sabato 13 ottobre 2012

Acrobazie


"La verità interiore è nascosta, per fortuna, per fortuna.  Ma io la sentivo lo stesso; sentivo sovente la sua misteriosa immobilità che osservava le mie contorsioni scimmiesche, proprio come osserva voi mentre eseguite le acrobazie che vi toccano per… quanto?, mezza corona alla capriola…"

Cuore di tenebra  -  Joseph Conrad 



In mancanza di un cortile, di una strada, di un’aia dove disegnare la campana  e saltarci dentro, da bambina utilizzavo il pavimento di casa.
Le grandi  sagome  rosa, beige, grigie tra il bianco screziato dei lastroni di  marmo erano il mondo.
Saltavo a piedi uniti o a zampa di gru sulle zone  colorate.
Se non le centravo (il sasso, la roccia), perdevo.  
[Se salto su quella grande macchia rosa sono salva, se vado di fuori muoio]

Ora  il pavimento  della mia casa è una ragnatela:  sto attenta a non precipitare, a mantenermi in equilibrio sul filo.
Il cuore a volte si gonfia e diventa pesante come piombo:  temo che fare l’ acrobata non mi salverà,   il  suo peso  farà spezzare il  filo.

domenica 7 ottobre 2012

Oltre la carne


Prende le fettine, poi del macinato.
“Quant’è?” – chiede.
Apre la borsa.  Si volta e mi guarda.
Invece che il portafoglio,  tira fuori dalla borsa una striscia di carta, un segmento di fotocopia, e un santino.
Me lo porge.
“No, la ringrazio” – le dico.
“Ma lei non prega?” – mi dice quasi irritata.
Nell’arco di pochissime frazioni di secondo cerco una risposta non scortese, non polemica, non  sarcastica, definitiva, inappellabile.
[vera]
“Sono atea”.
Resta con la mano tesa e i fuglitielli appesi per un secondo, sconcertata, quasi attonita.
Poi li ripone e prende il portafogli per saldare il conto.
Si allontana, poi torna indietro.
Ho ancora da aspettare prima che giunga il mio turno.
Mi sorride.
“Potrei dirle una cosa in privato, fuori, qui non  mi sembra il caso”.
Eccheccazzo, penso, e più definitiva di quella che dovevo dirle.
“Neanche fuori mi sembra il caso, non mi sembra proprio il caso” .
Ma l’ardore della fede supera qualunque buon senso, qualunque ragionevolezza.
Accummincia una pippa interminabile sulla preghiera  miracolosa da recitare, la preghiera che gesù ha dato proprio lui a santa giustina (?)  faustina(?) una santa ina (era una santa femmina allora quella della figurella)  e su come facciamo a sopportare questa vita  e a chi ci affidiamo per superare il dolore e senza la salvezza poi l’eternità ancora e ancora eccheccazzo, signò!
“Vorrà dire che quando saremo tutti morti io sarò cenere e lei passeggerà contenta e felice nei verdi pascoli del cielo, signora.” – le dico.
“Non si scherza su queste cose, sono cose molto serie”.
Infatti,  lo penso pure io.
Non c’è nulla di più serio che sperare di  convertire  un ateo dichiarato in una macelleria.

venerdì 21 settembre 2012

Ombre



Il gioco delle ombre cinesi era uno dei pochi che facevo coi miei fratelli, quando il lumino rendeva meno buia la stanzetta, di notte.
Le ombre di aquila, coniglio, cane erano quelle che intrecciando le dita mi venivano meglio.
Mi divertivo, io.
Non i miei fratelli.
L’aquila e il coniglio  si trasformavano  sempre in cane che magnava le loro manine.



Le ombre fanno paura, tranne quella mobile di Peter Pan.
Inquietano  anche se affascinano: appartengono al regno dell’indefinito.
Le ombre possono generare mostri.
Per questo è doppiamente straniante l’uso delle ombre che invece fanno due artisti in cui sono incappata gironzolando su internet.



Anzi, più che straniante, intimamente angosciante.
L’ombra perde il suo connotato pauroso nel momento in cui si riconosce l’oggetto che la genera.
Ciò non succede con le ombre “tranquillizzanti” di Tim e Sue, ombre dai contorni riconoscibilissimi – uomini e donne, profili di città, motociclette.
E' ciò che le genera ad essere mostruoso.




Munnezza.



Grovigli di rifiuti,  mostri prodotti dall’opulenta società del benessere.
Il ribaltamento di senso rispetto all’archetipo che l’ombra ha nell’immaginario collettivo sembra totale, ma non lo è.
Le ombre fanno sempre paura. 

sabato 15 settembre 2012

Idioti e piedi, santità e maledizioni.



“Questo che segue è il calendario di un mese; ogni giorno porta la vita di una specie di santo, che patisce e gode come i santi tradizionali. Poi il nostro mese finisce, perché a questo mondo tutto deve finire, anche le nostre brevi vite di idioti.
Che mese sia quello che viene dopo, nessuno con sicurezza lo sa; se in prevalenza ad esempio si dovrà ridere o piangere, se saremo soli o in una gran compagnia. Ci sono solo supposizioni. Alcune impressionanti.
C’è chi sostiene che il mese che segue non finisce mai più; è un’idea stravagante, e solo a pensarla ci si sente già stanchi.
C’è invece chi dice che si ricomincia sempre da capo, forse su un altro pianeta; ma ogni volta l’umanità è di un gradino più idiota. Finché in un lento progresso, di pianeta in pianeta, si giunge all’assoluta e totale idiozia, in cui nessuno ricorda più niente, neanche le cose più elementari, come ad esempio sentirsi qualcuno diverso da un sasso o da un meteorite. Questo sarebbe lo stato beato.
Qualcuno ha detto che è uno stato somigliantissimo al piombo.”

E’ la dedica al lettore che precede le Brevi vite di idioti di Ermanno Cavazzoni.
A leggere solo questa, assieme alla quarta di copertina, magari appoggiati allo stipite, in piedi, in libreria,  è capace che si faccia  uaaaa, perché è una premessa  pregna di stimoli e suggestioni. Invece i racconti non sono stati all'altezza delle mie personali aspettative. 
Tranne pochissimi, in generale non m’hanno fatto né caldo né freddo.
Anzi, a dir la verità m’hanno fatto un poco ammosciare.

