giovedì 26 gennaio 2012

Aria di periferia


Con la metro ci vuole poco ad arrivare al centro dalla periferia.
(ultima stazione Scampia)
Ahh, lo sanno bene i residenti del quartiere bene del Vomero,  le baby gang  (come zoccole) vomitate dai sotterranei  binari, impazzano al sabato sera.
E poi dalla metro collinare ci vuole un attimo per montare sulla funicolare di Chiaia e trovarsi nel salotto buono,  tutto un passeggio di distinte e imperlate signore.
(le cure fanno sembrare tutti più belli)
Per alcuni è più facile. Tutto più facile.
Opportunità, occasioni, ma non è soltanto una questione di moneta.
E’ l’aria.
Ho pensato allo stridente contrasto tra la magmatica folla che gremiva la saletta della libreria Feltrinelli a Chiaia e il vuoto semipneumatico  di un magnifico salone affrescato di un palazzo antico di un paese di periferia.
Entrambe sono state location per l’incontro con uno scrittore.
Lo stesso scrittore.
Famoso.
A distanza di qualche mese, vabbuò, ma poco conta.  Anzi,  lo scrittore nel frattempo è diventato ancora più famoso.

Ho pensato a quanto conti, e costi, ancora una volta, vivere in periferia.
In certe periferie soprattutto.
E’ come se i semi gettati inaridissero al semplice contatto con l’aria.
Aria putrefatta e immobile, che pesa e schiaccia tutto ciò che si muove.
Le rare occasioni vengono perdute e sciupate nella generale indifferenza.

martedì 17 gennaio 2012

Oh, Finnegan's , Finnegans wake.

"Finnegans wake" di  James Joyce. 

Un commento:

Altro che lettura.
Questo è un viaggio, un percorso iniziatico verso gli abissi profondi della conoscenza.
Oltre il reale, oltre il sogno, oltre l’immaginazione, oltre le regole sintattiche la costruzione logica e analogica, oltre.
Finnegans wake è il superamento di tutte le barriere del conosciuto e del conoscibile, approccio epidermico (si può possedere e contenere l’infinito?) al baratro dell’assoluto.
Nulla vi è di più vero dell’intima coscienza, quella che non si può palesare tra i paletti fissati dalle norme linguistiche della comunicazione, quelli fissati dalle convenzioni culturali (i tabù), quella che mette a nudo l’Essenza stessa dell’uomo.
Non è certo una lettura facile. Occorre abbandonarsi alle suggestioni, al flusso di coscienza che viene portato alle estreme conseguenze tracciando, come campanelli, triangoli, percussioni ritmate e lente, un formidabile formichio di sensazioni.
Abbandonarsi ai richiami, spogliarsi delle armi della logica e della ratio, giungere nudi, con i palmi e gli occhi e le orecchie aperte sul mantra del sogno di morte e rinascita di Finnegan, sul divenire, sul mito dell’eterno ritorno che fa dell' esperienza della vita umana un atto di simbiosi con il tempo e lo spazio universale.
Una porta che conduce al dentro e al fuori, una porta che sfonda il concetto stesso di limite.  
Leggere Finnegans Wake è avvicinarsi all’onnipotenza.

E' un finto commento.
Non l’ho letto, il libro.
[Neanche lo farò mai]
Ho solo accocchiato due parole ispirate, aria, aria fritta. 
E' che ne leggo tante, di chiacchiere a vacante, e allora, così, per gioco, non per amore, ho guazzabbugliato pure moi.
Perchè “nell’era della divina apparenza della ferita profonda sul sole della coscienza”, si è tentati, a volte, di  ammoccarsi (e dire) qualunque stronzaggine e blablablablà.
                                                                                                                                                                                   



sabato 7 gennaio 2012

Il Grande della Mancha

[del perchè, malgrado la magnificenza dell'opera, l'hidalgo non mi riesce simpatico]



Chi è Don Chisciotte?
E Cervantes, chi voleva che fosse?
Chi pensavo fosse,  Don Chisciotte?

“Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !"


E invece.
Ce l’ho con Guccini, sì.
[incazzata a morte]
Perché ero innamorata di questo pensiero, dell’immagine dei quei due idealisti che insieme cantano e se  ne fregano dell’apparenza delle cose,  si lasciano trascinare dalla baldanzosa e ardente seppur utopica passione in barba alle scamazzate, alle burle, alle sconfitte.

E invece il Don Chisciotte di Cervantes non è così.
La sua utopia non ha niente a che fare con la giustizia, fuori dalle dichiarazioni di intenti del cavaliere errante raddrizzatore di torti e difensore di donzelle e orfani.
Il suo chiodo fisso non è  il valore della cavalleria  (un valore demodè, fuori dal tempo e in ultima istanza reazionario, e dove c’è reazione non c’è rivoluzione),  ma è il sogno d’amore, il faro Dulcineo che illumina la bolla chiusa della sua immaginazione e in nome del quale la realtà intera si trasfigura e addirittura, per l’opera malefica di  maghi e alchimisti, viene incantata.
E’ così relativo il valore della cavalleria errante che alla fine  l’hidalgo piega il sogno d’amore nella palla arcadico-pastorale – sarà Chisciottigi - poco prima che la ferale malattia non  riassorba la follia, e lasci spazio e tempo al rinsavimento,  per  dare a dio quel che è di dio, con la cristiana confessione, e agli uomini quello che è degli uomini, con il pratico testamento.

