martedì 5 luglio 2011

Golconda (Golgota)

Ho aperto la finestra, stamattina.
Non entrava il sole,  eppure era  ben oltre l’alba.
Tutte le finestre chiuse, tutte uguali, tutte della stessa dimensione.
(La dimensione omologante della città)
Cosa c’è dietro le finestre? Non posso sbirciare, le tende sono chiuse. Dovunque sono chiuse.

Le finestre sono uguali, anonime. Eppure c’è  movimento,  lo so, dietro quelle tende e dietro quei vetri.
E dietro quelle  croci.
Una finestra, una croce.
(Golgota, non Golconda)

Oggi pioverà, forse.
E si andrà al lavoro,  stretti nelle strade e nella  folla,  anonimi dietro  il colletto della camicia e il tesserino. Sotto il mio, il tuo, il suo , il loro  cappello a bombetta staranno chiusi i pensieri, come dietro le croci dei vetri delle finestre.
Golconda, è la città indiana dell’oro e della luce. Ma non c’è luce, oggi. Solo un cielo grigio.  Sembra che voglia piovere.  Sarà una pioggerella fitta e fine, gocce tutte uguali e ritmiche.
Sembra che voglia piovere, oggi.
L’aria è stagnante,  come in attesa.  Con le nostre bombette, omini ini ini,  indifferenti gli uni agli altri, chiusi nelle nostre divise, non protetti dal vetro e dalle tende delle nostre finestre, saremo come sospesi,  né in cielo né in terra, anche se parremo muoverci, scendere, salire (fare agire).
E’ ora di andare.
Piove, adesso.  


[Chissà a cosa pensava Magritte quando ha dipinto Golconda.
A me non fa venire bei pensieri.]

venerdì 1 luglio 2011

All'anagrafe

Ah, il posto fisso, la fatica nel Comune. Gli impiegati comunali  sono - voce di popolo - i veri fortunati.
"Ha pigliato'o posto int'o comune, sta apposto."
[manco un sei all'enalotto]
Certamente nessuna crisi - o grave congiuntura negativa  internazionale - mette il posto nel Comune a rischio, è una garanzia di continuità fino alla pensione o fino a che morte non  separi. (sciò)
Però, ci vuole taaaaanta preparazione per superare i concorsi, taaaanta pacienza per sopportare il pubblico, dico soprattutto  per gli impiegati che stanno agli sportelli:  gli utenti  fanno continue richieste, domande assurde,  rompono,  premono,  scassano da quando si apre la saracinesca fino  a quando chiude.
Ci vuole un'attitudine particolare.

C'è aria condizionata, si sta freschi nell'ufficio anagrafe.
Dietro il lungo vetro di separazione, ci sono due impiegati.
Mi avvicino al vetro lì dove il cartello indica documenti d'identità. Un impiegato mi chiede cosa debba fare.
Evidentemente non conta saper leggere; gli dico che devo rifare la carta d'identità.
Mi invita a spostarmi  a destra, verso l'ultimo sportello.
[mperscrutabili motivi]
Consegno la carta d'identità sbrindellata e le fotografie.
"Signò, ma queste foto non vanno bene, e che è, sono foto di riconoscimento queste?"
Rispondo che proprio per evitare problemi, le ho fatte dal fotografo e non con l'autoscatto o alle macchinette, e certamente il fotografo avrà immaginato che le fototessera sarebbero servite per  i documenti e non per il book fotografico.
Si allontana e va a chiedere a qualcuno all'interno.
"Signò, non vanno bene, ma ve la faccio lo stesso, poi ve la vedete voi.
Siete alta 1,65 sì?"

[non sto  a rivendicare il  centimetro che mi ha sottratto, in quanto attraversata da  un più possente  moto di vanità frustrata. Se avessi messo i tacchi invece dei sandali piede a terra sarei potuta diventare in un battibaleno, con tanto di certificazione, un pezzo di stangona]

"Signò, ma di che colore tenete i capelli?"
Visibilmente meravigliata, non rispondo. L'impiegato mi guarda e guarda la foto, mi guarda e guarda la foto.
Poi risoluto, dice:
"Vabbuò, lo domando di là" - e con la foto in mano si reca nuovamente all'interno.
Torna e alla voce capelli, scrive: ramati.