“C’era un tale che si riteneva scrittore realista.”
“Una donna grassa di nome Paola Parletta aveva ogni tanto una forte diarrea.”
“Un idiota di nome Sereno Bastuzzi viveva dentro  a un pagliaio.”
“C’era un signore impressionato dalla velocità a cui va la Terra.”
Sono alcuni incipit. Sembrano o non sembrano incipit di limerick ?
Ecco, a me sono sembrati tutti dei limerick in prosa, soprattutto per l’intimo non-sense che li accomuna.
Gli estimatori di questo genere li troveranno gustosissimi.
Io no, fatta salva qualche eccezione.
Il martire dei piedi, ad esempio, il dottor Dialisi.
Un idiota super.
S’accatta un paio di scarpe accussì strette che per cercare di allargarle non se le toglie più, ma quelle, che cotiche erano e cotiche rimangono anche dopo tre anni di sofferenza ininterrotta, gli fanno marcire i piedi, portandolo alla morte.
“Ma il dottor Dialisi aveva maturato alcune idee generali sull’uomo e sulla predestinazione: la testa ci è data per potere pensare – diceva – la bocca per respirare; le braccia e le mani per abbracciare e accarezzare gli oggetti; le gambe, volendo, per camminare; e i piedi, così esposti e sensibili, ci sono dati per tenere a freno l’orgoglio, l’invidia e la concupiscenza; altrimenti avremmo gli zoccoli , come i cavalli.”
Le scarpe diventano il perno della sua vita morale: tiene  a freno i piedi attraverso la sofferenza, e sarà santo (pensa, l’idiota)

Mò, se diventassi idiota, santificherei questo fetente di  callo che manco con l’accetta se ne viene via e mi voterei ad una ascetica e moralmente notevole esistenza.
Ma non ci sta pericolo, spero.
Nel frattempo butto maledizioni a destra e a manca e confido in un podologo che sappia fare il suo mestiere.

giovedì 13 settembre 2012

Da una parte e dall'altra.


Te ne vai o no te ne vai sì o no, canta una madre saltellante e gaudente  spingendo suo figlio non solo metaforicamente, nel mare magnum che fa ressa davanti ai cancelli della scuola.
Tutti, ma proprio tutti i bambinetti , altezza media 1,30 centimetri,  hanno la cartella a tracolla al posto dello zaino (ma come faranno a passarsi voce  così velocemente, e poi in branco compatto a seguire la moda, hai voglia a dire  il peso non si distribuisce bene, ti si torce la spalla, si piega la colonna vertebrale,  la risposta è: lo zaino è per i piccoli, è da bambini delle elementari)
Primo giorno, accoglienza esclusiva degli alunni che iniziano il secondo ciclo.
Lungo il viale d’ingresso, come lampioni, i docenti disposti  in fila, distanti  circa 5 metri  l’uno dall’altro,  accolgono l'ondata di genitori e relativa prole, sfoderando sorrisi  smaglianti e buongiorno e buon anno:  mancano solo i pon pon e le trombettine.
(non mi sarei piegata a fare la  profcheerleader  manco se me l’avessero  imposto con un ordine di servizio scritto)
Ammassati in palestra, i genitori attendono frementi di conoscere il destino dei propri pargoli:  gli elenchi sono stati tenuti segreti onde evitare lamentele e piagnistei,  richieste minacciose di cambi di sezione prima dell’inizio della scuola.
(tanto ci saranno sempre dopo)
Prima di  procedere  all’assegnazione degli alunni alle sezioni, si ascoltano, nell’ordine: il discorso della preside – applauso  – il discorso del sindaco – applauso – il discorso dell’assessora – applauso – il discorso del vicepreside a nome di tutti i docenti - applauso .
Tutti discorsi incentrati sui cittadini di domani.
Tutti terminanti con auguri ai cittadini di domani.
Intanto è già passata un’ora.
Ed ecco  la Sorpresa. 
Alcune giovanissime cittadine di domani  mostrano alle matricole e ai parents  il meraviglioso progetto a cui hanno partecipato lo scorso anno: sulle note di tammurriata nera, in gonnellino  coprimutanda e panza nuda si esibiscono  in danza del ventre e  coreografico balletto, alè, uè, uè.
Le cittadine di domani.


La mia scuola è differente.
Oggi, secondo giorno, autotassazione  e colletta per dipartimento per fare le fotocopie  dei test d’ingresso da somministrare agli alunni.
Ovviamente la fotocopiatrice è rotta, ma anche se non lo fosse stata, il toner, la carta, quante pretese, non le potete dettare le prove d’ingresso? Le dovete fare per forza?



domenica 9 settembre 2012

Mas, Anversa.


Il Mas  è un museo il cui acronomino  manco  google translate riesce a tradurre.
Museum aan de Stroom.
 E’ stato inaugurato  nel 2011, ad Anversa, nella zona portuale.
E’ un museo particolare: etnografico, antropologico e marittimo, dicono qui
Mi ha riportato ad una vita fa, quando volevo fare l’antropologa e/o museografa.
(astronauta mai)
Mi ha spinto a  ripescare tra i reperti storici della stanza delle memorie a casa di mammà i fascicoletti della tesi di laurea.
(marò, e che bibliografia immensa, cazzarola, facevo sul serio. Minchia, che terribile fine fanno i titanici sforzi. Tra la polvere)
Tutte quelle che erano  entanni fa le teorie più avanzate su cosa e come debba essere un museo di civiltà le ho viste concretizzate nel Mas.
Senza stare a peliare con le citazioni bibliografiche (e mò saranno pure obsolete,  tant’è, il tempo del sapere si fermò poco dopo),  e prima che mi torni lo sturbo da fallimento di ideali, ritorno coi passi della memoria alle impressioni della visita.
Sbucando da una strada laterale, il gigantesco fungo rosa con le  vetrate  a canna d’organo ha un impatto visivo straordinario.
Immagino la goduria degli architetti.
La struttura, che riempie buona parte della darsena, non è costituita dalla sola  torre. Vi sono una piazza, degli edifici coi porticati e sullo scivolo vascello in legno giocano bambini accompagnati da madri in minigonna e da madri in burka.
La caffetteria al piano terra, almeno negli spazi aperti,  è affollatissima.
Il biglietto, concretizzato da un braccialetto di carta che le hostess del botteghino  chiudono attorno al polso dei visitatori paganti, permette l’accesso ad alcune sale.
Per il resto, l’entrata è libera.
Al nono piano c’è un ristorante, e al decimo la terrazza panoramica.
Ho pensato che per guardare il panorama della città a 360°, a Parigi si può salire sulla tour Montparnasse, pagando  13 euro per farsi schizzare in alto da un ascensore ultramoderno.
Vabbuò che sono un’esagerazione di piani, però.
Al  Mas,  il panorama della città è bene pubblico gratuito.