La molla, oltre alla saturazione da letteratura – non leggere troppo, ti fa male!!! – è il sogno d’amore.
Il condottiero senza macchia e senza paura è un Buono, senza dubbio.
[Un fesso]
Un cuore puro, ma anche un vinto, uno sconfitto, un perdente.
[e mi fa tristezza, non tenerezza]
Uno che viene preso per il culo di continuo e non se ne rende conto.
E per cosa?
Per amore, solo per amore.
Amore per  qualcosa che non esiste.  
L’ideale.
[Come le suore di clausura che si vanno a chiudere nell’eremo per farsi spose di Cristo e salvare il mondo con la preghiera]

Sono una sporca realista.
Eppure i sogni, oh, i sogni, i desideri, l’immaginazione oh.
Guardare la luna nel pozzo.
Ma  prenderla non potrò mai. 
[acqua sporca, non luna  tra le  mani]

Se si deve sputare in faccia all’ingiustizia la si deve guardare dentro gli occhi e prendere bene la mira.

giovedì 5 gennaio 2012

Eden(perduto)landia

Non capisco l’ostinazione a voler tenere aperta a tutti i costi Edenlandia, lo storico parco-divertimenti nel cuore della città. 
La  società proprietaria è fallita, ma il parco continua ad agonizzare.
E’ un mostro spiaggiato da troppo tempo.
(Sono favorevole all’eutanasia)
Meglio sarebbe cancellarla, chiuderla, decidere una volta per sempre che cosa farne, se metterla in competizione con le megaroboanti strutture dei nuovi parchi divertimento (ah, Gardaland), o fare in modo che diventi un’architettura della memoria, come il parco di Tivoli, a Copenaghen.
(e valle a recuperare, le cose perdute)

Era un evento, un fatto extra-ordinario, andare all’Edenlandia (regalo di compleanno, ad esempio. Altri tempi. Ma adesso va di moda il pellegrinaggio a Disneyland Paris come regalo per i comunicandi).
Nel  Far West tra le scenografie spuntavano o s’intravedevano gli indiani, i soldati blu e i gringos in cartapesta;  l’ultima volta solo un pezzetto di trombettiere senza manco la tromba faceva la guardia al fortino.
Sgarrupati spuntoni di roccia in cartapesta dove un tempo c’erano i tepee, e scrostate pareti cadenti nel “villaggio” dei cowboy, e alle finestre del saloon, appoggiati per dimenticanza o incuria, barattoli di vernice e attrezzi da lavoro.
Per fare il giro sui tronchi, ricordo, la fila era sempre lunghissima.
Nessuna nostalgia delle code, ma.
La grotta dove sarebbero dovuti essere alloggiati i dinosauri – si diceva già millanta anni fa, dopo che venne smontato l’ambaradan dei pirati – è  un gocciolante tetto di lamiere e di travelle di ferro.
Anche l’eco l’ha abbandonata.
(e poi, diamine, la mota dentro quei tronchi, bisogna entrarci con il cuscino di gomma sotto il culo)

In verità ho vaga la memoria di come era.
Forse era il corpo di cui ora è rimasto solo  scheletro e pellecchia.
Non c’era puzza di stantio e di piscio (come nei sottopassaggi abbandonati delle metropolitane),  non allignava il torbidume nelle fontane e nelle vasche, non c’erano la desolazione e l’abbandono.
Forse.
Mi chiedo se non sono gli occhi adulti a farmela vedere tanto brutta e squallida e patetica.
Però poi mi dico che a Gardaland e a Tivoli  ho fatto ohhhhhh.

La fenice rinasce dalle ceneri.

Sì, vabbuò, ma prima adda murì.

domenica 1 gennaio 2012

Una solitudine rumorosa

E' da poco che ho ripreso ad osservare i botti.
Per alcuni anni non l'ho fatto,  un proiettile entrò in casa e si conficcò nel mobile della cucina, altezza più o meno degli intestini di chi si fosse trovato sulla traiettoria 
[aver sete, prendere un bicchiere d'acqua, e. Morire]
Sicchè per tanto tempo a San Silvestro regola è stata, se si giocava in casa, finestre chiuse e serrande abbassate.

Dalla prospettiva della  periferia sozza, anche prima del guaio scampato,  i botti di capodanno mi hanno sempre fatto tristezza. 
Stanotte invece di sparare tracchi dal balcone i signori delle botte si sono appropriati della strada, e al centro della carreggiata (questione di sicurezza, indice di maturità??) hanno sistemato cassette e cassette di fuochi pirotecnici e appicciato batterie su batterie, i razzi da terra fino al cielo hanno fatto piovere luce e polvere nera su tutto il pezzo di quartiere.
(e se un'ambulanza? e se un'emergenza?) 
Non è manco un far festa insieme, dico per loro, per i signori delle botte, andarsene in solitaria miezz 'a via a sparare
Nubi di zolfo e scintille, non sembra un festeggiamento, ma un rabbioso rito di allontamento del malaugurio. 
Un esorcismo triste.
Nel frastuono non ci si può manco scambiare una parola, e col fieto non si apprezza manco lo spumante.
Un inizio d'anno in solitudine troppo rumorosa.