E se domani  tingessi  la chioma biondo platino o nero corvino o  blu elettrico?

sabato 25 giugno 2011

Asteco e cielo

Arrassusia mettesseme 'a pece, si no pò vene vierno e ce facimmo 'a croce, e vene 'o maletiempo (...)
L'asteco è il solaio dell'ultimo piano.
Un appartamento asteco e cielo è più caldo d'estate e più freddo d'inverno, se piove è  soggetto alle infiltrazioni d'acqua.
Arrassusia, giammai, nun sia mai.

Mi piaceva andare sull'asteco, sul terrazzo condominiale a guardare i tetti e le nuvole; le strade e le genti no, quelle non si vedevano più, e anche i rumori e le voci si attutivano.
Solo tetti e cielo (e le lenzuola stese).
"Asteco e cielo" ha sempre avuto una connotazione neutra, per me. Come dire sedia, cucchiaio (no, cucchiaio no), ripiano, lavatrice.
Non aveva traslati.

Non conoscevo la canzone di Enzo Avitabile.
(nel 2002 dov'ero? Ci sono tempi in cui il mondo di fuori si ferma tutto)
L'ho trovata in un racconto della Parrella,  "mosca più balena". Niente di che, il racconto.
E  neanche  la canzone, la verità.
Però.
"Asteco e cielo, o te mine o vole"
Mi ha stravolto la percezione dell'asteco. [Non è come dire terra e cielo]
Se stai asteco e cielo,  non hai scelta.
Dall'ultimo piano, o ti butti giù o voli.
[Arrassusia.]
Asteco e cielo ora mi inquieta.







martedì 21 giugno 2011

Sogni e panze.

In famiglia c'è  un modo di dire che viene  usato quando qualcuno  decide di andare a letto saltando la cena.
"e mò ti suonn  'a marunnella".
Non so se questa espressione abbia una diffusione più larga del ramo familiare paterno.
"M'aggio sunnato 'e marunnelle" lo diceva al risveglio  lo zio Vittorio.
Le visioni mistiche erano strettamente correlate alla  panza vacante  che brontolava per i morsi della fame.
Si svegliava al mattino e raccontava di aver sognato la madonna che gli parlava.
(Ci si consola come si può)

Non ricordo mai i sogni. Quasi mai.
Oggi ne ho fatto uno.
Sono su una bici. Piccola, assai piccola (quasi un triciclo senza rotelline laterali). Corro in strada per andare dove non so, le auto  mi sorpassano veloci, quasi sfiorandomi. E poi non ricordo, c'è  un vuoto.
(Pellicola bruciata)
Sempre con la bici ritorno indietro, a casa.
Ma casa non è casa mia. Ho un letto - nel sogno lo so - in una stanza di un ospizio, in un fatiscente palazzo.
Non è facile arrivarci, da ogni vicoletto stretto stretto (ma stretto stretto come  cubiculo) spuntano anziani  in pigiama sulle bici. Temo di investirli con il mio triciclo senza rotelle.
Mi porto il triciclo giù per le scale,  la stanza che condivido con una vecchietta allettata è in uno scantinato.
Sto per entrare, ma mi accorgo che l'ospite  della stanza adiacente si è infilato nel suo letto.
Oh oh, penso, e faccio marcia indietro, e mi trovo davanti un altro  decrepito coinquilino, in pigiama, naturalmente.
Mi guarda.
E io adesso? - mi dice.
(...)
Mi sveglio.
(giusto in tempo, bocca secca e asciutta).

Ieri sera ho mangiato decisamente troppo.
Devo assolutamente iniziare la dieta.


mercoledì 15 giugno 2011

Il seccatore

*"Il seccatore è necessariamente un uomo, un maschio."

[Ha ragione, Carlo Emilio Gadda.
Nel negozio, oltre al commesso, c'è un altro cliente.
Ciao - mi dice esponendo una cerniera dentaria a 180° - ti ricordi di me?
Mai è successo che tale frase me la rivolgesse una donna, una femmina.]