Al secondo piano della torre, accesso free,  stoccati  in vetrine, in scaffali protetti da griglie di metallo, in cassetti e mobili apribili, ci sono oggetti che non hanno  trovato ancora una  collocazione museografica.
(un'enorme quantità)
C’è la qualunque: armi, acquerelli, teiere, maschere tribali, burattini, vasi, carte geografiche, giocattoli,  manufatti artistici e artigianali di ogni genere e provenienza,  diligentemente inventariati ed  etichettati.
Non ci sono polvere e ragnatele, né segreti.
Il deposito visibile a tutti.
(Uammamà.)



Al primo piano  vi è la sala delle esposizioni temporanee che  ospita opere di  artisti contemporanei.
In realtà tutte le pareti interne degli spazi  non espositivi  del museo sono “graffittate”,  anche quelle che costeggiano  le scale mobili.
(sarei rimasta ore a guardare di piano in piano i murales da un lato e la città oltre i vetri ondulati – in alto ma come sotto il mare - dall’altro)
Poi  ci sono gli spazi museali veri e propri, quelli a cui si accede solo se portatori di braccialetto.
Ogni piano della collezione permanente apre ad  percorso tematico:  Simboli del potere, Porti del mondo e comunicazioni (il Mas ha acquisito la collezione del museo del mare che era all’interno del castello di Anversa), Città e case,  Vita e morte.
Gli oggetti rappresentano  luoghi e tempi diversissimi e gli allestimenti  sono di forte impatto emotivo e scenografico.
Ad esempio, al quarto piano, il percorso dedicato ai simboli del potere e del prestigio,  comincia in uno spazio circolare in cui schermi al plasma rimandano immagini del potere dell’ultimo secolo, dalle facce di Kennedy e di Breznev, alle marce delle SS, alle riprese documentarie delle guerre del Golfo, in un turbinio e  sovrapporsi angosciante di  voci e rumori e immagini.
Tra i simboli del potere, la collezione espone anche i braccialetti di conchiglia dei kula delle isole Trobriand.
Alla fine del percorso, ogni sala ha delle postazioni pc dove è possibile fare ricerche e approfondimenti sugli oggetti esposti, una libreria con testi specifici sul percorso fatto (ma  anche libri illustrati o di favole per bambini annoiati ma diligenti) e comodi divani.
E ancora degli spazi ludici:  al piano dedicato ai porti e alla comunicazione,  è possibile scrivere un messaggio e metterlo in una bottiglia da lasciare, all’uscita, in grandi vasche contenenti sabbia.
Messaggi, ça va sans dire, tutti in neerlandese.
Questa è l’unica nota dolente. 
La lingua. 
Va bene che è un museo della e per la città.
Va bene che i fiamminghi ci tengono assai alla  propria specificità linguistica.
Però, cavolo, almeno in un museo così attraente anche per chi viene da fuori, oltre ai depliant d’ingresso, si dovrebbe prevedere la traduzione delle note che “spiegano” oggetti e allestimenti, non dico in tutte le lingue, ma almeno in inglese, ecco.
Altrimenti vedi, guardi, fai ohhh, e non capisci manco alla lontana che è.







Come capita di fronte a questa saletta,  incastrata nel percorso sui porti, tra velieri e  carte nautiche.
















domenica 2 settembre 2012

Ceci n’est pas la Belgique.

Se non ci fosse stata la mia amica italiana belgizzata per amore  e  grande sponsor di quel paese così poco reclamizzato, non ci sarei andata mica, in Belgique.
Ha ragione, la mia amica, quando dice che è un paese bellissimo (uno di quelli dove si vorrebbe abitare), e che non è affatto come può sembrare alle orecchie e agli occhi di chi non c’è stato e non ci vive.

Già solo il pensiero  che a Bruxelles c'è il centro nevralgico delle istituzioni dell’Eu, me lo faceva immaginare ingessato e assai assai formale.
(il paese dei burocrati)
Invece è proprio magrittiano.
(Magritte è davvero lo spirito de la Belgique)
Surreale, per certi versi.
In ordine sparso, alcune impressioni:

Museo del fumetto.
O meglio, il  pupazziello che lo segnala nel boulevard dove sono concentrati gli uffici amministrativi, tutta roba di vetro e cemento, palazzi modernissimi, rigorosi e squadrati.
Il pupazziello  piazzato lì, su un piedistallo, fa un effetto fortemente straniante.
(come mettere il museo di Pulcinella e relativa maschera nel mezzo del centro direzionale di Napoli, marò)

Moules.
Non è tanto per la cozza in sé, non mi fa  specie manco la quantità, sono cresciuta a zuppa e ‘mpepata, ma è per la presentazione.
Le moules te le portano dentro un pentolone con un coperchio fondo fondo che  viene utilizzato come contenitore dei gusci vuoti.
Magnare dentro il pentolone,  pescare le cozze nel brodo fino giù in fondo.
Con le mani, naturalmente.
La magnata delle cozze comporta l’inzevamiento delle dita e di tutto il resto.
E va bene così, anche nei bistrot chic.
(surreale!)


Cozze e  frites (ovvero le patate fritte, accompagnamento obbligatorio delle moules) stanno dovunque, pure tra gli allestimenti del parco davanti al palazzo reale.


Fiamminghi e valloni.
E’ bene informarsi del nome che hanno i luoghi nelle due lingue, altrimenti si rischia di prendere il treno da Bruxelles per Anvers e arrivare ad Antwerpen senza accorgersi che è la stessa città.
Dai cartelli e dalle indicazioni in francese si passa a quelli in neerlandese senza alcuna transizione o doppia lingua e viceversa.


Case.