venerdì 30 dicembre 2011

Semi-Schizofrenie

"Buongiorno, le posso lasciare un libro, lo riesce a  fotocopiare entro oggi pomeriggio?" - chiedo alla signora della cartoleria.
"Ma per intero?? Veramente non si potrebbe, è illegale."
La guardo. Penso già allo stress di scannerizzarlo a casa via stampante, dieci minuti di rumore sbrzzzrbrrzzz per pagina.
"Non si trova in commercio, è esaurito, altrimenti per 11 euro non varrebbe proprio la pena di fare le fotocopie."
Butto lì, quasi tra me e me con il Catullo edizione critica di pincopallino tra le mani.
"Ma sa com'è, si rischia il penale. Se glielo fotocopio, poi  - abbassando la voce e sollevando le sopracciglia - quando lo porta via deve tenerlo nascosto, insomma, non lo faccia vedere."
Le consegno il libro, complice consapevole del reato. 
Ritornerò al negozio con la borsa termica per i surgelati per nasconderci libro e copia pirata.

Non riesco a provare un vero senso di colpa, però.
Con battage pubblicitari che vanno ben oltre il passaparola, lungo stessa strada, pochi metri oltre, un negozietto di elettronica e informatica vende psp2, wi, xbox and so on già modificate, oppure offre a soli 60 euro la modifica.
Non so se sia reato modificare un "giocattolo" elettronico. 
(come truccare il motore di un auto)
Ma l'affare viene  modificato affinchè possa ingoiare i giochi scopiazzati sul cd o sulla pen drive.
Di sicuro è reato piratare i giochi.
(ma piratati costano cadauno due euro due )
C'è sempre folla, in quel negozietto.
Alla luce del sole.
E il mio libro pirata farà la strada nascosto sotto il peld.





venerdì 23 dicembre 2011

Arrassusia


Rientro in casa e trovo sul mobile della cucina i pacchetti.
Uno di riso, e due di frollini per il latte.
“Aiuto UE – Prodotto non commerciabile”
La mia vicina di casa  è venuta a dare gli auguri di natale. Avrei preferito di no.
Non è per la mia vicina.
E’ per coloro da cui la mia vicina ha avuto i pacchi, di cui tenta di liberarsi distribuendoli in giro, sul pianerottolo,  e altrove.
La mia vicina lavora in una scuola materna parastatale gestita dalle  suore, le cape di pezza.
Le pagano lo stipendio con due , tre mesi di ritardo, “tanto, pure tuo marito lavora, non ne hai bisogno”.
E la tredicesima gliela elargiscono sotto forma di beni di consumo.
Pacchi e pacchi di generi di prima necessità “Aiuto UE”, destinati chiossape a chi, agli indigenti, alle famiglie in difficoltà, penso, non certo ai lavoratori, ai dipendenti, grazie ai quali la loro scuola può funzionare, e incamerare le rette (oltre a tutte le agevolazioni, sussidi etc etc).
(impunite)

Io li avrei sbriciolati sulla faccia della superiora, i biscotti “aiuto ue”.
E le avrei fatto piovere il riso addosso,  glielo avrei fatto respirare, il riso,  alla superiora.
Tanto,  “pure mio marito lavora.” 
E i pacchi per gli indigenti li avrei ritirati di diritto alla Caritas.
Ho vergogna di tenere i pacchi in casa.
Mi vergognerei  anche di darli a quelli che chiedono l’elemosina.
(li libero dall’involucro e li metto nelle scatole di latta).
Dubito che i locali della scuola e l’annesso conventino paghino l’ICI.
Ma altro che ICI, ci vorrebbe la galera.
Devono scomparire dalla faccia della terra.
Arrassusia.

sabato 17 dicembre 2011

Consigli


Lungo la strada un posto per parcheggiare manco a pagarlo oro, e allora mi infilo in una stradina che so essere chiusa e dove anche altre volte, sulla destra, ho piazzato l’auto.
Adesso pure il lato destro  è tutto appilato.
A sinistra c’è un bello spazio, da due posti, lasciato libero libero.
Aggarbo la manovra e mi piazzo a mano mancina.
“Signò, non vi conviene parcheggiare qua”
Il consiglio, dato con piglio accorato e complice, viene da un anziano signore che inzerrato dentro un’utilitaria rossa esce da un cancello.
Mi guardo intorno alla ricerca di passi carrabili, di divieti, di tralicci penzolanti, di balconi pericolanti.
Nulla, la macchina è sistemata contro un muro liscio liscio, il fianco di una palazzina con tre finestre.
“E’ per le finestre – mi dice, quando scendo dalla macchina, lasciando la portiera aperta, per capire meglio il senso del messaggio – non vi conviene parcheggiare sotto le finestre.”
“Ma perché, che fa? Mica è vietato.”
“E già vi ho detto assai, non posso dire di più, poi, fate come volete, ma non vi conviene parcheggiare qua.”
Si rintana nell’abitacolo, mentre una vecchia, capello spennato e bocca spettinata, s’affaccia.
“ah, ‘a signora nun sta assai tiempo, nun è vero? Iate, iate, signò.”
Ho delle visioni.
(premonizioni?)
Un vaso di fiori, un secchio con l’acqua sporca, un sasso, la sciacquatura dei piatti, un càntaro stracolmo, tutti accidentalmente rovesciati sopra il tettuccio della mia macchina.
Com’è, come non è, questa volta accetto il consiglio.
Non quello della vecchia, però.
Nun se po’ mai sapè.