*"Non dico lo cercheremo, perchè non c'è bisogno di cercarlo: ci penserà lui a farsi incontrare dove meno lo si aspetta, ad abbordarci nella folla, a tirarci per la giacca, ad avvilupparci di colpo nelle spire imprevedute della sua cordialità, a testimoniarci con interminabili salive il suo rimemorante entusiasmo per la nostra persona. (...)
E atteggio il volto a letizia, una letizia da cui trasuda il disappunto. "Di chi si tratta? ": vo subito cercando nel catasto di memoria. E' il vecchio compagno d'università, di cui mi è sfuggito il nome per sempre quando ho battuto del capo nel condensatore della turbina gigante, a Cornigliano? E' il commilitone dell'altra guerra, che se l'è squagliata con una ferita al pollice la vigilia dell'undicesima offensiva? E' il poeta di Castelfidardo che mi è stato presentato con altri ventidue poeti a Genzano, al convegno di poesia dei Castelli? Quello che abita a Castelfranco, in piazza del Castello? che poi m'ha mandato il suo volume, che la posta l'aveva perso, e allora me ne ha mandato un secondo, che l'ho certamente a Firenze, ma non ricordo più dove l'ho messo? Come s'intitola il suo volume, diobono? Garofano per Susanna, mi pare. Macchè garofano! Non s'intitolava Smarriti nel roveto? o Perduti nel pruneto? No, no, aspetta: non era smarriti e non era neanche perduti: era Cuori nel forteto. Cuori nel forteto, ricòrdalo. Ma questo qui non è lui, dà retta. Sai chi è questo? E' il secondo marito della coinquilina di via Po, di quella signora del sesto piano con quelle palle nere al collo che le era andato il marito sotto il tram e continuava a soffiarsi il naso dal dispiacere..."

[Non mi ricordo. Annaspo tra la moltitudine di visi che emergono da luoghi e tempi diversi, annaspo. Ombre.]

*"Nel mio cervello è a turbinare una tromba di polvere, un viluppo di congiunture disparate. Licenzio all'azzurro vertiginose avemarie, onde herziane delll'angoscia verso il trono celeste. La mia divina ausiliatrice avrà pietà di me, come sempre, con la tacita arte del suggeritore mi illuminerà del suo consiglio, mi soffierà dolcemente in un orecchio, senza farsi udire, il nome del condiscepolo, del commilitone, del poeta, del secondo marito della mia ex-coinquilina di via Po. Il nome, il nome: Fiorenzo Restìto, no Lorenzo Arrostito; Fiorenzo fiorenzo! Restìto, Restìto..."

["Eravamo nella stessa classe  alla scuola media, non ti ricordi?" 
No, non mi ricordo. In mancanza d'altro, repente la memoria fissa la foto di gruppo di fine anno, passa in rassegna la fila degli accovacciati, dei seduti - mi riconosco - degli spilungoni in piedi, Simona, Patrizia, Marcello...
Marcello? Eh, no.
Marcello no. Non può essere.
Degli altri volti anche  il ricordo della foto ricordo manda tratti indistinti e indefiniti, sfumati in nebbia.
"Sono Antonio."
Meno male, non è Marcello.
Ma.
Se si fosse fatto i fatti suoi, il seccatore, io e la mia memoria saremmo state più quiete.]


* Il seccatore, 1955. In Racconti dispersi, di Carlo Emilio Gadda.

giovedì 9 giugno 2011

Scrutini

Constatata la presenza del numero legale, il Presidente dichiara aperta la seduta.
Prima di procedere alle operazioni di scrutinio, si analizza la situazione di ciascun alunno per verificare la validità dell'anno scolastico secondo le normative vigenti e le relative deroghe .
Il coordinatore ricorda al Presidente che X alunni hanno superato il numero di assenze previste per la validificazione dell'anno scolastico, alunni che sono stati più volte segnalati al referente al disagio, alunni le cui famiglie sono state innumerevoli volte contattate (e nell'ultima, la mamma di C., aggrappandosi al braccio e con tono indispettito dice "prufessorè, vui nun l'avit purtata 'a gita? e iss a scola nun ci vene cchiù, pe' dispietto. E c'aggia avut accattà pure 'o motorino")
Il presidente sostiene che pur se ben oltre i limiti consentiti dalle deroghe, in virtù di (false) certificazioni mediche che attestano "asma", (la cui cura prevista è lampade abbronzanti) , o "trattamenti psicologici" (la cui cura è  l'acquisto del motorino), e di una serie collaterali di motivazioni che si trovano sempre, poi vediamo, si deve procedere ugualmente allo scrutinio.
Le insufficienze in tutte le materie, vengono discusse dal Consiglio.