Tutte con le facciate curatissime, quelle più antiche con i tetti a punta e a scaletta (ma chissà a cosa servono, i gradini sui laterali dei tetti), le case fiamminghe hanno conservato la struttura tradizionale attraverso il tempo.
Strette e lunghe, anche se modernissime. E’ la facciata a parlare.
Ci sono alcuni edifici  liberty che sono una meraviglia, come quello in foto, una delle case più strette della città,   che si vende  a solo unmilioneduecentomilaeuro: peccato, mi manca il  dispari. E anche il pari.
(naturalmente il giovanotto non è compreso nel prezzo)
Altrimenti, eh, cavolo, una lotteria, un gratta e vinci. Un sogno.






Cioccoielleria Marcolini.
Nei negozi di souvenir di Bruxelles i cioccolattini (industriali) si contendono il primato di sovraesposizione con il Manneken pis (altra stranezza, l’attenzione e l'affetto dei belgi per una statuetta piccolina piccolina di un bambino che fa pipì  e in tal modo alimenta la fontana su cui è piazzato. Un bambino che piscia! Il simbolo di Bruxelles!!)



Però ci sono le cioccolatterie artigianali che fanno tutt’altra cioccolata (marò, 800 chili in più) e sopra tutte la Pierre Marcolini.

Un palazzo d’epoca, bellissimo, e delle vetrine che manco Bulgari. La pralina come un diamante, un solitario.
(e i prezzi pure, ahemm. Vabbuò, in certi casi meglio non andare troppo per il sottile. O intenditore o golosone. Non si può essere tutte e due le cose, a meno di un biglietto della lotteria, di un gratta e vinci…)



Mim.
E’ il museo degli strumenti musicali, di ogni specie e foggia e provenienti da ogni parte del mondo Impressionante vedere quanti oggetti strambi siano stati creati per fare musica.
(ma che, quel coso suona?)
La visita si fa con le cuffie consegnate all'ingresso, e  automaticamente vengono riprodotti  i suoni di alcuni degli strumenti esposti, mentre si passa davanti le vetrine che li contengono.
Il piano terra è dedicato agli strumenti provenienti da ogni parte del mondo, mentre gli altri piani sono più “specialistici”,  strumenti musicali a corde e ad archi a mappate.
Più per intenditori che per curiosi, i piani alti.
Però anche il solo edificio, un meraviglioso palazzo liberty, val la pena. (e poi è a pochi passi dal museo Magritte, altra delizia)

Affreschi murali, installazioni, graffiti.
Ce ne sono tantissimi.
Da quelli di Hergè, il creatore del Tin tin nazionale, che occupano intere facciate di edifici, fatti, dice la mia amica, per riqualificare zone piuttosto smorte (e insomma, smorte), a quelli di artisti contemporanei.
Qui c'è un interessante scheda sugli affreschi murali.)
Ma ciò che mi ha impressionato è la tolleranza (tolleranza non è la parola giusta, ma comunque) verso certe manifestazioni artistiche piuttosto irriverenti.
Ecco, ad esempio mi chiedo se in Italia le Assicurazioni Generali avrebbero accettato di mostrare sul proprio edificio, sotto il simbolo e il nome, un murales così, lo scheletro di un animale che si magna il piccolo mannekel sulla nuvoletta.
Un artiglioso animale preistorico che incombe su Bruxelles.


E poi Bruges, Anversa.
Anzi, Antwerpen.
Ad Antwerpen, il Mas ha risvegliato ricordi di una vita fa.
Un’altra volta.
Un’altra volta anche in Belgio, però. Che strano e silenziosamente dirompente paese.

domenica 26 agosto 2012

Fenici, cozze e scogli.


Oggi avrei dovuto fare clic.
Tasto su off. 
Avevo deciso. E poi no, ho controdeciso. 
Anzi, non ho mai veramente deciso un corno.
Avevo deciso prima perché costretta da una situazione, ho deciso adesso perché costretta da un’altra situazione.
Chissà quanto conta davvero il potere della volontà nelle scelte, o non dipenda piuttosto dal contorno, dal contesto, dall’entropia del caizer che manda affancapa tutti i piani e i progetti.
[Chissà quanto dipende dalla paura del cambiamento]

Una è la fenice. 
Bella la fenice, muore e rinasce dalle sue ceneri. 
Non teme che il suo sfolgorante piumaggio possa restare per sempre un mucchietto di cenere grigia,  la catarsi del fuoco la rinnova e la rinvigorisce.
Lui lo faceva sempre, di punto in bianco, cancellava tutto,  scompariva, e poi ritornava, uguale ma diverso. 
Ho sempre guardato con una discreta forma di invidia questa capacità di annullarsi per risorgere.
(Mi difetta il senso dell’eternità)
L’altra è la cozza. 
Brutta, la cozza, azzeccata allo scoglio. 
Fuori dall'acqua, la superfice opaca ricoperta di grumi bitorzoluti la rende pietra su pietra. 
Ma basta un’onda (una carezza salata, uno spruzzetto, uno scherzetto), e il nero involucro riluccica. 
E dentro, pulsa l’osceno gonfio cuore giallo.
Staccata dallo scoglio  si apre si dissecca e muore.
Non risorge, la cozza, no.

Sono proprio cozza, non fenice.