martedì 13 dicembre 2011

Sindromi

Anche se è un bell'uomo, garbato e gentile, e pure  professionale assai, dal mio docteur, non ci vado quasi mai.
Solo quando non posso proprio proprio farne a meno.
Solo quando  il fastidio e il dolore diventano  imperscrutabilmente e assillantemente costanti.
[mi caco sotto dalla paura]
Il numero alla porta - un euro, un numero -  e la sala d'attesa.
Vedo materializzarsi migliaia di microbi, di batteri, di virus che allignano a un millimetro dal mio naso.
[respiro a bocca chiusa, respiro facendo entrare meno aria possibile]
Poi, dopo solo 4 visite,  entro,  con la ciorta e il sollievo di chi  mentre si avvia nell'ambulatorio,  vede comparire sulla porta l'imprevisto, lui,  l' informatore scientifico farmaceutico.
[poveraccio, una jastemmia moltiplicata per ogni paziente in attesa, la mia se la scansa, sto entrando. Tengono la pippa lunga, i rappresentanti]

"Carissima, da quanto tempo! Come va?"
Oltre a fargli una risatella in faccia, che gli vuoi dire se non dottò, non è per lei, ci mancherebbe, ma se sto qua, insomma.
"Ecco, questo strumento si chiama cauterio, facciamo presto presto, non si preoccupi, un attimo e passa tutto"
[cazzarola, minchia che dolore, e mò basta, marò e come cacchio brucia]
Comunque.
Sono grata come il leone a cui il topolino ha tolto la spina dal piede, e non posso non provare, alla fine,  una vaga sensazione di scuorno.
Ora anche verso il mio docteur devo giustificarmi, ehh,  che scusa.
Ci ho la sindrome di Tourette.
(chissà se anche nella sala d'attesa si è sentito il florilegio di maleparole)






giovedì 8 dicembre 2011

11 centesimi

Natale mi mette tristezza. 
La frenesia, le luci dovunque (anche sul grande albero, tronco e rami imbrigliati in una rete luminosa, che effetto strano il gigante senza chioma che sostiene il nero del cielo), l'aria forzosamente festosa, la corsa all'accattamento, gli ipermercati grondanti carrelli e piedi, mi indurrebbero a rinchiudermi nella tana e a non mettere il naso fuori dalla porta e dalle finestre.
Ma si deve andare a lavurà (fortunata).
Ma si deve anche magnà (la spesa, anche un minimo).
A volte si deve obbligatoriamente, così va la vita, cedere a pressioni ancora più poderose di quelle che vengono dal di dentro e trascinarsi dentro le rombanti gallerie commerciali, jingle bells a palla e aria stantia.
Ebbene.
Stavolta non c'era folla. Pochissima gente.
Però le pompe di benzina all'esterno erano prese d'assalto, così come quelle lungo la strada per arrivare a.
File chilometriche, manco si fosse tornati all'austerity del '70.
E questa cosa mi ha fatto ancora più tristezza. 
Quanto si  può risparmiare su un pieno, facendolo prima dell'aumento di 11 centesimi? Due, tre euro?
E domani? Non si prende più l'auto? Si conserva la benzina nel serbatoio per un anno o due?
E' come se, sapendo dell' aumento del costo delle sigarette, comprassi non una ma 10 stecche.
E poi? Bruciate quelle, smetto di fumare?
(magari)


sabato 3 dicembre 2011

Sciupatempo

A volte penso chissà come sarei stata  se avessi avuto 14 anni oggi.
'Sti gggiovani, superficiali, non riescono a concentrarsi su niente, sempre a pazziare con le tecnologie, iphoneipodipad.
E l'internet, of course.
Ma ci hanno ragione, porco bestione, come si fa a resistere. 
Le forme  di pariamento "tecnologiche" nelle quali lasciare scivolare minuti su minuti, ore su ore, sono davvero infinite.
[ne ho appicciato di tempo]
Il primo grande pariamento  fu scaricare, al pc, mappate di giochi d'avventura (dal rigido Monkey Island al fluidissimo Syberia, e quasi quasi...)
Il  secondo è stato  esplorare città nelle quali non andrò mai.
(google map - cerca - Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo)
Quelli di mezzo non li conto, resistono ancora tenacemente.
Da poco ho scoperto Google translate.
E' inaffidabile, manco gli oroscopi.
Ma lo sfizio di provare a fargli tradurre maleparole e  frasi sconce in giapponese, telegu e armeno, e negli altri idiomi, è davvero di un'irresistibile e impagabile inutilità.
(devo lavorare al pc, e mentre  riempio un campo del modello psp coordinato che avrei già dovuto stampare e  consegnare, la mano in automatico si sposta e apre il browser e poi una guardatina al preferito, e una buttata di occhio a, che rimanda a , e poi ancora a, e sto da un pozzo di tempo e non ho ancora accocchiato niente)
ətrafında Piç,  чертова вокруг, vitun ympärillä ...






giovedì 24 novembre 2011

Arbore salvatico

"L'arboreto, dicono i dizionari, è una raccolta di alberi che vengono osservati e studiati dal punto di vista botanico, forestale, agricolo, ecologico, estetico eccetera  (...) Ma "salvatico"? L'aggettivo era usato nel Rinascimento per selvatico: due parole che messe insieme mi piacciono, anche se in contraddizione tra loro: selvatico è non coltivato, non domestico, ricoperto da selve, anche rozzo; ma c'è la vocale A al posto di  una e, così tutto cambia: un salvatico che diventa salvifico, che conduce alla salvezza."

