuno è contento di vedersi ridotto a una o due caratteristiche della propria identità e fissato per sempre ad esse”

Amalia Signorelli   "Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento"


Quando poi mi capitano sotto mano libri scritti da napoletani, che parlano della città in modo tale che altro che stereotipo -  levati, guagliò -  il livello di irritazione raggiunge dimensioni cosmiche.

"Sa qual è uno dei talenti più spiccati della storia dei napoletani, Presidente? 
"L'alleggerimento ironico dei guai?" "No. E' la lamentazione. Nell'arco di centinaia di anni Napoli ha elaborato una raffinatissima strategia della lamentazione. Per ellenizzare potrei dire che laggiù abita un popolo logolamentazionale. Secondo i napoletani, la colpa di tutte le catastrofi e di tutto il male, una volta è di San Gennaro, una volta del Vesuvio, una volta degli Angioini, una volta dei tedeschi, una volta del terremoto e una volta degli americani, una volta della Prima guerra mondiale e una volta della Seconda, una volta del Nord e la volta appresso del colera. Ecco, la colpa è sempre di una terza persona di un'altra cosa, I napoletani si credono innocenti. Innalzano il loro canto lamentevole contro il destino, si fanno la ninna nanna da soli e si addormentano."

Ruggero Cappuccio  "Fuoco su Napoli"  premio Napoli 2011

Però.
Posso dargli torto? 
E allora, scorrettezza per scorrettezza,  ho pensato a quale possa essere  lo stereotipo degli stereotipi, la madre di tutti gli stereotipi sulla napoletanità, lo stesso che genera le mappate di stereotipi sui napoletani e  di cui è impregnato il libro di Cappuccio.
L’esagerazione. 
La messa in scena dell’abnorme, abnorme strazio dei sentimenti (‘o zappatore nun sa scorda a mamma), abnorme gesticolazione, abnormi magnate, abnorme produzione di munnezza, tutto fuori misura. 
Le smargiassate del mettere acoppa.
(La quintessenza del barocchismo)
Tale e quale al libro di Cappuccio,  dove pure l’uso della metafora è abnorme, tanto da essere stucchevole,  effetto cachisso ‘nzuarato.

Ah, l’equilibrio, la misura, la sottile linea mediana che permette di camminare sopra un filo senza cadere.
(e pure questo suonno è un’esagerazione. Marò, non c’è scampo)

lunedì 1 agosto 2011

Diario di viaggio: una cosa divertente che non farò mai più.


Sognata, desiderata, bramata da tempo. Carusielli interi finalizzati a.
Si parte per la crociera ai fiordi norvegesi, fa nulla che il primo aereo è alle 6,00 del mattino e la sveglia si impone prima delle 4,00 (ma tanto, chi dorme, può essere che la sveglia non suoni) .

1° Kiel, Germania.
C'è un grande impianto industriale, al porto di Kiel. Thyssenkrupp (triste memento).
Le gru e i containers sulla banchina sono l'unica cosa che vedo dall'oblò della cabina, oltre alla moltitudine di gabbiani (quanti!), audaci, si lanciano quasi in picchiata verso le pareti della nave.
I ponti hanno nomi di scrittori, il ponte 13 è Foscolo e chissà perché il 6, più in basso, è Dante. (su una nave chiamata Orchestra i ponti avranno nomi di musicisti, certamente. E su una chiamata Magnifica?)
La nave è un florilegio di specchi e ottoni e moquette e decorations. Lusso alla russa e pompa magna.
Miliardi di specchi. Ci si riflette dovunque (anche negli ottoni lucidissimi, perennemente strigliati dagli addetti in divisa, quasi tutti indonesiani, dice il cartellino con nome e provenienza, manco si trattasse di prodotti ortofrutticoli), e la folla dei crocieristi si moltiplica enne volte.
Parto alla ricerca dei ghetti per fumatori.
Su due ponti, sul lato sinistro, al casinò (si deve pur stemperare il nervosismo), in una cigar room (quanti tipi di sigari in vendita), su due lati di due bar (ce ne sono 17, volendo sbronzarsi alla grande. Sborsando anche, alla grande)
Mi affeziono al ponte 13 (percorso più rapido per il ghetto dalla cabina, in breve domino la pianta della prigione)
Il senso di inadeguatezza lievita.
Un freddo da calzettoni di lana, da cappotto, da colbacco.
E pioggia.