[Pensieri e parole in ordine sparso
A che serve tenerli a scuola ancora un altro anno? Impareranno mai qualcosa? E come si fa nella futura terza, come si gestisce, già adesso è una classe terribile!   Ma quale messaggio diamo ai ragazzi, danno per scontato  che la promozione gli spetti di diritto!   La mamma ha detto che dopo la terza media lo mette a lavorare nel magazzino del marito.   A me ha detto : che me ne fotte, professurè, tanto m'ita promuovere per forza.   Non imparerà niente e la prenderà serale, devono anche avere un minimo di senso di responsabilità questi ragazzi.   Noooo, poi avremo una terza con XX alunni, troppi. Basta! l'anno prossimo mi metto a leggere il giornale in classe, non è possibile!   Ma leviamoceli di torno, danno solo fastidioNon è possibile farsi mettere i piedi in testa, ci giochiamo la credibilità.]

Si vota. A maggioranza, il voto del presidente vale doppio,  il consiglio decide di ammettere gli alunni, "nonostante la modesta frequenza e limitata partecipazione alla vita scolastica, tenuto conto della situazione socio/familiare,  e  confidando nelle capacità di recupero degli alunni il cui processo di maturazione è ancora in corso."
Le insufficienze  passano per voto di Consiglio a sex/10.


I compiti in classe, fogli in bianco, i registri personali, tacciono negli scatoloni, giù, affossati  negli archivi.
Tra non molto, dovremo ringraziare per averci solo sputato in faccia e non anche massacrati di mazzate.

domenica 5 giugno 2011

Poseidonia

Dice che è una pianta fondamentale per l'ecosistema del Mediterrraneo, pianta (non alga) a rischio estinzione, pianta (non alga) da tutelare.
Dice che senza la sua benefica presenza, le spiagge verrebbero erose interamente.
Dice che tra le praterie sottomarine vive e prospera la biodiversità.
Dice che la sua presenza è indice di acque incontaminate.
Poseidonia  regina del mare e della  rena.


Sará.

Sarà che forse  dicono di quando è ancorata e radicata nei fondali.
Perchè  vedere  una baia, ricettacolo di tutti i residui di Poseidonia del Mediterraneo, vedere una baia  secca di sabbia ma dominata da  un tappetone di filamenti secchi, su cui si ergono montagnelle di foglie? rami? strisce? lacci? in macerazione pullulanti di insetti, fa schifo.
Perchè   arrivare all' acqua pura e trasparente attraversando una decina di metri di neri nastriformi residui erbacei  in ammollo, che si avviluppano alle caviglie, si infilano tra le dita dei piedi e anche  nelle mutande, fa ancora più schifo.


"Fa bene, signora, non si preoccupi."
Sì, sì, penso, bene a che? Prima ancora dei fanghi d' alga guam, la poseidonia.
Trattamento estetico a costo zero.
Fossi un'esteta, novella Ermione, trasformerei  il bagno in insalata in un'esperienza panica - e il nero vigor rude ci allaccia i malleoli, c'intrica i ginocchi -.

Ma.

Manco naturalista, altro che esteta.
Uh, che desiderio di piscina in cemento piastrellato d' azzurro, trasparente acqua  ben clorata e vista sul mare (al largo il mare luccica).

mercoledì 1 giugno 2011

Dimenticanze


"Iamm, spìcciati, spìcciati" era la formula d'ordinanza della nonna quando si stava per uscire.
Ero però già spicciata e l'aspettavo sbuffando sotto l'arco della porta  aperta, mentre lei andava avanti e indietro alla ricerca spasmodica delle chiavi, della borsa, della sciarpa, della retina, di qualunque oggetto le fosse indispensabile recuperare prima di uscire.
E avanti e indietro, ripercorrendo le stesse mensole, gli stessi ripiani, gli stessi scaffali, alternava lo "spicciamoci" con "uh, 'o munaciello".

Sempre colpa del munaciello; era lui a nascondere la borsa e la sciarpa, e sempre lui veniva tirato in ballo quando le chiedevo le chiavi della cassapanca dove c'erano i cimeli: il cappello groffato del matrimonio di mammà, le fotografie ingiallite del nonno soldato, il copriletto giallo finto cinese.
"le chiavi non ci stanno, l'ha annascost 'o munaciell"
Pure la nonna, donna semplice e popolana, devota alle anime del criatorio, alle capuzzelle di morto, al parnaso di tutti i santi e di tutte le madonne, sapeva che il munaciello non esiste.