Mario Rigoni Stern "Arboreto salvatico" nota all'edizione 1996 pag. VII

Non ci avevo fatto caso. 
Quanto sono distratta.
Il fastidio per lo scuncicamento del manto stradale, per la difficoltà a camminare, esercito in fila indiana, tra i fuossi e le pietre, nel corridoio  creato per permettere l'accesso all'edificio, (quando, ma quando finiranno i lavori di sistemazione che porteranno all'allargamento del marciapiede? ) si è preso tutta l'attenzione.
Hanno abbattuto gli alberi.
Due pini, due mimose, una magnolia: questo era l'arboreto salvatico.

Nelle attese, piuttosto che guardare le facce, le scarpe, i tacchi e le borse della spesa,  spesso fissavo le gemme dei pini.
Più verdi, meno verdi, quante sfumature di verde su un solo ramo, le gemme sbottavano anche su quelli che sembravano secchi.
Osservavo tronco e rami e aghi alla ricerca di indizi della ricomparsa delle processionarie. 
(Un dramma fu la comparsa delle processionarie, una tragedia, una sciagura; chiusura dell' edificio, disinfestazione.  Eppure, allora non furono abbattuti,  i pini)
E la mimosa.
Fioriva già a gennaio, sempre. Quasi di botto.
Da un giorno all'altro si riempiva di fiori, un'esplosione di giallo tra i cappotti e i cappelli scuri.
Una meraviglia, la promessa della fine dell'inverno.
(Finiranno le  brevi e cupe giornate, tornerà il tempo dell'aria aperta e dei leggeri pensieri)
Allegria.
L'odore pungente, acutissimo.
Come passare per un attimo in un altrove.

In uno slargo di grigio asfalto, circondato da un alto  muro di cemento, è rimasta solitaria la magnolia.
La sua ombra sarà contesa al centimetro, in estate.
Non è mai fiorita, la magnolia.
Arbore salvatico, memoria del microscopico arboreto salvifico.







sabato 19 novembre 2011

Dodecalogo della scrittura del racconto


Andrès Neuman, classe '77, è nato in Argentina e vive in Spagna.
Una rivelazione nel campo della letteratura, a quanto dicono critica e pubblico spagnoli e non solo.
(E tiene pure la faccia simpatica).
In italiano sono stati pubblicati, della sua già corposetta bibliografia (trans-genere, dalla narrativa alla poesia alla saggistica), solo due libri: Il viaggiatore del secolo e Una volta l'Argentina.
Libri che, naturalmente, non ho letto (semplice dovere di cronaca).
Ho letto però due racconti, "Vasca" e "Rebobinando" appositamente  tradotti  da una voce e mano amica, tratti dalla raccolta  "El último minuto".
M'hanno impressionato.
Belli assai, assai.
(e tranne poche eccezioni, penso alle "Storie di cronopios e famas", i racconti non mi pippano per niente)



Nella raccolta  vi è un'appendice con riflessioni teoriche sull'arte del  raccontare  (fuga della mente verso "Bestiario" di Cortázar e le appendici "Alcuni aspetti del racconto" e "Del racconto breve e dintorni")
E dall'appendice "Il racconto, variazioni", contenuta in "El último minuto", questo è il dodecalogo.


Dodecalogo della scrittura del racconto.

(...)
Prima d’ogni altra considerazione, mi piacerebbe proporre un piccolo decalogo pratico attorno al racconto.  Ammetto che, in ambito saggistico, m’interessa molto di più una teoria della scrittura che la teoria o la storia della letteratura. Naturalmente,  le convinzioni teoriche d’uno scrittore solitamente non precedono la scrittura stessa, ma derivano dai suoi risultati.
Vediamo allora in sintesi questi soggettivi enunciati:
I)     Raccontare un racconto è saper mantenere un segreto.
II)   I racconti accadono sempre ora, anche quando parlano del passato. Non c’è tempo per altro, e non           ce n’è bisogno.
III)   L’eccessivo sviluppo della trama è l’anemia del racconto. O, per meglio dire,  la sua morte per asfissia.
IV)    Nelle prime righe del racconto si mette in gioco la vita; nelle ultime righe, la resurrezione. Quanto al titolo, al contrario di ciò che molti pensano, se è troppo brillante  si dimentica facilmente.
V)        I personaggi non si presentano: semplicemente agiscono
VI)  L’atmosfera può essere la cosa più memorabile in un soggetto. Lo sguardo può essere il  personaggio principale.
VII)      In narrativa, il lirismo misurato  produce magie. Il lirismo sfrenato trucchi.
VIII)  La voce del narratore è tanto importante, che non deve essere notata. Risulta più facile mentire usando discrezione che attraverso l’ostentazione o l’artificio.
IX)  Salvo eccezioni che possono essere citate, la frase breve è la più naturale in un racconto. Correggere: ridurre.
X)     Il talento è il ritmo. I problemi più sottili cominciano con la punteggiatura.
XI)    In un racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità può essere racchiusa in un minuto.
XII)    Terminare un racconto è saper tacere in tempo.