Per arrivare al ristorante per la cena, si passa per il mercato: una fetta della nave si ammanta di bancarielli di merci assortite (le vetrine dei negozi non sono bastevolmente attraenti, forse)
Parfums, prodotti del mar Morto, murrine veneziane, orologi Tissot e altre amenità e ammennicoli. (strofina l'unghia, strofina e magia! Lucida lucida. 70 euro a confezione.)
La nave è una gabbia dorata per polli.


2° Copenaghen, Danimarca.
 7 del mattino. Ponte 13 per la prima sigaretta.
Ci sono le piscine e le vaschette idromassaggio.
Una madre con neonato. La capuzzella del creaturo nuda, al vento e al freddo. La madre lo piazza nel passeggino e si mette in ammollo.
E’ meglio non perdersi niente.
Tutte le altre coccole sono a pagamento.
A Copenaghen c’è pioggia, e freddo bbestia (è estate anche qui?).
E la Sirenetta val la pena ammirarla dalle cartoline, che dal vivo è veramente una microstrunzatella.
[Potere del mito]
Ma forse è tutta colpa del maltempo, ci si indispone alla meraviglia, ricoperti malamente dalle bustine di plastica a mò di grandi puffi veliero.

3° Navigazione.
 Alcune attività che si possono svolgere a bordo, oltre all’ingrasso da magnatoria perenne: danze e balli, bingo, tornei di carte e di ping pong, art and crafts.
Art and crafts mi suona invitante - art attack e Giovanni Muciaccia, penso.
Carta crespa e cannucce: si impara a fare i fiori di carta. La tedesca di fronte a me è stravolta dalle mie splendide produzioni floreali – ohhhh, very beautiful!!
Sono stravolta dalla tedesca: aspetto che ci diano il filo e la pasta per fare le collanine, poi la trasformazione in diversamente abili sarà completa.

Allo spuntare di un timido sole tra le nuvole, i ponti si trasformano in un carnaio di esseri umani variamente vestiti, dal nordico in rosea pelle nuda, al super equipaggiato con giaccone a vento e calzettoni in comode scarpe da trekking.
Da un pizzitiello privo di fiati e voci, guardo l’acqua. Migliaia di meduse, flotte di palloncini giallastri fluttuano.
(la corrente del Golfo?)

4° Olden, Norvegia.
 Il pleut. Piove, ma assai.
Il mare del fiordo è solcato da un fiume fangoso marroncino. Tronchetti, tronchi, pezzetti di legno. Ma anche barattoli, lattine, latte, bidoni, una mensola. Come detriti di un’alluvione.
Le coste sono ripide a strapiombo, e rigate da torrenti che ne affilano la verticalitá. Un nuvolone, nebbia, fumo grigio, ricopre i crinali delle montagne (ma quanto sono alte?).

Le case sparse, molto sparse, hanno il tetto spiovente ricoperto di erba.

Mi aspetto di veder spuntare un vichingo, ma nisba. Neanche un norvegese moderno indaffarato in quotidiane attività.