Avanti e indietro, dal comodino alla borsa, dalla mensola del bagno alla lavatrice, sotto il divano, dietro il ficus, pure nel bustone della carta da riciclare, mi sarò fatta una decina di chilometri di marcia in casa ripercorrendo gli spazi una quarantina di volte.
Niente, non sono stata capace di trovare il libro che stavo leggendo.
Sparito, scomparso, dissolto.
E no, assolutamente non è inzallanutaggine.
E' stato il munaciello.
Sicuro, proprio.

lunedì 23 maggio 2011

Lunedì

Già tirarsi giù dal letto dalle scale dal garage dalla strada che ti dice via via vai dritta verso il sole, non svoltare prosegui e fai filone, è uno squarto.
Poi arrivo, occhio stanco e uallera abboffata.
Stendo un buongiorno e un sorriso a chi arriva sempre prima di me.
"Ciao, ragazzuola - [ragazzuola?!] - Come va? Ho appena preso un ***** per l'esofagite, è proprio esofagite, ieri il dottore mi ha detto che se fosse stata la tiroide avrei avuto il fastidio ma non il bruciore, non riesco proprio ad ingoiare."
Oh. dico.
La conversazione coinvolge e appassiona le  nuove arrivate.
"Tu? Io stamattina ho i decimi, non mi sento proprio bene."
E un'altra.
"Ah, invece a me è venuto un calo di pressione, ho dovuto prendere due pastiglie, mi sentivo venire meno"
E un'altra.
"Ma sai che le fragole sono veleno per l'esofagite? E anche per la colite. Quando ho fatto la colonscopia....

Vado fuori a fumare una sigaretta. Tutta salute.
Buongiorno, buona settimana.

sabato 21 maggio 2011

Armilla

Mi sembra così scontato che tutti sappiano che c'è da votare sì  al referendum per negare la privatizzazione dell'acqua, e invece mi sono accorta che pofferbacco,  no, molti non ne sanno niente.
Arcipofferbacco.


"....dei corsi d'acqua incanalati nelle tubature d'Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi.
Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell'acqua.
Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare."



Italo Calvino  "Le città invisibili"

E se privatizzassero l'acqua, le ninfe di Armilla morirebbero come meduse lasciate sul bagnoasciuga, si seccherebbero come foglie riarse, e della città  resterebbero solo tubi e ruggine e silenzio.


domenica 15 maggio 2011

Barbarolessia e fiori retorici: contrappesi.

Di fronte alle invenzioni straripanti di George Perec, alla vastità enciclopedica del suo sapere, alla capacità applicativa della di lui sapienza  e delle norme e delle regole linguistiche e alla veemenza con la quale sembra  aggirarle  torcerle scatafottersene creando neologismi e false piste semantiche, mi sento di una abissale ignoranza (quale del resto è in pectore e in fatti)
Resto ammammaluccuta, proprio.
Come di fronte a questa paginetta  concentrato di citazioni e di figure retoriche:

Quand'ecco che ohibò, patatrac, un dì tutto crollò.
Dovevano essere le due, due e mezza, forse anche le tre meno un quarto.
E il succitato Karaffon venne a trovare il succitato Pollak Henri (ho già detto che era un caro amico nostro?) e, come dice il famoso poeta,

                 Ei cominciò a crollarsi mormorando:

" E' giunta alle mie orecchie sbalordite questa notizia che mi lasciò al contempo pietrificato,  perplesso, pietoso, podagrico e praticamente putrefatto: l'Alto, l'Altissimo Comando (sia benedetto) avrebbe deciso, non si sa bene se sotto la spinta di un impulso improvviso o dopo numerose e ponderate riflessioni, avrebbe dunque deciso, l'Alto Comando, di affidare al  Capitano Comandante del Servizio Effettivi l'estenuante compito di preparare la lista di quelli tra noi che alla prossima occasione andranno a nutrire con il loro sangue le nobili colline d'Africa che la nostra gloriosa storia ha reso terre francesi. Non sarebbe affatto impossibile, sarebbe anzi probabile, che il nome portato della mia famiglia con onore e dignità da cinque generazioni e a me trasmesso senza macchia appaia su tale lista".

          Georges Perec "Quale motorino con il manubrio cromato giù un fondo al cortile?"