venerdì 17 agosto 2012

Google +


In vena di pariamenti internettiani (più del solito) ho pensato bene di infilarmi dentro Google +.
In che consiste e a che serva e che roba è, nonostante in precedenza abbia avuto anche un invito, non l’ho mai saputo:  mi sono gettata a pesce morto, senza sapere niente, facendo prova empirica.
E cavoli, il  coso chiede di  essere precisini precisini nell’anagrafica, il nome e il cognome, il tuo compleanno,  aò! 
Il mio compleanno mi scassa assai anche nella vita reale -  auguri! auguri!  come se il giorno prima o quello dopo fossero chissà quanto diversi -  sicchè  quel campo lì, il tuo compleanno,   avrei voluto lasciarlo in bianco.
Digito 0000: mi viene fuori la scritta rossa anno di nascita non valido.
Allora senza stare a pensarci troppo digito 2000. 
IL TUO ACCOUNT GOOGLE E’ STATO BLOCCATO.
Minchia!!! 
In un nanosecondo mi hanno resettato l’account google senza +!!
Controllo gmail: il tuo account è stato disattivato.
Controllo blogger: il tuo account è stato disattivato.
E cazz, che capa di cavolo, non ci ho pensato, lo immaginavo o non lo sapevo, no, la verità è che non ci ho proprio pensato, ho messo una data ad capocchiam,  se si ha meno di 13 anni non si può avere la mail, ho messo un anno di nascita che mi assegna 12 anni, ma che citrulla impedita, manco in forma virtuale riesco a fare imbruglitielli a mestiere. 
(Dunque tutti i marmocchi di prima media e più giù a scalare fino all’asilo sono  su feisbuc con il consenso dei genitori, o sono tanto più furbi e svegli di me da digitare coscientemente dati fasulli plausibili)
Insomma.  
Dopo un paio di secondi (forse una ventina, una sessantina) di panico assoluto, mi piego ad accettare una delle condizioni per riattivare l’account (gmail mi serve proprio, da un momento all’altro come si fa a deviare tutta la posta e chi cacchio se li ricorda gli indirizzi?)
Le soluzioni  per sboccare l’account ci sono: 
A) si manda fotocopia del documento di identità  via fax o posta elettronica (col cacchio, ci    manca solo l’impronta digitale e stiamo a posto)
B) si manda fotocopia del medesmo via posta, fino in California (come sopra più ahahahah)
C)    si effettua pagamento di 0,30 centesimi con carta di credito. 
(e già, perché bisognerebbe avere 18 anni per averne una, a meno che non sia una ricaricabile intestata a un minorenne, a meno che  non si mettano le mani nei cassetti di mammà o papà o nonna rincoglionita.)
C’è poco da fare, l’unica vera opzione per poter rimediare urgentemente all’inquacchio è la C. 
Ovviamente, oltre al pagamento con carta di credito bisogna poi dare una serie infinita di informazioni, dall’indirizzo (a cui invieranno la fattura della transazione) al cellulare.
Ben mi sta. 
La devo smettere di smanettare, anzi di cazzeggiare, ecco.


sabato 11 agosto 2012

Tre note romane


Prima nota: all’ombra del cupolone.
Certo, a mezzogiorno di ombra il cupolone ne fa davvero poca. Anzi, non ne fa affatto. 
E in una giornata afosissima di agosto,  il calore  e  i raggi solari martellanti  poco predispongono a fare la superfila per entrare in una delle proprietà dello Stato del Vaticano, San Pietro con annesso scalone.
Ricordavo il grande tempio come uno spazio aperto, aperto quanto la piazza. 
Una chiesa aperta, come tutte le altre chiese del mondo. 

Adesso la  basilica  è transennata. 
Per visitare  San Pietro ci si incolonna come pecore nel recinto (il buon pastore e le pecore, marò),  un recinto  lunghissimo che segue una ben precisa direzione di marcia: lungo il colonnato del Bernini, da destra comincia la fila, poi ci si immette nel corridoio di transenne, e  si procede lentissimamente fino ad arrivare ai  metal detector, alla fine del colonnato. 
Naturalmente, superati i controlli, si continua il percorso nel recinto. 
Le transenne che separano la piazza dal sacro suolo, tengono a debita distanza i purificati dal metal detector dal resto del mondo.
Chiossape qualche infiltrato esterno, allungando una mano, potrebbe passare  a chi è all’inteno un  Kalašnikov o una bomba a mano.
(non pazziamo proprio, in ballo ci stanno extraterritorialità e sicurezza.)
Le transenne conducono al centro dello scalone, su fino alla soglia della basilica. 
Si ritorna docili, sempre in fila indiana lungo il lato sinistro, alla ecumenica piazza.
Vabbuò, l’interno della chiesa me lo ripasso su internet. 
Però se fossi credente, e volessi entrare nella chiesa per fare preghierina, quante indulgenze mi varrebbe un simile sperpetuo?


Seconda nota: dis- suadère.

Di come  una città si debba piegare ai privilegi di una casta, un esempio marginale quanto illuminante sono i dissuasori elettronici  che limitano l’accesso alle strade che portano ai palazzi del potere. 
Non ne avevo mai visti in funzione.
Ora la mia gravissima lacuna è stata colmata.Ho visto i paletti sprofondare, e aprire il varco per lasciar passare una macchina blu.
Dissuasori atti a dissuadere dal passaggio  tranne, per quanto riguarda la mobilità a motore,  i soliti noti e ignoti.
Da soli i dissuasori non bastano, ovviamente. 
Occorrono anche un cabinotto  e tre vigili  piantati a controllo. 
(Mi sa che anche io contribuisco alla spesa, e che cazz.  Ma c’è di mezzo la sicurezza, non pazziamo proprio.)



Terza nota: il losco figuro di Castel Sant’Angelo 
Castel Sant’Angelo è una meraviglia. 
Il castello multistrato (ah, Adriano imperatore, potessi tu sapere!) offre una meravigliosa veduta di Roma a 360°,  ospita mostre e vari piccoli allestimenti espositivi, ed ha alcune stanze interamente affrescate.
Nella Sala Paolina vi è un trompe l'œil  che m’ha fatto una strana impressione.
Dissonante, ecco.
Possibile mai che sia stato aggiunto in un altro tempo e da  altre mani?
Naturalmente, da perfetta turista mordi e fuggi non mi ero documentata in precedenza e manco l’audioguida all'ingresso del complesso ho affittato, sicchè tutta la visita l’ho fatta  alla sanfrasòn.
Ma l’immagine di quel figuro  con abito nero che fa capolino dalla porta  ha continuato a fare capolino in testa e  tornata a casa – non è mai troppo tardi –  ,  mi sono messa alla ricerca di chi cosa come quando perchè.

Mano posteriore, quella di Guido Reni?


E se fosse il segretario di papa Paolo III, e non un personaggio bizzarro e stravagante, perchè cotanto onore, insieme ad Adriano e alle figure mitologiche?
Ci vorrebbe la consulenza di un esperto (oh, Grazia, di grazia!)


Da un lato ormai son sicura (sicura?) che non è il lavoro di un writer, dall’altro la convinzione dell’ inaffidabilità del web - il mare orizzontale delle incertezze -,  si è arricchita di un altro mattoncino.

martedì 7 agosto 2012

Lux Aeterna? No, grazie.