Nel negozio di souvenir acquisto 2 cappellini e una magliettina e una mantellina impermeabile puzzolente con su scritto Norvegia, un ditale, 3 cartoline, 3 francobolli. Un boh di corone che non ho. In euro: 100.
(In Norvegia la vita è molto cara)

La descrizione dell’escursione in bus di 4 ore recita: “viaggerete attraverso i meravigliosi villaggi di Blasket, Fjelli e Hopland – avendo la carta topografica ci si rende conto che la strada attraversa il territorio dei villaggi suddetti, dei quali il passaggio del bus trascina un labile accenno di edifici – a Nos farete una sosta per ammirare gli splendidi panorami sul fiordo e sulle montagne occidentali (…) la sosta panoramica successiva sarà a Kvalen – probabilmente il pulman ha rallentato in entrambi i casi – fermandovi per dei pasticcini e un caffè in un albergo – dove, in area estrema del villaggio, con panorama su un paio di prefabbricati rivendita di automobili e similari, lontano dalla sponda del fiordo, si procede alla mezzora di ingrasso – poiché i percorsi a piedi sono brevi – translate, dal bus all’albergo dei pasticcini ovvero torta con fragole e torta al cioccolato 20 metri -  il tour è adatto a chiunque.
La chiosa: Questa escursione non è consigliata ad ospiti con problemi motori (si potrebbero formare le piaghe da decubito sul sedile del bus)
Euro 68 a cranio.

5° Bergen, Norvegia.

Il quartiere anseatico è suggestivo, tante casette in legno vicine vicine e anche la pavimentazione tra i gruppi di case è fatta di assi di legno. Se non fossero colorate di azzurro e rosa e giallo, e se non avessero i tetti spioventissimi sembrerebbe di stare nel far west, tra i cercatori d’oro. (ehi, gringo)
Tutta Bergen è deliziosa e meriterebbe l'intero tempo dello sbarco.



Ma.
Si va in Norvegia e non si approfitta dell’occasione per ammirare i paesaggi naturali?
Escursione al fiordo di Hardang & cascate. (99 euro a capoccia)
6 ore e ½ di bus, con 2 soste cronometrate. La prima alle cascate di Steindalsfossen, dove è possibile camminare dietro l’acqua senza bagnarsi (20 minuti: o si arriva formichine in corsa rapida dietro alla cascata o si fa la pipì). La seconda, a Voss: 30 minuti per pasticcini in albergo (e dagli) e giro di una trentina di passi sulla sponda del laghetto.
Ho l’ansia da orologio.

6° Kristiansand, Norvegia.
Una bella giornata di sole (e cazz, finalmente).
Nella calura che i norvegesi definiscono extraordinaria, i bambini sguazzano nella fontana del parco.
E’ un luogo di villeggiatura, Kristiansand. Hanno anche creato delle calette di sabbia di metri 5X3 tra le banchine del porto turistico. Ma il mare. E’ giallo, fangoso, pieno di alghe? licheni? muschio? E di munnezza assortita, lattine e buste di plastica (tutto il mondo è paese). 

Sottotraccia 1: dell’importanza della guida. 
Thea è giovane e ha studiato a Bologna e tornerà a lavorare in ottobre a Roma. E’ spigliata e la Norvegia che racconta, il compleanno della nonna al Nord, la politica e i norvegesi, il buio e i norvegesi, il cibo e i norvegesi, la musica e i norvegesi, il villaggio e la città e il carattere dei norvegesi, l’ufficio del padre architetto – ora passiamo per l’ufficio dove lavora il mio papà, forse non vi interessa, ma forse lo posso vedere se è fuori – rende i paesaggi che scorrono ai finestrini del bus antropologizzati e vivi. L’escursione all’antica ferrovia di Setesdalen vale quasi l’intera crociera.




E la giornata luminosa restituisce i colori delle cartoline ai luoghi.
Laghi e fiumi come specchi, e cielo e nuvole e casette rosse e verdi diversi e creste di monti sono simmetricamente ribaltati nell’acqua.
Un incanto.