Effettivamente. Pratico. 
E, pensando al racconto in generale, quelli che hanno impresso un segno sono rispondenti, in modo ortodosso, al dodecalogo.



giovedì 17 novembre 2011

Teatranti

Potrebbero  mai bastare ad una scuola che vuole definirsi delle opportunità, della formazione globale, dei blablablablabla multipli, le striminzite 27 ore curricolari in classi dove sono stipate dalle 24 alle 28 creaturelle?
Certo che no.
Allora  germinano sbocciano fioriscono progetti su progetti di ogni specie, dal giardinaggio [a zappare la terra!] alla psicomotricità, dall'arte della ceramica a quella della costruzione di aquiloni.
Naturalmente, i fanciullini attratti dalla gestualità, dalla mimica, dalla recitazione, dall'arte del travestimento e dell'impersonificazione delle alterità (ma anche messi lì solo per a fare numero), vengono arruolati in megaroboanti progetti teatrali.
(assecondiamo le vocazioni)
Meglio se i progetti si propongono anche come percorsi di educazione alla conoscenza del territorio,  alla riscoperta delle radici, alla valorizzazione cultura locale, chiossape, nun sia mai si dovesse perdere l'identità.
Il corso di teatro si conclude, ovviamente, con la messa in scena. 
La recita finale.
Nello specifico osservato, la messa in scena delle "Voci 'e Napoli"

" 'A ruuta, 'a menta, 'o vasinicooooore!"

" 'E ttengo belle nere nere, 'e mulignaaaaaaane!"

" Tengo 'a fava che schiatta 'a tiaaaaaana!"

Voci di mercato, voci di venditori ambulanti.
E canzuncelle funiculì funiculà, jamm jamm.

Vorrei vedere come fanno a spiegare ai bambinelli che cosa significa tengo la fava che schiatta la tiana.*
(e il suo altissimo valore culturale)


*pentola

venerdì 11 novembre 2011

Specchio, servo delle (altrui) brame

Si muovono veloci le sue mani, rapide, esperte, zruum zruum.
Tento faticosamente, come al solito, di seguire le parole del libro che mi ostino a tenere aperto mentre la parrucchiera mi inciarma 'ncapa.
Improvvisamente si ferma, lasciando le mani e la spazzola a mezz'aria.
Mi guarda.
Interrompo la finta lettura.
Si avvicina, mi punta gli occhi in faccia, stranita.
- Che è? - dico, guardandomi nel megaspecchio che ci contiene entrambe.
Indica con il manico della spazzola un punto, collocato approssimativamente sulla fronte.
- Che è? - ridico, allarmandomi.
[Un'ustione, una bruciatura, oddio, non ho sentito dolore, sono diventata insensibile ]
- Un capello bianco.
Mi osservo.
- Ehhh, figuriamoci, e che sarà mai! Uno solo?
- Ma è sul sopracciciglio!

Mi azzecco allo specchio. Cazzarola, ha ragione.
Un capello, quale pelo,lungo lungo, bianco quasi trasparente, la radice fissata al centro del sopracciglio.
E quando mi è spuntato??
Eppure, almeno tre volte al giorno, quando mi lavo i denti, nello specchio mi ci vedo.
(Vedere senza guardare, specchio senza brame)

lunedì 7 novembre 2011

Montone, pecora, agnello.

Ho deciso di fare collezione di chicche.
Non perchè voglia a imperitura memoria (mia) fissare le corbellerie e le superficialità e le sconvolgenti ignoranze.
E neanche per lo sconforto o la delusione o l'incazzatura (quelle sempre dopo)
Voglio ricordare la roboante, tuonante, squassante, esplosione della risata.
(E la tenerezza immediata)
Chè altrimenti tra chiacchiere a vacante e montagne di scartoffie ci sarebbe da desiderare di essere ... mhmmm, vabbè.
La colpa è mia, che tengo i motilli frenesianti e cerco di portare il tono del ragionamenti su livelli interplanetari, pretendendo di partire da una lettura che racconta di Mamhud il macellaio (ribattezzato all'unanimità dalla classe Muamad), artista della preparazione del Kebab per arrivare nientepopodimenoche all'analisi argomentativa della frase "Il cibo è cultura".
Ci si imbatte nella carne di montone.
Chiedo, così, per eccesso di scrupolo.
"Lo sapete cos'è un montone, vero?"
Facce sconcertate, bocche cucite.
Si apre, in primo piano al primo banco, un sorriso, e un guizzo dell'occhio che mi guarda mi rivela che la soluzione al terribile quesito è in dirittura d'arrivo.
"Un animale!"

[Rido - Carne di minerale o di vegetale, non l'ho mai mangiata - Ridono.]

Non è colpa loro se non hanno mai visto Babe.

mercoledì 2 novembre 2011

La casa di Bernarda Alba: grotta, tomba, covo di vipere.