A volte si incollano proprio nella testa,  jingle  pubblicitari,   sigle di cartoni animati  (!),  motivetti delle canzuncelle  che soprattutto  nolente sei costretta ad ascoltare ( i neomelodici  oltrepassano le sottili pareti delle case in condominio).
E chiudi gli occhi e non passano, e ti concentri su altri pensieri  e non passano, e ti infili sotto un bombardamento di decibel di altro genere e non passano.
La colonna sonora del presente.
Ora è questa. E mi  inquieta.



(come  il film, l’ultimo che ho visto per intero)

sabato 4 agosto 2012

Sorrisi e misure

In un  libro come La colazione dei campioni, la parte più sfiziosa è lasciarsi andare alle divagazioni.
(Vonnegut si fa proprio prendere la mano).
Messe a parte le sintesi dei mirabolanti  racconti dello scrittore Trout,  a cui basta uno spuntino per inventare storie  fantasmagoricoscientifiche - Gilgongo! - ogni cazzatella è buona per deviare dalla storia e indurre me a impegolarmi  in una googolata alla ricerca di, oppure in varie ed eventuali.

Esempio n.1, pag. 114:

"Ecco il testo del cartello che lesse Dwayne:

NON E' INDISPENSABILE ESSERE PAZZI PER 
LAVORARE QUI DENTRO, PERO' AIUTA.

Insieme con il testo c'era anche la raffigurazione di una persona pazza. Eccola:

Kurt Vonnegut La colazione dei campioni


                     Sul petto, Francine portava un distintivo  che  mostrava una creatura in condizioni 
                     mentali più sane e invidiabili. Ecco come si   presentava quel distintivo: 

Kurt Vonnegut - La colazione dei campioni"



ma è uno smile!! Mi sono detta.
Azz, Vonnegut nel 1973 aveva già inventato lo smile! La madre di tutte le emoticons!!
E mi è venuta la curiosità di conoscere  l’origine della faccina sorridente, che comunica condizioni mentali sane e invidiabili.
Ebbene, non era stato lui, ma il pubblicitario Harvey Ball, dieci anni prima,  per risollevare il morale degli impiegati delle due compagnie assicurative.
Be happy, smile. 


Esempio n. 2, pag. 142: 

“Dwayne Hoover, sia detto per inciso, aveva un pene eccezionalmente grosso, e neanche lo sapeva: le poche donne con le quali aveva avuto a che fare non erano abbastanza esperte da sapere se rientrava o no nella media. La media mondiale era: quindici centimetri e quattro millimetri di lunghezza per quattro centimetri di diametro, quando il pene era gonfio di sangue. Quello di Dwayne misurava diciotto centimetri e cinque millimetri di lunghezza per cinque centimetri e mezzo di diametro, quand’era gonfio di sangue.
Il figlio di Dwayne, Coniglietto, aveva un pene che rientrava perfettamente nella media.
Kilgore Trout aveva un pene di diciotto centimetri di lunghezza ma soltanto tre centimetri di diametro.
Harry LeSabre, il direttore vendite di Dwayne, aveva un pene di tredici centimetri di lunghezza per cinque e mezzo di diametro.
Cyprian Ukwende, il medico nero nigeriano, aveva un pene di diciassette centimetri e mezzo di lunghezza per quattro centimetri e mezzo di diametro.
Don Breedlove, l’installatore di caldaie a gas che aveva violentato Patty Keene, aveva un pene di quindici centimetri di lunghezza per cinque di diametro."

Minchia! (ops)  Non avrei mai immaginato che ci fossero studi statistici su chi ce l’ha più lungo.
E invece. 
(il metro da sarta, ci vuole, il righello non va bene)


sabato 28 luglio 2012

L'orto di Fabio


“Tu vai là, da Mario, un contadino   che coltiva con grande passione, entri nel suo campo, leggi  sul cartello le verdure disponibili, te le raccogli nella quantità che desideri, poi vai alla "cassa" (*), cioè da lui, e gliele paghi.
Hai preso 2,4 kg, gliene paghi 2. Sempre per difetto.
E se lui non c'è? Fai uguale fino alla (*) e invece di farti pesà  tutto  e dare i soldi a lui, pesi da te e poi lasci i soldi in un'apposita cassetta messa lì in bella vista.
Ci si sente (magari poco poco, ma vabbè) un po' parte in causa, se coinvolti nel processo di raccolta. E i soldi a Mario glieli dai volentieri: come fai a "fottere"  una persona che ti lascia la porta di casa aperta e ti ha anche apparecchiato la tavola?”

Quando il mio amico Vincenzo, terrone come me  ma trapiantato in Umbria, mi scrisse questa cosa, mi  uscì il fumo dalle orecchie.
Sé, sé, una roba di questo tipo qui non potrebbe accadere manco tra tremila anni.
Come si fa a “fottere” una persona così?
 Si fa, si fa.
Povero  il Mario X napoletano, me lo immagino, a rifonderci  filippo e  panaro,  manco la cassetta, troverebbe, oltre all’orto sventrato.
Però che rabbia pensare che altrove si  può.
Cazzo, ci deve essere qualcuno che pure qua ci ha la passione, coltiva senza pesticidi schifezze e fresco fresco te lo vende,   sono io che non ne so niente, che non sono informata.
Allora ho cominciato a guardare con curiosità sempre crescente le due bandiere della coldiretti che sventolano sulla strada nuova che aggira il paese, un nastro di cemento e muro e marciapiede dove è moda andare a correre (prima uno o due sparuti, adesso frotte – si sa, l’unione fa la forza), mentre le auto percorrono rapide per immettersi sulla circumvallazione esterna della città.
Tra le palazzine e i parchi nuovi, ancora resistono fazzoletti di terra coltivata, si vedono gli alberi da frutta spuntare oltre i muri.
Finalmente ho osato.
Ho infilato la stradina sbandierata.
In fondo c’è una palazzina, con un grande spiazzo antistante dove sono stati montati dei gazebo.Sotto i gazebo, sistemati  a U, dei ripiani su cui occhieggiano tanti tipi di frutta e verdura:  pesche, ananas, pomodori, melanzane, zucchine, banane.
(nessun cartellino indicante il prezzo)
C’è qualcosa che non mi torna.
La banana coldiretta?
Niente fai da me:  la padrona di casa, butta  un occhio alla finestra  dicendo -  ecco, ora si sono svegliati - , poi mi chiede cosa mi serve.
Evito l’ananas.
Compro  mezzo chilo di pomodori, un chilo di prugne  e mezzo chilo di zucchine .
Pure lo scontrino fiscale.
Totale: 4 euro e 50.
Alla faccia del bicarbonato.
Dal mio fruttaiuolo  abituale (Fabio, prendo io? Facite, facite, signò)  con due euro accatto 3 chili di frutta assortita, pesche/prugne/percoche/albicocche. 
O una cassetta con 6 meloncini bianchi.
E nella busta Fabio ci infila un quintale di basilico, sedano, prezzemolo.