7° Gotemborg, Svezia.
I fatti di Oslo hanno indotto la compagnia a modificare repente il programma di viaggio, e dunque Oslo salta. (e un micropezzettino di Norvegia, ça va sans dire)
Va bene, si esageri pure con le misure di sicurezza.
Ma.
Attraccare nell’area mercantile del porto più imponente della Scandinavia non garantisce un bel vedere. Distese di cointaners impilati e traffico di veicoli dotati di gru, e sullo sfondo raffinerie e silos metallici. La città è a 10 chilometri.
La distanza dal centro è tale che la compagnia appronta un servizio di “suttle bus”, pulman navetta. 12 euro, per essere scarrozzati in centro. 
(che precisini, pensano davvero a tutto, quante  “care” premurosità)
Ma tant’è, Gotemborg è stata una sorpresa (ma non è in Norvegia???) l’escursione organizzata è stata prenotata, si fa a meno di scendere in autonomia dalla nave e ci si accontenta di quella: tour panoramico e centro scientifico universum (per visitare il quale ci vengono concessi, cronometrati al secondo primo, 75 minuti, e il museo da solo ne richiederebbe almeno 240).


Sottotraccia 2: dell’importanza della guida.
Bus bilingue, ovvero, tedeschi e italiani insieme. Guida svedese parlante tedesco e tizia della compagnia che traduce in italiano.
Trascrizione testuale e fedelissima di alcuni stralci, in ordine sparso, di descrizione della città:
a destra c'è la statua di un re molto amato dagli svedesi che ha governato 200 anni (azz, higlander esiste!!), qui a sinistra c'è una chiesa, ora passiamo su un ponte molto antico che è stato costruito nel 1966, attraversiamo un quartiere residenziale chic, tra poco c'è un museo, qui ci sono le raffinerie che lavorano l’olio, la statua di Poseidon è una statua greca scolpita da uno scultore locale, ecco lo stadio che contiene 600 mila persone.
Panoramica assolutamente esaustiva, niente da dire (ovvero: senza parole).

Seconda serata di gala. (ah,  capirne la differenza tra quelle casual e informali, tranne che nel proforma di doversi acchittare come star hollywoodiane, il tacco 12!)
Secondo buffet di mezzanotte. Bypassato come il primo, tanto di cappello alle squadre di cuochi scultori (animali realizzati con la frutta intagliata, volti di donna composti arcimboldescamente con ranfe di purpo per capello, davvero magnifici), ma.
Fare la fila per magnare dopo aver smesso di magnare un’ora prima, davvero non vale l’impresa.

8° Kiel, Germania.
 Il rientro.
 Rilascio della cabina alle 8 del mattino (previo deposito dei bagagli entro l’una della notte precedente fuori alla porta della suddetta), attesa dell’autorizzazione allo sbarco fino alle 10 , intruppamento in bus per trasferimento in aeroporto, attesa di ore 3 per imbarco volo da Amburgo a Monaco, attesa di ore 3 a Monaco per altro imbarco.
Totale ore tra attesa e viaggi fino at home: 14. 

Conclusione: la vacanza in crociera va bene se, anche qui in ordine sparso:
a) Si intende magnare senza sosta digestiva anche, volendo, nelle ore destinate al riposo notturno.
b) Si gradisce sommamente la vita da villaggio vacanze, tutti insieme appassionatamente.
c) Si apprezza il corteggiamento ossequioso di faticatori in divisa.
d) Si è appagati dalla vista fugace ed epidermica di luoghi esotici e non, tanto da poter dire: ahhhh, ho visitato questo quello e mariombrello, anche se questo quello e mariombrello sono stati trattenuti dalla retina per 0,1 secondo primo.
e) Si ha un grosso ricco ed elastico portafoglio.
f) Varie ed eventuali che identicamente ai punti a, b, c, d, e, non rientrano nel mio va bene. 
Ergo.
Tornerò, tempi lenti e dilatati (chissà quando, chissà quando), nei fiordi norvegesi. Meritano. 
Ma la crociera mai più, in nessun dove.




martedì 19 luglio 2011

E Cielo (amor sacro) e Terra (amor profano) si mostrò qual era

A te, divinità muta e distante, moloch grigio e immobile, sono dovuti doni e tributi, e nulla può turbare la tua fissitá, nè le chiacchiere delle comari ai piedi del tuo santuario, né la prostrazione di chi si affida al tuo sordo orecchio, e neanche la silente adorazione. Immobile e pietrosa resti, il tuo feticcio a toccare con le rigide ali il manto celeste.