Quasi quanto quando, a vedere la medaglia dal lato rovescio, mi trovo di fronte a cose così:
Domanda:
Chi accompagna Dante nel suo viaggio? Che significato simbolico hanno le guide?
Risposta:
Le guide che accompagnano Dante sono Beatrice che è la fede, San Benardo  è la grazia divina e Virgilio fondò l’ordine monastico circense.
Altra risposta:
San Virgilio e il cane san bernardo.

Poi mi chiedono perchè leggi, quanto leggi, cosa leggi.  Ma cosa leggi????
Eh.




lunedì 9 maggio 2011

Carinerie

Ci vuole maniera, per stare in piazza. Dal commerciante che grugna e sbotta, che abbonda sistematicamente con il peso (un etto di bresaola - è un quarto, lascio?), che se ne frega della fila e serve ai compari, non ci vado, può pure tenere le pietre preziose al prezzo del sale, non ci vado.
Ma se c'è la cortesia, se ci sono i modi, allora allungo anche la strada.
Ce ne sono, di quelli con le belle maniere. Tanto belle da spiazzare.

Dice, a voce bassissima:
"Posso farle lo scontrino di 130?"
"Eh?"
"Le chiedevo se posso fare lo scontrino di 130 invece di 180."
"Mi scusi, ma perchè me lo chiede? Non dovrebbe fare queste domande, cosa potrei mai  risponderle?"
(penso: ti autorizzo a evadere le tasse, anche il garbo ha un prezzo)
"No, è che lo chiedo ai clienti affezionati".
Mi fa lo scontrino di 180.
Io gli sorrido. Lui meno.
Dubito che la prossima volta sarà tanto gentile.






martedì 3 maggio 2011

Eccetera e ...........

Era una buona tattica, credevo. Mi rompevo di scrivere e arronzavo il tutto schiaffando un eccetera un rigo sì e un rigo no.
Lo facevo soprattutto  quando non avevo altro da aggiungere, quando non sapevo  cosa avrei dovuto o potuto aggiungere, fino a  quando  la maestra del pleistocene non mi fece un cazziatone smisurato, una volta che gli eccetera erano quasi più delle altre parole (beccata con le mani nel vasetto di marmellata, sgamata, fine del gioco)

Eccetera per non dire, per non continuare, per sottendere.
Non si usa più adesso.
Fuori moda.
Troppo brusco, troppo netto, una chiusura troppo rigida (anche il suono è sprucido).
Ma le umane risorse sono infinite.
Prima di tutto, garbo. E non far mai capire che non si ha voglia di dire  e soprattutto che non si sa cosa dire.
Nello specifico, la risorsa infinita è costituita dai puntini di sospensione. Puntini sospensivi.

Ecco, ora ci si  ferma. Non si dice più, si sospende il pensiero,  quasi nvitando chi legge a cogliere le infinite suggestioni che il vuoto può trasmettere. Che  pensi quello che  vuole, che  diventi muto creatore di senso. (mannaggia all'ermeneutica)
Colpa di chi legge, se non riesce a pensare niente, i puntini sospensivi hanno  lasciato la porta aperta, tanti  sassolini neri lungo la strada - e infatti  non sono mai in numero di tre come la grammatica e i puristi dell'accademia della crusca prescrivono -  ma sono una scia lunga, a volte lunghissima, una traccia silente che vorrebbe sottendere chissà cosa chissà quanto chissà. (............... . . .  .   .     .

Il cazziatone ebbe il suo effetto (mazz e panelle fann 'e figli bell)
Da allora dico o non dico. So o non so. Non baro.
Detesto i puntini sospensivi.
Inorridisco di fronte alle catene infinite di sospensioni che si "ammantano" silenziosamente di profondissime verità.
Ineffabili pensieri.