Quando si dice ‘a carne sotto e i maccaruni 'acoppa.
Basta una bandiera, per  farti fottere dal contadino.

Il che non significa che siano tutti così.
E’ ciorta.

lunedì 23 luglio 2012

Il (mio) gioco del mondo


Ho impiegato molti mesi per leggere Rayuela.
A zompi e a salti, naturalmente, intervallandolo  con  altre letture.
Però sono stata molto compìta, ho seguito buona buona tutte le indicazioni di Cortàzar:
A suo modo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. 
Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo.  In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (…) “
Segue la lista dei capitoli, da leggere secondo l’ordine che Cortàzar ha predisposto, e che mescola tre dei molti libri: “Dall’altra parte” il cui scenario è  Parigi, fino al capitolo 56; “ Da questa parte” , il cui scenario è  Buenos Aires; “Da altre parti” , dove lo spazio e il tempo (le unità aristoteliche) non hanno alcun senso:  è composto da capitoli che integrano le parti  precedenti, da citazioni, da false citazioni.  

Ma come è possibile, date la premesse, che chi arriva a leggere il primo libro, dove pure ci stanno  passi pallosissimi e  capitoli incomprensibili,  come  il 34, non continui a leggere pure il resto?
E’ uno sfottò, o appunto, una sfida.
Di fronte a moltissime pagine, mi sono sentita come la Maga: viola.
Tutte le volte che qualcuno si scandalizzava delle sue domande, una sensazione viola, una  massa viola ecco l’avvolgeva per un attimo. (…)  poco le potevano importare i sospiri di qualcuno quando faceva una domanda, però restava comunque  la macchia viola per un attimo, voglia di piangere, un qualcosa che durava il tempo di scuotere una sigaretta con quel gesto che rovina per sempre i tappeti, ammesso che ci siano.” (pag. 131)
Le discussioni dei componenti del Club del Serpente, che balooons stratosferici, tutti quei Grandi intellettualoidi inchiavicati dentro una stanza a sfumacchiare e bere e parlareparlareparlareparlare di arteletteraturamusica, marò, pura sega/segatura mentale.
E che dire del  mitico capitolo 34, che si legge a righe alterne, dove in un rigo vi è  il testo di un romanzo che il protagonista sta leggendo, e nell’altro i pensieri e le riflessioni del personaggio stesso nell’atto del leggere?
Una roba da atturcinare gli occhi e lo stomaco, proprio.
(e anche l’incontro con Berthe Trèpart).

Naturalmente, non nutro incertezza alcuna sulla originalità dell’opera, una vera pietra miliare dello sperimentalismo letterario, della ricerca di cosa sia e cosa possa essere la letteratura, raggiungendo livelli di vorticosità assoluta  (penso al libro La Luce della Pace del Mondo di Ceferino Piriz o al capitolo 68, un vero orgasmo linguistico) e di poeticità straziante (la lettera a Rocamadour/capitolo 32, o il vuoto nella parete di mattoni/capitolo 66).
Meraviglia.

Sono un lettore femmina (senza trattino) 
E accettando fino in fondo  la sfida, la terza lettura l’ho dedicata a costruirmi il mio Rayuela, e mi sono arrogata pure il diritto di levare, di togliere.
Ho ucciso il capitolo  34 (e anche altri), senza rimorsi di coscienza.
Non era forse questo che intendeva Cortàzar quando scriveva:
"E noi, che non vogliamo essere lettori-femmina, a che cosa serviamo se non ad aiutare in quanto possibile quella (della letteratura) distruzione?”

In giallo i capitoli che ho trovato più belli, indimenticabili.
(forse li rileggerò per la quarta volta)

Il gioco del mondo


mercoledì 18 luglio 2012

Tunnel

Mi è capitato altre volte.
Un paio di parole, una frase, un passo.
Ernesto Sabato - Il tunnel
[Un campanello, uno squillo, una tromba.]
E  così succede che un libro possa andare oltre se stesso, oltre la storia che racconta e galleggiare  per altro, per gli "effetti collaterali".
(ma dici a me?)

Avevo appena iniziato a leggerlo, Il Tunnel di Ernesto Sabato.
Il protagonista, misantropo autoironico (la specie peggiore, o migliore, questione di prospettiva), cerca di spiegare perchè vuole consegnare ad un editore la sua storia, la storia di un assassino.
Da pagina 10, più o meno.
Alla fine non se ne fotte nulla di ciò che possano pensare i probabili lettori, ma - dice - non è per vanità (ci mancasse) che decide di consegnare la sua memoria ai posteri.
A prescindere dai temi, dai contenuti and so on del libro, comunque una buona opera prima, il passo che ha prodotto non dico tromba, ma un'intera orchestra di (indicibili) pensieri, è questo:

"Riguardo la vanità non dico nulla: credo che nessuno sia sprovvisto di questo notevole motore del Progresso Umano. Mi fanno ridere i signori che tirano in ballo la modestia di Einstein, o roba del genere; risposta: è facile essere modesti quando si è celebri; o meglio, apparire modesti. Anche quando si pensa che non esista in assoluto, la si scopre all'improvviso nella sua forma più sottile: la vanità della modestia."