Quanto ti è dovuto senza nulla avere dato.
 

A te, creatura terrestre e carnale, sono cari l'oblio dal travaglio e dal dolore, la  sgargiante potenza della fantasia e dell'immaginazione.
Sciogli il cupo nero nella liquida mobilità dei sogno e del sonno, vegliando sul riposo del guerriero e sul fiorire segreto del figlio.


Tra Cielo e Terra, tra l'amore sacro e l'amor profano, agli antipodi dalla Polinesia, non ho dubbi su cosa scegliere.

Di questo Gaugin  non so manco il titolo (titolo??? nome? appellatura?)

Ricordo i manuali di storia dell'arte. Pedanti, nozionistici, pesanti, (il Longhi no, la breve ma veridica storia della pittura italiana lo tengo caro)
A me piaceva la pittura, sopra ogni altra arte.
(e all'esame di storia dell'arte mi chiesero solo di architettura, cazzarola, da Bramante a Palladio passando per chi cacchio li aveva studiati gli altri)
Mi piaceva guardare i dipinti, senza sapere.


Devo il ritrovato piacere di guardare ad  un'amica preziosa - che, per essendo esperta,  ha  grazia e  leggerezza, nel parlare di cose che altrimenti mi abbofferebbero anzichenò.
E ad un altro amico il gusto di.

Qui la poesia si effonde da sola – scrive Gauguin delle isole Marchesi - basta lasciarsi andare al sogno, dipingendo per suggerirla” .

Il dipinto suggerisce.
Poesia e  prosa  [cazzate, anche]. 

mercoledì 13 luglio 2011

Incontri ravvicinati e scontri di civiltà

Mi piazzo gli occhialini, e guardo lenta l'acqua. Un guizzo e lascio la terra. (mi sento sirena, o balena, o nuotatore).
Guadagno il largo, lontano dagli ombrelloni oni oni, e dal tanfo degli oli per scattanti lucide e perfettamente dorate carcasse umane (maledetto eritema, la pelle a pois)
Il mare è una tavola d'aria liquida, una finestra sul fondale ondulato di sabbia e rocce, e di pesciolini (quanti).

Mi coglie all'improvviso, acuminata, una freccia, una spina, un arpione.
Un bruciore irradiante e tirante, ma che è, un crampo no, sono sola in mezzo al mare, immagini di vortici che trascinano sul fondo, di pinne triangolari che si avvicinano, di piovre giganti e mostri sottomarini.
Una medusa, e che cazz, con un mare accussì grande.
Minchia, maledetta medusa, proprio sotto il mio culo ti doveva trascinare la corrente.
In impeccabile stile cane a tre zampe e maledizioni elevate a ennesima potenza, il bruciore dal sottopacca si è diramato alla coscia intera, guadagno la riva.
Ho appena il tempo di affidarmi alle cure di Santa ammoniaca per mano del solerte bagnino - scusi, signora, si deve piegare [pure, odiobbono] - che sulla spiaggia scatta l'allarme. 
O non è da sola, oppure mi ha seguita.
Fuori i bambini dall'acqua, un padre eroico e premuroso armato di secchiello, la circuisce, segue il suo movimento, annaspa sui sassolini, ma con un ratto colpo di mano, anzi, di secchio, la cattura.
I pargoli sono salvi. 
[vita mea mors tua]
Giunge l'animalista, la naturalista, la salvatrice dell'ecodiversitá.
Arcigna e decisa, intima e rivendica la rimessa in libertà della creatura marina.
"Nel mare deve stare, quella è la sua casa, lasciatela vivere"

Spero vivamente che alla prossima abluzione marina la signora, da gradita ospite, sia coccolata da un intero stuolo di creaturelle gelatinose, tanti abbracci e baci e miciumiciu pciù pciù.
Per coerenza sua,  non per altro.