venerdì 29 aprile 2011

Con-dominio

Poveretto, il corriere, con il suo pacchetto in mano ad elemosinare l’accoglienza temporanea per  un libro-omaggio destinato all’inquilina assente presso i citofoni dei vicini.
Crocchietto di casalinghe,  quella con il capello scippato e le paposce al piede  e quella con il tailleur a scacchi neri e grigi, quella con la borsa della palestra e quella con la busta della spesa.
E io no non posso, e io non la conosco, e io non mi assumo la responsabilità, e che ci sta qua dentro - è un libro signora, non si deve pagare niente - , e no e no.
Il corriere soppesa il  pacco.
Transita  la signora A., generalessa dal passo marziale e dalla voce tuonante.
(il palazzo  è un microcosmo. Il parco in cui il palazzo  si stringe ad altri palazzi  è  un cosmo)
Si ferma.
“Ehhhhh,  come, non la conoscete, signò? Al terzo piano sta! Pigliatevi il pacco, lo mettete in una busta e lo appendete fuori alla porta, sulla maniglia, così quando torna lo trova, e che ci vuole, e che è, non si fa questo ai vicini di casa!!”
Così mi dice, una mezzora dopo il fatto, quando  rientro e lei, la signora A.,  ancora cincischia in strada:
“Che brutta gente sta dentro al palazzo tuo, ma che brutta gente. Quello il corriere andava annanz e aret con il pacco in mano, e allora mi sono messa in mezzo, e  ho detto cosa fare. Ho fatto bene? Che brutta gente, che brutta gente.”
“Ma a chi lo avete detto di prendere il pacco?”
“Nun ‘o saccio come si chiama.”
Appesa alla maniglia della porta,  non c’è una minchia.

Poi si dice che la gente non legge.

venerdì 22 aprile 2011

Zobeide

Erano pochi, ma davvero pochi,  quelli che avevano la grazia nella mano.
Invidiavo la capacità straordinaria di mettere sul foglio le immagini mentali (l’interno di un appartamento,  l’iperuranio platonico,  la sinuosità di una fanciulla mentre corre in un campo di papaveri).
I più erano bravi copisti (scopiazzatori)  e assemblatori, o tecnici della matita e delle squadrette.
(E figura disegnata,  la materia del ritrarre dal vero le  veneri  in gesso senza naso, e i corpi semimobili dei compagni scelti a turno, e delle modelle - l’informità  pesante avvolta nel cappottone con collo di pelliccia della modella grassa e la rigidità spigolosa, occhiali quadrati compresi, di quella magrissima.) 
Anni di ruggine. 
E poi d’un tratto, una voglia irrefrenabile di disegnare.
Un fremere della mano.  Come inseguire  un antico sogno.
“Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento;  nel punto in cui aveva perso le tracce della fuggitiva ordinò diversamente che nel sogno gli spazi e le mura in modo che non gli potesse più scappare. Questa fu la città di Zobeide in cui si stabilirono aspettando che una notte si ripetesse quella scena. Nessuno di loro, né nel sogno né da sveglio, vide mai più la donna. “
Italo Calvino  - Le città invisibili.

Non riuscirò mai a disegnare Despina, né Sofronia.

Ottavia

"Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone.
Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d'elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con fogliame pendulo.
Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge."

Italo Calvino - Le città invisibili



Invece, appollaiati fin sopra la bocca del vulcano, sugli argini dei fiumi,  su declivi franosi, gli abitanti di qua pensano che il cemento armato  fissi la città alla terra, come una patella allo scoglio, come una zecca al quadrupede peloso.
La loro vita è più incerta che in altre città. Ma non lo sanno, perchè non sanno che più di tanto la rete non regge.

domenica 17 aprile 2011

Nomen omen (Cloe)

Per lungo tempo non ho potuto fare a meno di provare insofferenza - a prescindere -  per le Susanna e i Clemente.
La prima Susanna - finta tutta panna -  che ho conosciuto da bambina,  era un'insopportabile pettegola.
Clemente, poveraccio, era un bacchettone brutto come la peste e con l'alitosi, e non c'era verso di fargli capire che si poteva parlare pure a 50 centimetri di distanza, ti si appiccicava contro (face to face).
E ancora associo ad un nome brutto come Imelda -  Imelda, che terribilità - la quintessenza della dolcezza.
(son tutte dolci le Imelde del mondo)

Intanto.
Il nome ce lo portiamo appresso senza che nessuno ce lo abbia chiesto.
Nominati così.
Supponte talvolta.
Nomi ereditati dai  nonni (il piccolo Onofrio, Oni per i compagni d’asilo), consacrati dalle mode del momento (quanti Diego Armando hanno adesso tra i 25 e i 20 anni), dalle devozioni popolari (le giovanissime Mariarca e i Pio, i santuari della madonna dell'arco e di Pietralcina tirano, tirano).

Da piccola non amavo il mio nome. Neanche ora, ma ormai mi appartiene, come il neo sulla gamba, il dito torto, come ogni pezzetto del mio corpo.
Ci si abitua e ci si riconosce.
Ma non mi dispiacerebbe chiamarmi Cloe.