Il Mercadante è un teatro piccolo.
Non ricordavo il boccascena riempito da  una gradinata  su cui sono schierate file di poltroncine in plastica rosse.  
O lo hanno ampliato, oppure è una scelta scenografica fatta ad hoc per la Bernarda.
Le attrici  dunque recitano su una passerella, al centro. 
Recitano nel cuore della casa, tutta bianca, eppur c'è sempre da strigliare e pulire.
Vicini vicini vicini, a star seduti nelle prime file della platea  basterebbe allungare una  mano e afferrare la caviglia delle attrici.
Schiava della perenne distrazione, non ho potuto  fare a meno di soffermarmi sulle facce del pubblico  di fronte, tranne quando la scenografia prevedeva una sorta di tendina che "oscurava" la scena, nascondendo completamente  il pubblico di fronte. 
E che strano vedere le attrici chinarsi da ambo i lati, per accogliere l'applauso conclusivo,  schiena e suo fondo  una volta, capo chino un'altra.
Comunque.

Passato il tempo della distr-azione, la piece si sedimenta.

"La casa di Bernarda Alba", è  uno degli ultimi lavori  di Federico Garcia Lorca, prima che venisse ucciso  nel 1936. 
Una rappresentazione di una  cupezza angosciosa e angosciante, accentuata dal  coro di donne vestite a lutto, una sfliza di zì monache,  che cantano canzoni di chiesa e come ali nere e lente spostano gli oggetti di scena. 
(Brave tutte, le attrici, ma più di ogni altra, la Maria Grazia Mandruzzato, la serva La Ponzia, una forza espressiva davvero straordinaria.)

A solcare la scena ci sono solo donne. 
Ma la  presenza degli uomini, il morto e il vivo,  pur nella assenza scenica, è invasiva e ingombrante.
Tante donne per descrivere una società maschilista e oppressiva.
Il morto,  con il funerale del quale inizia lo spettacolo, è il marito di Bernarda.
Il morto genera 8 anni di lutto e trasforma la casa in una gabbia, in  un sepolcro per le 5 figlie e anche per la nonna pazza.
Ma è la Madre a deciderlo.

Il vivo è Pepe, il ragazzo più bello del paese (e cazzarola, avrei voluto vedere quant'era bello stu mobile, e invece manco la voce fuori scena si sente).
Il vivo vuole la dote, punta la figlia  maggiore di Bernarda, nata dal primo matrimonio, l'unica che ci ha i sordi, ma non la giovinezza, nè la grazia, nè la bellezza. 
Il vivo vuole l'ammore, punta la figlia minore di Bernarda, che se ne frega delle chiacchiere e dei comandamenti, segue la pulsione, l'istinto, amore e morte.
La casa di Bernarda diventa un crogiuolo di rancori, di invidie, di dolore. 
Ma che nessuno sappia, mai.
La censura dei sentimenti e della libertà, sotto un velo opaco e torbido.
Per opera della Madre.


Sicuramente la storia è denuncia di un tempo e di uno spazio e di una mentalità, oltre ad essere  metafora delle dittature fasciste. 
Ma.
Non ho potuto fare a meno di pensare - altro che  angeli del focolare - a quanto spesso le madri si facciano custodi e vestali dell' orrore. 
Anche quando sollecitano  le proprie figlie a partecipare ai  bunga bunga.




lunedì 31 ottobre 2011

Hallo! Ween.


Odio tutte le feste comandate.
Con due eccezioni: Carnevale e Halloween.
Halloween  non si usava, quando ero bambina.
Invece è divertentissimo giocare a mettersi e a far mettere paura.
(Lo faccio adesso. E' un privilegio che si può permettere solo chi ha a che fare con i bambini, che altrimenti,  coi capelli cotonati ritti in capa, le occhiaie  dipinte di nero nero, e la voce cavernosa e roca, il 118 sarebbe allertato di presso)

Mi frega cippa che è una festa importata, un'usanza altrui, una festa senza radici e senza storia nella cultura nostra.
(mica rinuncio all'insalata russa disposta in vassoio accanto all'insalata di rinforzo nella cena della vigilia)
E' divertentissimo vedere i bambini sfidare la paura solo guardandosi nello specchio con le maschere mostruose o i trucchi orripilanti, e sfidare il ribrezzo fingendo di mangiare tramezzini al vomito di rana o alle budella di orco, e panini ripieni di diarrea di mosca.
Tutto questo non ha niente a che fare con satana, il diavolo, la morte, l'anticristo, l'omaggio al vuoto e alla morte. (qualcuno è azzeccato proprio)
Del resto, nessuno ora si sognerebbe di stare a sindacare sul da dove è venuto e perchè e percome e perquando il babbo natale, quello smuove miliardi, non pazziamo proprio su questo. (dai, buttati, che è morbido!)
Non si parla del pleistocene, ma quando ero bambina, solo la befana portava UN dono (uno solo) e le caramelle e i mandarini e il carbone vero, non di zucchero. 
Ma due donatori, coi sacchi pieni pieni sulle spalle,  sono meglio di one.
Halloween riesce bene anche a costo zero.
Si disegnano le zucche, si disegnano le faccine con le matite nere e rosse. Si ritagliano i pipistrelli da un cartoncino nero.
E' solo un gioco.
E dunque tra il 31 ottobre e il 1 novembre, i bambini festeggiano Halloween.
(e io con loro)
Non dovunque però.
Non nelle scuole religiose, non negli oratori.
(spero che ci siano tante di quelle eccezioni da inficiare la regola)
Ho visto patetici tentativi di sostituzione della festa dei mostri con edulcoratissime feste dei santi, aureole e ali e ghirlande di luci.
Eccerto, l'unica paura che si deve avere e che bisogna inculcare è quella della morte secunda. 
Manco per gioco si può essere cattivoni. 