(mal comune sarebbe stavolta triplo gaudio)

venerdì 8 luglio 2011

Tacchi a giglio d'oro

E' bellissimo camminare scalzi.
Sul pavimento freddo in estate e d'inverno sui listelli di parquet, sulla sabbia (sentire i granelli che s'accoccolano sotto i piedi; sollevare scintille quando è calda calda, fare le impronte vicine vicine sul bagnoasciuga o imprimere solo i talloni  - orme - o solo le dita  camminando sulle punte)
Il piedino si racconsola, tocca, diventa un'appendice tattile.
E delle scarpe - che brutta parola, dura e tosta, sc e rp, già il suono comunica costrizione - se ne fa di necessità virtù.
Feticcio quasi.
Soprattutto, n'est pas, le scarpe da donna. (oh, cenerentola e la scarpina di cristallo)
Nessuna antropologia della calzatura, ma certamente nell'immaginario collettivo moderno, una scarpa con tacco alto altissimo fa di una femmina una femmina più femmina delle altre.
(can you leave your  shoes on)

Mai portati i tacchi, ma c'è sempre una prima volta nella vita. (mai dire mai).
Le ho viste, tra gli infradito con i corallini e le ciabatte decorate. Bellissime. Sinuose ed eleganti e altissime. Tacchi come stiletti, guglie gotiche.
Ho provato un desiderio irresistibile, una  libidine violenta.
Mi sono seduta sul puff e le ho calzate. Uà, che piede fascinoso, mi son detta. (una  curva sinottica).
Una signora traccagnottella mi guardava.
Per alzarmi in piedi mi son dovuta mantenere alla parete, ma che spettacolo!
Mi sono sentita  rinata a nuove vertiginose prospettive.
(la signora ha alzato la capa per continuare a guardare)
Una sensazione strabordante di dominio. (ah! anche i tacchi hanno un loro perchè!)
Un passo, due, tre. Lenti, lentissimi, ondeggiatura obbligata, sedere stretto.
Le compro.
Appena entro in casa, scalcio i ciabattoni e me le riprovo.
Mi muovo  con fare distaccato e leggiadro.
(il lavello è bassissimo, arrivo alla piattaia senza sollevare le braccia.)

Pochi metri. Comincio ad avvertire un formicolio alle dita dei piedi, un irrigidimento del polpaccio.
Il formicolio trenta passi dopo diventa  un fiorire di stelline.
Avverto nitidamente l'intero flusso sanguigno dirigersi verso i piedi, martellare con fare insistente le dita già semiatrofizzate.
Non ondeggio più, barcollo.
Immagino le ossa dei piedi torcersi, incriccarsi, deformarsi.
Come una donna cinese dal loto d'oro.
Minchia, in Cina ci è voluto un decreto imperiale per impedire l'usanza.
Qui è questione di scelte.

Rimuovo i trampoli, che delizia il pavimento fresco, le dita che riprendono a muoversi, il muscolo del polpaccio si distende.
Me le guardo, le scarpine charmant, le contemplo.
Non sono  state un incauto acquisto.
Posso sempre usarle come arma impropria.
[Un colpo di tacco pugnale ben assestato, marò!]

Sono pur sempre una donna coi piedi per terra.

martedì 5 luglio 2011

Golconda (Golgota)

Ho aperto la finestra, stamattina.
Non entrava il sole,  eppure era  ben oltre l’alba.
Tutte le finestre chiuse, tutte uguali, tutte della stessa dimensione.
(La dimensione omologante della città)
Cosa c’è dietro le finestre? Non posso sbirciare, le tende sono chiuse. Dovunque sono chiuse.