Ahemm. 
Non dico sanfrancesco, ma.









giovedì 5 luglio 2012

Ritorni

Non sempre è un bene tornare. Ora ad esempio, non riesco a fare a meno di notare quanti pochi fiori ci siano. Ce n'erano tanti, la prima volta. Adesso invece le foglie dei cespugli sono tutte malate, la cocciniglia? - pensavo fosse sabbia - [anima ingenua, mi dice] Qui c'è uno specchio impietoso. Sará la luce che cade a picco dal lucernaio. Mi guarda, lo specchio, nello stesso modo in cui guardo il giardino.

venerdì 15 giugno 2012

Parole e disegni


Ho sempre avuto una discreta passiuncella per i giochi di parole, ed è un grande vantaggio riuscire ad accocchiare in quattrequattrotto  un acrostico o un  anagramma a cambio da un nome proprio per stupire con effetti speciali e fantasmagorici (yeahh) le platee di ingenui ragazzetti. 
Pressorè! siete una poeta!
(faccio o' gallo 'ncoppa 'a munnezza)

Ancora di più mi piacciono  le parole disegnate:  i capolettera dei codici miniati, certe poesie visuali, le fotografie con le texture di parole (e qui ce ne sono di bellissime), e naturalmente, i calligrammi.

parole disegnate
Calligramma
Vitrei ab oculis
Spinta da  amici, avevo sperimentato l’emulazione di Apollinaire, facendo questi:


parole disegnate
Calligramma
Chiave












e ora,  la sabbia bagnata ispira, questo.
Il difficile, non è nel disegnare con le parole.
E’ trovare le  parole.
parole e disegni
Calligramma
orma





domenica 10 giugno 2012

Cocoon


Qualche tempo fa li ho visti per la prima volta, in tv, a casa di altri.
Gli anziani di uomini e donne.

Me lo hanno dovuto spiegare,  non riuscivo mica a capire, che davvero vanno in tv a fare le pustegge.
(oddioddioddio, se i miei nonni  avessero potuto vederli).
Eppure  adoro la quarta età attiva e pimpante.  
Ma la televisione per le pustegge no.
Certo,  assai peggio è farlo da più giovani, almeno gli anziani hanno la scusa del rimbambimento.
Ogni tempo ha un suo tempo?  
Forse sì forse no, boh.
Ne conosco, di attivi e pimpanti che non  ci andrebbero  manco accisi, in televisione per le pustegge.
Una sessantina di partecipanti, al pranzo sociale di fine anno.
L’80% ultrasettantenni.
Belle persone,  acute, ironiche, un poco borbottone, ma tant’è.
 E viaggi, e gite, e magnate, e mostre, e ginnastica e  “voglio imparare a usare il computer!!!
 “E’ un’eta bellissima , diventi padrona del tuo tempo” – dice  Annamaria, 74 anni e bella e elegante più di Sofia Loren,  alla neo arrivata sessantenne  che pare la nonna sua  e che  m’ha quasi incastrata con  il lamento  i figli m’ann abbandunata....

A fine magnata, quando  ormai troneggiano solo i bicchierini di cioccolata fondente da riempire coi liquori, Franco passa con un piattino e un solo dolcino dentro.
Base verde, un quadratino di pasta di mandorle, e crema alla ricotta e un'altra base a richiudere. 
Mirtillino sopra. 
- assaggia, un sol boccone, è l'ultimo, è proprio saporito. 
Passo, ma solo perché lo stomaco, dopo i bucatini alla siciliana, la zuppa di cozze e fagioli con fresellina, la trippa, le frittatine, le melanzane, i peperoni, i formaggi e i salumi, la pastiera e la frolla di crema e il torrone di cioccolato e nocciole,  è diventato impenetrabile. 
La mia vicina di posto  tocca il dolcino e si accorge  che è di gommapiuma. 
Franco  ride, muovendo  3 dita della mano:  - Tre  ci sono cascati. 
Passa qualche  posto oltre, si  imposta,  recita la stessa parte. 
Il marito lo passa alla mugliera  - tiè, Giuseppì, assaggia.
Giuseppina  addenta,  e mastica e  tira, sotto lo sguardo perplesso del marito e quello sghignazzante di Franco.
ma che è, la dentiera?!
Il dolce di gommapiuma non si spezza. 
Rischio di  schiattare dalle risate,  guardando Franco sventolare la mano  con 4 dita aperte.
(marò, ma non è che sto diventando incontinente?)
Ha 80 anni, Franco. 
E' una cosa che mica ce la si aspetta, da un ottantenne.

Mi dispiace  che quando sarò vecchia come loro, saranno tutti morti.

domenica 3 giugno 2012

Il seno


Philip Roth mi indispone.
(talvolta)
Eppure continuo, imperterrita,  a leggere le sue opere, anche se spesso i tanto sbandierati   dramma e  pathos  delle sovra copertine e degli entusiastici commenti dei suoi ammiratori  mi fanno l’effetto della farsa e del  patetico. 
Non vale per  tutti i suoi scritti, naturalmente. 
[Pastorale americana è straordinario] 
Solo per quelli dove il chiodo fisso del sesso, che è vita tout court, senza altro appello o orpello, fa la parte del leone (dell’elefante) 
Da L’animale morente a Lamento di Portnoy.
Ormai non mi irrito più. 
Rido, anzi sghignazzo.

Ho appena terminato di leggere il raccontino Il seno.
Il seno è simbolo della maternità e della vita più ancora del grembo.
( il ventris tui  diventa del seno tuo)
Ho pensato che il seno e  una particolare predilezione per la fellatio,  nei due libri di Roth che hanno come protagonista  David Kepesh , L’animale morente (il seno  di Consuelo) e  Il seno appunto, hanno davvero un ruolo chiave.

“Claire (…) era persino un po’ schizzinosa a ricevere il mio sperma in bocca. Se mai praticava la fellatio, era solo come rapido preludio al rapporto vero, e mai con l’intenzione di farmi venire. Non che la facessi  troppo lunga per questo, ma di tanto in tanto, come succede a tutti gli uomini che non si sono ancora trasformati in un seno, registravo il mio scontento – insomma, la vita non mi dava tutto quello che volevo.” Pag. 52

La frustrazione più grande del professore Kepesh,  non è tanto  di  essersi  trasformato in un seno, quanto di essere diventato una mammella  inutile, un seno che non dà latte, non nutre…
“Sono arcistufo di preoccuparmi di perdere Claire. Lasciamo che se ne vada per i fatti suoi e si trovi un nuovo amante con cui condurre una vita normale e produttiva, e che non le faccia bere lo sperma.”

[Altro che invidia del pene. Devo rivedere il giudizio di misogino e fallocrate che ho appioppato a Roth.
Almeno correggerlo.]







E mentre cercavo sull’internet delle immagini di tette da piazzare nel post, passando dai senoni delle grandi madri al seno di Pero nelle 7 opere della Misericordia di Caravaggio, mi sono imbattuta in questo, che anche se ci appizza come il cavolo a merenda, lo linko uguale.