[A Carnevale bisognerebbe vietare di vestirsi da preti e da suore, blasfemia, blasfemia!]

lunedì 24 ottobre 2011

Di premi e votazioni


Serata fresca e piovigginosa,  androne di antico palazzo nobiliare, contenuta folla in attesa di partecipare all’evento, il premio letterario XWZ.

“Uè, ciao, anche tu qua!”
“Eh, ci sto con degli amici, dobbiamo votare il libro.”
“Ah, e dimmi, a te quale libro è piaciuto di più, quale scegli, a  chi dai il voto?”
“Veramente non li ho letti, ma c’è Mario che ce li ha raccontati, e allora  voto ******,  è il più bello, secondo lui.”
“…..”

A volte mi sento una talebana. Rigida, rigida.
Non posso tollerare, ma proprio non posso tollerare certi fatti.
Come si può scegliere e votare qualcosa che non si conosce, che non si sa, solo perché qualcuno dice che o sostiene che o convince che o soltanto perché piace a?
(il nonno dava alla nonna il foglietiello con il simbolo e il nome, e la nonna che teneva il diritto di voto, da poco, ma che importa, eseguiva docile docile)
Dai massimi ai minimi sistemi, l’intolleranza non cambia.
Come si può votare  ad un concorso letterario un libro per procura di gusti e appassionamenti?
Non ho letto i libri in concorso, non voto.

Il pubblico, dopo aver votato,  ascolta le relazioni della giuria tecnica. Le motivazioni che hanno portato all’attenzione dei lettori i libri finalisti. I panegirici.
Segue applauso bulgaro.

Mi sono sempre chiesta quali siano i criteri di selezione dei libri finalisti, dei libri candidati ai premi.
Un pozzo ed una sporta. Già solo la pagina di wikipedia   riporta 78 premi letterari italiani.
Per tacere dei concorsi riservati agli esordienti.
Che fatica bestia deve essere, solo per fare un esempio, per i 400 amici del premioStrega, uno dei più "prestigiosi" e "conosciuti", lavorare alla rosa dei libri finalisti!
Il regolamento prevede due tornate  durante le quali vengono selezionati i libri presentati dagli stessi amici, tutti “diversamente  (sic!) inseriti nel mondo della cultura”. 
Anzi, per amore di  verità e  di precisione, il regolamento prevede che ogni libro candidato a fare la parte del papabile debba essere presentato da almeno due amici del premio.
400 amici del premio diviso minimo2 sostenitori per ogni titolo = 200 libri da valutare se tutto va male.
Urca, ma che gigantesco impegno.
Un premio agli amici del premio.
[Malignamente penso ad accorpamenti,  gruppi di sostegno, oggi a me domani a te,  pressioni delle case editrici]

Si contano i voti, si tirano le somme, si proclama il vincitore. 
Relativamente, ovvio. 
Tutti i libri finalisti sono vincitori.

L'unica motivazione che mi tiene, è una parossistica bulimia cartacea. Son sempre libri in più da leggere.
Sono libri gratis, è vero (che tirchieria).
Ma  forse è meglio sceglierseli da soli.





sabato 22 ottobre 2011

Strade zen

Prima l'onomastico contava quasi più del compleanno. Quasi.
Certamente era più ricordabile, soprattutto lì dove vigeva la infame legge della supponta.
( uno per trecento, dal bisnonno al nipote:  Giuseppe, Peppino, Giusè, Peppiniello).
Io me li scordo bellamente tutti (e anche i compleanni e gli anniversari e i compicaz)
Tuttavia.
L'abitudine di festeggiare l'onomastico, con annesso offertorio di dolcini e caffè  e rustichelli e connesso sbavamento multiplo sulle guance,  non s'è persa, almeno sul luogo dove lavoro.
(maledetti i calendari)
Pessima abitudine, ma non sottostare a questa equivale alla morte sociale.
(io già sono orca abbastanza, e tendenzialmente suicida sociale)
Dunque sono andata a lavoro con le paste, le ho messe in bella vista sul bancone e poi, dopo aver ricevuto almeno una decina di doppi baci e toccamenti di spalla, mani sudate/fredde/rigide/mollicce altrui nelle mie, ho fatto virata e fuga per andare  a nascondermi ed evitare un'altra trentina di sbavate e stritolate.
B. che è l'unica che  (mi) capisce mi ha detto  - vai, si vede che soffri.
Cazz -  le ho risposto - è tanto evidente? 
Sulla tua faccia si legge tutto - mi ha risposto. 
E io che faccio - cerco di fare - esercizi continui di impassibilità.
Lo zen non è la mia strada.