"A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono.
Al vedersi immaginano mille cose uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi.
Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
(....)
Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe."

Italo Calvino - Le città invisibili.

domenica 10 aprile 2011

Facce di ca

Non  lo ricordo da quanto tempo, in tempo di elezioni, il quartiere  ha cominciato  a riempirsi di facce.
Dei manifesti  con l’imperativo  “vota antonio”  sotto al  simbolo del partito, ne ho antica memoria
(e delle schede elettorali facsimile con il voto e il nome già espresso, a quintalate nella cassetta della posta, e dei cugini di cugini che si presentano bellamente alla porta, anche se tu non li vedi da 20 anni).
Ma non ricordo quando è diventata  così capillare e diffusa, come strategia di propaganda elettorale, tappezzare case, vicoli e palazzi, oltre che gli appositi affari predisposti per le pubblicità, con  le gigantografie delle facce dei candidati, dei  loro mezzobusti.
Penso  soprattutto ai pesci piccoli, non ai grandi piraña.
I grandi piraña ci hanno gli addetti all’ immagine, i pubblicitari, le agenzie e mappate di soldi.
I pesci piccoli  credo  si rivolgano al fotografo dei matrimoni (ma è proprio bravo, eh).
Penso alle pose,  alla camicia e alla cravatta  (giacchetta sì o giacchetta no? Che grande dilemma) scelte con chissà quanta  cura e affanno, al  lavoro del fotografo, le luci e le ombre (suvvia,  non si può mica mostrare il peggiore profilo),  gli sfondi.
Nelle intenzioni  autopromozionali e propagandistiche, il serioso impegnato  è alla scrivania  o a braccia incrociate,  il pimpante giovanile si staglia nel fondo celeste o bianco con posa sciolta, il rassicurante si offre  con il sorriso dolce e lo sguardo malinconico, il durissimo integerrimo è dritto e fiero come un palo.
C’è chi osa senza ritegno.
 Mi perdo nei particolari estetici.
Guardo le facce, le orecchie  a sventola  o con un lobo smisurato, le occhiaie, un naso adunco o con delle gigantesche narici, l’eccesso di peli  sopraccigliari (le sopracciglia doppie  e vicine sono indizio di animo cattivo! – reminescenza lombrosiana) , la bocca troppo durbans per non essere una dentiera,  i radi capelli o i capelli gelatinati.
Guardo le facce e non faccio caso ai nomi, neanche allo slogan o al  partito o alla coalizione.
Tutte diversamente uguali, le facce dei candidati.

giovedì 7 aprile 2011

Vanitá

Una chiesa, poggiata con la sua pianta a farfalla -  muri tondeggianti  come ali spezzate - lungo il corso di un quartiere di periferia. (munnezza,  tutt'attorno, e caos e strepiti di macchine, motorini e voci).
Bassa e bianca tra  anonimi palazzi.
L'oratorio è al piano interrato, vi si accede da una porticina posta su un'ala.
Dentro, un disimpegno su cui affacciano delle stanze.
Il disimpegno è  decorato con pitture murali dipinte in modo fumettistico ed essenziale, colori a larghe campiture e contorni netti: pecorelle e buon pastore, natività, santi indistinti tra erbette e nuvolette e pecorelle (invito alla mansuetudine).
Defilato, quasi nascosto dalla porticina, un ritratto: il parroco.
Abito blu con collarino bianco, braccia larghe lungo i fianchi, ciuffo ribelle, occhiali con montatura di metallo, guance rubiconde, sorriso ebete.
E' proprio lui, non ci si può confondere.
Il pittore è stato fedelissimo, ma gli ha reso omaggio alleggerendolo di una decina di chili.
L'immagine conta, l'occhio deve avere la sua parte.
Il parroco sua santità/vanità.

(meglio pazziare a pallone miezz 'a via)




domenica 3 aprile 2011

Cambiare il corso delle cose

Caso.
Essere in ritardo o  in anticipo, di un minuto o  di un secondo.
Arbitrio.
Dire  no invece di  si, saltare una pillola, non rispondere al telefono o rispondere.

Trovarsi in una piazza ed essere sfiorati ma non toccati, questione di millimetri,  da un' enorme cacata di un piccione volante.
Mazzo (o della felicità)