Le finestre sono uguali, anonime. Eppure c’è  movimento,  lo so, dietro quelle tende e dietro quei vetri.
E dietro quelle  croci.
Una finestra, una croce.
(Golgota, non Golconda)

Oggi pioverà, forse.
E si andrà al lavoro,  stretti nelle strade e nella  folla,  anonimi dietro  il colletto della camicia e il tesserino. Sotto il mio, il tuo, il suo , il loro  cappello a bombetta staranno chiusi i pensieri, come dietro le croci dei vetri delle finestre.
Golconda, è la città indiana dell’oro e della luce. Ma non c’è luce, oggi. Solo un cielo grigio.  Sembra che voglia piovere.  Sarà una pioggerella fitta e fine, gocce tutte uguali e ritmiche.
Sembra che voglia piovere, oggi.
L’aria è stagnante,  come in attesa.  Con le nostre bombette, omini ini ini,  indifferenti gli uni agli altri, chiusi nelle nostre divise, non protetti dal vetro e dalle tende delle nostre finestre, saremo come sospesi,  né in cielo né in terra, anche se parremo muoverci, scendere, salire (fare agire).
E’ ora di andare.
Piove, adesso.  


[Chissà a cosa pensava Magritte quando ha dipinto Golconda.
A me non fa venire bei pensieri.]

venerdì 1 luglio 2011

All'anagrafe

Ah, il posto fisso, la fatica nel Comune. Gli impiegati comunali  sono - voce di popolo - i veri fortunati.
"Ha pigliato'o posto int'o comune, sta apposto."
[manco un sei all'enalotto]
Certamente nessuna crisi - o grave congiuntura negativa  internazionale - mette il posto nel Comune a rischio, è una garanzia di continuità fino alla pensione o fino a che morte non  separi. (sciò)
Però, ci vuole taaaaanta preparazione per superare i concorsi, taaaanta pacienza per sopportare il pubblico, dico soprattutto  per gli impiegati che stanno agli sportelli:  gli utenti  fanno continue richieste, domande assurde,  rompono,  premono,  scassano da quando si apre la saracinesca fino  a quando chiude.
Ci vuole un'attitudine particolare.

C'è aria condizionata, si sta freschi nell'ufficio anagrafe.
Dietro il lungo vetro di separazione, ci sono due impiegati.
Mi avvicino al vetro lì dove il cartello indica documenti d'identità. Un impiegato mi chiede cosa debba fare.
Evidentemente non conta saper leggere; gli dico che devo rifare la carta d'identità.
Mi invita a spostarmi  a destra, verso l'ultimo sportello.
[mperscrutabili motivi]
Consegno la carta d'identità sbrindellata e le fotografie.
"Signò, ma queste foto non vanno bene, e che è, sono foto di riconoscimento queste?"
Rispondo che proprio per evitare problemi, le ho fatte dal fotografo e non con l'autoscatto o alle macchinette, e certamente il fotografo avrà immaginato che le fototessera sarebbero servite per  i documenti e non per il book fotografico.
Si allontana e va a chiedere a qualcuno all'interno.
"Signò, non vanno bene, ma ve la faccio lo stesso, poi ve la vedete voi.
Siete alta 1,65 sì?"

[non sto  a rivendicare il  centimetro che mi ha sottratto, in quanto attraversata da  un più possente  moto di vanità frustrata. Se avessi messo i tacchi invece dei sandali piede a terra sarei potuta diventare in un battibaleno, con tanto di certificazione, un pezzo di stangona]

"Signò, ma di che colore tenete i capelli?"
Visibilmente meravigliata, non rispondo. L'impiegato mi guarda e guarda la foto, mi guarda e guarda la foto.
Poi risoluto, dice:
"Vabbuò, lo domando di là" - e con la foto in mano si reca nuovamente all'interno.
Torna e alla voce capelli, scrive: ramati.

E se domani  tingessi  la chioma biondo platino o nero corvino o  blu elettrico?